Notte, alti palazzi di una Tokyo contemporanea. Un uomo osserva le finestre delle abitazioni di fronte, nell’oscurità illuminata solo dalle vite dei dirimpettai che scorrono, come tanti piccoli nuclei, scollegate tra loro e che raccontano perfettamente le emozioni del nostro protagonista, solo, sul suo balcone a osservare. Phillip, interpretato da un gentilissimo Brendan Fraser, è un attore americano che vive in Giappone da otto anni, un tempo noto per aver preso parte ad una celebre pubblicità giapponese, che ormai appare come un lontano e sbiadito ricordo. Lo incontriamo senza soldi né prospettive, di passaggio tra un provino e l’altro, quando viene contattato per un nuovo lavoro. L’offerta? Vendere emozioni, recitando dei ruoli nella vita delle persone per colmare i loro bisogni affettivi. Dopo aver accettato, gli incarichi dell’agenzia “Rental Family” non tardano ad arrivare e nonostante diverse difficoltà Phillip inizia il lavoro, intrecciando così la sua storia con quella dei clienti. Inscena un finto matrimonio per proteggere il legame di due giovani innamorate, sostiene un hikikomori ad affrontare il suo isolamento, aiuta un saggio e appassionato signore a non avere rimpianti e interpreta il padre di una bambina, Mia, per aiutare la madre single a farla ammettere in una scuola prestigiosa. Ogni vuoto che va a colmare, entrando con cura in queste vite, nutre il suo stesso bisogno, permettendo lentamente a quelle bugie di scavalcare il margine emotivo della finzione, mescolandosi con la sua realtà. A Phillip il ruolo “dell’americano triste” riesce molto bene: un omone alto con andatura lenta e accogliente, un timido sorriso quasi cristallizzato sul volto, uno sguardo buono e paziente, ma tinto da sfumature di rassegnazione, che però si accende di vita quando entra in contatto con l’umanità di queste persone, in particolare con Mia, colei che sembra rappresentare il suo opposto. Una piccola bambina scattante, con lo sguardo determinato e il temperamento deciso che ha fatto riscoprire a Phillip, uomo che vibra di umanità ma contaminato dalla solitudine, l’ossigeno salvifico dei legami umani.
In una modernità in cui tutto appare veloce e può essere simulato o sostituito, un rapporto così onesto e benefico ha permesso a Phillip di svelare nuove sfumature di se stesso, comprendendo che quelle emozioni non sono “in affitto” ma hanno stravolto la sua esistenza. Phillip viene chiamato gaijin, “straniero”, perché anche dopo anni si muove in una cultura diversa dalla sua con particolari caratteristiche e difficoltà. Ma riscoprire la necessità dello stare insieme ha rappresentato per lui una potenza tale da trascendere i legami di sangue o le distanze, e gli ha permesso di nutrirsi di quelle diversità per dare senso alla sua vita e migliorarla. E così anche noi riusciamo ad emozionarci con lui per le sincere parole della collega Aiko: «A volte abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci guardi negli occhi e ci ricordi che esistiamo».
La regista ci accompagna, con la stessa gentilezza con cui fa agire Phillip, in un film a tratti sussurrato, che riesce a raccontare la durezza del vuoto della solitudine con una rara delicatezza sullo schermo, mantenendo delle note così brillanti da farci vivere emozioni autentiche e sentirci finalmente anche noi, insieme a Phillip, parte di quel palazzo illuminato da vite e non più isole sole. (Rossella Maci)
BS 266 / 1 maggio 2026
Ricordarci di esistere, insieme
Rental Family – Nelle vite degli altri, film diretto da Hikari, 2025
