
Lo Yemen a scadenza piuttosto regolare, da tempo immemorabile, si ritrova nel mezzo di una guerra civile. L'inizio dell'ultima fase - che ha visto dall'11 aprile scorso un temporaneo cessate-il-fuoco - è datata 25 marzo 2015, quando alcuni aerei sauditi e di altri paesi arabi hanno bombardato le postazioni in Yemen degli Houthi, che nelle settimane precedenti avevano preso il controllo della capitale Sana'a.
Il recente conflitto - nel corso del quale sono stati uccisi oltre 3000 civili di cui 700 bambini - riguarda due gruppi, gli Houthi (sciiti zayditi) e i Sunniti, che si contendono il potere combattendo tra di loro, i primi appoggiati dall'ex presidente e i secondi da quello attuale. Tutto inizia nel 2011, quando il presidente Ali Abdullah Saleh, per trentatre anni a capo del governo, in seguito ai movimenti della "primavera araba" ha dovuto lasciare la presidenza al suo vice Abd Rabbuh Mansur Hadi. Purtroppo Hadi, nonostante nel 2012 abbia vinto le elezioni, non è stato in grado di guidare il paese verso la risoluzione del conflitto. La situazione è una miscela esplosiva continua: capi clan, militari, uomini politici, nazioni, traffici di armi, richiesta di maggiori diritti da parte degli Houthi e il possibile braccio terroristico (Al Qaeda controlla vaste zone del paese e l'Isis è presente sul territorio). A questo si aggiunge la dichiarazione di Amnesty International: «Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna - i più grandi fornitori di armi ai sauditi - e altri paesi hanno continuato ad autorizzare trasferimenti di armi che sono state usate per compiere e facilitare violazioni gravi e generare una crisi umanitaria di dimensioni senza precedenti» (http://www.amnesty.it/Yemen-un-anno-di-conflitto-flussi-irresponsabili-di-armi-decimano-i-civili).
Nello Yemen 17 anni fa è nato Hashim al-Homran, un eroe dei nostri giorni, che filma con la sua telecamera un "balletto" di corpi e ombre. I corpi sono di adulti e bambini "adagiati" sulla terra, sono pieni di sangue, immobili e silenziosi, le ombre sono la sua e di chi incontra. Una storia atroce che i figli dei nostri figli leggeranno forse sui libri di storia.
Ma dove si colloca la grandezza del gesto di Hashim? Proprio lì dove c'è la menzogna e la svela. Sì, perché quello che si vede nel video non è il dopo di un rave-party ma il dopo di un double tap, ovvero "un attacco secondario sui soccorritori che stanno aiutando i feriti dopo un primo attacco".
È il 21 gennaio 2016, siamo a Dhayan, a venti chilometri da Sana'a capitale dello Yemen, Hashim sta documentando con la sua videocamera gli effetti di un bombardamento, l'ennesimo in un anno di guerra, dell'aviazione dell'Arabia Saudita sulla popolazione civile dello Yemen.
«Arrivano i soccorsi, la gente corre ad aiutare i feriti. Si scava per liberare i corpi dalle macerie. Ma i sauditi mettono in atto un double tap, una pratica orrenda che consiste nel bombardare, attendere che arrivino i soccorsi e ribombardare la stessa area per colpire i soccorritori» (Luigi Grimaldi, Famiglia Cristiana, 25 gennaio 2106). Secondo le Nazioni Unite questo è un crimine di guerra, e Hashim ha filmato quel crimine.
«Viene ferito gravemente, ma non molla e continua a documentare l'incredibile: un terzo attacco. Il ragazzo yemenita filma tutto, anche il bombardamento dell'ambulanza di Medici senza Frontiere che, dopo il secondo bombardamento, è riuscita a raggiungere la zona. L'autista dell'ambulanza muore» (Ibidem).
Hashim, sicuramente, aveva capito quanto fosse importante combattere con l'unica arma, la sua telecamera, che evidentemente riteneva degna di quella battaglia: per sé, per i suoi amici, per la sua famiglia, per tutti i morti e per noi.
Un coraggio da leone, il giovane non cerca riparo, non scappa, anche se forse ha paura. Da tanto tempo, troppo, vede devastazione e morte. Per non parlare del fatto che «ogni giorno almeno tre bambini vengono uccisi nello Yemen, nella maggior parte come conseguenza diretta delle armi esplosive a largo raggio, utilizzate nelle aree abitate da civili». Questa la denuncia contenuta nel rapporto di Save the Children dal titolo Nowhere safe for Yemen's children (Nessun luogo sicuro per i bambini dello Yemen).
Hashim cammina su uno di questi territori, e mentre filma chissà se pensa agli americani, agli inglesi, al suo futuro o forse a qualche mito. Se potessi fargli una domanda, ne ho tante che risuonano dentro di me, gli chiederei quali sono, anzi quali erano i suoi miti, i suoi eroi. I ragazzi hanno spesso nella loro immaginazione un mito da emulare. Sono sicura che l'eroe di Hashim fosse classico e cioè con il desiderio di libertà e di giustizia che sono insiti nell'essere umano. Non era sicuramente un "eroe" di quelli moderni che istigano i giovani all'odio e alla distruzione di se stessi e degli altri.
Avrà sofferto Hashim nel vedere tutti quei corpi. Ma non si è fatto corrompere, non ha impugnato un'arma tradizionale, ha scelto di documentare i fatti che non gli tornavano più. Nel suo cuore evidentemente aveva voglia di verità, di vita, e non di odio, di potere e di sangue. I suoi occhi non potevano più accettare la vista di tanto orrore e così deve aver deciso di filmare l'atrocità dei fatti. Starà a noi, da questo momento in poi, dare ad Hashim il valore che merita oppure continuare la solita vita da reality show con l'idea che tutto quello che è finto è vero e tutto quello che è vero è finto.
Nel filmato c'è il fumo di molti colori: nero, grigio scuro, grigio chiaro e color sabbia, la stessa sabbia che si vede in terra, per non parlare del fuoco: quel colore io non l'ho mai visto, in un documentario o al cinema. E non si vede quando Hashim viene colpito. Non serve. Ci basta quello che abbiamo. E anche se i titoli di coda non appaiono, ci sono "la regia", "gli attori", "gli assistenti", "gli sceneggiatori", c'è tutto. Soltanto che dopo la visione non ci alziamo dalla poltrona per tornare a casa dicendo: è un bel film, meriterebbe l'Oscar. Questa è una storia con morti veri e sangue vero. E l'ha documentata Hashim con la sua telecamera, un ragazzo di diciassette anni che ha dato la vita per farlo.
È morto il 22 gennaio scorso dopo essere stato gravemente ferito il giorno prima, mentre filmava. Non abbiamo molte notizie su di lui ma conosciamo il suo coraggio, che vivrà per sempre nei nostri cuori.
Fonti
- Filmato di Hashim (reperibile su youtube): Caught on Camera, Saudi double-tap strikes on Dhahian killed rescuers Yemen
- Articoli di Iona Craig, giornalista indipendente, per quattro anni nello Yemen come corrispondente per The Times
- Save the Children
- Famiglia Cristiana
- www.internazionale.it
- Amnesty International