BS 220 / 1 maggio 2022

Trasformare la storia umana: la luce della pace e della dignità

Proposta di pace 2022

di Daisaku Ikeda, presidente della Sola Gakkai Internazionale

immagine di copertina

Mentre ci avviciniamo al secondo anniversario della dichiarazione ufficiale di pandemia, le varianti di Coronavirus (Covid-19) continuano a emergere causando nuove ondate di infezione e determinano situazioni difficili in molti paesi. È doloroso constatare come tante persone in tutto il mondo siano costrette a sopportare, prive di conforto o sostegno, le ferite legate alla perdita della salute, dei mezzi di sussistenza, del senso di scopo, o l’angoscia per la morte di familiari e amici.
Giorno dopo giorno la vita continua senza una chiara visione di una via da seguire, ed è assai probabile che la pandemia comporterà effetti a lungo termine. Si dice addirittura che la storia sarà distinta nei periodi pre e post Covid.
Nonostante la pandemia rappresenti innegabilmente una minaccia senza precedenti, se si considerano gli eventi e le tendenze che segnano i periodi storici è altrettanto chiaro che non possiamo permettere che gli effetti di tale evento si limitino unicamente alla serie di devastazioni e perdite che l’umanità ha dovuto subire. Dico questo perché sono fermamente convinto che a determinare la direzione della storia si scoprirà non essere stato un virus bensì noi esseri umani. Sebbene sia naturale che le persone, confuse e smarrite di fronte alle circostanze inimmaginabili che continuano a verificarsi, tendano a coglierne solo gli aspetti negativi, è essenziale individuare una fonte di speranza nelle iniziative intraprese per risolvere la crisi, impegnandosi a sostenerle e a espanderle.
Pur trattandosi di un problema diverso, desidero riportare le riflessioni che il presidente fondatore della Soka Gakkai Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944) formulò nel novembre 1942 – nel pieno del secondo conflitto mondiale – riguardo a quale fosse il fattore chiave per dissipare l’atmosfera nefasta e caotica che dominava in quel periodo. Dobbiamo evitare – affermava – sia quella “visione ravvicinata” che ci rende così presi dalla realtà immediata da ignorare tutto il resto, sia quella “visione distante” caratterizzata da vuoti slogan cui non fanno seguito azioni concrete per trasformare la realtà. Auspicava che le persone assumessero invece una “visione nitida ed equilibrata” per agire a partire dalle loro circostanze presenti, avendo chiaro in mente per chi e per cosa stessero lavorando.

1

 Makiguchi sosteneva che questa visione nitida ed equilibrata era necessaria anche nella vita quotidiana e che non richiedeva chissà quali speciali conoscenze o capacità peculiari.
Ritengo che, grazie all’esperienza acquisita in questo vortice di sospensione e sradicamento globali generati dalla pandemia, molte persone siano giunte a comprendere che:
- la nostra vita non è possibile senza il sostegno di tante altre vite e senza un adeguato funzionamento della società, e le gioie più profonde derivano dai nostri rapporti con gli altri;
- i problemi mondiali sono profondamente interconnessi e le difficoltà che affliggono le persone che vivono in posti lontani trovano rapidamente il modo di influenzare anche le nostre comunità;
- il dolore causato dalla perdita improvvisa di familiari o dalla deprivazione delle cose che danno significato alla vita è uguale per le persone di ogni paese e, anche se le circostanze specifiche possono essere diverse, la tragedia rimane sostanzialmente la stessa.
Ciò che conta è creare legami di solidarietà a partire da quella consapevolezza di interconnessione che abbiamo acquisito così profondamente e intensamente in questa crisi senza precedenti, e porli alla base di iniziative comuni per trovare una via d’uscita dalla tempesta.
Makiguchi amava la massima buddista: «Se il cielo è sereno, la terra è illuminata» (L’oggetto di culto per l’osservazione della mente, RSND, 1, 336), perché era fermamente convinto che le persone avessero la capacità intrinseca di dissolvere la coltre di nubi apparentemente impenetrabile che aleggia sul mondo e illuminare la strada verso un futuro di speranza.
In questa sede desidero prendere in esame, da tre prospettive diverse, gli elementi che ritengo essenziali per superare non solo la crisi del Covid-19 ma anche le altre difficoltà che il mondo ha di fronte e aprire un capitolo nuovo nella storia dell’umanità.

Ricostruire il tessuto sociale

La prima sfida consiste nell’affrontare di petto le questioni che la pandemia ha messo in luce e ricucire il tessuto sociale affinché possa sostenere la vita delle persone negli anni e nei decenni a venire.
Sebbene il Covid-19 abbia colpito tutti i settori e gli ambiti della società, il grado dell’impatto è stato diverso a seconda delle condizioni in cui si trovavano le persone. Coloro che erano già in una posizione vulnerabile hanno visto la situazione diventare ancora più disperata; le difficoltà che hanno affrontato sono ben maggiori di quanto qualsiasi essere umano possa sopportare da solo, e ciò purtroppo vale anche per chi in precedenza era riuscito a raggiungere un tenore di vita relativamente stabile.
L’intensità dell’impatto subìto dalle persone dipende da vari fattori. Possono contare su qualcuno nelle immediate vicinanze che le aiuti quando si ammalano? Sono in grado di procurarsi gli strumenti per continuare a lavorare anche quando vengono messe in atto misure restrittive per contenere il contagio? Hanno la capacità di reagire a rapidi e drastici cambiamenti nel loro ambiente di vita?
Benché sia urgente ricostruire il più rapidamente possibile la vita sociale, concentrarsi unicamente su dati statistici come il numero dei contagi e gli indici economici può generare zone di “cecità etica”, con la conseguenza di lasciare indietro un gran numero di persone. Questa mancanza di sensibilità può aggravare ulteriormente le disparità, unendo al maggior peso dell’impatto il rallentamento della ripresa.
La pandemia di Covid-19 ha colpito l’intera umanità: ciò significa che, a differenza delle calamità i cui effetti negativi sono contenuti e concentrati dal punto di vista geografico, in questo caso le persone che hanno bisogno di assistenza non sono raccolte in un unico spazio riconoscibile, come un centro di evacuazione. C’è il rischio che, oltre a questa nuova e quasi istintiva presa di coscienza dei nostri contatti e interazioni, acquisita attraverso gli sforzi per prevenire la diffusione dei contagi, la necessità di proteggerci abbia prodotto una sorta di “lockdown di consapevolezza” che renderà più difficile impegnarsi in iniziative che vadano al di là del nostro ambiente più prossimo.
Nell’esaminare i modi per eliminare queste disparità relative all’impatto e alla ripresa, desidero fare riferimento a una conferenza tenuta dal Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nel luglio 2020, circa quattro mesi dopo la dichiarazione di pandemia globale da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). In un intervento in occasione dell’anniversario della nascita del presidente sudafricano Nelson Mandela (1918-2013), che dedicò la vita alla causa dei diritti umani e della giustizia sociale, il Segretario generale concentrò la sua analisi non sui pericoli e le minacce poste dalla pandemia, bensì sulle persone che ne sono colpite. Fece notare che il virus è maggiormente rischioso per quelle più emarginate, più indigenti, per le persone anziane e quelle affette da disabilità o da altre circostanze preesistenti.2
Paragonando il Covid-19 a «una radiografia che rivela le fratture nel fragile scheletro delle società che abbiamo costruito», auspicò lo sviluppo di un nuovo contratto sociale per una nuova era

3

 citando le parole che il presidente Mandela aveva rivolto al popolo sudafricano come chiave per realizzare quella visione: «Una delle sfide del nostro tempo […] è ristabilire nella coscienza del nostro popolo quel senso di solidarietà umana, quell’essere nel mondo gli uni per gli altri, a beneficio degli altri e grazie agli altri».4 Ho avuto il privilegio di incontrare il presidente Mandela in due occasioni e queste parole mi riportano alla mente il suo volto, che emanava un calore primaverile.
Nella mia Proposta del 2015 (vedi BS, 170, n.d.r.) ho analizzato i limiti della teoria del contratto sociale (vedi box a p. 6), che esercita ancora un’influenza profonda sul pensiero politico moderno. Mi riferivo a certi suoi aspetti problematici evidenziati dalla filosofa e politologa americana Martha Nussbaum.
La teoria del contratto sociale origina dalle idee di filosofi come Thomas Hobbes (1588-1679) e John Locke (1632-1704). Nel suo libro Le nuove frontiere della giustizia, Nussbaum osserva: «I teorici classici presumevano tutti che i contraenti fossero uomini, con capacità pressoché uguali e in grado di produrre attività economica».

5

 Di conseguenza, mentre veniva dato ampio risalto all’idea del vantaggio reciproco, in realtà non solo venivano escluse le donne, i bambini e gli anziani, ma si facevano anche ben pochi progressi nell’inclusione in seno alla vita sociale di altre categorie, come le persone con disabilità. È davvero deplorevole che, anche nella crisi del Covid-19, questo modo di pensare così radicato continui a esercitare una forte influenza.
Negli ambiti decisionali istituiti per rispondere alla pandemia, la partecipazione delle donne è stata limitata e si è criticato il fatto che molte delle misure siano state elaborate senza tener conto delle questioni di genere. Raramente gli interessi dei bambini hanno ricevuto l’attenzione che meritano, e il Covid-19 ha causato gravi perdite di opportunità educative proprio quando molti di loro venivano privati di sostegno a causa della disoccupazione, della malattia, della morte dei genitori o delle figure di accudimento o di altri familiari.
Le risposte all’emergenza non hanno certo dato la priorità ai bisogni degli anziani e degli infermi, molti dei quali non hanno potuto usufruire dei servizi essenziali o sono stati costretti a vivere in isolamento per lunghi periodi. Anche in condizioni non emergenziali le persone con disabilità hanno difficoltà ad accedere all’assistenza medica e alle informazioni necessarie; questi e altri aspetti della loro vita sono diventati ancora più problematici durante la pandemia.
È essenziale migliorare le condizioni di tutte queste categorie di persone vulnerabili, con un occhio attento a ciascun individuo. Ora che ci troviamo ad affrontare direttamente queste realtà è giunto il momento di liberarci dell’idea classica di vantaggio reciproco.

La teoria del contratto sociale Un contratto sociale è un accordo reale o ipotetico tra cittadini, o fra governante e governati, che stabilisce regole morali e politiche per una certa società. Agli individui viene garantita tutela, sicurezza ed eguali diritti, a condizione che tutti siano d’accordo a cedere alcune libertà a un’autorità sovrana o centrale. Sebbene i primi sostenitori di questa teoria avessero visioni differenti della natura umana, generalmente concordavano sul fatto che senza una qualche forma di contratto sociale sarebbero inevitabilmente sorti conflitti fra le persone. I teorici del contratto sociale – tra i maggiori dell’età moderna i filosofi inglesi Thomas Hobbes e John Locke e il pensatore svizzero Jean Jacques Rousseau – dimostrarono l’utilità di stipulare un tale contratto per vantaggio reciproco e rinunciare volontariamente ad alcune libertà individuali. Sostennero cioè che i propri diritti si acquisiscono nel momento in cui si accetta l’obbligo di proteggere i diritti degli altri.

Nel considerare questo cambio di paradigma, penso sia opportuno prestare attenzione alle parole che pronunciò il Segretario generale Guterres nel giugno scorso, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato: «Guariamo insieme quando riceviamo tutti le cure di cui abbiamo bisogno».

6


Attualmente oltre 82,4 milioni di persone nel mondo sono state costrette ad abbandonare le proprie case, e persino il loro paese, per sfuggire ai pericoli interconnessi di conflitti, persecuzioni e cambiamenti climatici,7 e ora sono escluse dai sistemi di assistenza sociale dei paesi ospitanti. Il Segretario generale è stato per molti anni Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati: assume pertanto particolare pregnanza il suo appello a favore dei rifugiati e degli sfollati interni, le cui condizioni già precarie si sono ulteriormente deteriorate a causa del Covid-19. Non posso non avvertire un’affinità con il modo di vivere alla base degli ideali della Sgi, l’impegno a realizzare la felicità e la dignità propria e degli altri.
Il Sutra di Vimalakirti, un testo del Buddismo mahayana, contiene un episodio in sintonia con questa visione del mondo e questa sensibilità nei confronti della vita.
Vimalakirti era un discepolo di Shakyamuni (il Budda storico) molto rispettato per il modo in cui interagiva con persone di diverse condizioni di vita senza curarsi delle differenze o mantenere le distanze. Un giorno si ammalò, e quando Shakyamuni apprese la notizia mandò a fargli visita un folto gruppo di seguaci guidati da Manjushri, uno dei suoi discepoli più stretti. Dopo avergli espresso la preoccupazione di Shakyamuni e i suoi auguri per la guarigione, Manjushri chiese a Vimalakirti come e da quanto tempo si fosse ammalato, e cosa avrebbe potuto curarlo. Vimalakirti rispose: «Poiché tutti gli esseri viventi sono malati, io sono malato» e poi utilizzò la seguente analogia per esprimere appieno ciò che intendeva: «È come il caso di un uomo ricco che ha un unico figlio: se il bambino si ammala anche il padre e la madre si ammaleranno, ma se la malattia del bambino viene curata, anche il padre e la madre guariranno». Poiché aveva scelto di vivere da bodhisattva – spiegò – i suoi sentimenti per le altre persone erano come quelli di un genitore. Così, «se gli esseri viventi sono malati, anche il bodhisattva lo sarà, ma se gli esseri viventi sono curati, anche il bodhisattva guarirà».

8


In realtà Vimalakirti non era afflitto da nessuna patologia specifica, ma la sua empatia, il suo sentimento di dolore condiviso, che non poteva placarsi fin quando anche il dolore degli altri non fosse stato alleviato, si manifestava sotto forma di malattia. Vimalakirti non percepiva come un fardello la condivisione della sofferenza delle persone, ma la considerava prova del fatto che stava vivendo secondo il suo io autentico; era in sintonia con la verità essenziale secondo cui la propria sicurezza non può essere realizzata separatamente dalle condizioni di privazione in cui versano gli altri.
Se consideriamo la crisi del Covid-19 da questa prospettiva buddista, sorge naturalmente la domanda di cosa significhi vivere felici e in buona salute in un momento in cui così tante persone in tutto il mondo sono gravemente colpite dalla malattia e dagli effetti che la accompagnano.
A tale proposito mi sovvengono le parole che l’economista John Kenneth Galbraith (1908-2006) mi disse nel corso di un nostro dialogo. Il noto studioso visse in prima persona numerose crisi globali come la grande depressione, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda. Testimone diretto delle ferite che si ripetevano nella vita delle persone, ne fu talmente colpito da arrivare a mettere in discussione non solo l’ordine economico, ma l’organizzazione stessa della società.
Quando gli chiesi che forma avremmo dovuto dare al mondo del ventunesimo secolo, rispose che avremmo dovuto ambire a creare «un secolo in cui le persone potessero dire: “Mi piace vivere in questo mondo”».

9

 Discutemmo anche della visione buddista del mondo, espressa nella frase «e là gli esseri viventi sono felici e a proprio agio» (SDLPE, 318) contenuta nel Sutra del Loto, secondo cui nasciamo in questa vita per assaporare la gioia. Il nostro dialogo si svolse nel 2003, e negli anni successivi la mia consapevolezza della verità contenuta in quelle parole non fece che aumentare. Adesso più che mai occorre costruire una società in cui le persone possano affrontare e superare insieme anche le difficoltà più gravi, condividendo il senso della gioia di vivere.
Sono passati sette anni dall’adozione da parte dell’Onu degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg), da realizzare entro il 2030. I progressi nella loro attuazione sono stati drasticamente ostacolati dalla pandemia e, per riavviarne e accelerarne il processo, ritengo necessario rafforzare lo spirito che ne è alla base, aggiungendovi l’ideale della costruzione di una società in cui ogni persona possa assaporare la gioia di essere viva.
Subito dopo un disastro, lo spirito di non lasciare indietro nessuno tende a diffondersi spontaneamente. Tuttavia, man mano che il processo di ricostruzione prosegue, spesso nella coscienza delle persone questo sentimento si affievolisce. Inoltre, maggiore è la portata del problema, come nel caso della pandemia o del cambiamento climatico, maggiore è il rischio di rimanere concentrati unicamente sul problema in sé per cui, pur sapendo che è importante non lasciare indietro nessuno, il nostro impegno in tal senso tende a indebolirsi nel tempo.
Perciò dovremmo fare di tutto per assicurarci che nelle immediate vicinanze di chi è esposto ai rischi maggiori ci siano persone alle quali possa chiedere aiuto. Qui desidero tornare al discorso di Makiguchi che citavo prima, nel quale egli parlò dell’importanza di mantenere una visione nitida ed equilibrata della realtà.
Makiguchi sottolineava che, mentre tradizionalmente si presume che non può definirsi come un atto di “grande bene” qualcosa che non produca un impatto significativo su scala nazionale, in realtà ciò che conta non sono le dimensioni o la portata delle proprie azioni.
Se si potesse salvare la vita di qualcuno dandogli un bicchiere d’acqua, non sarebbe forse qualcosa che nessuna somma di denaro può comprare? In questo esempio possiamo avvertire la convinzione di Makiguchi che il «valore non risiede nelle cose, ma nelle relazioni».

10


Non esiste una soluzione a “taglia unica” per la vasta e variegata gamma di problemi che le persone devono affrontare. In questo senso la domanda cruciale che dobbiamo porci è come ciascuno e ciascuna di noi possa diventare una mano tesa verso chi si trova in difficoltà e rafforzare le relazioni in cui condividere la gioia reciproca di aver superato un’esperienza dolorosa. Nel Sutra del Loto, l’insegnamento nel quale è esposta l’essenza del Buddismo, troviamo queste analogie: «Come un fuoco per chi ha freddo, […] una barca per attraversare l’acqua, […] una lampada nell’oscurità» (SDLPE, 392).
Pensiamo al sollievo e persino alla gioia che prova una persona quando viene aiutata a raggiugere un porto sicuro dopo essere stata travolta dalle tempeste della vita e aver ceduto alla disperazione. Dobbiamo mirare a costruire una società in cui tali sentimenti – il senso palpabile che è davvero bello vivere – possano essere condivisi da tutti.

Una coscienza globale di solidarietà

La seconda sfida che desidero prendere in considerazione consiste nella realizzazione di una coscienza di solidarietà che si estenda al mondo intero.
Si è detto che il senso condiviso di crisi che ha caratterizzato la reazione alla pandemia all’interno dei singoli paesi non ha precedenti. Per contro, la portata della cooperazione internazionale è stata inadeguata ed è ancora evidente la disparità nell’accesso ai vaccini a livello globale. Mentre molti paesi stanno effettuando vaccinazioni di richiamo, alla fine dell’anno scorso solo la metà dei 194 Stati membri dell’Oms aveva vaccinato completamente il 40 per cento o più della propria popolazione.Tedros A. Ghebreyesus, “Who Director-General’s Opening Remarks at the Media Briefing on Covid-19 – 22 December 2021” (Discorso di apertura del direttore generale dell’Oms al briefing per i media sul Covid-19 del 22 dicembre 2021), https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing-on-covid-19---22-december-2021 (ultimo accesso 26 gennaio 2022). In Africa persistono notevoli difficoltà di reperimento dei vaccini, e solo l’8 per cento della popolazione è stata completamente vaccinata.Tedros A. Ghebreyesus, “Who Director-General’s Opening Remarks Global Health Landscape Symposium – 9 December 2021” (Discorso di apertura del direttore generale dell’Oms al Convegno sul panorama della salute globale del 9 dicembre 2021), https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-global-health-landscape-symposium---9-december-2021 (ultimo accesso 26 gennaio 2022). È essenziale colmare quanto prima le lacune nella cooperazione internazionale che hanno lasciato molti paesi ancora in attesa di un accesso ai vaccini.
Ritengo che alcune parole del fisico Albert Einstein (1879-1955) esprimano il pensiero di molte persone di coscienza di fronte alle circostanze presenti. Nel 1947, mentre si intensificavano le tensioni della guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica dopo la fine della seconda guerra mondiale, Einstein invitò il mondo a rifiutare le divisioni e ad avanzare sulla strada della solidarietà: «Sarebbe diverso, per esempio, se un’epidemia di peste bubbonica stesse minacciando il mondo intero. In tal caso verrebbero radunate persone esperte e coscienziose per elaborare un piano intelligente per combatterla. Dopo aver raggiunto un accordo sui giusti modi e mezzi, queste sottoporrebbero il loro piano ai vari governi, che difficilmente solleverebbero grandi obiezioni, bensì concorderebbero rapidamente sulle misure da adottare. Di certo non penserebbero di gestire la questione in modo che il proprio paese sia risparmiato mentre quello vicino viene decimato».

12


Oggi un piano intelligente, con modi e mezzi appropriati, è stato elaborato e concretizzato nell’Access to Covid-19 Tools (Act), una risposta coordinata a livello internazionale lanciata nell’aprile 2020, solo un mese dopo la dichiarazione di pandemia di Covid-19 da parte dell’Oms. All’interno di questo piano la piattaforma Covax (Covid-19 Vaccines Global Access) ha lo scopo di garantire ai paesi a basso e medio reddito un accesso equo ai vaccini.
Sebbene da allora siano state fornite più di un miliardo di dosi di vaccino in 144 paesi e territori,13 questa cifra è ben al di sotto dei 2 miliardi di dosi originariamente previste da Covax, una carenza che deriva dai ritardi nei finanziamenti alla cooperazione e della competizione per le forniture. È fondamentale rafforzare rapidamente il supporto all’iniziativa Covax.
Al summit del G20 che si è tenuto a Roma nell’ottobre scorso è stato raggiunto un accordo per accelerare il flusso di vaccini e forniture mediche verso i paesi in via di sviluppo. Come sottolineato nel rapporto del G20 High Level Independent Panel on Financing the Global Commons for Pandemic Preparedness and Response (Hlip), a livello globale non mancano la capacità e le risorse necessarie a ridurre il rischio rappresentato dalla pandemia, né le conoscenze scientifiche e le fonti di finanziamento per organizzare una risposta efficace al Covid-19.14 Poiché nelle attività collegate a Covax e nelle opinioni del G20 appaiono evidenti il piano intelligente, i modi e mezzi giusti che immaginava Einstein, l’ultimo elemento che manca per superare questa crisi è quel tipo di solidarietà globale in base alla quale i paesi cercano di proteggere dal pericolo non solo se stessi ma anche tutti gli altri.
L’istituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nasce dalle discussioni svoltesi durante la Conferenza di San Francisco, nella quale i rappresentanti dei governi si incontrarono fra l’aprile e il giugno 1945 per accordarsi sulla Carta delle Nazioni Unite. La salute pubblica non era originariamente all’ordine del giorno, ma poi la questione venne ritenuta importante e fu inclusa sia nell’articolo 55, come una delle aree in cui si sarebbe promossa la cooperazione internazionale, sia nell’articolo 57, dove viene identificata come un settore in cui istituire un’apposita agenzia Onu.15
Alla conferenza per la fondazione dell’Oms, che si tenne l’anno successivo, furono invitati come osservatori i governi di tutti i paesi, compresi quelli che avevano fatto parte dell’Asse Giappone-Germania-Italia, ritenendo che coinvolgere tutti gli Stati, indipendentemente dalle alleanze della seconda guerra mondiale, sarebbe stata la scelta migliore per gli interessi dell’agenzia. È da notare che, nel processo di formazione dell’Oms, fu stabilita anche una procedura per consentire ai molti territori ancora sotto il dominio coloniale, che non avevano acquisito l’indipendenza, di essere ammessi nell’agenzia sotto la categoria separata di membri associati.

16

La Soka Kyoiku Gakkai La Soka Kyoiku Gakkai (Società educativa per la creazione di valore) fu fondata da Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda nel 1930. Si trattava inizialmente di un piccolo gruppo di educatori impegnati in una riforma pedagogica, ma gradualmente divenne un’organizzazione più ampia che promuoveva il Buddismo di Nichiren come mezzo per riformare non solo l’educazione ma anche la società nel suo complesso. Il gruppo entrò in conflitto con il governo militarista dell’epoca, che considerava l’educazione come uno strumento per formare individui al servizio della nazione e aveva imposto l’ideologia dello Shintoismo di Stato per giustificare l’entrata in guerra. Tra la fine degli anni ‘30 e durante la seconda guerra mondiale i membri della Soka Kyoiku Gakkai furono sottoposti a una crescente sorveglianza e a persecuzioni da parte della polizia, e l’organizzazione fu di fatto smantellata. Nel 1943 Makiguchi e Toda vennero arrestati per “crimini ideologici”: Makiguchi morì in carcere nel 1944 mentre Toda fu scarcerato nel 1945 e ricostruì l’organizzazione, che divenne l’odierna Soka Gakkai.

Si decise inoltre che nel nome della nuova agenzia sarebbe stata utilizzata la parola “mondo”, e non “Nazioni Unite”, per evitare che la sua portata fosse circoscritta agli Stati membri dell’Onu. L’Organizzazione mondiale della sanità fu varata ufficialmente nell’aprile del 1948.
Nel marzo 1993 ebbi l’opportunità di visitare la sede della storica Conferenza di San Francisco e di tenervi un discorso. In quell’occasione evidenziai l’impegno della Sgi per sostenere l’Onu e le convinzioni espresse dal mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-1958), su cui tale impegno si basa.
Poco dopo la stesura finale della Carta delle Nazioni Unite Toda uscì dal carcere, dopo due anni di reclusione per mano delle autorità militariste giapponesi, e si accinse a ricostruire la Soka Gakkai come un nuovo movimento popolare a sostegno dell’umanesimo. Gli ideali del mio maestro avevano profondi parallelismi con quelli della Carta dell’Onu, poiché nascevano dal suo ardente desiderio di effettuare una trasformazione radicale nella storia umana interrompendo il ciclo apparentemente infinito di violenza e guerra. Infusa di tale spirito, la Soka Gakkai ha continuato a espandere la sua rete globale di persone comuni risvegliate a una filosofia di pace e rispetto per la dignità della vita.
Conclusi il mio discorso di San Francisco osservando che Toda ci aveva lasciato in eredità il compito di sostenere l’Onu – la cristallizzazione della migliore saggezza del ventesimo secolo – un’istituzione da proteggere e coltivare come una fortezza di speranza per il secolo a venire.
Riflettendo sulle lezioni della sua esperienza durante la guerra, Toda desiderava sinceramente apportare una trasformazione non solo nell’evoluzione di una singola nazione, ma del mondo intero. Espose questa visione settant’anni fa, nel febbraio 1952, sintetizzandola nell’espressione chikyu minzokushugi, che si può tradurre come “nazionalismo globale” e corrisponde a quella che oggi chiameremmo “cittadinanza globale”.

Cfr. Josei Toda, Toda Josei Zenshu (Opere complete di Josei Toda), Seikyo Shimbunsha, Tokyo, 1981-90, vol. 3, p. 460.


In un periodo di crescenti tensioni globali, come la guerra di Corea e altri conflitti, Toda presentò questa prospettiva come mezzo per consentire all’umanità di liberarsi dai cicli tragici della storia, volendo trasmettere la convinzione che nessun popolo di nessun paese dovesse essere costretto a soffrire ma che tutti gli abitanti del pianeta dovessero poter godere insieme di gioia e prosperità.

Chikyu minzokushugi, l’ideale di Josei Toda Il termine chikyu minzokushugi si può tradurre letteralmente con “nazionalismo globale” ed esprime la fede nell’esistenza di un’unità profonda che sottende le relazioni tra tutti i popoli del mondo. Fu impiegato per la prima volta dal secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda in una riunione del Gruppo giovani della Soka Gakkai nel 1952. Il termine corrisponde a quella che oggi si definisce “cittadinanza globale”. La forte determinazione di Toda nel considerare la felicità delle persone come il principio più importante in ogni epoca lo portò a formulare tale ideale. Alla luce della sua esperienza delle tragedie provocate dall’ultranazionalismo giapponese, Toda cercava di liberare le persone dalle catene di un’ottica così ristretta e permettere loro di superare la visione limitata a un solo Stato o un solo popolo. Aspirava a trasmettere la consapevolezza che l’umanità è una e condivide un destino comune, e riteneva che solo quando le persone avessero compreso questo ideale, e si fossero assunte una piena responsabilità in quanto appartenenti a un’unica comunità umana, sarebbero cessate le guerre fra gli Stati e fra i popoli e si sarebbe costruita una società globale pacifica.

Oggi, durante questa prolungata pandemia, riflettendo sulla storia della nascita dell’Oms mi colpisce quanto l’ideale di Toda fosse simile allo spirito di fondazione dell’agenzia, espresso nell’uso della parola “mondo” nel suo nome.
L’importanza della solidarietà globale nel mondo di oggi è sancita in maniera inequivocabile dalla Dichiarazione politica su un equo accesso globale ai vaccini contro il Covid-19, adottata l’anno scorso dall’Assemblea generale dell’Onu e approvata da 181 Stati membri: «Noi ci impegniamo per la solidarietà e per l’intensificazione della cooperazione internazionale, dando uguale importanza ai bisogni di tutti gli esseri umani, e specialmente delle persone in condizioni vulnerabili, affinché siano protetti dal Coronavirus, indipendentemente dalla nazionalità o dalla posizione geografica e senza alcun tipo di discriminazione».17
Le misure di contenimento della pandemia devono concentrarsi sul lavoro comune dei governi per superare insieme tale minaccia piuttosto che sulla preoccupazione di come ogni singolo Stato possa sfuggire alla crisi.
Nella mia Proposta dell’anno scorso scrissi che quando l’attenzione è rivolta ai dati negativi relativi all’aumento dei contagi, l’angusta preoccupazione di difendere il proprio paese può prendere il sopravvento sulla solidarietà con gli altri. È importante invece mantenere uno sguardo ampio, positivo, sul numero di vite che possiamo salvare lavorando insieme; ritengo che se tutti i paesi adotteranno tale prospettiva si aprirà una strada verso la soluzione.
Negli insegnamenti buddisti si legge: «Quando si accende una torcia per qualcuno di notte si fa luce non solo a quella persona, ma anche a se stessi. Così, quando si ravviva la carnagione degli altri si ravviva anche la propria, quando si dà loro forza se ne dà anche a se stessi, quando si prolunga la loro vita si prolunga anche la propria» (I vestiti e il cibo, RSND, 2, 1002).
Questo circolo virtuoso generato dalla preoccupazione per sé e per gli altri, insieme alla crescita del numero di paesi impegnati nelle attività di cooperazione e assistenza, contribuirà a dissolvere l’oscurità sempre più incombente. È questa la strada per la creazione di una coscienza di solidarietà globale. Ciò che serve è proprio lo spirito condiviso ed espresso chiaramente nelle parole della Dichiarazione politica sopra citata: proteggere egualmente la vita di tutte le persone, «indipendentemente dalla nazionalità o dalla posizione geografica e senza alcun tipo di discriminazione».
I testi buddisti affermano inoltre che quando si tratta di salvare la vita di una persona non si dovrebbero mai fare distinzioni.
Questo concetto è esemplificato dalla dedizione di Jivaka, un medico che visse nel regno di Magadha nell’antica India al tempo di Shakyamuni. In gioventù, avendo saputo che nel regno di Taxila c’era un medico eccezionale, Jivaka vi si recò per imparare da lui e studiò tutto ciò che poteva sull’arte della medicina. Al suo ritorno mise a frutto le conoscenze acquisite salvando molte vite. Dopo aver guarito il suo re da una malattia, Jivaka divenne così ricercato che gli fu ordinato di non viaggiare più per curare gli altri, ma di rimanere vicino al sovrano e fornire le sue cure solo a pochi eletti. Nonostante ciò, quando veniva a sapere che in città qualcuno era malato, Jivaka chiedeva al re il permesso di curarlo. Quando un bambino del regno di Kaushambi si ammalò, si dice che Jivaka accorse al suo capezzale per operarlo; e quando un certo re che aveva guarito dal mal di testa lo implorò di rimanere con lui, promettendogli enormi compensi, Jivaka declinò l’offerta, continuando a guarire innumerevoli persone e guadagnandosi così un grande rispetto.

18


Così Jivaka, dopo aver studiato medicina in un solo regno, si dedicò a curare le persone di diverse città, villaggi e persino regni, senza mai limitare i suoi servigi a individui selezionati. Jivaka in sanscrito significa “vita” ed egli, fedele al suo nome, salvava la vita delle persone senza discriminare e incurante del paese e del luogo in cui vivevano. Nichiren (1222-1282), che espose e diffuse il Buddismo nel Giappone del tredicesimo secolo e i cui insegnamenti ispirano la pratica dei membri della Sgi, celebrò Jivaka con l’appellativo di “tesoro dei suoi tempi” (cfr. La buona medicina per tutti i mali, RSND, 1, 833).
Il nostro apprezzamento per tutto il personale medico e sanitario impegnato ogni giorno, con assoluta dedizione, nel corso di questa pandemia è immenso. Dobbiamo sostenere con tutto il cuore questi “tesori dei nostri tempi” e allo stesso tempo rafforzare la cooperazione globale per una sicurezza sanitaria basata sullo spirito di garantire uguale protezione a tutti, indipendentemente dalla nazionalità o dalla posizione geografica e senza alcun tipo di discriminazione.
Nella mia Proposta dell’anno scorso chiesi che fossero adottate linee guida internazionali che non servissero solo per coordinare la risposta al Covid-19, ma fossero valide anche in caso di future epidemie.
Il mese scorso (dicembre 2021, n.d.r.), in una sessione speciale dell’Assemblea mondiale della sanità, è stata adottata all’unanimità una risoluzione che istituisce un organo negoziale intergovernativo, aperto a tutti gli Stati membri e ai membri associati, per la formulazione di regole internazionali sulla preparazione alle pandemie.19 Basandosi sulle lezioni apprese nella pandemia di Covid-19, l’Assemblea ha convenuto di iniziare a elaborare un linguaggio in vista di un trattato, o uno strumento analogo, riguardo a misure come l’accesso equo ai vaccini e alla condivisione delle informazioni. La prima riunione di questo organo negoziale si terrà il primo marzo di quest’anno.
Molti esperti hanno sottolineato che la questione non consiste nel chiedersi se si verificherà un’altra pandemia, ma quando si verificherà. Alla luce di questa realtà esorto vivamente a elaborare al più presto tale insieme di regole internazionali, seguìto da misure volte a garantirne l’adozione e l’attuazione.
Il Covid-19 ha mostrato che un pericolo che colpisce una parte del mondo ben presto diventa una minaccia diffusa ovunque. Questa è la realtà del mondo in cui viviamo oggi. Nell’agenda condivisa per una iniziativa globale, i leader presenti al summit del G7 dello scorso giugno in Gran Bretagna hanno sottolineato che, in un mondo interconnesso, i rischi per la salute umana non rispettano i confini e hanno concordato che uno dei loro particolari ruoli e responsabilità è «migliorare la velocità di risposta elaborando protocolli globali che generino azioni collettive in caso di una futura pandemia».20 In base a questa agenda condivisa, i paesi del G7 dovrebbero guidare le iniziative per negoziare un trattato pandemico che stabilisca protocolli internazionali per rispondere alle pandemie future e sviluppare strutture di cooperazione internazionale che fungano da base per un simile trattato.
In passato ho suggerito che il gruppo del G7 si allargasse, includendo la Russia, l’India e la Cina, per diventare una sorta di “summit di Stati responsabili”, riferendomi non ai loro obblighi in quanto potenze mondiali, ma piuttosto al loro impegno di rispondere in modo solidale alle preoccupazioni e alle aspirazioni dei popoli del mondo che cercano modi per superare le crisi comuni a tutta l’umanità.
Se l’approccio primario alle crisi è la “gestione del rischio”, i paesi adotteranno una prospettiva angusta, limitandosi a preoccuparsi unicamente dell’impatto che subiscono direttamente. Ma ciò di cui il mondo ha più bisogno è che i governi lavorino insieme per sviluppare quel tipo di resilienza che ci permetta di unirci per superare le gravi difficoltà che tutti dobbiamo affrontare.
Inoltre tale spirito di solidarietà fornirà l’energia trainante e la base per affrontare l’intera gamma delle problematiche mondiali, compresa la crisi climatica. Sono certo che, radicando le nostre azioni su questo spirito di solidarietà e progredendo nella costruzione di una società globale in grado di non essere sconfitta da alcun tipo di minaccia, lasceremo qualcosa di immenso valore alle generazioni future.

Per un’economia che offra speranza e dignità 

La terza sfida consiste nel costruire un’economia che infonda speranza nei giovani e consenta alle donne di risplendere di dignità.
Si calcola che a causa del Covid-19 e dei suoi effetti devastanti sull’economia globale siano andati perduti circa 255 milioni di posti di lavoro,21 con un impatto particolarmente preoccupante sui giovani. Le ultime stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) indicano che l’occupazione fra i giovani a livello mondiale è calata soprattutto per quelli che hanno più di 25 anni

22

 e che il tasso di impiego giovanile nei paesi del G20 è diminuito dell’11 per cento.23
Le recenti tendenze fanno supporre che i giovani che hanno trovato un impiego durante la crisi hanno maggiore probabilità di soffrire di stress e ansia per gli improvvisi cambiamenti sul posto di lavoro dovuti al Covid-19. Sempre più giovani hanno iniziato a lavorare in remoto o in ambienti diversi dal tradizionale ambito lavorativo e si trovano isolati, senza nessuno vicino su cui contare. La pandemia ha determinato maggiori difficoltà finanziarie per molte famiglie e anche i giovani si ritrovano ulteriormente gravati dal debito studentesco (il rimborso del cosiddetto prestito d’onore, che viene erogato in vari paesi agli studenti all’inizio degli studi e deve poi essere restituito, n.d.r.) o impossibilitati a trovare opportunità di sviluppare le capacità necessarie a intraprendere la carriera che desiderano. Inoltre, secondo alcuni studi, sempre più studenti considerano drammatiche le proprie prospettive di carriera, con il 40 per cento che esprime incertezza e il 14 per cento che nutre una vera e propria paura riguardo a ciò che riserverà il futuro.24
La ripresa economica è un’esigenza urgente, ma se non riusciamo ad alleviare il senso di paura e incertezza percepito da così tanti giovani e ad accendere in loro una scintilla di speranza, non solo le prospettive economiche, ma anche quelle di un sano sviluppo sociale saranno davvero scarse.
A questo proposito vorrei fare riferimento alle osservazioni di Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo del Massachusetts Institute of Technology, che hanno ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 2019 insieme a Michael Kremer dell’Università di Harvard.
Nel loro libro Good Economics for Hard Times (Una buona economia per tempi difficili) riflettono sul reale significato di indici come il Prodotto interno lordo (Pil): «La chiave in ultima analisi è non perdere di vista il fatto che il Pil è un mezzo e non un fine».

25


Essi sostengono che concentrarsi unicamente sul reddito è una “lente deformante” che ha spesso portato a cattive decisioni politiche, mentre «ridare alla dignità umana la centralità che le spetta […] innesca un profondo ripensamento delle priorità economiche e dei modi in cui la società si prende cura dei propri membri, in particolare quando si trovano in condizioni di bisogno».

26

 Il libro è stato pubblicato l’anno precedente allo scoppio della pandemia, ma credo che il tema della costruzione di un’economia che sostenga la dignità umana sia più rilevante che mai.
L’importanza di avere un lavoro non è di certo sopravvalutata se si guarda alle priorità economiche con occhio lucido ed equilibrato rispetto alla loro capacità di promuovere la dignità umana, un tema fortemente sottolineato da Banerjee e Duflo.
Nel libro si ricorda di quando Banerjee, nel corso della sua collaborazione con un Panel Onu di persone eminenti per la redazione degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, incontrò un membro di una Organizzazione non governativa (Ong) internazionale e fu ispirato dalla sua attività. In seguito, insieme a Duflo partecipò a una delle riunioni dell’Organizzazione mirate a trovare opportunità di lavoro a chi versava in condizioni di povertà. A quell’incontro erano presenti, fra gli altri, un’infermiera che a seguito di un incidente era affetta da una grave disabilità e non aveva potuto lavorare per diversi anni, una persona che era stata colpita da una forte depressione e un uomo che aveva perso la custodia del figlio a causa di comportamenti legati al Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (Adhd).

27


Le attività di questa Ong fornirono ai due professori numerosi spunti di riflessione sulle politiche sociali, tra cui il fatto che «il lavoro non è necessariamente ciò che segue dopo che tutti gli altri problemi sono stati risolti e le persone sono “pronte”, ma è parte del processo stesso di guarigione».

28

 Raccontano di come quel padre che avevano incontrato riuscì a ottenere nuovamente la custodia del figlio dopo aver trovato un impiego, stimolato dal fatto che il figlio fosse fiero di lui perché ora stava lavorando. In questo modo un cambiamento nella situazione di quell’uomo produsse ondate di felicità in tutta la famiglia. Uno degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile è la realizzazione di un lavoro dignitoso per tutti, comprese le persone con disabilità, e l’esempio di questa famiglia rappresenta esattamente il tipo di cambiamento auspicabile che gli Sdg dovrebbero promuovere.
Nella mia Proposta del 2012, il periodo in cui Banerjee lavorava al Panel Onu di persone eminenti, sottolineai che l’impegno per realizzare gli Sdg deve puntare non solo al raggiungimento degli obiettivi, ma anche a far tornare il sorriso sul volto delle persone che vivono nella disperazione. Questa è una priorità che non possiamo perdere di vista mentre ci impegniamo nella ripresa economica dalla pandemia.
A proposito della necessità di cambiare il modo in cui consideriamo le persone ignorate e trascurate dalla società, Banerjee e Duflo affermano: «Anche se possono avere molti problemi, non sono esse il problema. Hanno il diritto di essere viste per ciò che sono e non essere definite dalle difficoltà che le affliggono. In ripetute occasioni, nei nostri viaggi nei paesi in via di sviluppo, abbiamo constatato che la speranza è il carburante che fa andare avanti le persone».

29


Non potrei essere più d’accordo. Quando le persone potranno accedere a un lavoro o a un luogo di appartenenza che permetta loro di esprimere pienamente il proprio potenziale unico, si aprirà la strada per illuminare le nostre comunità e società con la luce della dignità.
Quest’anno l’Organizzazione internazionale del lavoro prevede di convocare un forum multilaterale per una ripresa centrata sull’essere umano. Propongo che esso diventi una piattaforma in cui i vari paesi possano condividere le loro migliori pratiche e le lezioni tratte dall’esperienza del Covid-19, dando priorità a iniziative tese a garantire un lavoro umano e dignitoso a tutte le persone e in particolare il miglioramento delle condizioni lavorative dei giovani.
Similmente, l’opera di ricostruzione dell’economia deve essere basata sul progresso della parità di genere e dell’empowerment delle donne.
La pandemia ha appesantito come mai prima il sistema sanitario. A livello globale il 70 per cento delle persone che lavorano in questo campo sono donne,

30

 e molte di loro sono state inoltre costrette a smettere di lavorare o a chiedere un’aspettativa per prendersi cura dei familiari o di persone care malate. A ciò si aggiunga che a perdere il lavoro sono state a livello generale per la maggior parte donne, e che l’impatto è stato particolarmente sentito dalle madri lavoratrici con figli piccoli.
La disparità di genere è da tempo un tema di importanza cruciale e la pandemia non ha fatto che esacerbarlo e intensificare la necessità di riforme radicali. A questo proposito un impulso importante si è avuto con il Forum Generazione Uguaglianza, organizzato da Un Women e da altri soggetti interessati in due occasioni lo scorso anno.
All’incontro che si è tenuto nel marzo 2021 in Messico hanno partecipato circa 10 mila persone provenienti da 85 paesi, compresi i partecipanti online, che hanno discusso sul modo migliore per accelerare le iniziative e i movimenti per promuovere la parità di genere.31 Il forum successivo, svoltosi in Francia in giugno e luglio, ha visto la presentazione di un Piano globale quinquennale di accelerazione per l’uguaglianza di genere.
Tale piano, oltre a stabilire cinque ambiti su cui è necessario intervenire con urgenza, come la violenza di genere o la tecnologia e innovazione per l’eguaglianza di genere, identifica la giustizia economica e i diritti come temi di massima priorità. A proposito della disparità di reddito fra uomini e donne, il piano prende in esame l’ipotesi di riforme economiche in una prospettiva di genere allo scopo di ridurre il numero delle donne che vivono in povertà. Pone anche un particolare accento sul miglioramento delle condizioni delle donne che lavorano nell’economia della cura.
In molti paesi il lavoro di cura, come assistere gli anziani o altri membri della famiglia, è spesso un compito non retribuito svolto principalmente dalle donne. Di fronte alle crescenti preoccupazioni riguardo a tali lavoratrici, che hanno subito maggiormente l’impatto della pandemia, il Piano globale di accelerazione per l’uguaglianza di genere esorta i paesi ad adottare riforme globali, con investimenti dal 3 al 10 per cento del reddito nazionale per aumentare le opportunità e migliorare le condizioni del lavoro di cura stipendiato.

32


Questo punto è stato sottolineato anche nel Feminist Plan varato da Un Women nel settembre scorso, in cui si chiedeva che il lavoro di cura fosse posto al centro di un’economia giusta e sostenibile.

33

 Come dimostrano alcuni studi, attualmente nel mondo un gran numero di persone necessita di qualche forma di cura per poter condurre la propria vita quotidiana, fra cui circa 1,9 miliardi di bambini di età inferiore ai 15 anni,Onu, “Secretary-General’s Policy Brief: Investing in Jobs and Social Protection for Poverty Eradication and a Sustainable Recovery” (Documento politico del Segretario generale: investire nell’occupazione e nella protezione sociale per sradicare la povertà e per una ripresa sostenibile), 28 settembre 2021, https://www.un.org/sites/un2.un.org/files/sg_policy_brief_on_jobs_and_social_protection_sept_2021.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 15. 1 miliardo di persone di età superiore ai 60 anniOms, “Ageing and Health”(Invecchiamento e salute), 4 ottobre 2021, https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/ageing-and-health (ultimo accesso 26 gennaio 2022). e 1,2 miliardi di persone con disabilità.WeThe15, “A Global Human Rights Movement for the 1.2 Billion Persons with Disabilities” (Un movimento globale per i diritti umani di 1,2 miliardi di persone con disabilità), 30 agosto 2021, https://www.wethe15.org/news/wethe15-a-global-human-rights-movement-for-the-12-billion-persons-with-disabilities (ultimo accesso 26 gennaio 2022).Gli investimenti pubblici nel lavoro di cura non ridurrebbero quindi soltanto il peso sostenuto dalle donne, ma avrebbero un’influenza di più vasta portata migliorando la vita di molti altri gruppi demografici fra cui i bambini, gli anziani e le persone con disabilità.
Non dimentichiamo poi il ruolo essenziale che il lavoro di cura svolge nell’offrire quell’esperienza indispensabile di felicità e dignità alle persone che lo ricevono. Una marea montante di crescita economica non sarà in grado di rialzare barche che hanno subìto gravi danni. Tuttavia sono certo che, se si migliora il lavoro di cura intervenendo direttamente sulla parità di genere e l’empowerment delle donne, possiamo costruire società in grado di sostenere la felicità e la dignità di tantissime persone.
Fedele allo spirito del Buddismo, una filosofia che attribuisce la massima importanza alla felicità e alla dignità di ogni essere umano, la Sgi ha compiuto sforzi tenaci per promuovere la parità di genere e l’empowerment delle donne.
Nel gennaio 2020, quando Un Women lanciò la campagna Generazione Uguaglianza, la Sgi e altre organizzazioni basate sulla fede tennero a New York il loro simposio annuale, organizzato in collaborazione con varie agenzie Onu, in cui discussero dei modi in cui le comunità di fede avrebbero potuto contribuire più efficacemente a promuovere l’uguaglianza di genere. Nel simposio successivo, del gennaio 2021, i partecipanti hanno sottolineato come il superamento delle disuguaglianze di genere, anche attraverso misure di politica economica, sarà essenziale per la ricostruzione e la ripresa dal Covid-19.
Attualmente la Sgi sta sostenendo l’empowerment delle donne nelle comunità povere del Togo attraverso iniziative per la riforestazione. Il progetto, avviato nel gennaio 2021 in collaborazione con l’Organizzazione internazionale per il legname tropicale, sostiene l’imboschimento e la protezione delle risorse forestali in zone che hanno subìto una grave perdita di aree verdi, aiutando nel contempo le donne ad acquisire mezzi di sostentamento e indipendenza economica. Si sta pianificando una seconda fase del progetto nella quale le partecipanti al programma visiteranno altre comunità per scambiare competenze, condividere esperienze e buone pratiche, e discutere dei problemi comuni.35
Anche nei tempi più critici e nelle circostanze più ostili gli esseri umani sono intrinsecamente capaci di lavorare insieme per creare valore e generare ondate di cambiamento in grado di trasformare un’epoca. Sono pienamente convinto che l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne costituiscano il fattore chiave per superare la crisi del Covid-19 e costruire un’economia e una società che sostengano la dignità umana.
La Carta della Sgi fu adottata nel novembre 1995. Nello stesso anno si svolse a Pechino la Quarta conferenza mondiale delle donne, che diede inizio agli sforzi per rendere l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne un tratto distintivo del nostro tempo. Basandoci sugli obiettivi e i princìpi della Carta della Sgi – fra cui l’impegno a «salvaguardare i diritti umani fondamentali e non discriminare nessun individuo per nessun motivo»36 – abbiamo continuato a lavorare per la risoluzione dei problemi globali.
Nel novembre scorso abbiamo adottato una nuova Carta aggiornata della Soka Gakkai. I suoi obiettivi e princìpi si articolano in dieci punti, all’interno dei quali si afferma che, in base allo spirito di tolleranza proprio del Buddismo, noi «rispettiamo le altre tradizioni religiose e filosofiche e ci impegniamo a dialogare e lavorare insieme a loro per la risoluzione dei problemi fondamentali che l’umanità ha di fronte». Nella Carta viene espresso anche l’impegno a «contribuire alla realizzazione dell’uguaglianza di genere e alla promozione dell’empowerment delle donne».37
Come movimento popolare buddista diffuso in 192 paesi e territori, è nostra determinazione costruire una rete sempre più vasta di fiducia e amicizia dando il nostro contributo come cittadini e cittadine alla realizzazione di un mondo di felicità e dignità per tutte le persone.

Superare la crisi climatica: un’iniziativa incentrata sull’ONU 

Desidero ora offrire alcune proposte concrete riguardo a tre aree chiave che richiedono soluzioni tempestive per il bene delle generazioni presenti e future.
La prima è il cambiamento climatico. Nonostante gli innumerevoli allarmi nel corso degli anni, la velocità del cambiamento climatico continua ad aumentare.

38

 Ogni anno che passa i danni causati da eventi meteorologici estremi si intensificano e si diffondono ulteriormente. La siccità e gli incendi sono diventati fenomeni frequenti in molte parti del mondo. Questi eventi, uniti all’aumento della temperatura delle acque marine e all’acidificazione degli oceani, hanno portato al deterioramento della capacità degli ecosistemi terrestri e oceanici di assorbire i gas serra.39
Vista la necessità di intervenire urgentemente per affrontare la situazione, in ottobre e novembre dello scorso anno si è tenuta a Glasgow la ventiseiesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico (Cop26). Sebbene sia stato necessario prolungarla di un giorno, vista la differenza di posizioni politiche che impediva il raggiungimento di un accordo, alla fine le parti hanno adottato una risoluzione sulla necessità di limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Questo nuovo obiettivo rappresenta un significativo passo avanti rispetto all’Accordo di Parigi del 2015, dove l’obiettivo concordato consisteva nel limitare l’aumento della temperatura globale a meno di 2 gradi.Conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico, “Cop26 Reaches Consensus on Key Actions to Address Climate Change” (La Cop26 raggiunge il consenso sulle azioni principali per affrontare il cambiamento climatico), Comunicato stampa, 13 novembre 2021, https://unfccc.int/news/cop26-reaches-consensus-on-key-actions-to-address-climate-change (ultimo accesso 26 gennaio 2022). Ma raggiungere questo nuovo traguardo non sarà facile. Secondo gli esperti non basterà che ogni paese riduca le emissioni di gas serra ai livelli promessi, ma saranno necessarie ulteriori misure più energiche.Cfr. Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), “Updated Climate Commitments Ahead of Cop26 Summit Fall Short, but Net-zero Pledges Provide Hope” (L’aggiornamento degli impegni per il clima prima della Cop26 non è all’altezza, ma le promesse di emissioni zero fanno ben sperare), Comunicato stampa, 26 ottobre 2021, https://www.unep.org/news-and-stories/press-release/updated-climate-commitments-ahead-cop26-summit-fall-far-short-net (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
Al termine della conferenza il presidente Alok Sharma ha lanciato un monito: «Abbiamo tenuto in vita l’obiettivo di 1,5 gradi […] ma il suo polso è debole». E ha sottolineato che, nonostante le parti abbiano raggiunto questo storico accordo, il successo non dipenderà dall’averlo firmato «ma dal rispettare e mantenere gli impegni».41
Sebbene la situazione resti critica, c’è ancora la speranza di trovare strade per superare la crisi. Secondo un rapporto del World Resources Institute (Wri, Istituto delle risorse mondiali), se i paesi del G20, responsabili del 75 per cento delle emissioni di gas serra, stabiliranno un obiettivo di riduzione delle emissioni in linea con quello di 1,5 gradi per il 2030 e raggiungeranno il traguardo di emissioni nette zero entro il 2050, l’aumento della temperatura globale potrebbe essere limitato a 1,7 gradi,

42

 cioè appena al di sotto dei 2 gradi stabiliti dall’Accordo di Parigi.
Durante la Cop26 gli Stati Uniti e la Cina hanno deciso di rafforzare le misure per la cooperazione riguardo all’azione per il clima; esorto vivamente il Giappone e la Cina a raggiungere un accordo simile sviluppando insieme scenari di intervento nei loro sforzi congiunti per affrontare la crisi.
Nella dichiarazione congiunta sul rafforzamento dell’azione per il clima, gli Stati Uniti e la Cina hanno espresso l’intenzione di cooperare per la riduzione delle emissioni di metano, che contribuiscono in maniera significativa all’innalzamento della temperatura, per la promozione delle energie rinnovabili e per la prevenzione della deforestazione illegale.43
Negli ultimi anni le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono state spesso tese. Perciò è ancora più significativo che i due paesi – che insieme producono più del 40 per cento delle emissioni totali di gas serra44 – si siano impegnati a collaborare per affrontare questa crisi che riguarda tutta l’umanità. Allo stesso modo Giappone e Cina dovrebbero muoversi rapidamente per raggiungere un accordo che rafforzi la cooperazione sul cambiamento climatico.

I beni comuni globali Il diritto internazionale riconosce l’atmosfera, il mare aperto, l’Antartide e lo spazio extra-atmosferico come beni comuni globali, considerandoli patrimonio dell’umanità. In senso più generale i beni comuni globali comprendono le risorse naturali condivise a livello planetario che non cadono sotto la giurisdizione di una particolare nazione e alle quali tutte hanno accesso, come gli oceani, il clima, la biodiversità, le foreste, le calotte glaciali e i ghiacciai. Le principali minacce ai beni comuni globali sono lo sfruttamento eccessivo o il degrado involontario delle risorse dovuti all’aumento della domanda.

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Cina e Giappone. Credo che sia l’occasione giusta per stabilire un impegno congiunto nell’azione per il clima e creare una maggiore solidarietà verso una società globale sostenibile, stabilendo così un nuovo punto di partenza per i prossimi cinquant’anni di relazioni bilaterali.
Il Giappone e la Cina hanno una lunga esperienza di collaborazione sui temi che riguardano l’ambiente. Le prime iniziative risalgono al 1981, quando firmarono un accordo per la protezione degli uccelli migratori e dei loro habitat. Nel 1994 fu firmato l’Accordo di cooperazione fra Giappone e Cina per la conservazione ambientale e nel 1996 fu fondato a Pechino il Centro di amicizia sino-giapponese per la protezione ambientale. I due paesi hanno continuato a lavorare insieme nel corso degli anni ottenendo notevoli risultati su varie questioni che riguardano l’inquinamento atmosferico, la conservazione delle foreste, il rimboschimento e la gestione dell’energia e dei rifiuti.
Nel 2006, dieci anni dopo l’istituzione del Centro di amicizia sino-giapponese per la protezione ambientale, ricevetti una cattedra onoraria dall’Università Normale di Pechino e nel mio discorso di accettazione mi soffermai sulla storia delle collaborazioni per la protezione dell’ambiente: «Occorre intensificare il ritmo di questi lodevoli sforzi. A tal fine esorto caldamente Cina e Giappone a realizzare un partenariato sui temi ambientali efficace e di vasta portata, mirando a cent’anni da adesso. […] Se Cina e Giappone si uniranno al loro importante paese vicino, la Corea del Sud, e i tre paesi insieme investiranno energie ancora maggiori nella ricerca ambientale, nella cooperazione tecnologica, negli scambi di personale e nello sviluppo di esperti in questo campo, sono convinto che i loro sforzi produrranno un effetto a catena in tutta l’Asia e infine nel mondo intero».
I benefici della cooperazione tra Cina e Giappone sono stati di vasta portata. Rendendo il Centro di amicizia sino-giapponese per la protezione ambientale il fulcro delle loro iniziative comuni, i due paesi hanno collaborato a progetti con gli Stati Uniti, la Russia e vari Stati dell’Unione europea e allestito programmi di formazione per responsabili di politiche ambientali provenienti da più di cento paesi in via di sviluppo.
Spero che il Giappone e la Cina continuino a sviluppare la tradizione di collaborazione che hanno creato, intensificando gli sforzi per rispondere alla crisi climatica e rafforzando ulteriormente la rete di cooperazione con la Corea del Sud e altri paesi asiatici. È mia ferma convinzione che questa collaborazione stimolerà azioni coraggiose che produrranno ondate di speranza e di cambiamento in tutto il mondo.
Oltre a queste proposte sulla cooperazione fra Stati, chiedo anche di rafforzare il quadro di alleanze fra l’Onu e la società civile.
Le risorse di cui abbiamo bisogno per sopravvivere e prosperare vengono chiamate collettivamente “beni comuni globali” (global commons) e comprendono il clima e la biodiversità. Propongo di istituire una sede all’interno dell’Onu in cui la società civile, con i giovani in prima linea, possa liberamente discutere della protezione complessiva di questi beni globali.
Sono passati trent’anni dalla Conferenza dell’Onu sull’ambiente e lo sviluppo, più nota come Summit della Terra di Rio de Janeiro, una pietra miliare in cui furono aperte alla firma la Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc) e la Convenzione sulla biodiversità. La conferenza incentivò anche l’adozione della Convenzione per combattere la desertificazione.
Nel 2001 fu istituito un Gruppo di collegamento congiunto per favorire la cooperazione nell’attuazione delle tre convenzioni, agevolando la condivisione di informazioni e il coordinamento delle attività. Credo che sia tempo di allargare questa alleanza alla società civile, aprendo nuove strade per affrontare con successo il cambiamento climatico. Le questioni relative al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità e alla desertificazione sono strettamente intrecciate e quindi anche le loro soluzioni sono interconnesse; un approccio creativo può imprimere un impulso nuovo alla soluzione di problemi apparentemente insormontabili.
Fra i beni comuni globali ci sono il mare aperto, il Polo Nord e il Polo Sud, che non cadono sotto la sovranità di una particolare nazione, oltre all’atmosfera e all’ecosistema globale, risorse essenziali per la sopravvivenza e il benessere dell’umanità. La loro protezione per il bene della generazione attuale e di quelle future è una questione della massima priorità.
L’anno scorso l’Onu ha lanciato il Decennio per il ripristino dell’ecosistema; la ritengo un’opportunità per migliorare il coordinamento delle iniziative non solo nel campo delle tre convenzioni suddette, ma anche in altre aree, capace di generare reazioni a catena verso la risoluzione dei problemi ambientali.
A marzo si terrà a Nairobi una sessione speciale dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente, in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). Auspico che in questa sessione speciale si adotti una dichiarazione che delinei i passi necessari a rafforzare un approccio complessivo ai temi ambientali nella prospettiva della salvaguardia dei beni comuni globali.
Desidererei anche assistere, in sede Onu, a discussioni serrate sui problemi legati ai beni comuni globali. Nella mia Proposta dell’anno scorso ho evidenziato il grande potenziale che potrebbe avere un Consiglio Onu dei giovani, il cui ruolo consisterebbe nel comunicare ai dirigenti delle Nazioni Unite idee e proposte sviluppate dal punto di vista dei giovani. Un consiglio dei giovani costituirebbe la sede perfetta per queste discussioni sui beni comuni globali.
Lo scorso settembre si è tenuta a Milano la conferenza internazionale Pre-Cop26 “Youth4Climate: Driving Ambition”. Questo evento, che fa seguito al Summit dei giovani sul clima del 2019, è stato una tribuna in cui i giovani si sono riuniti per comunicare le loro preoccupazioni a chi si occupa dei negoziati intergovernativi. Fa pensare esattamente a quel tipo di Consiglio Onu dei giovani che avevo proposto. Hanno partecipato alla conferenza circa 400 giovani provenienti da 186 paesi, quasi tutti quelli che avevano sottoscritto l’Accordo di Parigi, fra cui anche un giovane membro della Soka Gakkai giapponese.
Il Manifesto di Youth4Climate lancia il seguente appello per una partecipazione significativa dei giovani, invitando le Nazioni Unite a:
istituire un organismo all’interno della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) che incrementi la partecipazione dei giovani e costituisca una sede permanente in cui svolgere incontri periodici fra loro e con i rappresentanti dell’Unfccc;
aumentare le opportunità per i giovani di partecipare alle sessioni, garantendo che i loro interventi siano collocati all’inizio o a metà delle riunioni plenarie e non alla fine.

45


I giovani del mondo chiedono di svolgere un ruolo maggiore nelle iniziative globali per affrontare la crisi climatica, una questione che minaccia direttamente la loro vita e il loro futuro, e si stanno adoperando attivamente per realizzare una struttura attraverso cui partecipare in concreto al dibattito e ai processi decisionali.
Come nel caso dell’incontro di Milano, il Consiglio Onu dei giovani che io propongo dovrebbe essere aperto alla partecipazione di tutti i paesi. Si potrebbero tenere sessioni regolari online e per le decisioni importanti organizzare riunioni plenarie in presenza in varie località, per esempio con cadenza semestrale. L’esito di ogni sessione plenaria sarebbe poi trasmesso all’Onu per essere incluso nei processi decisionali.
Quando l’Onu si era appena costituita e cercava un luogo in cui stabilire la propria sede, diverse città si offrirono, ma era difficile decidere quale avrebbe ospitato l’organizzazione globale. Ci fu persino la proposta di stabilire la sede su una nave che si sarebbe continuamente spostata intorno al mondo. Alla fine, la prima Assemblea generale dell’Onu si tenne a Londra e la terza a Parigi, con sessioni che si svolsero in città diverse prima che fosse ultimata la sede centrale definitiva a New York. Anche a quei tempi deve essere apparsa strepitosa la proposta di stabilire la sede Onu su una nave che solcasse gli oceani in mare aperto, luogo al di fuori di ogni sovranità nazionale e simbolo dei beni comuni globali: un’idea che fa pensare alla visione delle Nazioni Unite come parlamento dell’umanità.
Questa vicenda sembrerebbe corroborare l’ipotesi di far ruotare le sessioni plenarie del Consiglio dei giovani in vari paesi anziché organizzarle sempre presso la sede dell’Onu a New York. Nella scelta dei luoghi andrebbe data priorità a quelli accessibili ai rappresentanti della società civile delle aree che hanno subìto le conseguenze più gravi del cambiamento climatico, in termini di perdita e danno e di degrado ecologico.
A questo proposito l’Istituto Toda da me fondato, in base al principio di ascoltare le voci delle persone che soffrono e stare al loro fianco, ha scelto spesso di tenere le proprie conferenze nelle zone più colpite dai problemi in discussione. Per onorare questo impegno, l’Istituto sta attualmente lavorando a un programma di ricerca sul cambiamento climatico nelle isole del Pacifico, dove le comunità stanno subendo gravi conseguenze a causa dell’innalzamento del livello del mare.46 Ritengo che la creazione di un Consiglio dei giovani che si riunisca nei luoghi più colpiti o nelle immediate vicinanze rappresenterebbe un enorme passo avanti nel rafforzamento dell’alleanza fra l’Onu e la società civile.
In tale contesto desidero segnalare un’iniziativa importante intrapresa dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. Attualmente il Comitato sta preparando un Commento generale sui diritti di bambini e bambine e l’ambiente, con particolare riguardo al cambiamento climatico (Commento generale n. 26). Il Comitato, che aveva già sollecitato suggerimenti alle Ong e a persone di ogni fascia di età, dal mese prossimo chiederà anche le opinioni di bambini e bambine del mondo. Prevede altresì di creare un Gruppo consultivo di bambini e bambine (Children’s Advisory Team) affinché anch’essi partecipino alla stesura del Commento generale n. 26, che rappresenterà un’opportunità preziosa di riportare la loro voce nei processi globali.47
La Sgi, nelle proprie attività per affrontare le problematiche ambientali, ha sempre messo al centro i giovani. L’anno scorso, durante la Cop26, è stata presentata una nuova mostra, realizzata dalla Sgi in collaborazione con la Carta Internazionale della Terra, dal titolo “Semi di speranza e azione: affinché gli Sdg diventino realtà”. Inoltre, alla conferenza stampa tenuta in occasione della Cop26, la Sgi ha rilasciato il seguente comunicato: «Ascoltare le voci dei giovani non è facoltativo; è l’unica cosa logica da fare se ci preoccupiamo davvero del futuro del mondo».48
Gli esseri umani possiedono intrinsecamente la forza per superare qualsiasi difficoltà. Quando la gioventù si alza solidale e fiduciosa di poter determinare il futuro, questa consapevolezza e questo slancio rinnovato diverranno sicuramente la forza trainante che condurrà a un futuro luminoso.

Un ambiente scolastico sano per i bambini e le bambine

La seconda area tematica che merita la nostra attenzione e richiede azioni immediate è l’educazione. Desidero avanzare alcune proposte per garantire e incrementare l’offerta di opportunità di apprendimento per bambini, bambine e adolescenti.
Dallo scoppio della pandemia di Covid-19 l’attenzione mondiale si è concentrata sulla salute pubblica e sulla ripresa economica. Tuttavia c’è anche un’altra grave emergenza che si sta manifestando in tutto il globo: l’impatto della pandemia sui bambini e le bambine e sui giovani dovuto alla sospensione dei servizi scolastici e alla perdita di opportunità educative in seguito alla chiusura delle scuole. Secondo uno studio il problema riguarda 1,6 miliardi di studenti.

49


La perdita di ore di lezione non è l’unica conseguenza della chiusura delle scuole. A causa della brusca interruzione dei rapporti quotidiani con gli amici, tantissimi bambini e bambine fanno fatica a sentire concretamente un senso di prospettiva e speranza per il futuro, e vivono disagi emotivi e psicologici ritrovandosi intrappolati in un’epidemia di solitudine e perdita di motivazione.
La chiusura delle scuole ha significato anche la sospensione dell’erogazione dei pasti scolastici, un’ancora di salvezza per gli alunni provenienti da famiglie e comunità disagiate, per i quali rappresentavano una fonte di nutrimento assolutamente necessaria. È sempre più preoccupante l’aumento del numero di bambini e bambine che, a causa della prolungata chiusura delle mense scolastiche, patiscono gli effetti della malnutrizione, con disturbi come anemia e scarso peso corporeo. Una simile interruzione ampia e prolungata della possibilità di studiare in classe, e simultanea in tutto il globo, non ha uguali nella storia del sistema scolastico moderno.
Benché i governi di molti paesi abbiano preso misure per offrire una didattica a distanza allo scopo di minimizzare le perdite educative e garantire opportunità agli studenti, è ancora enorme il numero di giovani alunni che si trovano dalla parte sbagliata del divario digitale e non hanno gli strumenti per accedere all’apprendimento a distanza.
Education Cannot Wait, un fondo globale dedicato a fornire soluzioni educative di emergenza alle regioni colpite da conflitti, disastri naturali o altre crisi umanitarie, ha istituito ulteriori aiuti per rispondere all’emergenza del Covid-19, tra cui un supporto alla didattica a distanza che ha interessato 29,2 milioni di ragazzi e ragazze.

50

 Non potrò sottolineare mai abbastanza l’importanza di rafforzare la cooperazione internazionale in questo campo, per garantire una formazione scolastica senza interruzioni a ogni bambino e bambina.
Per restituire il più rapidamente possibile le opportunità educative perdute al maggior numero di bambini e bambine è importante anche imparare dai successi dei paesi in cui la didattica a distanza è stata realizzata senza necessariamente affidarsi a Internet.
Per esempio, dopo lo scoppio del Covid-19 il governo della Sierra Leone ha trasmesso un programma educativo radiofonico interattivo che ha permesso a 2,6 milioni di studenti di continuare a studiare pur non potendo frequentare fisicamente la scuola.51
La risposta è stata rapida anche grazie all’esperienza acquisita nelle ripetute epidemie di Ebola, durante le quali il governo decise di trasmettere le lezioni per radio. Altre soluzioni innovative sono state quelle del Sudan meridionale, che ha distribuito radio a energia solare ai bambini delle famiglie più povere,Cfr. Unicef, “32,000 Usaid-funded Solar-powered Radios Will Enable Distance Learning for up to 160,000 Children” (32.000 radio a energia solare finanziate da Usaid permetteranno l’apprendimento a distanza per 160.000 bambini), Comunicato stampa, 23 dicembre 2020, https://www.unicef.org/southsudan/press-releases/solar-powered-radios-enable-distance-learning (ultimo accesso 26 gennaio 2022). e del Sudan, dove i compiti per casa sono stati stampati sui quotidiani.Cfr. Gem (Global Education Monitoring), “Covid-19 Has Prompted Countries to Adjust and Rethink Financing for Equity in Education” (Il Covid-19 ha spinto i paesi a rivedere i finanziamenti per l’equità nell’educazione), Rapporto dell’1 febbraio 2021, Unesco, https://world-education-blog.org/2021/02/01/covid-19-has-prompted-countries-to-adjust-and-rethink-financing-for-equity-in-education/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
Queste risposte creative e flessibili, che attribuiscono massima priorità all’istruzione, sono molto significative: dimostrano quanto sia importante garantire che la luce dell’apprendimento arrivi a illuminare tutti i bambini, indipendentemente dalle circostanze in cui vivono.
Tempo fa il Segretario generale dell’Onu Guterres riassunse tale ruolo cruciale dell’educazione ricordando quando insegnava gratuitamente matematica ai bambini dei quartieri poveri del Portogallo: «Nelle baracche di Lisbona ho visto che l’educazione è un motore per sradicare la povertà e una forza di pace».53
La stessa visione ispira la rete delle scuole e università Soka, che ho avuto l’onore di fondare. Le loro radici risalgono a quasi cent’anni fa e si basano sulle iniziative e i metodi educativi di due insegnanti appassionati, Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, che in seguito diventarono il primo e il secondo presidente della Soka Gakkai.
Makiguchi, che era il preside di una scuola elementare di Tokyo per bambini provenienti da famiglie a basso reddito, viveva nei locali della scuola e si impegnava ogni giorno a far sì che i suoi studenti disponessero del miglior ambiente educativo possibile. Fra le molte misure che introdusse vi era la fornitura dei pasti scolastici gratuiti per gli alunni denutriti; inoltre, quando i bambini erano malati e non potevano frequentare la scuola, andava personalmente a trovarli a casa.
Dopo aver visitato la sede della scuola, un edificio dove alle finestre dai vetri rotti c’erano cartoni contro le intemperie, un osservatore scrisse: «Ciò che mi colpì di più furono l’entusiasmo e l’energia con i quali Makiguchi si dedicava a fare tutto ciò che poteva per l’educazione e il benessere di questi bambini provenienti da famiglie povere».54
Suo discepolo e successore, Josei Toda insegnò nella stessa scuola elementare e si unì a lui per portare la luce della conoscenza ai bambini che vivevano nelle condizioni più difficili in un angolo sperduto di Tokyo.
Le scuole Soka, dalle elementari all’università, portano avanti lo spirito di questi due educatori, cercando di espandere e migliorare costantemente i programmi di assistenza per gli studenti provenienti da famiglie con difficoltà economiche.
I sussidi da parte dell’Università Soka in Giappone non sono limitati agli studenti giapponesi o di altre nazioni ma – nell’ambito del Programma per l’educazione superiore dei rifugiati patrocinato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), al quale l’università ha aderito nel 2016 – comprendono anche borse di studio per i rifugiati. Dal 2017 l’ateneo ha partecipato anche all’Iniziativa giapponese per il futuro dei rifugiati siriani (Jsir) dell’Agenzia internazionale giapponese per la cooperazione. Inoltre, l’anno scorso ha firmato un accordo con l’Unhcr per supportare i laureati, diventando così la prima istituzione educativa giapponese che accetta i rifugiati sia nei programmi per studenti universitari, sia in quelli per laureati.
Secondo i dati, solo il 5 per cento dei rifugiati in tutto il mondo è riuscito ad accedere a qualche università o istituto di educazione superiore.

55

 È una realtà assai triste se teniamo presente che i giovani forzatamente sfollati aspirano a ricevere un’istruzione e a realizzare i propri scopi con la stessa forza dei loro pari che non versano in condizioni altrettanto difficili.
La Soka Gakkai sostiene da molto tempo le attività dell’Unhcr. Nel gennaio scorso ha varato anche un nuovo progetto di collaborazione con Musicisti senza frontiere (Musicians Without Borders, Mwb).56 Si tratta di un’iniziativa, avviata durante la pandemia di Covid-19, che utilizza la musica come veicolo di speranza sia per i bambini rifugiati sia per quelli delle comunità che li ospitano. Il progetto ha sede in Giordania e mira a infondere la speranza e la forza di superare le difficoltà attraverso l’educazione musicale. A oggi ha formato persone in grado di svolgere attività di educazione musicale, che hanno poi tenuto seminari estivi in varie località del paese.
Tareq Jundi, un musicista che ha aderito al progetto, ha paragonato la sua attività a quella di chi pianta semi affermando che, pur se i risultati possono non essere subito evidenti, di certo si iniziano a vedere cambiamenti.

57

 Anch’io credo che l’essenza dell’educazione consista nel piantare pazientemente i semi della possibilità nel cuore dei bambini e delle bambine, seguendoli con il massimo impegno affinché giungano a piena fioritura.
Oltre a garantire opportunità educative durante le emergenze, un’altra questione della massima importanza su scala mondiale è consentire rapidamente l’accesso a un’educazione inclusiva che garantisca il diritto allo studio anche ai bambini e ai giovani con disabilità.
Secondo un rapporto Unicef del novembre scorso, si stima che il numero di bambini con disabilità su scala mondiale tocchi quasi i 240 milioni, il che significa che un bambino su dieci soffre di qualche forma di disabilità.

58

 In virtù dei princìpi di inclusione e uguaglianza, a questi bambini devono essere garantiti gli stessi diritti degli altri, ma non è compito facile poiché troppo poco si è fatto per contrastare la discriminazione e altri impedimenti a livello sociale.
La loro situazione si è ulteriormente aggravata con il Covid-19. Anche dove esistono infrastrutture e servizi per l’apprendimento online, senza un’assistenza specifica commisurata ai bisogni individuali, gli studenti con disabilità partecipano alla didattica a distanza con particolare difficoltà, e ciò si traduce spesso nella necessità di un supporto intensivo da parte dei familiari o di altre figure di sostegno.
Uno degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile è «garantire un’educazione di qualità, equa e inclusiva»:59 ciò richiede iniziative atte ad assicurare uguale accesso a tutti i livelli dell’istruzione e realizzare servizi educativi in grado di soddisfare i bisogni delle persone con disabilità. Intervenire per realizzare tali obiettivi e risolvere i problemi collegati, messi ancora più in evidenza dalla pandemia, è questione della massima priorità.
L’educazione è stata oggetto di intense discussioni nel processo che ha condotto all’adozione della Convenzione per i diritti delle persone con disabilità e del suo Protocollo opzionale (Crpd) da parte dell’Assemblea generale dell’Onu nel 2006. La convenzione stabilisce che gli Stati parti debbano garantire un sistema educativo inclusivo a ogni livello per la realizzazione di uguali opportunità.60 La Crpd stabilisce anche il principio secondo cui la mancata dotazione alle persone con disabilità di una “sistemazione ragionevole” che soddisfi le loro necessità individuali equivale a una discriminazione.

61

 Specifica inoltre che questa “sistemazione ragionevole” deve essere garantita in ambito educativo.

62


La convenzione introduce il concetto per cui la disabilità non deve essere considerata una questione individuale, ma deve essere affrontata attuando cambiamenti del sistema sociale. Questa nuova consapevolezza ha rappresentato un notevole passo avanti nel processo di negoziazione. Le Ong che lavorano nel campo delle disabilità si sono appellate con forza ai governi con lo slogan “Niente su di noi senza di noi”63 ed è stata garantita la partecipazione dei loro rappresentanti.
La Crpd attualmente è stata ratificata da 184 paesi e territori.64 Ricordando la determinazione del gran numero di persone che si sono adoperate per la sua stesura e adozione, invito a compiere sforzi ancora maggiori affinché l’educazione inclusiva divenga realtà.
Nujeen Mustafa, una rifugiata siriana nata con una paralisi cerebrale e attualmente impegnata presso l’Unhcr per la difesa dei diritti di bambini e bambine con disabilità, riferendosi alla propria esperienza ha sottolineato: «Educazione inclusiva non significa semplicemente iscrivere a scuola le persone con disabilità; significa accogliere i loro bisogni senza farle sentire isolate, separate o diverse dagli altri studenti che non hanno disabilità. Non significa solo garantire l’accessibilità dell’edificio o dei servizi igienici, ma riguarda la “costruzione delle capacità”».65
A 16 anni la giovane è stata costretta a fuggire dal suo paese natale devastato dalla guerra civile. Dopo aver percorso 6.000 chilometri su una sedia a rotelle ha trovato una nuova casa in Germania, dove è stata intervistata sulle sue idee riguardo all’educazione inclusiva. Parlando a nome delle persone con disabilità, ha sottolineato la necessità di una trasformazione radicale della percezione e degli atteggiamenti comuni rispetto alla disabilità.
«Dove sono cresciuta, disabilità significava vivere ai margini e non crescere affatto come persona, né a livello scolastico né individuale […]. Perciò, penso che il peggior pregiudizio riguardo a queste persone è che non debbano nutrire ambizioni o sogni, e che il semplice fatto di avere una disabilità dovrebbe estinguere in loro ogni barlume di speranza di poter un giorno realizzare questi sogni».

66


Come sottolinea Nujeen Mustafa, è sbagliato che le concezioni distorte e i pregiudizi della società riguardo alla disabilità debbano spegnere le speranze dei bambini per il futuro.
Nel settembre di quest’anno si svolgerà il Summit dell’Onu per la trasformazione dell’educazione, che mira a elaborare ulteriormente i risultati del rapporto Unesco del novembre scorso, in cui viene presentata una visione del futuro dell’educazione. L’Unesco aveva già pubblicato rapporti simili nel 1972 e nel 1996, con l’intento di ripensare il ruolo dell’educazione nei momenti cruciali di trasformazione della società.
Questo nuovo rapporto è il primo dopo venticinque anni. Ispirato dai contributi di più di un milione di persone, acquisiti attraverso due anni di consultazioni a livello globale, pone le seguenti questioni: «Gli scenari futuri più estremi comprendono anche un mondo in cui l’educazione di qualità sarà privilegio di poche élite e dove vasti gruppi di persone vivranno in miseria non potendo accedere a beni e servizi essenziali. Le attuali disuguaglianze educative non faranno che peggiorare nel tempo fino a che i programmi di studio diventeranno irrilevanti? E quale effetto comporterebbero tali cambiamenti sulla nostra umanità?».

67


Sulla base di questa prospettiva, il rapporto evidenzia l’importanza della cooperazione globale a sostegno dei rifugiati e di coloro che vivono in situazioni difficili, oltre a garantire il diritto a un’educazione di qualità per tutti, indipendentemente da eventuali condizioni di disabilità. Il rapporto prevede inoltre un impegno collettivo per esplorare il ruolo che l’educazione può svolgere guardando al 2050 e oltre.
Alla luce di ciò ritengo che il Summit per la trasformazione dell’educazione previsto per settembre costituisca una splendida opportunità per discutere in modo produttivo di temi come l’educazione in condizioni di emergenza e l’educazione inclusiva. Un altro tema che si potrebbe affrontare è l’educazione alla cittadinanza globale, un mezzo indispensabile per formare quella consapevolezza della solidarietà globale di cui ho parlato nella prima metà di questa Proposta. Incoraggio ulteriormente gli addetti ai lavori a sviluppare e adottare un piano di azione globale per l’istruzione, la crescita e la felicità di tutti i bambini e le bambine.
I conflitti, i disastri e le pandemie presentano minacce che vanno ben oltre le loro capacità di affrontarle. Dare la priorità a misure su scala globale di preparazione all’assistenza educativa in caso di emergenza dimostrerebbe il chiaro impegno a non lasciare indietro nessuno di loro. Rafforzare l’inclusività educativa a ogni livello, dalla scuola primaria all’università, migliorerà l’ambiente educativo per tutti i bambini e le bambine che incontrano varie forme di disagio e discriminazione.
Infine, sono convinto che un’educazione alla cittadinanza globale fungerà da base comune per affrontare le crisi che tutta l’umanità ha davanti a sé. Come accennavo prima il mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda, espresse l’idea della cittadinanza globale usando il termine chikyu minzokushugi, e io mi sono dedicato personalmente a sviluppare un tipo di educazione che la promuova; inoltre è sempre stata al centro delle iniziative della Sgi.
Entro la fine del secolo si prevede che la popolazione mondiale raggiunga i 10,9 miliardi;68 sono fermamente convinto che l’adozione di un piano di azione globale per l’educazione, la crescita e la felicità delle generazioni più giovani, in occasione del Summit per la trasformazione dell’educazione del prossimo settembre, getterà fondamenta indispensabili alla salvaguardia dei sogni e delle speranze dei bambini e delle bambine di oggi e di quelli che devono ancora nascere.

Abolire le armi nucleari: la chiave per un futuro globale sostenibile

La terza questione da affrontare è l’imprescindibile necessità di abolire le armi nucleari. A tal fine desidero avanzare due proposte.
La prima riguarda i passi da compiere per liberare il mondo dalle dottrine di sicurezza che dipendono dalle armi nucleari.
Il 3 gennaio 2022 i leader dei cinque Stati nucleari – Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia – hanno rilasciato una dichiarazione per la prevenzione di una guerra nucleare e per evitare la corsa agli armamenti. Tale documento, pur soggetto a interpretazioni diverse, afferma chiaramente che «una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta» ed esprime la volontà di trovare congiuntamente modi per evitare uno scontro militare.69 Si spera che esso condurrà a qualche azione concreta verso tali fini.
Chiedo al Consiglio di sicurezza dell’Onu di utilizzare questa dichiarazione congiunta, che riconosce l’importanza dell’autolimitazione, come base per una risoluzione che solleciti i cinque Stati nucleari ad assumere misure concrete per adempiere ai propri obblighi di disarmo nucleare sanciti dall’articolo VI del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (Npt).
Esorto inoltre a concordare un linguaggio che inviti a una riunione di alto livello sulla riduzione del ruolo delle armi nucleari, da includere nella dichiarazione finale della Conferenza di revisione del Npt prevista per quest’anno. Tale riunione dovrebbe essere aperta anche agli Stati detentori di armi nucleari che sono al di fuori della cornice del Trattato di non proliferazione, per realizzare progressi concreti verso il disarmo nucleare.
Anche nel pieno della crisi pandemica le spese militari a livello mondiale hanno continuato a crescere.

70

 Gli arsenali contano attualmente più di 13 mila testate nucleari e il processo di modernizzazione è tuttora in corso;

71

 potremmo perciò assistere a un ulteriore incremento degli arsenali nucleari a livello globale.
La pandemia ha messo in luce anche nuovi rischi relativi a queste armi, come la possibilità che si verifichino circostanze che potrebbero interrompere la catena di comando: infatti alcuni leader politici degli Stati nucleari hanno dovuto trasferire temporaneamente il potere ai loro vice perché contagiati dal Covid-19, e si sono verificati gravi focolai anche a bordo di una portaerei a propulsione nucleare e di un cacciatorpediniere missilistico guidato.
Izumi Nakamitsu, Alta rappresentante delle Nazioni Unite per il disarmo, in alcune dichiarazioni espresse nel settembre scorso sulla questione delle armi nucleari ha evidenziato un altro problema emerso nella pandemia: «[Essa] ci ha insegnato che eventi che sembrano poco probabili possono realmente verificarsi, con scarso preavviso e con effetti globali catastrofici».72
Anch’io vorrei lanciare un monito riguardo al pericolo di continuare a nutrire un’eccessiva fiducia circa il fatto che ci sarà risparmiata la catastrofe causata dall’uso delle armi nucleari. Come ha sottolineato Nakamitsu nel suo discorso, se non c’è stato ancora un altro bombardamento nucleare dopo quelli di Hiroshima e Nagasaki è solo grazie alla fortuna e a certe persone che hanno impedito che la situazione degenerasse fino a scatenarlo. Oggi, «in un ambiente internazionale fluido dove le barriere di protezione sono state erose o sono completamente assenti»,

73

 non possiamo più permetterci di fare affidamento unicamente sul fattore umano o sulla buona sorte.
Attualmente l’unica struttura bilaterale per il disarmo nucleare rimasta in vigore è il Nuovo trattato di riduzione delle armi strategiche (New Start), che Russia e Stati Uniti hanno concordato di estendere nel febbraio 2021.
La Conferenza di revisione dell’Npt, prevista per gennaio, è stata rinviata a causa della pandemia e si sta considerando di programmarla ad agosto. All’ultima Conferenza di revisione, che si svolse nel 2015, non si riuscì ad adottare un documento conclusivo e questo fallimento non deve ripetersi. Invito le parti ad accordarsi su misure concrete per soddisfare l’impegno contenuto nel preambolo dell’Npt «di compiere ogni sforzo possibile per evitare il pericolo di una simile guerra».74
Lo spirito ribadito dalla dichiarazione congiunta dei cinque Stati nucleari – che «una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta»75 – fu espresso per la prima volta durante la guerra fredda, quando il presidente americano Ronald Reagan (1911-2004) e il segretario generale sovietico Michail Gorbaciov si incontrarono a Ginevra nel novembre 1985. L’importanza dello spirito che animò il vertice di Ginevra del 1985 è stata sottolineata anche nella dichiarazione rilasciata dopo il summit fra Stati Uniti e Russia dello scorso giugno.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu dovrebbe creare un’occasione in cui discutere dei passi necessari a porre fine all’era delle armi nucleari, adottando gli esiti di queste discussioni in una risoluzione e avviando così un processo di trasformazione radicale.
La dichiarazione congiunta di Stati Uniti e Unione Sovietica del vertice di Ginevra del 1985 è generalmente considerata il punto di partenza dei negoziati per il disarmo nucleare a beneficio non solo delle due superpotenze, ma di tutta l’umanità. L’ex presidente Gorbaciov in seguito disse, a proposito della sua decisione di battersi per il disarmo nucleare: «Immaginate di far rotolare una pietra dalla cima di una montagna, supponendo che da sola non la farà certo crollare. Poi, spinte da quell’unica pietra, tante altre pietre in tutta la montagna inizierebbero a rotolare fino al crollo totale. Una guerra nucleare viene scatenata nello stesso modo. Il lancio di un singolo missile può mettere tutto in moto. Oggi i sistemi di comando e controllo delle armi nucleari strategiche sono pressoché tutti computerizzati. Più armamenti nucleari ci sono, maggiore è la probabilità che una guerra nucleare scoppi accidentalmente».

76


Lo sviluppo delle armi nucleari prosegue e il costante susseguirsi di nuove modalità di scontro fra le nazioni può essere un riflesso della supposizione che nessuna di queste singole azioni farà crollare la montagna. Ma gli Stati nucleari e quelli dipendenti dal nucleare devono affrontare la severa realtà che, fino a quando faranno affidamento sulla deterrenza nucleare basata sulla minaccia reciproca, condannano se stessi e il mondo a vivere in condizioni di perenne precarietà estrema.
Nel corso di un dialogo che intraprendemmo insieme, l’ex presidente Gorbaciov sottolineò: «Sta diventando sempre più chiaro che le armi nucleari non possono essere un mezzo per realizzare la sicurezza nazionale. In effetti, ogni anno che passa mettono ancora più a rischio la nostra sicurezza».

77


Per uscire da questa situazione di stallo, caratterizzata dal rischio crescente dell’utilizzo delle armi nucleari, considero urgente anzitutto trovare il modo di “disintossicarsi” dalle attuali dottrine di sicurezza che dipendono dalle armi nucleari.
L’obiettivo dichiarato della politica della deterrenza nucleare è impedire al paese avversario di usare per primo armi nucleari. Ma in questa politica c’è una contraddizione: una posizione di deterrenza, anche solo allo scopo di impedire ad altri l’uso di armi nucleari, richiede la continua dimostrazione di essere pronti a usarle. Per superare questa contraddizione, e rimuovere le armi nucleari dalle politiche di sicurezza, occorre riconsiderare i passi adesso necessari, compresi quelli che creeranno condizioni più favorevoli nella comunità internazionale.
La sicurezza nazionale può essere una questione di primaria importanza, ma che significato può avere dipendere costantemente da armi nucleari, che sono in grado di causare danni così devastanti sia al paese avversario sia al proprio, fino a minacciare irrimediabilmente la sopravvivenza stessa del genere umano?
In tale prospettiva occorre avviare un processo di disintossicazione rivolgendo l’attenzione non tanto alle azioni degli altri paesi, quanto alle proprie. In questo modo gli Stati potrebbero attenersi all’impegno – contenuto nel preambolo del Trattato di non proliferazione nucleare – «di compiere ogni sforzo possibile per evitare il pericolo di tale guerra».
Dovrebbe essere chiaro che lo scopo dell’Npt non è rendere destino ineluttabile dell’umanità la condizione permanente di reciproca minaccia nucleare. Non possiamo dimenticare che l’obbligo di realizzare il disarmo nucleare fu sancito dall’Articolo VI come pilastro essenziale del trattato proprio per riflettere la consapevolezza comune che questo problema deve essere risolto alla radice.
A differenza del periodo della guerra fredda, adesso viviamo in un’epoca in cui i leader politici possono incontrarsi online anche durante una crisi, verificando le reciproche espressioni facciali in tempo reale. Eppure continuano ad anticipare le mosse dell’altro attraverso una coltre di sfiducia e sospetto, continuando a mantenere i propri arsenali nucleari pronti al lancio.
Nella dichiarazione congiunta dei cinque Stati nucleari si legge: «Ribadiamo la validità delle dichiarazioni precedenti sul de-targeting, riaffermando che nessuna delle nostre armi ha come obiettivo (target) gli Stati presenti o qualsiasi altro Stato».

78

 Sulla base di questa autolimitazione, è tempo che gli Stati nucleari rivedano sostanzialmente le proprie politiche di sicurezza ed eliminino la minaccia nucleare che sussiste dall’inizio della guerra fredda. A tale scopo devono essere avviati negoziati per ridurre il ruolo delle armi nucleari nelle politiche di sicurezza, per disinnescare i conflitti e minimizzare il rischio di un loro uso accidentale e per porre fine allo sviluppo di nuove armi nucleari.
Il Giappone ospiterà il summit del G7 nel 2023. Propongo che in contemporanea si tenga a Hiroshima un incontro di alto livello allo scopo di ridimensionare il ruolo delle armi nucleari, al quale possano partecipare anche i leader degli Stati non appartenenti al G7, per collaborare alla stesura di delibere dettagliate riguardo ai modi di promuovere tali misure concrete.
Lo scorso 21 gennaio il Giappone e gli Stati Uniti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sull’Npt in cui si afferma: «I bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, che rimarranno per sempre impressi nella memoria del mondo, ci ricordano severamente che il record di settantasei anni di non utilizzo delle armi nucleari va mantenuto».79 I due Stati invitano inoltre i leader politici, i giovani e tutte le persone a visitare Hiroshima e Nagasaki per sviluppare una maggiore consapevolezza riguardo agli orrori prodotti dall’impiego delle armi nucleari.
Da tempo ribadisco l’importanza che i leader politici visitino i luoghi dei bombardamenti atomici; un vertice a Hiroshima sarebbe una eccellente occasione per farlo.
Oltre a preparare il terreno per l’adozione del principio di un totale non uso delle armi nucleari come primo passo verso la loro abolizione globale, in questa riunione di alto livello si dovrebbe discutere del divieto di attacchi informatici ai sistemi di controllo delle armi nucleari e del divieto di integrare l’intelligenza artificiale nel funzionamento di tali sistemi, due punti che avevo già sottolineato nella mia Proposta di pace del 2020.
Auspico vivamente che grazie a tutte queste iniziative si accelerino i negoziati per garantire la realizzazione degli obblighi di disarmo sanciti dall’articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare, imprimendo un impulso irreversibile all’abolizione di queste armi.

La nostra responsabilità condivisa verso il futuro 

La mia seconda proposta nell’ambito degli armamenti nucleari riguarda il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw). Ancora una volta invito caldamente il Giappone e gli altri Stati dipendenti dall’ombrello nucleare, insieme agli Stati detentori di armi nucleari, a partecipare come osservatori alla Prima riunione degli Stati parti (1Msp) del Tpnw che si terrà a Vienna a marzo. Suggerisco inoltre che in questa riunione si assuma l’impegno a istituire un segretariato permanente per garantire l’adempimento degli obblighi e la cooperazione internazionale stabiliti nel Tpnw.
La Svizzera, la Svezia e la Finlandia, che non hanno firmato il Trattato, così come la Norvegia e la Germania, che sono membri della Nato, hanno già annunciato che parteciperanno alla riunione come Stati osservatori. La Nato consente storicamente agli Stati membri di scegliere la propria strada rispetto alle armi nucleari. D’altro canto il Tpnw non contiene alcuna proibizione riguardo alle alleanze fra gli Stati parti e gli Stati detentori di armi nucleari.
La partecipazione di Norvegia e Germania come nazioni osservatrici alla prima riunione degli Stati parti riveste un profondo significato, poiché molte città di paesi membri della Nato si sono unite alle centinaia di municipalità di tutto il mondo che hanno firmato l’Ican Cities Appeal (l’Appello delle città lanciato dalla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), con il quale esprimono il loro appoggio al Tpnw e incoraggiano i rispettivi governi ad aderire al trattato. Fra le città che aderiscono all’Appello vi sono anche quelle di paesi detentori di armi nucleari come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e l’India, così come Hiroshima e Nagasaki.80
Il programma della Prima riunione degli Stati parti del Tpnw comprenderà l’assistenza alle vittime dell’uso e dei test delle armi nucleari e il risanamento degli ambienti contaminati. Il Giappone dovrebbe partecipare alle discussioni, fornendo il proprio contributo attraverso la condivisione degli orrori vissuti dalle città di Hiroshima e Nagasaki e le lezioni dell’incidente nucleare di Fukushima nel 2011.

L’Appello delle città lanciato da Ican L’Appello delle città lanciato nel novembre 2018 dalla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican Cities Appeal) è un’iniziativa per sensibilizzare le persone e costruire un sostegno locale, civile e politico al Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw). Mira a espandere la solidarietà fra le amministrazioni locali che sostengono il trattato e a consentire ai cittadini di impegnarsi attivamente in prima persona, rivolgendosi al consiglio comunale della propria città o ai singoli consiglieri eletti. Attraverso i social media e l’hashtag #ICANSave, le persone possono esprimere la volontà e il diritto di vivere in un mondo libero dalla minaccia delle armi nucleari.

Oliver Meier, ricercatore senior presso la sede di Berlino dell’Istituto per la ricerca sulla pace e la politica di sicurezza dell’Università di Amburgo, in una recente intervista ha affermato che l’impegno della Germania a partecipare come Stato osservatore alla prima riunione potrebbe contribuire a rafforzare il multilateralismo e il disarmo nucleare. Quando gli è stato chiesto del desiderio del Giappone di fungere da ponte fra Stati nucleari e non nucleari ha risposto che, partecipando come osservatore, il Giappone poteva svolgere un ruolo che solo un paese che ha vissuto un attacco atomico era in grado di assolvere, e ha fatto notare che “un ponte” non può adempiere alla sua funzione senza impegnarsi direttamente nelle discussioni con entrambe le parti.

81


Nel 2017 il Giappone ha organizzato il Gruppo di persone eminenti per un progresso concreto del disarmo nucleare (Sag), invitando esperti sia degli Stati nucleari sia di quelli non nucleari. In seguito si sono tenute ulteriori riunioni di approfondimento, e le delibere della Prima riunione degli Stati parti del Tpnw potrebbero diventare più costruttive se il Giappone partecipasse come osservatore e condividesse i risultati delle attività del Sag. Invito il Giappone ad assumersi tale impegno, mentre si adopera per firmare e ratificare quanto prima il Trattato.
Il primo incontro degli Stati parti della Convenzione sulle bombe a grappolo, per esempio, ha visto la partecipazione di trentaquattro Stati come osservatori, e in seguito molti di loro sono diventati Stati parti.82 Perciò è essenziale che il maggior numero di paesi partecipi alla Prima riunione degli Stati parti del Tpnw, al fine di constatare gli sforzi assidui e la forte determinazione sia degli Stati parti sia della società civile per giungere all’abolizione delle armi nucleari. Ciò farebbe apprezzare meglio i nuovi orizzonti di possibilità per il mondo che il Tpnw può aprire.
Il significato del Tpnw va oltre il quadro di un trattato per il disarmo convenzionale, poiché alla base c’è un impegno verso i precetti dell’umanitarismo, cioè impedire una distruzione catastrofica, e quelli su cui si fondano i diritti umani, cioè salvaguardare il diritto alla vita della popolazione mondiale. In termini dei beni comuni globali, di cui ho parlato prima riguardo al cambiamento climatico, il Tpnw è indispensabile per proteggere la pace dell’umanità nel suo complesso e preservare l’ecosistema globale che è la base per la vita di questa generazione e di quelle future.
Tenendo presente il pieno significato del Tpnw, occorre avviare un dibattito serio sugli effetti negativi per il mondo di una sicurezza dipendente dalle armi nucleari ora, nel corso della nostra esistenza e nel futuro.
La prima riunione può costituire un’opportunità per dialogare attraversando le differenze. Sono convinto che con l’aumentare del numero di Stati parti e della consapevolezza del vero valore e significato del Tpnw  da parte di quelli che attualmente ritengono di non poterlo firmare o ratificare, l’energia e la volontà politica necessarie a porre fine all’era delle armi nucleari cresceranno sempre di più.
È per questa ragione che chiedo di istituire un segretariato permanente come veicolo di coordinamento delle iniziative dei governi e della società civile, allo scopo di rendere universali gli ideali e gli impegni del Tpnw.
Attraverso la prima campagna People’s Decade for Nuclear Abolition, lanciata dalla Sgi nel 2007, abbiamo lavorato insieme a Ican e ad altri gruppi per sostenere l’adozione di un trattato per la messa al bando delle armi nucleari. La seconda campagna, iniziata nel 2018, l’anno successivo all’adozione del Tpnw, ha l’obiettivo di universalizzare gli ideali del Trattato attraverso l’impegno della società civile. Quest’anno intendiamo imprimere un ulteriore slancio in questa direzione poiché siamo convinti che il sostegno della popolazione mondiale sia essenziale per rafforzarne l’efficacia.
Il professor Galbraith indicava l’eliminazione della minaccia nucleare come un obiettivo cruciale per il quale tutti dovevamo lavorare insieme, una conclusione che rifletteva la sua esperienza diretta delle numerose e tumultuose crisi del ventesimo secolo. Alla fine della sua autobiografia, A Life in Our Times (Una vita nel nostro tempo), afferma: «Ho notato che le persone che scrivono le proprie memorie hanno difficoltà a rendersi conto di quando, riguardo alle questioni pubbliche, si dovrebbero fermare».

83

 Dal canto suo conclude il libro con un argomento diverso dall’economia, il suo campo di competenza, e sceglie invece di parlare delle armi nucleari, una realtà a cui aveva continuato insistentemente a pensare da quando aveva visitato il Giappone nel 1945, poco dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki.
A tal fine riporta un discorso che tenne nel 1980: «Se non riusciamo a controllare la corsa alle armi nucleari, tutti gli altri temi di cui stiamo discutendo in questi giorni non avranno significato. Non avrà senso parlare di diritti civili perché non ci sarà nessuno che potrà goderne. Non ci saranno problemi di degrado urbano perché le nostre città non ci saranno più. Dunque dissentiamo pure, spero con buon umore, su tutte le altre questioni. […] Ma concordiamo sul dire a tutti i nostri connazionali, ai nostri alleati, a tutti gli esseri umani, che lavoreremo per porre fine all’orrore nucleare che aleggia come una nube su tutta l’umanità».

84


Come Galbraith ha osservato in maniera tanto incisiva, la natura disumana delle armi nucleari non si limita alle conseguenze catastrofiche del loro uso. Non importa come o per quanto tempo le persone si sforzino di realizzare un mondo o una società migliore, perché una volta iniziata una guerra nucleare tutto sarà stato inutile. La realtà dell’era nucleare è che tutti siamo costretti a vivere accompagnati costantemente dal peggiore, dal più incomprensibile e assurdo pericolo che si possa immaginare.
L’impegno della Sgi per l’abolizione delle armi nucleari risale alla dichiarazione pronunciata dal presidente Toda nel settembre 1957. Mentre cresceva la corsa agli armamenti fra gli Stati detentori di armi nucleari, solo un mese prima l’Unione Sovietica aveva sperimentato con successo un missile balistico intercontinentale (Icbm), creando una nuova realtà  nella quale tutte le parti del mondo erano ora esposte alla possibilità di un attacco nucleare.
Di fronte a questa realtà agghiacciante, Toda sottolineò che l’impiego di armi nucleari da parte di qualsiasi Stato andava assolutamente condannato, ed espresse apertamente il suo sdegno davanti all’ideologia soggiacente che ne giustifica il possesso: «Voglio esporre e strappare gli artigli che si celano nelle profondità di queste armi».85
Ricordo come se fosse ieri l’indignazione del mio maestro per la natura disumana delle armi nucleari, che privano ognuno e ognuna di noi del significato e della dignità della nostra vita e possono distruggere alla radice il funzionamento della società umana. Come suo discepolo determinato a realizzare i suoi ideali, percepii la sua giusta rabbia nelle profondità del mio essere.
Convinto che non si possa trasformare il destino dell’umanità senza risolvere il problema delle armi nucleari, il male fondamentale della civiltà moderna, ho costantemente riproposto questo tema nelle mie proposte di pace annuali sin dal 1983, e mi sono impegnato per la messa al bando di tali ordigni.
Vari decenni dopo è entrato in vigore il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, un trattato che riflette  lo spirito della dichiarazione di Toda, e adesso sta per svolgersi la prima riunione degli Stati parti. Abbiamo raggiunto una fase cruciale nelle iniziative per abolire le armi nucleari, lo scopo tanto agognato da una moltitudine di persone in tutto il mondo, a partire dagli hibakusha, cioè le vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki e coloro che hanno subito i dolorosi effetti dello sviluppo e dei test di queste armi condotti in varie parti del mondo.
Per adempiere alla nostra responsabilità verso il futuro dobbiamo portare fino in fondo tale compito. Con questa ferma convinzione la Sgi continua ad avanzare, promuovendo la solidarietà della società civile e specialmente dei giovani, verso la creazione di una cultura di pace in cui ogni persona possa godere del  diritto di vivere in autentica sicurezza.

 

TUTTE LE PROPOSTE DI PACE DI DAISAKU IKEDA 1983-2022

1983 Una nuova proposta per la pace e il disarmo 

1984 Costituzione di un movimento unitario per un mondo senza guerre 

1985 Nuove onde di pace per il XXI secolo 

1986 Un movimento globale per una pace duratura 

1987 Diffondere lo splendore della pace verso il secolo dell’umanità  

1988 Cultura e disarmo: i fondamenti della pace nel mondo  

1989 Una nuova globalizzazione  

1990 Verso un nuovo secolo di speranza: il trionfo della democrazia  

1991 L’alba del secolo dell’umanità  

1992 Un rinascimento di speranza e di umanità  

1993 Verso un mondo più umano nel prossimo secolo  

1994 Una nuova alba nella storia dell’umanità  

1995 Verso un secolo di pace e solidarietà  

1996 Verso il terzo millennio: la sfida dei cittadini del mondo  

1997 Nuovi orizzonti di una civiltà globale  

1998 L’umanità e il nuovo millennio: dal caos al cosmo 

1999 Verso una cultura di pace. Una visione cosmica 

2000 Pace attraverso il dialogo. Riflessioni su una cultura di pace  

2001 Creare e sostenere un secolo di vita: le sfide di una nuova era  

2002 L’umanesimo della via di mezzo  

2003 Un’etica di coesistenza globale

2004 Trasformazione interiore: il movimento profondo che crea un’onda globale di pace  

2005 Verso una nuova era di dialogo: esplorare l’umanesimo  

2006 Verso l’epoca di un nuovo popolo. Il grande cammino della pace  

2007 Ristabilire le connessioni umane: il primo passo verso la pace mondiale  

2008 Umanizzare la religione per creare la pace  

2009 Verso la competizione umanitaria: una nuova corrente nella storia  

2010 Verso una nuova era di creazione di valore  

2011 Verso un secolo di dignità per tutti: il trionfo della vita creativa  

2012 Sicurezza umana e sostenibilità, condividere un profondo rispetto per la dignità della vita  

2013 Compassione, coraggio e speranza: costruire una società globale di pace e coesistenza creativa  

2014 Creazione di valore per un cambiamento globale. Costruire società resilienti e sostenibili  

2015 Un impegno condiviso per un futuro più umano. Eliminare l’infelicità dalla Terra  

2016 Il rispetto universale della dignità umana: la grande strada che porta alla pace 

2017 La solidarietà globale dei giovani annuncia un’era di speranza  

2018 Un movimento di persone comuni verso l’era dei diritti umani  

2019 Verso una nuova era di pace e disarmo: un approccio centrato sulle persone  

2020 Verso un futuro comune: costruire un’epoca di solidarietà umana  

2021 La creazione di valore in tempi di crisi  

2022 Trasformare la storia umana: la luce della pace e della dignità 

NOTE
  1. 1. Tsunesaburo Makiguchi, Makiguchi Tsunesaburo Zenshu (Opere complete di Tsunesaburo Makiguchi), Daisanbunmei-sha, Tokyo, vol. 10, pp. 149-150 e 155.
  2. 2. António Guterres, “Secretary-General’s Nelson Mandela Lecture: Tackling the Inequality Pandemic: A New Social Contract for a New Era” (Discorso del Segretario generale su Nelson Mandela: Affrontare la disuguaglianza pandemica: un nuovo contratto sociale per una nuova era), 18 luglio 2020, https://www.un.org/sg/en/content/sg/statement/2020-07-18/secretary-generals-nelson-mandela-lecture-%E2%80%9Ctackling-the-inequality-pandemic-new-social-contract-for-new-era%E2%80%9D-delivered (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  3. 3.  Ibidem.
  4. 4. Nelson Mandela, “5th Steve Biko Lecture. Lecture by Nelson Mandela, Cape Town” (Quinta conferenza Steve Biko: discorso di Nelson Mandela), Nelson Mandela Foundation, 10 settembre 2004, http://www.mandela.gov.za/mandela_speeches/2004/040910_biko.htm (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  5. 5. Martha C. Nussbaum, Frontiers of Justice: Disability, Nationality, Species Membership, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 2006, p. 14. Edizione italiana: Martha C. Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, trad. a c. di C. Faralli, Il Mulino, 2007.
  6. 6. Un, António Guterres, “Secretary-General’s Message” (Messaggio del Segretario generale), 20 giugno 2021, https://www.un.org/en/observances/refugee-day/messages (ultimo accesso 26 gennaio 2022). 
  7. 7. Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), “Unhcr: Conflict, Violence, Climate Change Drove Displacement Higher in First Half of 2021” (Unhcr: i conflitti, la violenza e il cambiamento climatico fanno aumentare gli sfollati nella prima metà del 2021), Comunicato stampa, 11 novembre 2021, https://www.unhcr.org/news/press/2021/11/618bec6e4/unhcr-conflict-violenceclimate-change-drove-displacement-higher-first.html (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  8. 8. The Vimalakirti Sutra, trad. a c. di Burton Watson, Columbia University Press, New York, 1997, pp. 65-66.
  9. 9. Daisaku Ikeda e John Kenneth Galbraith, Ningenshugi no daiseiki o (Verso la creazione di un’epoca di umanesimo), Ushio shuppansha, Tokyo, 2005, p. 67.
  10. 10. Makiguchi Tsunesaburo zenshu, op. cit., vol. 10, p. 157.
  11. 11. Tedros A. Ghebreyesus, “Who Director-General’s Opening Remarks at the Media Briefing on Covid-19 – 22 December 2021” (Discorso di apertura del direttore generale dell’Oms al briefing per i media sul Covid-19 del 22 dicembre 2021), https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing-on-covid-19---22-december-2021 (ultimo accesso 26 gennaio 2022). In Africa persistono notevoli difficoltà di reperimento dei vaccini, e solo l’8 per cento della popolazione è stata completamente vaccinata.Tedros A. Ghebreyesus, “Who Director-General’s Opening Remarks Global Health Landscape Symposium – 9 December 2021” (Discorso di apertura del direttore generale dell’Oms al Convegno sul panorama della salute globale del 9 dicembre 2021), https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-global-health-landscape-symposium---9-december-2021 (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  12. 12. Albert Einstein, Out of My Later Years, Philosophical Library, New York, 1950, p. 204.
  13. 13. Gavi, “Covax Vaccine Roll-out: Country Updates” (Distribuzione dei vaccini da parte del Covax: aggiornamenti sui vari paesi), 17 gennaio 2022, https://www.gavi.org/covax-vaccine-roll-out (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  14. 14. G20 Hlip (G20 High Level Independent Panel on Financing the Global Commons for Pandemic Preparedness and Response), A Global Deal for Our Pandemic Age (Un accordo globale per la nostra era pandemica), giugno 2021, https://pandemic-financing.org/wp-content/uploads/2021/07/G20-HLIP-Report.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 1.
  15. 15. Onu, Carta delle Nazioni Unite, articoli 55 e 57, 1945, https://www.un.org/en/about-us/un-charter/full-text (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  16. 16. Oms (Organizzazione mondiale della sanità), Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità, 22 luglio 1946, https://treaties.un.org/doc/Treaties/1948/04/19480407%2010-51%20PM/Ch_IX_01p.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), articolo 8. 
  17. 17. Onu, “Political Declaration on Equitable Global Access to Covid-19 Vaccines” (Dichiarazione politica per un accesso globale equo ai vaccini contro il Covid-19), 11 marzo 2021, https://www.un.org/pga/75/wp-content/uploads/sites/100/2021/03/PGA-letter-The-Political-Declaration-on-Equitable-Global-Access-to-COVID-19-Vaccines.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  18. 18. Cfr. The Book of the Discipline (Vinaya-Pitaka), trad. di B. Horner, Luzac & Company Ltd., Londra, 1951, vol. 4, pp. 381-94
  19. 19. Cfr. Oms, “The World Together: Establishment of an Intergovernmental Negotiating Body to Strengthen Pandemic Prevention, Preparedness and Response” (Il mondo unito: istituzione di un organo di negoziazione intergovernativo per rafforzare la prevenzione, la preparazione e la risposta pandemica), 1 dicembre 2021, SSA2/SR/5, https://apps.who.int/gb/ebwha/pdf_files/WHASSA2/SSA2(5)-en.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  20. 20. Summit del G7, “Carbis Bay G7 Summit Communiqué: Our Shared Agenda for Global Action to Build Back Better” (Comunicato del summit del G7, Carbis Bay: La nostra agenda per un’azione globale per ricostruire meglio), giugno 2021, https://www.g7uk.org/wp-content/uploads/2021/06/Carbis-Bay-G7-Summit-Communique-PDF-430KB-25-pages-3-1.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 6.
  21. 21. Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), World Employment and Social Outlook: Trends 2021 (Occupazione e prospettive sociali mondiali: tendenze 2021), https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---dcomm/---publ/documents/publication/wcms_795453.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 11.
  22. 22. Ibidem, p. 24.
  23. 23. Oil, “Invest in Youth Says Ilo Director-General to the G20” (Il direttore generale dell’Oil dice al G20 di investire sui giovani), 22 giugno 2021), https://www.ilo.org/global/about-the-ilo/how-the-ilo-works/ilo-director-general/statements-and-speeches/WCMS_806924/lang--en/index.htm (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  24. 24. Oil, Youth & Covid-19: Impacts on Jobs, Education, Rights and Mental Well-being (Giovani e Covid-19: impatto sull’occupazione, l’educazione, i diritti e la salute mentale), 2020, https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_emp/documents/publication/wcms_753026.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  25. 25. Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo, Good Economics for Hard Times: Better Answers to Our Biggest Problems, Public Affairs, New York, 2019, p. 205.
  26. 26. Ibidem, p. 9.
  27. 27. Cfr. Ibidem, pp. 315-16.
  28. 28. Ibidem, p. 318.
  29. 29. Ibidem, p. 322.
  30. 30. Cfr. Un Women, Beyond Covid-19: A Feminist Plan for Sustainability and Social Justice (Oltre il Covid-19: un piano femminista per la sostenibilità e la giustizia sociale), 2021, https://www.unwomen.org/sites/default/files/Headquarters/Attachments/Sections/Library/Publications/2021/Feminist-plan-for-sustainability-and-social-justice-en.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 37.
  31. 31. Forum Generazione Uguaglianza, “Activism and Commitments to Accelerate Gender Equality Mark Conclusion of the Generation Equality Forum in Mexico City” (L’attivismo e l’impegno ad accelerare l’uguaglianza di genere caratterizzano la conclusione del Forum Generazione Uguaglianza a Città del Messico), Comunicato stampa, 31 marzo 2021, https://forum.generationequality.org/node/131 (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  32. 32. Cfr. Un Women, Action Coalitions: Global Acceleration Plan (Coalizioni di azione: piano di accelerazione globale), giugno 2021, https://forum.generationequality.org/sites/default/files/2021-06/UNW%20-%20GAP%20Report%20-%20EN.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 19.
  33. 33. Cfr. Un Women, Beyond Covid-19, op. cit., p. 12.
  34. 34. Onu, “Secretary-General’s Policy Brief: Investing in Jobs and Social Protection for Poverty Eradication and a Sustainable Recovery” (Documento politico del Segretario generale: investire nell’occupazione e nella protezione sociale per sradicare la povertà e per una ripresa sostenibile), 28 settembre 2021, https://www.un.org/sites/un2.un.org/files/sg_policy_brief_on_jobs_and_social_protection_sept_2021.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 15. 1 miliardo di persone di età superiore ai 60 anniOms, “Ageing and Health”(Invecchiamento e salute), 4 ottobre 2021, https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/ageing-and-health (ultimo accesso 26 gennaio 2022). e 1,2 miliardi di persone con disabilità.WeThe15, “A Global Human Rights Movement for the 1.2 Billion Persons with Disabilities” (Un movimento globale per i diritti umani di 1,2 miliardi di persone con disabilità), 30 agosto 2021, https://www.wethe15.org/news/wethe15-a-global-human-rights-movement-for-the-12-billion-persons-with-disabilities (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  35. 35. Cfr. Itto (Organizzazione internazionale per il legname tropicale), “Togolese Women Are Becoming Restoration Leaders, with Itto and Soka Gakkai Support” (Con il sostegno dell’Itto e della Soka Gakkai le donne del Togo stanno diventando leader della riqualificazione), 12 novembre 2021, https://www.itto.int/news/2021/11/12/togolese_women_are_becoming_restoration_leaders_with_itto_and_soka_gakkai_support/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  36. 36. Soka Gakkai, Carta della Sgi, 23 novembre 1995, https://www.sokaglobal.org/resources/sgi-charter.html (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  37. 37. Soka Gakkai, Carta della Soka Gakkai, 18 novembre 2021, https://www.sokaglobal.org/resources/sg-charter.html (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  38. 38. Cfr. Ipcc (Panel intergovernativo sul cambiamento climatico), “Summary for Policymakers” (Sintesi per i legislatori), in Climate Change 2021: The Physical Science Basis (Cambiamento climatico 2021: Le basi della fisica), a c. di Valérie Masson-Delmotte, Panmao Zhai, Anna Pirani, e altri, Cambridge University Press, Cambridge, ottobre 2021, https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 5.
  39. 39. Cfr. Wmo (Organizzazione meteorologica mondiale), “Wmo Greenhouse Gas Bulletin: The State of Greenhouse Gases in the Atmosphere Based on Global Observations through 2020” (Bollettino Wmo sui gas serra: lo stato dei gas serra nell’atmosfera in base alle osservazioni globali nel 2020), n. 17, 25 ottobre 2021, https://library.wmo.int/doc_num.php?explnum_id=10904 (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 1.
  40. 40. Conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico, “Cop26 Reaches Consensus on Key Actions to Address Climate Change” (La Cop26 raggiunge il consenso sulle azioni principali per affrontare il cambiamento climatico), Comunicato stampa, 13 novembre 2021, https://unfccc.int/news/cop26-reaches-consensus-on-key-actions-to-address-climate-change (ultimo accesso 26 gennaio 2022). Ma raggiungere questo nuovo traguardo non sarà facile. Secondo gli esperti non basterà che ogni paese riduca le emissioni di gas serra ai livelli promessi, ma saranno necessarie ulteriori misure più energiche.Cfr. Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), “Updated Climate Commitments Ahead of Cop26 Summit Fall Short, but Net-zero Pledges Provide Hope” (L’aggiornamento degli impegni per il clima prima della Cop26 non è all’altezza, ma le promesse di emissioni zero fanno ben sperare), Comunicato stampa, 26 ottobre 2021, https://www.unep.org/news-and-stories/press-release/updated-climate-commitments-ahead-cop26-summit-fall-far-short-net (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  41. 41. Alok Sharma, “Cop President Concluding Media Statement” (Dichiarazione conclusiva alla stampa del presidente della Cop), 13 novembre 2021, https://ukcop26.org/cop-president-concluding-media-statement/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  42. 42. Climate Analytics and World Resources Institute, Closing the Gap: The Impact of G20 Climate Commitments on Limiting Global Temperature Rise to 1.5°C (Colmare il divario: l’impatto degli impegni sul clima del G20 per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5° C), settembre 2021, https://files.wri.org/d8/s3fs-public/2021-09/closing-the-gap-impact-g20-climate-commitments-limiting-global-temperature-rise-1-5c.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 4.
  43. 43. Cfr. Dipartimento di Stato statunitense, “Dichiarazione congiunta a Glasgow di Stati Uniti e Cina per migliorare l’azione climatica negli anni 2020”, 10 novembre 2021, https://www.state.gov/u-s-china-joint-glasgow-declaration-on-enhancing-climate-action-in-the-2020s/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  44. 44. Cfr. Monica Crippa, Diego Guizzardi, Marilena Muntean, Edwin Schaaf, Efisio Solazzo, Fabio Monforti-Ferrario, Jos Olivier e Elisabetta Vignati, “Fossil CO2 Emissions of All World Countries – 2020 Report” (Emissioni di CO2 fossile di tutti i paesi mondiali – Rapporto 2020), Lussemburgo: Ufficio pubblicazioni dell’Unione Europea, https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC121460 (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 11
  45. 45. Youth4Climate, 2021, “Manifesto Youth4Climate”, https://www.mite.gov.it/sites/default/files/archivio_immagini/Y4C_COP-PRECOP/Youth4Climate%20Manifesto%20(1).pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 2. 
  46. 46. Cfr. Istituto Toda per la pace, “Vanishing Homelands: Climate Security, Displacement and Human Rights-A Pacific Focus” (Terre che scompaiono: sicurezza climatica, sfollamento e diritti umani: uno sguardo sul Pacifico), Documento programmatico n. 119, novembre 2021, https://toda.org/policy-briefs-and-resources/policy-briefs/vanishing-homelands-climatesecurity-displacement-and-human-rights-a-pacific-focus.html (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  47. 47. Cfr. Crc (Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia), “General Comment No. 26: Building Universal Standards for Governments to Uphold Children’s Rights Impacted by the Environmental and Climate Crisis” (Commento generale n. 26: Creare regole universali per i governi per tutelare i diritti dei bambini colpiti da crisi ambientali e climatiche), 2021, https://childrightsenvironment.org/about/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  48. 48. Soka Gakkai, “Sowing Seeds of Hope: A Buddhist Call for Courageous Action for Climate Justice” (Piantare semi di speranza: un appello buddista per un’azione coraggiosa a favore della giustizia climatica), Comunicato di ottobre 2021, https://www.sokaglobal.org/contact-us/media-room/statements/buddhist-call-for-climate-justice-cop26.html (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  49. 49. Commissione internazionale sui futuri dell’educazione, Reimagining Our Futures Together: A New Social Contract for Education (Riimmaginare i nostri futuri insieme: un nuovo contratto sociale per l’educazione), Unesco, 2021, https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000379707 (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. v.
  50. 50.  Cfr. Ecw (Education Cannot Wait), Winning the Human Race (Vincere la gara umana), Rapporto di luglio 2021, https://www.educationcannotwait.org/wp-content/uploads/2021/09/ECW-Annual-Report-2020.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 38.
  51. 51. Cfr. Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia), “Covid-19 in Sierra Leone: Bridging the Learning Gap through Radio” (Covid-19 in Sierra Leone: colmare il divario nell’apprendimento attraverso la radio), 28 aprile 2020, https://www.unicef.org/wca/stories/covid-19-sierra-leone-education (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  52. 52. Cfr. Unicef, “32,000 Usaid-funded Solar-powered Radios Will Enable Distance Learning for up to 160,000 Children” (32.000 radio a energia solare finanziate da Usaid permetteranno l’apprendimento a distanza per 160.000 bambini), Comunicato stampa, 23 dicembre 2020, https://www.unicef.org/southsudan/press-releases/solar-powered-radios-enable-distance-learning (ultimo accesso 26 gennaio 2022). e del Sudan, dove i compiti per casa sono stati stampati sui quotidiani.Cfr. Gem (Global Education Monitoring), “Covid-19 Has Prompted Countries to Adjust and Rethink Financing for Equity in Education” (Il Covid-19 ha spinto i paesi a rivedere i finanziamenti per l’equità nell’educazione), Rapporto dell’1 febbraio 2021, Unesco, https://world-education-blog.org/2021/02/01/covid-19-has-prompted-countries-to-adjust-and-rethink-financing-for-equity-in-education/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  53. 53. António Guterres, “Education Cannot Wait Interviews United Nations Secretary-General António Guterres” (Intervista di Education Cannot Wait al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres), 5 febbraio 2021, https://www.educationcannotwait.org/anotonioguterres/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  54. 54. Hakuyo Sato, “Tokyo-shi no shogakko o miru” (Osservare le scuole elementari di Tokyo), volume 2. In Hokkaido Kyoiku (L’educazione in Hokkaido), vol. 35, Hokkaido rengo kyoiku-kai, Hokkaido, 1921, p. 42.
  55. 55. Unhcr, Staying the Course: The Challenges Facing Refugee Education (Mantenere la rotta: le difficoltà educative dei rifugiati), Rapporto 2021 sull’educazione per i rifugiati, https://www.unhcr.org/publications/education/612f85d64/unhcr-education-report-2021-staying-course-challenges-facing-refugee-education.html (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 9.
  56. 56. Cfr. Musicians Without Borders, “Al-Musiqa Tajm’ana – Music Brings Us Together: The Launch of a New Project in Jordan” (La musica ci unisce: il lancio di un nuovo progetto in Giordania), 5 febbraio 2021, https://www.musicianswithoutborders.org/2021/02/05/al-musiqa-tjamana-music-brings-us-together-the-launch-of-a-new-project-in-jordan/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  57. 57. Tareq Jundi, “Soka Gakkai to Kokkyo naki ongakuka (Mwb) ga suishin suru purojekuto no tantosha ni intabyu” (Intervista al team del progetto Soka Gakkai/Musicians Without Borders (Mwb)), Seikyo Shimbun, 10 novembre 2021, p. 2.
  58. 58. Unicef, Seen, Counted, Included: Using Data to Shed Light on the Well-being of Children with Disabilities (Visti, contati, inclusi: usare i dati per far luce sul benessere dei bambini con disabilità), novembre 2021, https://data.unicef.org/resources/children-with-disabilities-report-2021/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 18.
  59. 59. Assemblea generale dell’Onu, “Transforming Our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development” (Trasformare il nostro mondo. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile), A/RES/70/1, risoluzione adottata dall’Assemblea generale il 25 settembre 2015, https://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/70/1&Lang=E (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 14.
  60. 60. Cfr. Onu, Convenzione per i diritti delle persone con disabilità e protocollo opzionale, https://www.un.org/disabilities/documents/convention/convoptprot-e.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), articolo 24.
  61. 61. Ibidem, articolo 2.
  62. 62. Ibidem, articolo 24.
  63. 63. Ohchr (Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani), “Un Leads the Way on Disability Rights” (L’Onu apre la strada ai diritti della disabilità), 24 settembre 2012, https://www.ohchr.org/EN/newyork/Stories/Pages/UNleadsthewayondisabilityrights.aspx (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  64. 64. Un Treaty Collection, 2022, “Status of Treaties: Chapter IV: Human Rights, 15. Convention on the Rights of Persons with Disabilities”, 26 gennaio 2022, https://treaties.un.org/Pages/ViewDetails.aspx?src=TREATY&mtdsg_no=IV-15&chapter=4&clang=_en (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  65. 65. Nujeen Mustafa, “Ecw Interviews Youth Refugee Advocate Nujeen Mustafa” (Intervista di Ecw alla giovane attivista rifugiata Nejeen Mustafa), Education Cannot Wait, 12 marzo 2021, https://www.educationcannotwait.org/ecw-interviews-youth-refugee-advocate-nujeen-mustafa/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  66. 66. Ibidem.
  67. 67. Commissione internazionale sui futuri dell’educazione, Reimagining Our Futures Together, op. cit., p. 3.
  68. 68. Un Desa (Dipartimento dell’Onu per gli affari economici e sociali), World Population Prospects 2019: Highlights. ST/ESA/SER.A/423, https://population.un.org/wpp/Publications/Files/WPP2019_Highlights.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 5.
  69. 69. “Joint Statement of the Leaders of the Five Nuclear-Weapon States on Preventing Nuclear War and Avoiding Arms Races” (Dichiarazione congiunta dei leader dei cinque Stati possessori di armi nucleari per prevenire una guerra nucleare ed evitare la corsa agli armamenti), La Casa Bianca, Governo degli Stati Uniti, 3 gennaio 2022, https://www.whitehouse.gov/briefing-room/statementsreleases/2022/01/03/p5-statement-on-preventing-nuclear-war-and-avoiding-arms-races/ (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  70. 70. Cfr. Sipri (Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace), Sipri Yearbook 2021: Armaments, Disarmaments and International Security. Summary (Annuario Sipri 2021: armi, disarmi e sicurezza internazionale. Una sintesi), giugno 2021, https://sipri.org/sites/default/files/2021-06/sipri_yb21_summary_en_v2_0.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 12.
  71. 71.  Ibidem, p. 16.
  72. 72. Izumi Nakamitsu, “‘Eliminating the Existential Threat of Nuclear Weapons’: Opening Remarks by Ms. Izumi Nakamitsu, High Representative for Disarmament Affairs” (Eliminare la minaccia alla vita delle armi nucleari. Discorso di apertura di Izumi Nakamitsu, Alta rappresentante per gli affari del disarmo), 30 settembre 2021, Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari del disarmo, https://front.un-arm.org/wp-content/uploads/2021/09/IPPNW-opening-remarks-30-September-2021.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 3.
  73. 73. Ibidem, p. 4.
  74. 74. Assemblea generale dell’Onu, Trattato di non proliferazione nucleare, A/RES/2373(XXII), Risoluzione adottata dall’Assemblea generale il 12 giugno 1968, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=a/res/2373(xxii) (ultimo accesso 26 gennaio 2022), Preambolo.
  75. 75. “Joint Soviet-United States Statement on the Summit Meeting in Geneva” (Dichiarazione congiunta di Unione Sovietica e Stati Uniti al Summit di Ginevra), Ronald Reagan Presidential Library and Museum, 21 novembre 1985, https://www.reaganlibrary.gov/archives/speech/joint-soviet-united-states-statement-summit-meetinggeneva (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  76. 76. Fumihiko Yoshida, Kaku no Amerika: Toruman kara Obama made (Le armi nucleari degli Stati Uniti: da Truman a Obama), Iwanami Shoten, Tokyo, 2009, p. 151.
  77. 77. Daisaku Ikeda e Michail Gorbaciov, “Shinseiki no akebono” (L’alba di un nuovo secolo), in Ushio, marzo 2009, Daisanbunmei-sha, Tokyo, pp. 170-71. 
  78. 78. “Joint Statement of the Leaders of the Five Nuclear-Weapon States”, op. cit..
  79. 79. “Japan-U.S. Joint Statement on the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons (Npt)” (Dichiarazione congiunta di Giappone e Stati Uniti sul Trattato di non proliferazione nucleare (Npt)), Ministero degli affari esteri del Giappone, 21 gennaio 2022, https://www.mofa.go.jp/files/100292319.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  80. 80. Cfr. Ican (Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), “Appello delle città di Ican”, https://cities.icanw.org/list_of_cities (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  81. 81. Cfr. Oliver Meier, “Doku, kaku kinshi joyaku kaigi obuzaba sanka: ‘Kaku kyoyu’ iji demo igi, Hanburuku-dai no Maiya shunin kenkyuin ni kiku” (Significato della partecipazione della Germania come osservatrice nella 1Msp del Tpnw, anche se è a favore della condivisione nucleare: un’intervista al dr. Oliver Meier, ricercatore senior all’Università di Amburgo), Chugoku Shimbun, 6 dicembre 2021, https://www.hiroshimapeacemedia.jp/?p=113402 (ultimo accesso 26 gennaio 2022).
  82. 82. Cfr. Ican, “Observing the First Meeting of States Parties to the Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons” (Riguardo alla prima riunione degli Stati parti del Trattato per la proibizione delle armi nucleari), Documento programmatico, agosto 2021, https://d3n8a8pro7vhmx.cloudfront.net/ican/pages/2213/attachments/original/1630485997/Observers_Briefing_Paper_Aug2021.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2022), p. 2.
  83. 83. John Kenneth Galbraith, A Life in Our Times, Houghton Mifflin Company, Boston, 1981, p. 537.
  84. 84. Ibidem.
  85. 85. Josei Toda, “Declaration Calling for the Abolition of Nuclear Weapons”, 8 settembre 1957, https://www.joseitoda.org/vision/declaration/read.html (ultimo accesso 26 gennaio 2022). Il testo italiano della Dichiarazione si trova sul sito https://senzatomica.it/dichiarazioni-onu/dichiarazione-contro-le-armi-nucleari/.

buddismoesocieta.org