di Marina Marrazzi
Inviato di RaiNews24, in Rai dal 1989, ha lavorato fino al 1997 al Tg3 occupandosi di cronaca e di sport. È autore, insieme a Milena Gabanelli, di Report, trasmissione di Rai3. Ha realizzato numerose inchieste, tra le quali l'ultima intervista a Paolo Borsellino. Nel 2001 ha vinto il prestigioso Premio per l'informazione internazionale satellitare nell'ambito del Gran Prix Italia, con un'inchiesta sui rifiuti radioattivi; nel 2003 ha ricevuto il premio europeo Penne pulite per un'inchiesta sui "testimoni di giustizia"; nel 2005 è risultato vincitore del premio speciale Cronista dell'anno; nel 2006 ha vinto per la terza volta consecutiva il premio Ilaria Alpi, il premio internazionale Maria Grazia Cutuli e il premio Colombe d'oro per la pace, prestigioso riconoscimento della giuria dell'Archivio Disarmo presieduta dal Nobel Rita Levi Montalcini.
Incontro Sigfrido Ranucci a Castelnuovo Magra, nel gennaio di quest'anno, in occasione del Premio per la Pace che il Comune insieme alla Soka Gakkai gli conferisce per il video inchiesta sulla strage di Falluja, dove viene denunciato l'uso del fosforo bianco da parte dell'esercito Usa su civili in Iraq. A poche ore dall'uscita il filmato fa il giro del mondo, viene scaricato da milioni di utenti Internet in lingua inglese e araba, ma in Italia passa quasi sotto silenzio. (È ancora visibile in rete sul sito di RaiNews24).
Chi lo ha visto non lo dimentica facilmente. Nelle prime sequenze, sulle note di California Dreaming, scorrono silenziose le immagini dei bombardamenti al Napalm durante la guerra in Vietnam, una danza pirotecnica che ad ogni vampata distrugge un villaggio intero con tutti i suoi abitanti. Atrocità inammissibili, si sancisce da allora. Quelle armi infatti verranno proibite ma, dopo quarant'anni, ecco che la storia si ripete. Ranucci trova nei registri cimiteriali alcune foto schedate di cadaveri, bambini, uomini, donne coi vestiti quasi intatti ma la carne liquefatta. Affiorano le radici dei denti, le ossa sono scoperte, ma si distinguono i motivi delle stoffe e i bottoni delle camicie. Questi macabri resti, distinti da cartoncini coi numeri di serie, si susseguono nel video e sono tanti, la successione sembra non finire mai. I medici e i militari a cui Ranucci li mostra non hanno dubbi: questo è l'effetto del fosforo bianco, utilizzato a Falluja dagli americani nel bombardamento di 37.000 case, sebbene per convenzione internazionale tale sostanza sia consentita solo per illuminare o come fumogeno schermante. Usata contro le persone non è altro che un'arma chimica.
Inutile chiedersi perché questo filmato non sia stato visto da tutti, e non abbia scatenato crisi di governi o sollevamenti popolari, chiedersi perché sia così difficile raccontare e far conoscere questo tipo di verità. Inutile? A Ranucci lo abbiamo chiesto.
Quanto è difficile raccontare la verità?
Per prima cosa spero che non si debba andare contro nessuno. Il fatto è che, nel caso di questa guerra, l'occidente si racconta a se stesso, dicendo parziali verità, decontestualizzando. Per esempio il Tg1, a una settimana dall'uscita del video, è stato costretto a parlarne, anche se in realtà ha dato solo la notizia della smentita del Pentagono.
In generale sono convinto che la verità sia a portata di mano, e che bisogna coglierne i frammenti. Oggi tra Internet, i giornali, i colleghi abbiamo a disposizione tanti frammenti di verità. I mezzi di comunicazione quelli grandi, tradizionali, quelli ahimè certificati, spesso sono imbavagliati. L'abbiamo visto in occasione della guerra: frammenti di verità sono arrivati grazie a scatti fatti autonomamente da militari italiani, inglesi, americani (penso all'impiccagione di Saddam Hussein, alle torture nel carcere di Abu Grahib), immagini rubate grazie alla tecnologia digitale ma che la stampa tradizionale certificata non aveva prodotto. E questo è un fallimento del servizio di informazione tradizionale.
Non c'è una censura totale. Le informazioni esistono, ma sono frammentate e bisogna saperle cogliere. Secondo me, presentare il quadro completo di un avvenimento mettendo insieme i frammenti del mosaico, riconsegnando al pubblico una figura giusta dai giusti contorni, è già un lavoro importante. Per farlo bisogna avere tempo, i mezzi economici (anche se l'inchiesta su Falluja mi è costata tre biglietti aerei, sì e no 10 mila euro) e ci vuole una volontà editoriale.
E tu queste cose le hai avute...
La mia fortuna è stata di trovare in Rai un direttore come Roberto Morrione che veniva dal Tg3, un giornalista lungimirante, coraggioso, che ha l'inchiesta nel suo Dna. Negli anni '80 era stato il capocronaca del Tg1, aveva voluto Ennio Remondino nella sua redazione e insieme avevano realizzato un'inchiesta che aveva svelato gli intrecci tra la Cia e la Loggia P2. Quando uscirono con quell'inchiesta in Rai successe la fine del mondo. Fu cacciato Nuccio Fava, allora direttore del Tg1, fu allontanato Roberto Morrione, Ennio Remondino fu messo a occuparsi di esteri e a capo del Tg1 fu messa la persona giusta, Bruno Vespa. Con Roberto ci siamo trovati in sintonia su come realizzare alcune inchieste giornalistiche. Mi ha dato grande autonomia. La prima nostra grande inchiesta è stata la messa in onda, nel 2001, dell'ultima intervista a Paolo Borsellino. Sono seguite una serie di inchieste sull'uranio impoverito, sull'impunità di crimini nazisti in Italia alla base della Commissione d'inchiesta parlamentare, poi questa qui di Falluja...
È vero che siete stati minacciati?
Ci è stato recapitato il bossolo di un proiettile in una busta indirizzata a me e al direttore, poco prima che andasse in pensione, nel giugno del 2006. All'inizio ho avuto paura che fosse un tentativo di delegittimazione (tipo: se la sono mandata da soli, quindi il lavoro fatto è tutta una montatura). Non ho avuto realmente paura, le rivoluzioni si fanno e non si annunciano...
Cosa ti spinge ad approfondire in questo modo? Il desiderio di vederci chiaro? Che le persone possano sapere davvero come stanno le cose?
Ti sembrerà assurdo: il senso del dovere. Quando sono entrato a RaiNews24 (venivo da nove anni di Tg3 più uno di passaggio da RaiInternational) ci avevano tolto le troupes. Il programma di Santoro era stato chiuso, Biagi era stato mandato via, e non potendo chiudere una testata giornalistica ci hanno impedito di girare. Io avrei potuto scegliere una carriera molto comoda, quella del desk, ma non potevo lasciare che le cose andassero così.
Credo che a spingermi ci sia solamente il desiderio di restituire al mondo una parvenza di normalità. Ho sempre odiato l'ipocrisia, la manipolazione. Io non sono a priori né contro la guerra, né contro il nucleare, ma vorrei che la decisione di partecipare o meno a un conflitto venisse presa in base a delle verità, non a delle menzogne. Considero la menzogna una delle manifestazioni più aberranti di una democrazia, ci allontana dalla pace, ci allontana dall'umanità. Arriverà il giorno in cui a forza di dire menzogne ci troveremo di fronte a una verità davanti alla quale non ne potremo più raccontare. Continuando a nascondere gli effetti di quello che stiamo facendo all'ambiente, agli altri esseri umani, non andremo ancora molto lontano. Avete notato che le bugie hanno sempre più le gambe corte? Le menzogne sulle quali venivano costruite le guerre, fino a qualche decennio fa, duravano generazioni, ora durano uno, due anni al massimo.
È vero. Ma purtroppo anche lo scandalo che deriva dallo smascheramento di queste menzogne dura pochissimo, ha le gambe corte...
Infatti. Per me una delle delusioni più grandi è accorgermi di quanto la gente manchi della capacità di indignarsi, di quanta impotenza ci sia anche di fronte alla stessa indignazione (indignati pure, tanto...). Questo è il danno più grande che una democrazia può fare a se stessa.
Mi vengono in mente le parole di Sergio Zavoli quando disse: il fascismo che ci ha portato alla guerra è nato perché era finita nella società civile la capacità di indignarsi, ci si era distratti e allontanati dall'amore per la cosa pubblica. È così che arriva il regime, arriva la guerra, ti ci trovi dentro senza capire cosa ti sta succedendo. Dovremmo recuperare la capacità di indignarci, di indignarci per amore della cosa pubblica, che poi è amore per noi stessi e per tutto quello che ci circonda, e ritrovare l'impegno sociale per poterci difendere. La società civile deve riprendersi il suo ruolo, a spese della politica e delle lobby economiche. Oggi non c'è neppure più distinzione tra lobby economiche e politica, l'una è in mano all'altra. Chi resta schiacciata è la società civile...
...che sembra rassegnata al punto di credere di non poter fare altro che stare a guardare e prendere quel minimo...
Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde diplomatique, tempo fa diceva che bisognerebbe fare un'informazione Doc, d'origine controllata, ma questo presupporrebbe che a monte ci fosse un pubblico talmente preparato da saper riconoscere il buono dal non buono. Ci vorrebbe una società civile capace di recepire queste cose. Siamo in grado di farlo? La società di oggi è quella che permette a chiunque, a qualsiasi età, di girare immagini violente con un telefonino e, grazie a Internet, mandarle in rete in tutto il mondo senza la minima educazione. Tutti, anche i minorenni, hanno in mano una telecamera e possono filmare quello che vogliono. Si dovrebbe portare un progetto nelle scuole per insegnare a usare le immagini fatte con il telefonino. Perché questa è un'arma, e se non la si sa usare può segnare la vita di una persona per sempre.
Si dice che una delle regole del giornalismo è che non bisogna innamorarsi del proprio soggetto. Tu sei d'accordo?
Bisogna che ci intendiamo sui termini. In assoluto penso che sia difficile non innamorarsi del proprio soggetto. Però il ruolo del giornalista è molto delicato: uno dei motivi per cui i giornalisti non sono amati è che spesso vengono identificati come appartenenti a una parte o all'altra, e viene messa in discussione la loro attendibilità. Io penso che il giornalista dovrebbe tornare a fare da mediatore tra un fatto e il pubblico.
Quindi, per rispondere alla domanda, se per innamoramento intendiamo passione per il lavoro, cercare di andare a fondo, innamorarsi del proprio pezzo, sì. Se invece significa innamorarsi del soggetto del pezzo no, perché così diventa pericoloso. Credo che la cosa più importante sia riuscire a dare un'informazione quanto più possibile accurata, rispettosa dei fatti, nonostante i ritmi accelerati. Oggi le varie testate giornalistiche si rincorrono per dare per prime una notizia, non concedendosi il tempo per verificarla e approfondirla. Se riguardassimo tutti i servizi usciti negli ultimi anni e analizzassimo a posteriori cosa è realmente successo avremmo sgradite sorprese, perché molte cose dette o scritte sono state totalmente smentite dai fatti. Questo dovrebbe farci riflettere sul ruolo che ha oggi l'informazione, su come viene offerta, e sull'esigenza stessa della società civile di essere informata. Perché il diritto a essere informati è alla base di una cultura della pace e della democrazia.