La creazione di valore in tempi di crisi
26 gennaio 2021
Il mondo odierno si trova di fronte a un insieme complesso di crisi incombenti senza precedenti nella storia dell’umanità. Oltre all’incidenza di eventi meteorologici estremi in crescita di anno in anno, che riflette l’aggravarsi del problema del cambiamento climatico, l’attacco della nuova pandemia da Coronavirus (Covid-19) continua a minare la stabilità economica e sociale in tutto il mondo.
Ho usato l’espressione “senza precedenti” per riferirmi non solo ai piani stratificati e interconnessi della crisi che stiamo vivendo oggi. Nel corso della sua lunga storia l’umanità ha dovuto affrontare vari tipi di sfide, ma non si era mai trovata di fronte a una situazione in cui ogni angolo del mondo è stato colpito simultaneamente: sono minacciati la vita, i mezzi di sussistenza e la dignità di persone di ogni paese, che si ritrovano improvvisamente ad avere estremo bisogno di assistenza immediata.
Stando ai dati del 25 gennaio 2021, il numero di persone contagiate dal Covid-19 ha superato i 99 milioni e i morti ammontano a oltre 2,12 milioni.Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), “Who Coronavirus Disease (Covid-19) Dashboard” (Quadro dell’Oms sul Covid-19), 25 gennaio 2021, https://covid19.who.int/ (ultimo accesso 26 gennaio 2021). In poco meno di un anno il numero di decessi causati dal Covid-19 ha superato abbondantemente il numero totale di vittime provocate dai maggiori disastri naturali degli ultimi vent’anni.Cfr. Undrr (United Nations Office for Disaster Risk Reduction), “Human Cost of Disasters: An Overview of the Last 20 Years (2000–2019)” (Il costo umano dei disastri: una panoramica sugli ultimi vent’anni: 2000-2019), 13 ottobre 2020, https://www.undrr.org/sites/default/files/inline-files/Human%20Cost%20of%20Disasters%202000-2019%20FINAL.pdf, p. 6 (ultimo accesso 26 gennaio 2021). È inimmaginabile il dolore provato da chi ha perso i propri cari in maniera così imprevista, un dolore acuito dal fatto che, a causa delle misure per prevenire la diffusione del virus, a tante di quelle vittime è stato impedito di trascorrere i loro ultimi momenti a fianco dei familiari. All’intensità di questa perdita, che ha privato le persone perfino della possibilità di dare un ultimo saluto ai loro cari, si sovrappone la crisi che ha colpito le attività economiche, provocando un’ondata di fallimenti e disoccupazione che ha ridotto in povertà un gran numero di persone.
Tuttavia, sebbene le nubi oscure di tale crisi continuino ad avvolgere il mondo, il processo verso la costruzione di una società globale impegnata per la pace e i valori umani non si è fermato: il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw) è entrato in vigore il 22 gennaio scorso; 187 Stati membri dell’International Labour Organization (Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro) hanno universalmente ratificato una convenzione che mette fuori legge le peggiori forme di lavoro minorile; in Africa è stata eradicata la poliomielite selvaggia.
Ognuno di tali risultati ha un grande valore, in un momento in cui la comunità mondiale mira a realizzare entro il 2030 gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg, Sustainable Development Goals) stabiliti dall’Onu. Questi successi sono una chiara espressione dell’illimitata capacità umana di superare gli ostacoli e scrivere una nuova storia. Ciò è particolarmente vero nel caso del Trattato per la proibizione delle armi nucleari che il 24 ottobre scorso, Giorno delle Nazioni Unite, ha raggiunto le condizioni necessarie all’entrata in vigore. Il trattato traccia un percorso chiaro verso la realizzazione del tanto agognato scopo dell’abolizione delle armi nucleari, una questione che l’Onu affrontò già nel 1946, un anno dopo la sua fondazione, nella primissima risoluzione adottata dall’Assemblea generale, e che da allora è rimasta in sospeso.
Nel settembre 1957, durante la guerra fredda, mentre la corsa alle armi nucleari accelerava il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-1958) pronunciò una dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari. Ispirata da tale appello, la nostra organizzazione si è adoperata per la proibizione totale di tali armamenti e per far sì che essa diventi una norma legale che regola le relazioni internazionali. A tal fine la Sgi ha collaborato attivamente con organizzazioni come la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican); alla luce di ciò, l’entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari è da celebrare come un impareggiabile successo.
Mentre il mondo è ancora sconvolto dall’impatto della pandemia, desidero esplorare alcune strategie che ritengo necessarie per superare questa crisi complessa e suggerire una serie di proposte per imprimere uno slancio positivo alla sfida della costruzione di una società globale di pace e di valori umani nel ventunesimo secolo.
La determinazione di non lasciare mai indietro chi sta lottando contro le difficoltà
La prima area tematica che desidero esplorare riguarda la decisione di non lasciare mai indietro le persone che stanno affrontando le difficoltà peggiori, le quali rischiano di rimanere isolate quanto più questa crisi viene percepita come un fatto normale.
Da quando, l’11 marzo dell’anno scorso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato il Covid-19 una pandemia, i numeri dei contagi e dei decessi fanno parte delle notizie quotidiane. Per riflettere sull’effettivo significato di queste statistiche continuamente aggiornate, mentre la diffusione del virus sembra non cessare affatto, ritengo che sarebbe bene ricordare le parole della cancelliera Angela Merkel nel suo discorso al popolo tedesco una settimana dopo l’annuncio dell’Oms: «Questi non sono solo dati statistici astratti, sono persone: un padre, un nonno, una madre, una nonna, un compagno o una compagna di vita. E noi siamo una comunità in cui ogni vita e ogni persona contano».2
Di fronte a un’emergenza di così vasta portata dobbiamo ricordarci di non perdere mai di vista questa prospettiva. Ciò è ancora più indispensabile oggi, perché ci troviamo di fronte a una pandemia che continua a minacciare il mondo intero e ci stiamo sempre più abituando a questa crisi.
Nella nostra pratica buddista giornaliera noi membri della Sgi di tutto il mondo abbiamo continuato a offrire preghiere sincere per la completa eliminazione del Covid-19 il prima possibile e per il riposo dei defunti. E ovviamente abbiamo adottato misure precauzionali rigorose nello svolgimento delle nostre attività, per prevenire l’ulteriore diffusione del virus.
A partire dallo scorso settembre l’Istituto Soka dell’Amazzonia, che ho contribuito a fondare, ha piantato un albero in memoria di ogni vittima del Covid-19 in Brasile, nell’ambito del progetto Life Memorial.3 Con ogni albero piantato l’iniziativa mira a onorare e riconoscere coloro che ci hanno vissuto accanto nella grande terra del Brasile, perpetuandone la memoria, e anche a contribuire al rimboschimento e alla protezione dell’integrità ecologica della regione amazzonica.
Piangere insieme i defunti e impegnarsi a vivere in maniera da onorarne l’eredità è sempre stato un fondamento della società umana. Oggi, che è sempre più difficile riunirsi in uno stesso luogo per rendere omaggio alle persone scomparse, è ancora più importante non dimenticare il valore di ogni individuo e non permettere mai che la vita sia ridotta a un semplice dato statistico.
Mentre la crisi sta diventando una realtà quotidiana sempre più normale e la nostra attenzione è concentrata sulla necessità di prendere misure per proteggersi dal virus, rischiamo di trascurare le difficoltà specifiche che incontrano i membri più vulnerabili della società.
Nel loro impegno per contenere la pandemia, i paesi hanno dato la massima priorità al rafforzamento dei sistemi medici e sanitari, oltre a introdurre una serie di misure spesso descritte come una “nuova normalità”: pratiche come il distanziamento sociale, cioè il mantenimento di una distanza fisica di sicurezza dagli altri per prevenire il contagio, il lavoro in remoto, la didattica a distanza e la raccomandazione di rimanere il più possibile a casa. Si è trattato di misure significative per contrastare la diffusione rapida del Covid-19 e alleggerire la pressione sulle strutture sanitarie.
In un certo senso, già il fatto che più persone stiano mettendo in atto nuovi comportamenti per rallentare la diffusione dei contagi contiene il potenziale per andare oltre la semplice prevenzione del rischio. Queste innovazioni non solo contribuiscono direttamente a proteggere la vita dei nostri familiari, dei nostri cari e delle persone con cui abbiamo contatti più stretti; queste azioni ripetute, apparentemente banali, costituiscono anche un segno di attenzione per tutte le persone che non conosciamo, ma con le quali condividiamo la vita nella società.
Allo stesso tempo dobbiamo prestare attenzione ai bisogni di coloro che erano già vulnerabili a causa di innumerevoli disparità e discriminazioni, la cui capacità di vivere dignitosamente dipende dal supporto offerto da contatti e reti sociali, gravemente colpiti dalla crisi. Per esempio, una riduzione del supporto a quanti necessitano di cure infermieristiche o assistenziali costanti può compromettere seriamente la loro normale vita quotidiana. Anche la cancellazione di quel tempo prezioso che le persone trascorrevano all’interno delle loro reti di sostegno mina le basi per vivere con dignità. Adesso che trascorriamo sempre più tempo online per il lavoro, l’istruzione e gli acquisti, si corre il serio rischio di lasciare indietro coloro che, per ragioni economiche o altri motivi, non hanno accesso a Internet o non hanno ancora imparato a usarlo.
Inoltre, poiché le persone sono sempre più confinate nelle loro case, risulta aumentato il numero di donne vittime di violenza domestica. Molte di loro non riescono nemmeno a chiedere aiuto o a ricevere assistenza dai servizi sociali a causa della presenza costante in casa del molestatore (il coniuge o il partner).4
Più le misure per contenere la diffusione del contagio si radicano nella società e noi ci abituiamo alla realtà della pandemia, più è essenziale mantenere l’impegno di proteggere tutte le persone “invisibili” di cui si rischia di ignorare il dramma. Dobbiamo dare la priorità agli sforzi per alleviare il dolore e il senso claustrofobico di pericolo che avvertono, e farne il requisito per la ricostruzione della nostra società.
L’Oms ha raccomandato l’uso del termine “distanziamento fisico” invece di “distanziamento sociale” per evitare che si sottintenda la necessità di limitare i rapporti umani, aggravando ulteriormente l’isolamento sociale e le divisioni.5 Anche se ci troviamo in un tunnel del quale ancora non si intravede l’uscita, e non abbiamo modo di conoscere le circostanze in cui altri vivono, non dobbiamo assolutamente perdere di vista il punto essenziale, cioè che tutti coabitiamo nella stessa società.
Vorrei citare ciò che ha risposto il Segretario generale dell’Onu António Guterres quando, nel webinar Onu dello scorso luglio dal titolo “Coping with Covid” (Come affrontare il Covid), gli è stato chiesto cosa significasse per lui l’espressione “nuova normalità”. Egli si è rifiutato di definire così le nostre attuali circostanze, chiamandole invece “anormali”.6 In effetti, anche se un gran numero di persone sta vivendo in uno stato di emergenza inevitabile a causa della pandemia, dobbiamo mantenere la consapevolezza che per gli esseri umani queste sono circostanze intrinsecamente anormali.
In un’altra occasione Guterres ha osservato: «Si parla molto del bisogno di una “nuova normalità” dopo questa crisi, ma non dimentichiamo che il mondo prima del Covid-19 era tutt’altro che normale. Le crescenti disuguaglianze, le sistematiche discriminazioni di genere, la mancanza di opportunità per i giovani, il ristagno dei salari, il cambiamento climatico fuori controllo: nessuna di queste cose era “normale”».7
Condivido profondamente le sue preoccupazioni. Se permettiamo che tali disuguaglianze e distorsioni globali si mantengano immutate, sarà inevitabile che un numero sempre maggiore di persone venga lasciato indietro e risulterà sempre più difficile immaginare il mondo post-Covid che desideriamo.
Sebbene il Covid-19 rappresenti una minaccia per tutti i paesi, resta il fatto che esiste un ampio divario nella gravità del suo impatto a seconda delle condizioni in cui le persone vivono. Per esempio, circa il 40 per cento della popolazione mondiale non ha la possibilità di lavarsi regolarmente le mani con il sapone, una misura fondamentale per prevenire il contagio. Ciò significa che circa 3 miliardi di persone non hanno accesso ai mezzi più basilari per proteggere loro stesse e i propri cari.8
Inoltre, poiché il numero di persone sfollate con la forza dalle loro case a causa di conflitti o persecuzioni sta raggiungendo gli 80 milioni, spesso queste non hanno altra scelta che vivere a stretto contatto con altre nei campi profughi. Tali condizioni rendono concretamente impossibile praticare il distanziamento fisico, per cui si convive con il rischio costante di essere contagiati nel caso in cui scoppi un focolaio d’infezione.
La crisi che il mondo oggi deve affrontare è costituita da un complesso di minacce così intrecciate da rendere difficile discernerne adeguatamente le interrelazioni, cosa necessaria per affrontare il problema in modo completo. A questo proposito desidero affermare che, mentre ci adoperiamo per sviluppare una risposta globale alla luce di tale problematicità, dobbiamo sempre affrontare prioritariamente la sofferenza di ciascuno dei molti individui la cui vita è minacciata direttamente.
Può essere utile – in tale contesto – considerare il punto di vista del Buddismo, espresso nella parabola della freccia avvelenata. Qui Shakyamuni racconta la storia di un uomo colpito da una freccia avvelenata il quale, prima di permettere che gliela estraessero, insisteva per sapere chi avesse fabbricato l’arco e la freccia, chi fosse e a quale clan appartenesse la persona che l’aveva scagliata. Nulla poteva essere fatto prima di aver ottenuto risposta. Ma in questo modo, spiega Shakyamuni, la freccia sarebbe rimasta conficcata nel corpo dell’uomo, che alla fine avrebbe perso la vita. Con questa parabola mirava a incoraggiare i discepoli che avevano la tendenza alle teorizzazioni a concentrarsi invece su questioni che toccano concretamente la vita umana.
Mircea Eliade (1907-1986), insigne studioso delle religioni del ventesimo secolo, osservò acutamente, a proposito di questa parabola, come gli insegnamenti di Shakyamuni non mirassero a offrire una teoria filosofica sistematica, ma costituissero una sorta di trattamento medico per guarire la sofferenza umana.
In effetti a Shakyamuni interessava solo rimuovere la freccia avvelenata, vale a dire le cause profonde della sofferenza delle persone. La fonte viva di ciò che oggi conosciamo come gli insegnamenti del Buddismo è questa ardente preoccupazione di Shakyamuni, che egli espresse in vari contesti e occasioni.
Nichiren (1222-1282), il quale espose e diffuse gli insegnamenti buddisti nel Giappone del tredicesimo secolo basandosi sul Sutra del Loto – che contiene l’essenza della dottrina di Shakyamuni –, affermò che «tali insegnamenti sarebbero come l’olio per una lampada o un bastone per una persona anziana».
In altre parole Shakyamuni non impiegava poteri sovrumani per salvare le persone, ma piuttosto cercava di offrire a coloro con cui entrava in contatto parole che potessero contribuire a rivelare la forza e il potenziale insito nella loro stessa vita.
Il medesimo spirito anima l’insegnamento buddista di Nichiren, il quale sottolineava l’importanza cruciale di agire per eliminare la sofferenza e la disperazione. Il suo trattato Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese fu scritto nel contesto di un susseguirsi di disastri naturali, carestie ed epidemie diffuse che avevano colpito il popolo del Giappone. Quel trattato scaturisce dal suo profondo desiderio di sradicare l’infelicità umana.
In un altro scritto descrive così l’intensa sofferenza della popolazione giapponese, colpita da un disastro dopo l’altro: «Così le tre calamità e i sette disastri (vedi box a p. 7) si sono succeduti senza sosta per diversi decenni spazzando via metà della popolazione. I superstiti, separati dai genitori, dai fratelli, dalle sorelle, dalle mogli e dai figli emettono grida strazianti come quelle degli insetti in autunno. Una famiglia dopo l’altra è stata smembrata e distrutta, come piante e alberi spezzati dalla neve in inverno».
In un’epoca così travagliata continuò a incoraggiare le persone, cercando di portare una luce di speranza in una società avvolta dall’oscurità del caos e della confusione.
Ripetutamente perseguitato ed esiliato dalle autorità per le sue idee, Nichiren inviava spesso lettere di incoraggiamento ai discepoli, anche quando era fisicamente distante da loro. In un’occasione scrisse a una discepola rimasta vedova: «Il tuo compianto marito aveva una figlia e un figlio malato. Non posso fare a meno di pensare a quanto deve aver sofferto all’idea che, lasciando questo mondo e abbandonandoli, sua moglie, anziana e fragile come un ramoscello secco, sarebbe rimasta sola ad affliggersi per questi figli».
Eppure, le scrive, «l’inverno si trasforma sempre in primavera». Con queste parole cerca di incoraggiarla ricordandole che, anche se al momento si sentiva sopraffatta dalla disperazione e sferzata dal gelido vento invernale, non sarebbe sempre stato così, perché l’inverno non manca mai di trasformarsi in primavera. Perciò Nichiren la esorta a vivere fino in fondo con coraggio e forza. Prima di concludere la lettera, le assicura che avrebbe sempre vegliato sui suoi figli, portando così la calda luce della primavera nella vita di questa donna, per la quale era come se il tempo si fosse fermato, paralizzata dal gelo dell’inverno a causa della morte del marito.
Nichiren affidava alle parole il compito di trasmettere il suo spirito. Superando ogni distanza fisica tali parole, quando venivano lette, prendevano vita e si imprimevano saldamente nel cuore di chi le riceveva.
Sebbene le circostanze attuali siano diverse da quelle del tempo di Nichiren, il diffuso disordine provocato da questa pandemia ha condotto molte persone sull’orlo della disperazione, con la sensazione che la loro vita sia improvvisamente giunta al capolinea, senza più mezzi di sussistenza e nell’incapacità di immaginare il futuro.
Se le persone che vivono questa condizione sono costrette a sopportare da sole il peso di tale sofferenza, senza il sostegno di una rete di sicurezza sociale o di legami personali, la loro realtà sarà tetra e cupa. Ma appena ci si accorge della situazione e si stabilisce un contatto con loro in modo che possano avvertire calore e attenzione, credo che riescano a trovare la forza necessaria per ricostruire la propria vita e riacquistare un senso di dignità.
Come eredi dello spirito di Nichiren, i membri della Sgi hanno portato avanti una pratica di fede e di impegno sociale in 192 paesi e territori del mondo, basandosi sulla decisione di non lasciare mai indietro coloro che lottano nelle profondità della sofferenza. Questa convinzione è riassunta nelle parole del mio maestro Josei Toda: «Voglio che la parola “infelicità” non debba mai più essere impiegata per descrivere il mondo, un paese o una singola persona».
Qui il punto importante è che Toda voleva eliminare l’infelicità da ogni dimensione della vita, personale, nazionale e mondiale. Senza farci scoraggiare dal persistere delle disuguaglianze globali, dai problemi dei vari paesi e dalle gravi difficoltà che affliggono le persone, dobbiamo continuare a impegnarci insieme per eliminare la sofferenza inutile, superando tutte le divisioni che ci separano. Questa è la determinazione che anima l’impegno della Sgi nel costruire legami di cooperazione sempre più profondi con organizzazioni non governative (Ong) e organizzazioni basate sulla fede (Fbo, Faith-based Organisation) che si fondano sulle medesime convinzioni, allo scopo di ricercare insieme soluzioni alle sfide globali.
In un certo senso la storia umana consiste in una serie ininterrotta di minacce e forse è inevitabile che si continuino ad affrontare pericoli in varie forme. Per questo è essenziale costruire solide fondamenta sociali per eliminare l’infelicità in modo che, anche di fronte alle peggiori minacce, non si lascino mai indietro le persone più vulnerabili che si dibattono in condizioni disperate.
Nell’attuale crisi da Covid-19 ci viene chiesto di mantenere la distanza fisica, rendendo più difficile discernere le condizioni in cui versano gli altri. Non posso fare a meno di pensare all’importanza del ruolo che i movimenti religiosi e le Fbo possono svolgere per non farci perdere la direzione fondamentale: riconoscere che siamo tutti individui che coesistono all’interno della stessa società umana.
La pandemia ha avuto un grave impatto sul nostro mondo e sarà tutt’altro che facile trovare la via d’uscita da questo labirinto. Tuttavia credo che il “filo di Arianna” che ci consentirà di emergere dalla crisi apparirà chiaramente quando ci permetteremo di sentire tutto il peso di ogni singola vita e, partendo da lì, rifletteremo su ciò che è più urgente fare per proteggere e sostenere quella vita.
Stabilire una solidarietà d’azione globale
La seconda area tematica che desidero esplorare riguarda la necessità che i paesi trascendano le loro differenze e si uniscano solidali per superare la crisi.
Qual è l’entità effettiva del danno causato dalla pandemia da Covid-19? Alla luce dell’enormità della tragica perdita di vite umane e di salute, nonché delle difficoltà economiche e sociali che ne derivano, l’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio da disastri (Un Office for Disaster Risk Reduction, Undrr) ha osservato: «Se teniamo conto della perdita di posti di lavoro e di reddito, potremmo ben affermare che quest’unico disastro ha colpito più persone di qualsiasi altro nel corso della storia umana».14 Inoltre, la natura senza precedenti di questa crisi sta nel fatto che riguarda praticamente tutti i paesi del mondo.
Dall’inizio del ventunesimo secolo il mondo ha assistito a un susseguirsi di enormi disastri naturali: il terremoto e lo tsunami nell’Oceano Indiano (2004), il terremoto nel Kashmir (2005), il ciclone di Myanmar (2008), il terremoto del Sichuan (2008) e il terremoto di Haiti (2010). In ognuno di questi casi, anche se i danni sono stati gravi, gli altri paesi hanno inviato soccorsi subito dopo la catastrofe e aiuti nelle successive fasi di ripresa e ricostruzione. Dopo il terremoto e lo tsunami nel Tohoku del 2011, numerosi paesi hanno offerto varie forme di soccorso alle persone delle zone colpite, che hanno rappresentato un’immensa fonte di incoraggiamento. Quando si verifica un disastro, tali manifestazioni di solidarietà a livello internazionale forniscono un sostegno spirituale di importanza vitale per le persone coinvolte, che non sono in grado di immaginare cosa accadrà loro.
Ma la crisi del Covid-19 ha colpito quasi tutte le nazioni contemporaneamente e ciò crea condizioni di complessità, caos e confusione senz’altro maggiori. Se paragonassimo le nazioni del mondo a navi impegnate in un passaggio oceanico, il nuovo Coronavirus rappresenterebbe una tempesta di furia inaudita che le colpisce tutte contemporaneamente; così, pur essendo nello stesso “mare di guai”, rischierebbero di farsi portare fuori rotta, in direzioni diverse e del tutto casuali.
Cosa allora può fungere da bussola per trovare la rotta in questa traversata oceanica inesplorata, ovvero nella ricerca di un mezzo per superare la crisi del Covid-19? Lo storico britannico Arnold J. Toynbee, con il quale condussi un dialogo di vasta portata, ci ha lasciato queste parole: «L’unica luce che abbiamo a disposizione per il futuro è costituita dalle nostre esperienze passate».
In questo spirito vorrei riflettere sull’esempio, che risale agli anni ’50, della collaborazione fra Stati Uniti e Unione Sovietica per sviluppare un vaccino contro la poliomielite nel mezzo delle crescenti tensioni della guerra fredda.
Fino ad allora il metodo principale per prevenire la poliomielite era costituito da un vaccino composto da poliovirus inattivati (“morti”). Questo vaccino era molto costoso, oltre al fatto che doveva essere iniettato. Perciò si cercò di sviluppare un vaccino somministrabile per via orale, composto da poliovirus indeboliti ma ancori attivi (“vivi”). Tuttavia, poiché negli Stati Uniti il vaccino inattivato era già stato ampiamente somministrato, rimanevano relativamente poche persone disponibili per la sperimentazione del nuovo vaccino.
L’Unione Sovietica, nonostante i possibili benefici per la sua popolazione infantile, dapprima non fu entusiasta all’idea di collaborare. Con il tempo, però, le autorità sovietiche, preoccupate dal crescente tasso di infezione, cercarono modi di collaborare con gli Stati Uniti. Da parte loro, anche gli Usa riconobbero di avere bisogno della cooperazione sovietica, e dal 1959 iniziarono a condurre una serie di sperimentazioni su larga scala in Unione Sovietica e nei paesi limitrofi, che portarono allo sviluppo di un vaccino a virus vivo sicuro ed efficace.
Io stesso ricordo bene che tanti bambini giapponesi furono salvati dalla polio grazie a quel vaccino. La poliomielite aveva colpito duramente il Giappone nel 1960 e l’infezione continuò a diffondersi anche l’anno seguente. Mentre sui giornali non si parlava d’altro che dell’aumento del numero di casi, crescevano gli accorati appelli, specialmente delle madri, per avere accesso al vaccino. Quando, oltre ai 3 milioni di dosi importate dal Canada, l’Unione Sovietica ne fornì altri 10 milioni di vaccino vivo, la diffusione dell’infezione in Giappone fu rapidamente messa sotto controllo. A distanza di sessant’anni ricordo ancora come divenne possibile la somministrazione di quel vaccino vivo, risultato della cooperazione fra Stati Uniti e Unione Sovietica, e il tangibile senso di sollievo che provarono le madri giapponesi.
Oggi che le infezioni da Covid-19 continuano ad aumentare in tutto il mondo, la questione centrale, insieme allo sviluppo e alla produzione di vaccini, è garantirne la fornitura stabile a tutti i paesi. A questo scopo nell’aprile dell’anno scorso l’Oms, insieme ai partner governativi e della società civile, ha lanciato il programma Covax per la fornitura globale di vaccini anti Covid-19. Questo strumento prevede l’erogazione di 2 miliardi di dosi agli Stati aderenti entro la fine del 2021, predisponendo procedure che garantiscano un accesso rapido ed equo ai vaccini per tutti i paesi.
Il piano Covax fu stabilito solo un mese dopo che l’Oms aveva dichiarato il Covid-19 una pandemia. Questa tempestività rifletteva senza dubbio la preoccupazione che, qualora la competizione per lo sviluppo dei vaccini si fosse svolta al di fuori di una struttura di controllo internazionale, si sarebbe potuto creare un divario fra i paesi che disponevano delle risorse finanziarie necessarie e quelli che ne erano privi, e di conseguenza i prezzi avrebbero potuto salire alle stelle. Una risoluzione adottata dall’Assemblea mondiale della sanità nel maggio 2020 ha riconosciuto «il ruolo di una immunizzazione estesa contro il Covid-19 come un bene pubblico globale»16 da condividere fra tutti i paesi. Attualmente 190 Stati e territori aderiscono al Covax con l’obiettivo di rendere disponibili i vaccini da febbraio. Ma la garanzia di una fornitura stabile di scorte di vaccino dipenderà dalla cooperazione di tutti gli Stati più grandi e dall’istituzione dei necessari sistemi di supporto.
Il Giappone è stato fra i primi ad aderire al Covax; invito il governo giapponese a impegnarsi per incoraggiare la partecipazione attiva dei paesi che devono ancora aderire, come gli Stati Uniti e la Federazione Russa. Seth Berkley, amministratore delegato di Gavi, l’Alleanza vaccini che in coordinamento con l’Oms gestisce il Covax, ha espresso la seguente valutazione rispetto all’impegno tempestivo del Giappone, lo scorso ottobre, a erogare fondi ai paesi in via di sviluppo: «Questo finanziamento di importanza vitale non solo ci aiuta a garantire che i paesi a basso reddito non siano lasciati in coda quando saranno disponibili vaccini contro il Covid-19 sicuri ed efficaci, ma svolgerà anche un ruolo essenziale per porre fine alla fase acuta della pandemia mondiale».17
Al vertice del G8 Kyushu-Okinawa tenutosi nel 2000 il Giappone, che ne aveva la presidenza, pose quale punto chiave all’ordine del giorno l’intensificazione della lotta contro le malattie trasmissibili. Due anni dopo fu istituito il Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria. Da allora il Giappone e molti altri Stati hanno continuato a sostenere tale fondo salvando la vita di circa 38 milioni di persone che altrimenti sarebbero state vittime di queste tre malattie.18
Per generare una solidarietà globale rispetto alla pandemia ritengo importante concentrarsi sul numero di vite che, insieme, riusciamo a salvare. Se l’attenzione è rivolta solo ai dati negativi della crescita dei contagi, sussiste il rischio che l’interesse a difendere solo il proprio paese abbia la precedenza sulla solidarietà con gli altri. Per questa ragione ritengo essenziale partire dal riconoscimento che le iniziative per proteggere dall’infezione le persone di ogni paese contribuiranno anche a proteggere il proprio popolo.
In accordo con la definizione dell’Oms secondo cui l’immunizzazione estesa contro il Covid-19 è un bene pubblico globale, confido che, quando il piano Covax sarà pienamente operativo, aprirà la strada al godimento di beni pubblici globali di valore ancora maggiore.
I ricercatori nel campo dei beni pubblici globali includono in questa categoria non solo prodotti materiali come i vaccini e le infrastrutture sociali come Internet, ma anche condizioni di pace e salubrità ambientale in tutto il mondo, risultato di politiche congiunte dei vari paesi che lavorano insieme.
Se consideriamo ad esempio il cambiamento climatico, quando vari paesi adottano misure concrete per ridurre le emissioni di gas serra creano insieme condizioni – come il contenimento dei rischi causati da eventi meteorologici estremi o dall’innalzamento del livello del mare – che recano beneficio a tutti i paesi. Allo stesso modo, se le nazioni del mondo lavorano in solidarietà per tenere sotto controllo la pandemia, si rafforzerà la resilienza globale contro altre malattie infettive che potrebbero sorgere in futuro e si getteranno le basi per proteggere la vita e la salute di tutte le persone.
Gli attori principali di questo genere di resilienza – i fari che garantiscono la navigazione sicura delle navi-Stato, per tornare alla mia analogia precedente – sono i professionisti della medicina di tutto il mondo, il personale medico e infermieristico che si è adoperato, con dedizione instancabile e nobile senso di missione, a sostenere coloro la cui vita è minacciata dal Covid-19. Desidero esprimere la mia profonda gratitudine per il loro altruistico impegno quotidiano.
Vorrei anche far notare che tra il personale infermieristico un individuo su otto, nel mondo, lavora in un paese diverso da quello in cui è nato o ha studiato.20 In molte nazioni assistiamo a una tendenza a guardare con freddezza gli immigrati e le loro famiglie, a considerarli un peso per la società e a escluderli. L’Onu ha chiesto iniziative per contrastare questa tendenza. Via via che i paesi si sono trovati immersi nella crisi da Covid-19, sono stati gli immigrati, che lavorano spesso come infermieri, inservienti o in impieghi analoghi, a fornire un contributo essenziale nelle prime linee delle strutture sanitarie, salvando la vita di molte persone.
Subito dopo la dichiarazione di pandemia si verificò una grave penuria di maschere facciali dovuta alla concorrenza tra gli Stati per assicurarsene le scorte. L’Ufficio dell’Alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr, United Nations High Commissioner for Refugees) cita vari esempi di rifugiati che hanno deciso spontaneamente di rispondere a questa necessità dei loro paesi ospitanti.
In Kenya, dopo la segnalazione dei primi casi in marzo, fu emanata una direttiva che richiedeva di indossare la mascherina nei luoghi pubblici. Un rifugiato, un uomo fuggito dalla Repubblica democratica del Congo che lavorava come sarto in un campo profughi, iniziò a produrre mascherine e a distribuirle all’interno del campo, nella comunità locale e al personale dell’Unhcr. «Volevo […] dimostrare che anche noi [rifugiati] possiamo contribuire alla lotta alla pandemia e non solo aspettare di ricevere assistenza».21
In Germania una famiglia di rifugiati siriani iniziò a fabbricare mascherine con il desiderio di proteggere il personale infermieristico dell’ospedale della città che li aveva accolti. Quando iniziarono a rimanere a corto di elastici, gli abitanti del luogo immediatamente portarono loro delle forniture a casa. Un membro della famiglia ha descritto così i suoi sentimenti: «Siamo stati accolti con tanto calore. […] Abbiamo trovato un rifugio, un lavoro e i nostri figli possono andare a scuola. Se possiamo restituire qualcosa alla Germania, ne siamo felici».
L’insopprimibile desiderio di fare il possibile per aiutare anche una sola persona, la consapevolezza e la preoccupazione per gli altri, le azioni sincere in loro favore che sorgono dal vivere nella stessa comunità… Sono convinto che questa consapevolezza e queste azioni continue e ripetute, nonostante le differenze di nazionalità o di circostanze di vita, possono nutrire il terreno nel quale sorge e si sviluppa la resilienza.
Ovviamente lo sviluppo di un vaccino è un fattore chiave per il superamento della crisi ma, come avverte l’Oms, da solo non risolverà tutti i problemi;23 occorre anche garantirne la sicurezza e predisporre metodi efficaci per trasportarlo e somministrarlo. Ciò significa che, insieme agli sforzi costanti di controllare la diffusione del contagio, saranno indispensabili in ogni fase la collaborazione e il sostegno di un gran numero di persone. Sviluppare e mantenere la consapevolezza della necessità di lavorare in solidarietà per superare la crisi attuale ed espandere il numero di persone che si assumono la responsabilità di costruire la resilienza nelle rispettive comunità costituiranno le sfide cruciali.
Il termine “pandemia” deriva dal greco pandemos, che significa “tutte le persone”; fintanto che la diffusione del Covid-19 non verrà fermata in ogni parte della Terra, la malattia continuerà a rappresentare un pericolo per tutti, indipendentemente dalla nazionalità o dalle circostanze. In tal senso è chiaramente inadeguato l’approccio tradizionale della “sicurezza nazionale” basato sul perseguimento della propria sicurezza indipendentemente dagli interessi di altri popoli e paesi. Occorre invece un approccio di “sicurezza umana”, nel quale i paesi guardino oltre i loro interessi immediati per lavorare insieme alla riduzione e all’eliminazione dei rischi che minacciano tutte le persone, come abbiamo visto in quel primo esempio di collaborazione fra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la guerra fredda per lo sviluppo del vaccino vivo antipolio.
Mentre la pandemia continua a peggiorare, dobbiamo compiere ogni sforzo possibile per impedire che i provvedimenti dei vari paesi per la riduzione e la diffusione dei contagi, compresa la distribuzione dei vaccini, diano priorità alla propria sicurezza anziché alla salvaguardia della vita in tutto il mondo. In un certo senso, ciò fa pensare alla strategia nucleare delle superpotenze durante la guerra fredda: secondo la dottrina della cosiddetta Distruzione reciproca assicurata (Mutually Assured Destruction, Mad), entrambi gli schieramenti perseguivano la propria sicurezza nazionale costruendo armamenti sempre più potenti a scopo deterrente. Eppure, se fosse scoppiata una guerra e fossero iniziati attacchi nucleari reciproci, non solo entrambi i paesi sarebbero stati distrutti, ma sarebbe stata a rischio anche la sopravvivenza dell’intera umanità.
Come accennavo prima, risale all’anno scorso l’annuncio che in Africa24 è stata eradicata la polio selvaggia; se ciò accadrà anche per i due rimanenti paesi asiatici, potremo affermare che questa malattia è stata eradicata a livello globale. La prima malattia trasmissibile superata dall’umanità fu il vaiolo, nel 1980. Bernard Lown, cofondatore dell’Organizzazione internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare (International Physicians for the Prevention of Nuclear War, Ippnw) e mio caro amico, ha osservato a proposito di quell’importante risultato: «Anche nei giorni bui della guerra fredda la collaborazione fra i medici dei due schieramenti ideologici rivali non era mai cessata. E proprio nel momento in cui i missili si moltiplicavano per prepararsi a un attacco nucleare preventivo, i medici americani e sovietici lavoravano fianco a fianco in una campagna globale per sradicare il vaiolo. Questo spirito di squadra costituisce un esempio molto convincente per la battaglia antinucleare».
La Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican) ha avuto origine dall’Ippnw e, insieme ai sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki e a tutti gli hibakusha del mondo, ha svolto un ruolo di primo piano nel movimento della società civile che è culminato nella realizzazione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw). Fin quando rimarranno delle minacce, anche come brace sotto la cenere, sarà impossibile per gli abitanti della Terra sentirsi al sicuro, sia fisicamente sia psicologicamente. L’unica forma di sicurezza che condurrà a una pace autentica è quella in cui si considera inaccettabile sacrificare gli abitanti di qualsiasi paese e viene garantito a tutta la popolazione mondiale il diritto all’esistenza. Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore il 22 gennaio scorso, rappresenta un punto di riferimento e un evento fondamentale che inaugura una nuova era.
Arnold Toynbee usava la significativa espressione “prospettiva temporale” nel porre la seguente domanda: «Quali eventi del nostro tempo saranno ritenuti salienti dagli storici futuri, a distanza di secoli, quando rifletteranno sulla prima metà del ventesimo secolo e cercheranno di capirne le attività e le esperienze in quella giusta proporzione che a volte una prospettiva temporale rivela?».
Allo stesso modo potremmo chiederci quali eventi gli storici del futuro sceglierebbero come salienti per la prima metà del ventunesimo secolo secondo questo tipo di prospettiva temporale. Uno potrebbe essere l’entrata in vigore del Tpnw – avvenuta mentre si stava aggravando la crisi del Covid-19 –, un evento che sollecita un cambiamento di paradigma nell’approccio alla sicurezza. Spero ardentemente che un altro sia la storia degli sforzi della società internazionale per promuovere una vaccinazione su scala globale sotto gli auspici del piano Covax.
Sebbene la minaccia rappresentata da questa pandemia sia davvero grave, ritengo che se mettiamo insieme le illimitate capacità degli esseri umani di superare i momenti difficili e diventare autori della propria storia, la supereremo sicuramente. Inoltre i nostri sforzi comuni per affrontare la pandemia diventeranno la base per generare una consapevolezza globale del ruolo essenziale della solidarietà umana per trasformare i momenti di crisi. A sua volta ciò potrà cambiare la direzione della storia, affrancandola dagli approcci nefasti basati sulla sicurezza nazionale che nascono dai conflitti e li perpetuano.
Costruire una cultura dei diritti umani
La terza area tematica che desidero esplorare consiste nella necessità di contrastare la diffusione di disinformazione riguardo al nuovo Coronavirus, in particolare per quanto concerne il suo effetto nell’alimentare la discriminazione nei confronti dei contagiati. Questo deve far parte dello sforzo di costruire una cultura dei diritti umani nella quale non venga negata la dignità di nessuna persona.
Tra le opere letterarie che hanno suscitato un rinnovato interesse dopo lo scoppio della pandemia vi è Diario dell’anno della peste di Daniel Defoe (1660-1731). Il libro, ambientato nella Londra del diciassettesimo secolo, narra come i cittadini avessero perso completamente la testa e l’autocontrollo sotto l’influenza della propaganda demagogica che incitava alla paura, alla confusione e all’insicurezza. Sin dai tempi antichi, e più recentemente con l’Hiv/Aids, la storia umana ha assistito a ripetuti episodi di discriminazione nei confronti delle persone colpite da malattie infettive. Queste ondate di paura irrazionale hanno causato più volte forti divisioni e sconvolgimenti che hanno lasciato cicatrici profonde nella società.
Le malattie infettive differiscono da altre patologie, come il cancro o i disturbi cardiaci, perché temiamo sempre di esserne contagiati, e sussiste il rischio che la paura dell’agente patogeno si trasformi in diffidenza o paura degli altri. Tali sentimenti sono particolarmente problematici quando si intensificano, rischiando di aggravare la sofferenza delle persone malate e delle loro famiglie, e quando si produce una tendenza generalizzata a incolpare della diffusione del contagio determinate persone o gruppi che già sono oggetto di discriminazioni e pregiudizi all’interno della società. A ciò si aggiunge l’ulteriore preoccupazione che questa disinformazione e questa tendenza discriminatoria legate alle malattie infettive possano propagarsi istantaneamente attraverso i social media.
Mentre le regole per contenere il contagio evolvono e la pandemia ha un impatto sempre maggiore sulla nostra vita, le persone tendono a saziare la loro fame di informazioni attingendo a canali diversi dai giornali o dai mezzi di comunicazione tradizionali. Ciò le espone a notizie inattendibili provenienti da fonti sconosciute o non verificate. Questo spazio di informazione virtuale ospita spesso forme di discorso calunniose che approfittano del disagio al fine di incitare allo scontro sociale o all’odio nei confronti di determinate persone o gruppi.
La diffusione incontrollata di notizie distorte e istigazioni all’odio, spesso definita con il neologismo “infodemia”, può intensificare la discriminazione e il pregiudizio, intaccando le fondamenta stesse della società umana. È un altro tipo di pandemia, parallela alla diffusione della malattia reale. L’Onu ha sollecitato una forte attenzione in proposito e nel maggio scorso ha varato l’iniziativa “Verified” per combattere la diffusione di informazioni imprecise, false e pericolose riguardo al Covid-19. L’Onu sta collaborando con vari organi di informazione per diffondere notizie la cui accuratezza sia stata confermata dai propri esperti o da altri scienziati e specialisti. Questa iniziativa richiede la partecipazione di “volontari dell’informazione” di tutto il mondo, che condividano attivamente contenuti affidabili allo scopo di mantenere le proprie famiglie e comunità sicure e unite.
I pericoli derivanti dalla mancata smentita di notizie false e tendenziose non si limitano alla carenza di informazioni e conoscenze corrette. Più preoccupante è il rischio che i pregiudizi e le discriminazioni già presenti si sommino alla paura del contagio, alimentando assurdi sospetti che aggravano le fratture all’interno della società e minano i diritti umani e la dignità che devono essere garantiti a tutte le persone.
Rispetto alla questione dei diritti umani in relazione alle malattie infettive, l’Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet ha osservato quanto segue in una dichiarazione rilasciata il 6 marzo 2020, cinque giorni prima che l’Oms dichiarasse il Covid-19 una pandemia: «La dignità e i diritti umani devono avere un posto centrale e prioritario in queste iniziative, non sono una riflessione da rimandare a un momento successivo».27
Lo scorso settembre, parlando degli approcci indispensabili per superare la crisi del Covid-19, l’Alto Commissario ha ribadito: «Abbiamo visto come disuguaglianze profondamente radicate e disparità nei diritti umani alimentino questo virus, aumentandone la contagiosità e accelerandone la pericolosità. Ciò che occorre oggi sono azioni per rimediare a tali disparità e sanare queste ferite profonde all’interno delle società e fra di esse».28
La natura strutturale di ciò che l’Alto Commissario chiama «disuguaglianze profondamente radicate e disparità nei diritti umani» tende a oscurare le «ferite profonde» che ne derivano. Ritengo che la crisi del Covid-19 abbia portato alla luce atteggiamenti discriminatori che già le persone nutrivano in modo semicosciente.
Con l’aggravarsi della pandemia preoccupa il rischio che sempre più persone, influenzate da discorsi pieni d’odio, cerchino capri espiatori sui quali riversare dolori e frustrazioni.
Tutti gli esseri umani, indipendentemente dalle differenze geografiche o professionali e dalle distinzioni di etnia o di fede, sono esposti al rischio di infezione da Covid-19. Eppure, malgrado sia chiaro che si tratta di un problema che dobbiamo affrontare insieme, assistiamo a una frammentazione sociale che ne aggrava la pericolosità. Quali sono i fattori alla base di questo fenomeno?
Nel considerare tale questione vorrei fare riferimento all’analisi della natura della discriminazione secondo Martha C. Nussbaum. Nel suo libro Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge la filosofa americana sostiene che l’atto di tracciare confini all’interno della società si basa sui sentimenti di disgusto che proviamo per coloro che consideriamo malvagi e nel conseguente tentativo di prendere le distanze da loro. Riassume il suo pensiero affermando che per sentirci tranquilli di essere lontani dal male chiamiamo in aiuto il disgusto.
Sebbene Nussbaum qui si concentri su modi di pensare che cercano di collegare atti malvagi a gruppi specifici presupponendo che non abbiano alcuna relazione con noi, ritengo che ci siano somiglianze strutturali fra tale pensiero e i disagi e le discriminazioni che può provocare l’insorgere di un’epidemia.
Nella stessa opera Nussbaum rileva come molti termini medici, per esempio l’espressione “bacilli”, vengano impiegati per suscitare disgusto nei confronti di certi gruppi, giustificandone la denigrazione e l’oppressione.
Alla radice della discriminazione risiede la sensazione che i membri del proprio gruppo siano nel giusto e abbiano un valore superiore a tutti gli altri. Quando la società affronta una situazione di crisi, l’impulso a dare la priorità ai membri del proprio gruppo è molto forte; ciò si assomma ai sentimenti di disgusto nei confronti degli altri e induce le persone a ricercare la propria sicurezza interrompendo i contatti con chi considerano diverso da loro.
Nussbaum osserva che questo sentimento di disgusto «imputa all’oggetto proprietà che non lo rendono più un membro della comunità o del mondo del soggetto, una sorta di specie aliena»
e sostiene inoltre che «quando conduce alla subordinazione politica e all’emarginazione di gruppi e persone vulnerabili, il disgusto diventa un sentimento pericoloso a livello sociale».
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Allo stesso tempo Nussbaum attribuisce importanza all’indignazione, definendola un’emozione che sostiene la società democratica: «L’indignazione svolge una funzione costruttiva. Essa fa affermare: “Queste persone hanno subito un torto e non avrebbero dovuto subirlo”. Di per sé è un incentivo a rimediare ai torti».
In questo senso, se l’esperienza delle difficoltà e della precarietà della vita può causare un’intensificazione della coscienza discriminatoria e rischiare di approfondire le divisioni sociali, ha anche il potenziale di generare azioni costruttive per la realizzazione di una società di coesistenza creativa.
Mentre la pandemia da Covid-19 si diffonde a macchia d’olio, facendo sentire la sua presenza in ogni settore della società, un gran numero di persone sta avvertendo, con intensità forse mai provata, una maggiore sintonia, una maggiore attenzione per il dolore delle persone private della vita e della dignità. Non dobbiamo permettere che il nostro senso di disperazione e di claustrofobia si sfoghi in sentimenti di disgusto verso le altre persone. È vitale invece impiegarlo per entrare in empatia con loro – per estendere i nostri pensieri alla difficoltà e alla precarietà che stanno vivendo – e di conseguenza indirizzare le nostre energie verso un’espansione della solidarietà nei confronti di chi si sta impegnando in azioni costruttive per cambiare le dure realtà della società.
È naturale pensare che la nostra vita sia la più preziosa di tutte. Questo sentimento è al centro dell’approccio ai diritti umani esposto dagli insegnamenti buddisti praticati dai membri della Sgi.
Consideriamo, per esempio, questo racconto tratto dalla vita e dagli insegnamenti di Shakyamuni. Una volta, mentre stavano conversando, il re e la regina dell’antico regno indiano del Kosala si resero conto che sia l’uno sia l’altra tenevano soprattutto a se stessi. Quando Shakyamuni venne a conoscenza di questi loro sentimenti sinceri rispose con la seguente strofa:
Dopo aver viaggiato in ogni direzione con la mente
si scopre che nessuno in nessun luogo ci è più caro
di noi stessi.
E poiché ogni persona ha massimamente a cuore se stessa,
chi ama se stesso non dovrebbe nuocere agli altri.
In altre parole, se considerate la vostra vita preziosa e insostituibile, allora dovreste comprendere che è così per tutte le altre persone. Se alla base del vostro comportamento c’è questa consapevolezza, dovreste decidere di non commettere mai azioni che possano danneggiare gli altri.
Come illustrato da questo aneddoto, la prospettiva buddista sui diritti umani è un’esortazione a non estinguere o sopprimere il sentimento di amare noi stessi sopra ogni cosa. Al contrario, se estendiamo alle altre persone questo amore, possiamo ritessere l’arazzo della nostra vita risanando i modi con cui ci rapportiamo agli altri e alla società nel suo complesso.
Il Sutra del Loto è un racconto in divenire di una spettacolare rivitalizzazione dell’esistenza umana. Man mano che le persone, una dopo l’altra, apprendono che tutte, senza eccezione, possiedono intrinsecamente il più sublime stato dell’essere e si risvegliano alla propria preziosa e insostituibile dignità, iniziano a riconoscere anche l’importanza e il valore della dignità degli altri. In tal modo rafforzano insieme la determinazione a costruire un mondo in cui possa risplendere luminosa la dignità propria e altrui.
Nel Sutra del Loto Shakyamuni annulla i confini che separano le persone nella società, sottolineando che il più sublime stato dell’essere si trova ugualmente in ogni individuo, comprese le donne – da lungo tempo soggette a pesanti discriminazioni – e anche in coloro che avevano commesso atti malvagi. Affermando esplicitamente la dignità di chi era stato oggetto di oppressione e discriminazione, il sutra è disseminato di vivaci scambi di voci che celebrano la nobile essenza del nostro essere. L’intensa scena di queste vite che ispirano e vengono a loro volta ispirate esprime in forma concreta il principio della dignità intrinseca di tutta l’umanità.
Basandosi sulla dottrina della dignità umana esposta nel Sutra del Loto e impegnata a costruire una società che si opponga a ogni forma di discriminazione e assicuri che non venga negata la dignità di nessuna persona, la Sgi si adopera costantemente per promuovere l’educazione ai diritti umani, come richiesto dalle Nazioni Unite.
A sostegno del Decennio delle Nazioni Unite per l’educazione ai diritti umani, iniziato nel 1995, la Sgi organizzò la mostra “Verso un secolo di umanità: una panoramica dei diritti umani nel mondo di oggi” che ha visitato quaranta città in otto nazioni. Ci siamo anche impegnati nella promozione del Programma mondiale per l’educazione ai diritti umani sin dal suo lancio nel 2005. Inoltre nel 2011 la Sgi, in collaborazione con altre organizzazioni, ha sostenuto l’adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’educazione e la formazione ai diritti umani, un punto di riferimento d’importanza storica che stabilisce criteri universali per l’educazione ai diritti umani. Da allora ci siamo impegnati in altre iniziative come l’organizzazione della mostra “Trasformare la vita della gente: il potere dell’educazione ai diritti umani”,Cfr. Sgi (Soka Gakkai International), “Transforming Lives: The Power of Human Rights Education” (Trasformare la vita della gente: il potere dell’educazione ai diritti umani), marzo 2017, https://www.sokaglobal.org/resources/global-issues-resources/human-rights-education-and-humanitarian-relief/the-power-of-human-rights-education-exhibition.html (ultimo accesso 26 gennaio 2021). in collaborazione con l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, e abbiamo contribuito alla creazione del sito web power-humanrights-education.org.Cfr. Human Rights Education Open Web Resource, “Transforming Lives: The Power of Human Rights Education”, Co-organizzato da Sgi, Hre 2020, Gruppo di lavoro delle Ong per l’educazione e l’apprendimento dei diritti umani, Piattaforma per l’educazione e l’allenamento ai diritti umani, https://www.power-humanrights-education.org/ (ultimo accesso 26 gennaio 2021).
Nella sessione dello scorso settembre del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, la Sgi ha rilasciato, a nome del Gruppo di lavoro delle Ong sull’educazione e l’apprendimento dei diritti umani, una dichiarazione congiunta in riferimento al Piano d’azione per la quarta fase del Programma mondiale per l’educazione ai diritti umani, focalizzato sui giovani e iniziato lo scorso gennaio: «[Il Piano d’azione] offre grandi possibilità per l’educazione ai diritti umani e i giovani. Sebbene il Covid-19 aggiunga ulteriori difficoltà all’attuazione del Piano, non può esserci una “pausa” nell’educazione ai diritti umani, che è una condizione fondamentale affinché questi diventino realtà».35
Sono trascorsi dieci anni dall’adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’educazione e la formazione ai diritti umani, che definisce tale apprendimento come essenziale nella costruzione di una società inclusiva. Così come una circonferenza non può essere completa se non si tracciano tutti gli archi che la compongono, la promessa del rispetto universale dei diritti umani, fino a quando sarà minata da disparità e distinzioni sociali – cioè finché le persone continueranno a essere escluse o emarginate – rimarrà uno slogan vuoto e non diventerà mai una realtà tangibile.
L’educazione ai diritti umani può stimolare la formazione di una forte solidarietà fra persone consapevoli dell’importanza della dignità umana e impegnate a riesaminare i propri stili di vita allo scopo di trasformare la società. In tal modo potremo dare una forma chiara e concreta a quegli archi della circonferenza dei diritti umani e della dignità che sono stati persi o oscurati dalla natura strutturale dell’oppressione.
La Sgi ha svolto costantemente attività a sostegno dell’educazione ai diritti umani, mirando a completare il cerchio di una società inclusiva e lavorando insieme a tutte le persone con le quali condividiamo questo mondo. Incrementando gli sforzi per fermare la diffusione della cattiva informazione e della discriminazione, e per fugare le nubi oscure della paura e dell’ansia prodotte dalla crisi del Covid-19, dobbiamo raccogliere la sfida di ancorare una cultura viva dei diritti umani alla nostra comune determinazione che non venga mai negata la dignità anche di una sola persona.
Linee guida internazionali per la lotta alle malattie infettive
Desidero adesso formulare proposte specifiche in tre ambiti principali relativi alla costruzione di una società globale di pace e valori umani.
Il primo gruppo di proposte riguarda il rafforzamento di una governance globale centrata sulle persone e l’elaborazione di indicazioni generali per combattere le malattie infettive.
L’anno scorso il Programma alimentare mondiale (World Food Programme, Wfp) ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Da decenni il Programma si occupa degli aiuti alle persone che soffrono la fame, fornendo loro generi alimentari e contribuendo anche al miglioramento delle condizioni per realizzare la pace nelle zone di conflitto. Nel 2020, quando la pandemia da Covid-19 ha generato un picco di insicurezza alimentare, il Programma ha intensificato le sue iniziative di assistenza con la convinzione che «fino al giorno in cui non vi sarà un vaccino farmaceutico, il cibo è il miglior vaccino contro il caos».36 Il premio Nobel è stato conferito in segno di riconoscimento per queste iniziative e contributi. Va detto inoltre che il Programma alimentare mondiale ha svolto un altro ruolo importante durante la crisi: quando la pandemia ha costretto alla cancellazione di numerosi voli, determinando gravi interruzioni nel sistema di trasporto mondiale, il Wfp ha sfruttato efficacemente la sua competenza logistica e la sua esperienza per garantire navi e voli charter in grado di trasportare forniture mediche indispensabili e operatori sanitari e umanitari.
Anche il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) ha fornito un supporto logistico per la consegna di dispositivi medici necessari a contrastare il Covid-19, come mascherine, camici, concentratori di ossigeno e kit diagnostici. L’Unicef collabora da tempo con industrie di logistica di varie parti del mondo per sostenere i programmi di vaccinazione che proteggono i bambini dalle malattie infettive. Dallo scorso ottobre, in vista di quella che si riteneva «una delle più grandi imprese nella storia dell’umanità»,37 l’Unicef ha cominciato a preparare il terreno per le vaccinazioni contro il Covid-19 in vari paesi, acquistando e consegnando siringhe e altro materiale necessario. Ha anche iniziato a elaborare progetti per il trasporto e la distribuzione dei vaccini affinché vengano consegnati non appena saranno disponibili. L’Unicef ha esperienza nel trasporto di vaccini a temperatura controllata e ha promosso anche sistemi di refrigerazione a energia solare in zone in cui è difficile garantire la disponibilità di energia elettrica. Le sue conoscenze tecniche e la sua esperienza nella gestione dei programmi di vaccinazione saranno cruciali per affrontare la crisi.
Il valore delle iniziative del Programma alimentare mondiale e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia mi fa riflettere sull’importanza della rete di sicurezza globale che è stata tessuta a strati sovrapposti grazie alle attività di diverse agenzie delle Nazioni Unite. L’Onu dispone di varie organizzazioni incaricate di occuparsi dei bisogni di specifiche categorie di persone, come l’Un Women e l’Unhcr. Grazie alle attività di questi enti, l’Onu ha prestato costante attenzione a coloro che altrimenti sarebbero rimasti indietro e ha aperto la strada alla possibilità di garantire un sostegno a livello internazionale.
Nella mia Proposta di pace 2019 sottolineavo l’importanza di promuovere un multilateralismo centrato sulle persone come mezzo per proteggere chi affronta i rischi e le difficoltà più gravi. È sempre più urgente rendere questo approccio la base dello stile di vita dell’umanità nel ventunesimo secolo.
L’anno scorso l’Onu ha varato l’iniziativa Un75, una consultazione globale per celebrare il suo settantacinquesimo anniversario. È un tentativo ambizioso di ascoltare la voce delle persone di tutto il mondo attraverso sondaggi e dialoghi. Oltre ai mille e più dialoghi condotti dal vivo, online o attraverso i social media, più di un milione di persone di tutti gli Stati membri e osservatori dell’Onu ha risposto a un sondaggio online. I risultati sono chiari: una maggioranza schiacciante chiede più cooperazione a livello globale. Gli intervistati di ogni età e nazionalità hanno dichiarato che per affrontare i problemi di oggi, aggravati anche dalla pandemia, è essenziale la solidarietà internazionale.
Il rapporto sul sondaggio contiene anche le dichiarazioni dei partecipanti. Uno di essi ha osservato: «Il virus ci ha portato via il lavoro, i rapporti sociali, l’istruzione e la pace. […] Gli studenti che si sono tanto impegnati nella propria formazione potrebbero non trovare un impiego, le persone che non hanno accesso alla tecnologia non riescono ad andare avanti in una società che ormai ne è così dipendente, chi ha una famiglia da mantenere ha perso il lavoro e il ritorno alla normalità non sembra vicino; la gente è stressata, ansiosa e depressa perché ha paura del futuro».
Questa osservazione fa capire che l’urgente bisogno di cooperazione globale non deriva da un’immagine idealizzata della società internazionale, ma dalla realtà vissuta dalle persone che stanno affrontando difficoltà di vario genere. E ormai tanti, in diversi paesi, lo stanno avvertendo.
Leggendo delle speranze e delle aspettative nei confronti dell’Onu espresse dalla popolazione mondiale, mi tornano alla mente le parole dell’ex Segretario generale Javier Pérez de Cuéllar, scomparso nel marzo scorso all’età di cento anni. Nato a Lima, in Perù, partecipò alla prima Assemblea generale dell’Onu nel 1946 come membro della delegazione del suo paese. Prima di essere nominato Segretario generale per due mandati consecutivi, a partire dal 1982, aveva svolto gran parte della sua carriera come ambasciatore e alto funzionario presso le Nazioni Unite.
Lo incontrai per la prima volta a Tokyo, nell’agosto 1982, poco dopo la sua nomina a Segretario generale, e da allora ci siamo visti in varie occasioni. Ricordo ancora come ogni volta che accennavo all’importanza del sostegno della società civile nei confronti dell’Onu, Pérez de Cuéllar, un uomo famoso per i suoi modi sobri e schietti, si lasciava andare a un sorriso mentre esprimeva la sua profonda dedizione alla missione delle Nazioni Unite.
Come Segretario generale svolse un ruolo cruciale nella risoluzione di numerosi conflitti. Fino agli ultimi giorni del suo mandato proseguì i negoziati per porre fine alla guerra civile in El Salvador, culminati in uno storico accordo di pace stilato la vigilia di Capodanno, l’ultimo giorno della sua carica. Fu un risultato ancora considerato una delle pietre miliari nella storia dell’Onu.
Una volta descrisse così il ruolo essenziale delle Nazioni Unite: «La Carta e le funzioni dell’Organizzazione mondiale non promettono un mondo senza problemi. Quello che promettono è un modo pacifico e sensato di risolvere i problemi […] Ai gravi pericoli costituiti dalla proliferazione di armi nucleari e convenzionali, dai dissidi politici, dalle violazioni dei diritti umani, dalla diffusione della povertà e dalle minacce all’ambiente, si sono aggiunti nuovi motivi di conflitto. Per affrontare questi pericoli è necessaria tutta l’intelligenza politica e l’immaginazione del mondo, e anche la compassione. Ciò è possibile, grazie a sforzi continui e sistematici, solo nell’ambito delle Nazioni Unite».40
In un altro discorso espresse il suo profondo impegno, come capo delle Nazioni Unite, ad agire per recare beneficio a tutta l’umanità, affermando che la crisi che l’Onu stava affrontando avrebbe potuto offrire opportunità creative per un rinnovamento e una riforma.41
Per affrontare la pandemia da Covid-19 e l’emergenza climatica ritengo che dovremmo adottare l’approccio di cui parlava Pérez de Cuéllar e trasformare l’attuale crisi in un’opportunità per rafforzare, attraverso il sistema delle Nazioni Unite, un multilateralismo centrato sulle persone. Anche l’attuale Segretario generale António Guterres ha affermato che per superare le difficoltà e le fragilità odierne occorre una migliore governance a livello globale,42 qualcosa che dobbiamo continuare a promuovere.
In tal senso, per rafforzare la rete di collaborazione fra i governi mondiali, desidero avanzare la proposta di indire una riunione ad alto livello presso l’Onu per discutere del Covid-19. Inoltre, poiché è possibile che in futuro emergano nuove malattie infettive, suggerirei di stabilire in quella riunione criteri internazionali per gestire le risposte alla pandemia.
Il mese scorso, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, si è tenuta una sessione speciale dell’Assemblea generale dedicata all’attuale pandemia; il presidente, Volkan Bozkir, esprimendo i sentimenti condivisi da milioni di persone, si è rivolto così all’assemblea: «In questo momento stiamo tutti sognando il giorno in cui la pandemia sarà finita. Il giorno in cui potremo prendere una boccata d’aria fresca senza paura, il giorno in cui potremo stringere la mano ai colleghi, abbracciare i familiari e ridere insieme agli amici».43
A tale scopo ha chiesto di rafforzare la cooperazione internazionale sotto la guida dell’Onu. Dopo un minuto di silenzio per ricordare coloro che hanno perso la vita, i capi di Stato e di governo hanno partecipato alla sessione attraverso dichiarazioni preregistrate, e si sono tenute tavole rotonde online con il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus. Credo che a questa sessione potrebbe seguire la riunione ad alto livello a cui accennavo, nella quale stabilire linee guida internazionali per coordinare la risposta al Covid-19. Tali criteri dovrebbero essere sufficientemente efficaci da difenderci anche in caso di future epidemie di malattie infettive.
Abbiamo visto infatti come la Dichiarazione di impegno per l’Hiv/Aids emanata nel 2001 dalla sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, contenente un elenco di iniziative e di scadenze per la loro attuazione, si rivelò molto utile per accrescere la capacità di risposta dei vari paesi all’epidemia.
Vale la pena di considerare anche l’approccio internazionale adottato per disastri di altra natura. Nel 2015, quattro anni dopo il terremoto e lo tsunami nel Tohoku, in occasione della terza Conferenza mondiale Onu sulla riduzione del rischio da disastri che si tenne a Sendai, città gravemente colpita, fu adottato il Protocollo di Sendai per la riduzione del rischio da disastri 2015-2030. Il protocollo conteneva princìpi guida e priorità d’azione per la riduzione del rischio da disastri e sottolineava chiaramente che lo scopo non era solo proteggere la vita delle persone ma anche i loro mezzi di sostentamento. Faceva tesoro inoltre delle lezioni apprese in occasione di disastri precedenti, come il terremoto nel Tohoku: per esempio l’importanza di incrementare la resilienza, cioè la capacità di una società di riprendersi dopo uno shock violento. Inoltre, per effetto degli scopi specifici stabiliti dal Protocollo di Sendai entro il 2030, fra cui la riduzione sostanziale del numero di vittime dei disastri in tutto il mondo e il contenimento dei danni riguardo a infrastrutture essenziali come ospedali e scuole, i paesi di tutto il mondo hanno iniziato a condividere le loro aree di priorità e le loro buone pratiche in questo campo.
Credo che, a partire dai risultati del Protocollo di Sendai e sfruttando le lezioni imparate dall’esperienza, occorra stabilire con la massima urgenza linee guida internazionali per combattere l’attuale pandemia.
Anche se fra gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile si annovera il porre fine ad alcune malattie trasmissibili come l’Aids, la tubercolosi e la malaria, non viene esplicitamente menzionata la parola “pandemia”. Considerando la possibilità che emergano nuove malattie infettive, le linee guida internazionali che io chiedo di definire dovrebbero stabilire le iniziative prioritarie per rispondere alle pandemie da attuare entro il 2030. Essendo legati agli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, questi criteri andrebbero individuati in maniera da rafforzare tali obiettivi.
Parallelamente all’incontro in cui redigere tali indicazioni globali, desidero proporre lo svolgimento di un summit dei giovani “Oltre il Covid-19”, in cui si discuta del tipo di mondo che vorrebbero vedere all’indomani di questa crisi. Due anni fa il Summit dei giovani sul clima, svoltosi presso la sede delle Nazioni Unite a New York, costituì un’opportunità per i giovani leader di tutto il mondo di interagire con i dirigenti dell’Onu e far conoscere le loro preoccupazioni e soluzioni riguardo ai problemi climatici, perché se ne tenga conto nel processo di elaborazione delle politiche in merito.
Il summit “Oltre il Covid-19” potrebbe svolgersi su piattaforme online consentendo così la partecipazione di molti più giovani di diverse provenienze, compresi quelli che lottano contro la povertà, che si trovano in zone di conflitto o sono costretti a vivere da rifugiati. Questo summit fornirebbe ai giovani l’opportunità di scambiare liberamente opinioni e speranze con i funzionari dell’Onu e i leader delle varie nazioni.
Molti dei partecipanti ai dialoghi di Un75, cui accennavo prima, hanno espresso la necessità di una riforma delle Nazioni Unite al fine di rafforzare la collaborazione con la società civile e aumentare il coinvolgimento delle donne e dei giovani nei processi decisionali dell’Onu. Fra i vari suggerimenti elencati nel rapporto Un75, vorrei mettere in evidenza quello di istituire un consiglio dei giovani con il compito di comunicare alla dirigenza dell’Onu idee e proposte sviluppate dal punto di vista del mondo giovanile.
Nella mia proposta del 2006 per la riforma dell’Onu sostenevo l’importanza di promuovere un impegno attivo dei giovani in tale organizzazione. Citando Archimede, affermavo che se essi disponessero di “un punto di appoggio” potrebbero usarlo come leva per far emergere ulteriormente il potenziale dell’Onu. E nella mia proposta di pace 2009 auspicavo l’istituzione di un osservatorio globale all’interno del Segretariato delle Nazioni Unite che avesse il compito di identificare e anticipare le tendenze e gli sviluppi futuri, su cui indirizzare poi l’azione dell’Onu. È essenziale che l’Onu non si limiti a reagire alle difficoltà immediate, ma che nelle sue iniziative per sviluppare strategie mirate al futuro possa rispecchiare meglio le voci e i punti di vista delle donne e dei giovani.
A tal fine, l’istituzione di un consiglio dei giovani presso l’Onu renderebbe ufficiale il loro coinvolgimento. Un summit dei giovani per rispondere alla crisi del Covid-19, dopo il precedente stabilito dal Summit dei giovani sul clima, imprimerebbe impulso alla creazione di tale consiglio. Sono sinceramente convinto che la partecipazione attiva dei giovani apporterebbe nuove idee e vitalità all’organizzazione, rafforzando la governance globale incentrata sull’Onu a beneficio di tutti i popoli della Terra.
Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari: un punto di svolta nella storia dell’umanità
Il secondo ambito rispetto al quale desidero avanzare proposte specifiche riguarda la proibizione e l’abolizione delle armi nucleari.
Il 22 gennaio 2021 è entrato in vigore il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw), atteso da lungo tempo dalla società civile, che mette completamente al bando le armi nucleari, vietandone non solo lo sviluppo e la sperimentazione, ma anche la produzione, lo stoccaggio, l’uso e la minaccia di uso. Attualmente è stato firmato da ottantasei paesi e ratificato da cinquantadue.
Dopo i precedenti costituiti dalla Convenzione sulle armi biologiche e dalla Convenzione sulle armi chimiche, che mettono al bando queste armi di distruzione di massa, l’entrata in vigore di questo trattato segna l’inizio di un’era in cui la permanenza di armi atomiche sulla faccia della Terra viene dichiarata inaccettabile in base a uno strumento legalmente vincolante.
Lo scorso ottobre Setsuko Thurlow, una hibakusha che ha lavorato nell’ambito della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican) per sostenere l’entrata in vigore del trattato, ha condiviso le sue riflessioni nell’apprendere che finalmente si erano raggiunte le condizioni per farlo. Da persona che ha dedicato la vita alla realizzazione di un mondo libero da armi nucleari, sono stato profondamente toccato dalle sue parole: «Questo è veramente l’inizio della fine delle armi nucleari! Quando ho saputo che era giunta la cinquantesima ratifica, non riuscivo a stare in piedi; sono rimasta seduta, con la testa fra le mani, e ho pianto lacrime di gioia; […] provo un grande senso di realizzazione e appagamento, di soddisfazione e gratitudine. So che anche altri sopravvissuti hanno provato le stesse emozioni – sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, sopravvissuti ai test nucleari nelle nazioni insulari del Pacifico meridionale, nel Kazakistan, in Australia e in Algeria, e sopravvissuti delle miniere di uranio in Canada, negli Stati Uniti e in Congo».44
Come ha osservato Setsuko Thurlow, in tutto il mondo ci sono persone che hanno sofferto a causa dei programmi di sviluppo e sperimentazione di questi armamenti durante l’era nucleare, che dura da più di settantacinque anni. Come sottolinea il Trattato, l’esistenza stessa delle armi nucleari rappresenta un grave pericolo per il mondo; le conseguenze catastrofiche di un loro eventuale uso e di qualsiasi successiva risposta a un attacco del genere sarebbero veramente incalcolabili. I danni irreversibili al pianeta andrebbero al di là della distruzione di massa; in un istante tutto verrebbe annientato, tutto cesserebbe di esistere – ogni vita preziosa, ogni attività sociale e comunitaria, l’intera storia e civiltà umana – tutto sarebbe crudelmente spogliato di significato. Qualcosa in grado di produrre una simile tragedia si può solo definire un male assoluto.
Josei Toda, il mio maestro, pronunciò la sua dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari nel 1957, in un momento in cui, a causa della corsa agli armamenti, ogni parte del mondo si trovava nel raggio d’azione di un attacco nucleare. Con l’obiettivo di affrontare e superare il pensiero di fondo che giustifica il possesso di armi nucleari, affermò che il suo scopo era «esporre e strappare gli artigli che si celano nelle profondità di queste armi».45 E andò ancora oltre, dichiarando che l’uso delle armi nucleari è inaccettabile in qualsiasi circostanza. Impiegando volutamente un linguaggio provocatorio voleva sottolineare che, senza smascherare la vera natura del male assoluto che si nasconde nel possesso di tali ordigni, sarebbe stato impossibile proteggere il diritto alla vita delle persone di tutto il mondo.
Come afferma il preambolo, alla base del Trattato per la proibizione delle armi nucleari c’è l’urgenza di garantire la «sicurezza di tutta l’umanità». Stabilendo una norma generale che mette al bando le armi nucleari in base al diritto internazionale, lo scopo primario del trattato è proteggere il diritto alla vita di tutte le persone che abitano insieme a noi questo pianeta – indipendentemente dal fatto che si trovino in Stati nucleari, Stati dipendenti dal nucleare e Stati non nucleari – e nel garantire la sopravvivenza delle generazioni future.
Il sostegno al trattato ha continuato a crescere costantemente; anche dopo aver raggiunto la cinquantesima ratifica, necessaria per la sua entrata in vigore, altri sedici Stati hanno espresso l’intenzione di ratificarlo nella sessione dell’anno scorso del Comitato per il disarmo e la sicurezza internazionale (Primo comitato) dell’Assemblea generale dell’Onu.46
L’attenzione adesso è concentrata sulla prima riunione degli Stati parti del Tpnw, che secondo il trattato si deve tenere entro un anno dalla sua entrata in vigore. In tale sede il prossimo passo sarà ottenere un supporto più ampio per la «sicurezza di tutta l’umanità» ed espandere il numero di Stati che lo hanno firmato e ratificato. Inoltre, poiché sono invitati a partecipare alla riunione tutti gli Stati, anche quelli che non hanno aderito al trattato, la preoccupazione principale sarà coinvolgere nelle delibere il maggior numero di Stati nucleari e dipendenti dal nucleare. L’obiettivo è la costruzione di una solidarietà stabile che determini la fine dell’epoca delle armi nucleari.
Anche il Rapporto Un75, di cui parlavo prima, riflette il crescente sostegno dell’opinione pubblica globale alla creazione di questo tipo di solidarietà. Esso cita dieci priorità per il futuro, fra cui una spinta globale per l’entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari e la messa al bando delle armi autonome letali (Laws), come quelle robotiche.
Inoltre, secondo un sondaggio svolto fra i millennials (i giovani nati tra il 1981 e il 1996, secondo il Pew Research Center, n.d.r.) di sedici paesi e territori, commissionato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, l’84 per cento degli interpellati ha dichiarato che l’uso di armi nucleari in guerra o in un qualsiasi conflitto «non è mai accettabile». È interessante che si sia registrata una maggioranza schiacciante in questo senso anche fra i millennials che vivono in Stati nucleari.
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Il Giappone, l’unico paese al mondo ad aver subito un attacco nucleare in tempo di guerra, dovrebbe tracciare una strada per gli Stati dipendenti dal nucleare, annunciando la sua intenzione di partecipare alla prima riunione degli Stati parti del Tpnw e partecipare attivamente alla discussione. In base a ciò il Giappone dovrebbe tendere a ratificare il trattato quanto prima. Alla luce della sua storia e del principio ispiratore del trattato – proteggere il diritto all’esistenza di tutte le persone con cui condividiamo questo pianeta e garantire la sopravvivenza delle generazioni future – potrà sicuramente comunicare un messaggio forte al mondo e fornire un contributo importante affinché tali colloqui sortiscano un risultato costruttivo.
Il trattato stabilisce che, oltre a riesaminarne e a discuterne lo stato di ratifica e di applicazione, la riunione degli Stati parti possa anche affrontare «altre questioni pertinenti e coerenti con le disposizioni del Trattato».49 Per questo motivo avanzo la proposta che, durante la prima riunione degli Stati parti, si tenga un forum di discussione sulla relazione fra armi nucleari e Obiettivi per lo sviluppo sostenibile.
La questione delle armi nucleari non è centrale solo per il raggiungimento della pace mondiale; come si osserva nel preambolo al trattato, essa ha gravi implicazioni che riguardano i diritti umani e le questioni umanitarie, l’ambiente e lo sviluppo, l’economia globale e la sicurezza alimentare, la salute e la parità di genere. Poiché ognuno di questi punti rappresenta un aspetto cruciale degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, la relazione di questi ultimi con le armi nucleari è un tema che riguarda tutti gli Stati e può servire da volano per coinvolgere il maggior numero possibile di Stati nucleari e dipendenti dal nucleare nelle discussioni degli Stati parti.
Le gravi e prolungate tensioni della guerra fredda seguite alla seconda guerra mondiale fecero sì che la minaccia posta dalle armi nucleari si radicasse al punto che ancora oggi, a trent’anni dalla fine della guerra fredda, si tende ancora a considerarle un “dato di fatto” immutabile. Pur riconoscendo che la sicurezza nazionale è una priorità assoluta per gli Stati, è proprio vero che si può ottenerla unicamente continuando a fare affidamento sulle armi nucleari? Ritengo che discutere di questo tema alla luce dell’importanza di realizzare ognuno degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile rappresenti un’opportunità importante per riesaminare la propria posizione tanto per gli Stati nucleari quanto per quelli dipendenti dal nucleare.
Ciò è ancora più essenziale ora che la pandemia da Covid-19 continua a mettere a dura prova i sistemi sanitari e le economie mondiali, e le previsioni indicano che la ripresa potrebbe richiedere anni. Sono convinto che abbiamo raggiunto un punto critico in cui gli Stati devono seriamente riconsiderare se continuare a riversare ingenti quantità di fondi nei bilanci militari per perseguire la propria sicurezza attraverso il possesso delle armi nucleari.
Nella mitologia greca si narra di re Mida, che acquisì la capacità di trasformare in oro tutto ciò che toccava; ma una volta ottenuta tale abilità scoprì che anche l’acqua e il cibo, beni fondamentali per la sopravvivenza, al suo tocco si trasformavano in oro, diventando inutilizzabili. Così, alla fine decise di rinunciare al suo “dono”. Oggi, di fronte non solo al cambiamento climatico ma anche alla crisi del Covid-19, è urgente che tutti i paesi riconsiderino attentamente le implicazioni delle armi nucleari per l’intera popolazione mondiale. Sono sicuro che tale aspetto emergerà chiaramente qualora si approfondisca la relazione fra armi nucleari e Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, a loro volta indispensabili per creare il mondo in cui vorremmo vivere.
Ma più di ogni altra cosa saranno le voci unite della società civile la principale forza motrice per incrementare il supporto globale al Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Nella mia Proposta dell’anno scorso, oltre a chiedere che alla prima riunione degli Stati parti del Tpnw fossero presenti osservatori della società civile, proposi di organizzare, come seguito a questa prima riunione, un forum popolare per un mondo libero dalle armi nucleari che riunisse gli hibakusha di tutto il mondo, le municipalità che sostengono il Tpnw e i rappresentanti della società civile. Lo scopo di queste due proposte è amplificare la voce della società civile per rendere il Trattato un pilastro dell’impegno per il disarmo nel ventunesimo secolo e un punto focale per dimostrare quale potere abbia il popolo di cambiare la storia.
Adesso che il Trattato per la proibizione delle armi nucleari è entrato in vigore, riusciranno i paesi del mondo a unirsi per eliminare la minaccia planetaria costituita dalle armi nucleari?
Di fronte a questo bivio della storia, desidero ricordare l’esempio di Joseph Rotblat (1908-2005), per lungo tempo presidente del Pugwash (Pugwash Conferences on Science and World Affairs), la cui vita può indicarci il modo di raggiungere quel cambiamento di paradigma al quale aspiriamo.
Fra i molti scienziati coinvolti nel Progetto Manhattan, l’impresa guidata dagli Stati Uniti per sviluppare la bomba atomica durante la seconda guerra mondiale, il professor Rotblat fu l’unico che lo abbandonò prima del termine. Molti anni prima di aderire al progetto si era trasferito in Gran Bretagna dalla nativa Polonia per proseguire le sue ricerche, ma era rimasto separato dalla moglie perché i nazisti avevano invaso il suo paese. Quando gli chiesero di partecipare al Progetto Manhattan come parte della delegazione britannica, partì per gli Stati Uniti dilaniato dal conflitto fra la sua coscienza e il desiderio di impedire ai nazisti di sviluppare e impiegare la bomba atomica.
Nel laboratorio di Los Alamos, nel Nuovo Messico, il suo ufficio era accanto a quello di Edward Teller (1908-2003), in seguito noto come il padre della bomba all’idrogeno. Un giorno il generale responsabile del Progetto Manhattan gli disse che il vero obiettivo della costruzione della bomba atomica non era scoraggiare i nazisti arrivando prima di loro nella realizzazione dell’ordigno, bensì sottomettere l’Unione Sovietica.
In un dialogo che conducemmo molti anni più tardi, Rotblat ricordò quanto fu sconvolto da quella rivelazione: «Cominciai ad avere la sensazione di trovarmi a Los Alamos per la ragione sbagliata. Mi sentivo come se mi mancasse il terreno sotto i piedi».
Presentò la richiesta di essere esonerato dal partecipare a quel segretissimo progetto e, nonostante le pressioni che ricevette per rinunciare a questa decisione, tornò da solo in Inghilterra. Tragicamente venne a sapere che la sua amata moglie era stata uccisa durante l’Olocausto.
Quando il 6 agosto 1945 apprese dalla radio dei bombardamenti su Hiroshima, decise di dedicare il resto della vita a far sì che le armi nucleari non fossero mai più impiegate.
Nel 1946 costituì la British Atomic Scientists Association (associazione degli scienziati e dei fisici nucleari britannici) per condurre una campagna contro qualsiasi uso delle armi nucleari. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli di tali armi, contribuì alla realizzazione di una mostra itinerante allestita su vagoni ferroviari che attraversò le isole britanniche, l’Europa e il Medio Oriente. Inoltre reindirizzò i suoi studi verso l’uso terapeutico delle radiazioni, perché voleva che le sue ricerche fossero impiegate per salvare vite umane. Il suo primo lavoro su un elemento radioattivo, il Cobalto 60, è tuttora utilizzato nel trattamento dei tumori maligni.
Nel 1954, nell’Atollo di Bikini fu testata una bomba all’idrogeno che espose alla pioggia radioattiva gli abitanti locali e l’equipaggio di una nave da pesca giapponese, la Daigo Fukuryu Maru (Drago fortunato n. 5). Fu l’occasione per l’incontro fra Rotblat e il filosofo Bertrand Russell (1872-1970). Nel 1955 Rotblat firmò il Manifesto Russell-Einstein e nel 1957 fu tra i fondatori del Pugwash, all’interno del quale ha continuato a svolgere un ruolo di primo piano fino alla morte, nel 2005. La sua fu una vita dedicata alla proibizione e all’abolizione delle armi nucleari.
Le sue idee sul vero significato della deterrenza nucleare, che espresse quando con il Pugwash ricevette il premio Nobel per la pace nel 1995, sono ancora attuali: «Le armi nucleari vengono mantenute come difesa contro pericoli imprecisati. Questa politica non è che una prosecuzione per inerzia di quella della guerra fredda. […] Rispetto poi all’affermazione che le armi nucleari prevengono le guerre, quante guerre occorreranno ancora per confutare questa tesi?».52
Nel nostro dialogo, Rotblat e io discutemmo di come le armi nucleari fossero state inizialmente sviluppate per contrastare la Germania nazista e di come il loro possesso e la corsa a svilupparle venissero giustificati con ragioni strategiche sempre diverse. Giungemmo alla conclusione che le armi atomiche non continuano a esistere perché sono necessarie ma, al contrario, la loro presenza rende necessaria una serie di teorie per giustificarne l’esistenza.
Finché gli Stati continueranno a possedere armi nucleari, adducendo la minaccia di «pericoli imprecisati», la minaccia che tali armi rappresentano per il pianeta continuerà a persistere anche in futuro. Al contrario il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, che mira a eliminare «i rischi rappresentati dall’esistenza di armi nucleari»,
indica una strada che i paesi possono percorrere insieme per sradicare questo rischio.
Il primo successo conseguito dal Pugwash fu l’entrata in vigore del Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari nel 1963, l’anno successivo alla crisi dei missili di Cuba. Il trattato proibiva le esplosioni atomiche nell’atmosfera, nello spazio e nel mare, ma non proibiva le esplosioni nucleari sotterranee.
Ciò condusse trent’anni dopo, nel 1996, all’adozione del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty, Ctbt).
Sebbene questo trattato non sia ancora entrato in vigore, è stato firmato da 184 stati e, grazie alla Commissione preparatoria dell’Organizzazione per il Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Ctbto), ha un regime di verifica che garantisce che nessuna esplosione nucleare in qualsivoglia parte del globo possa avvenire senza essere rilevata. Questo regime contribuisce a prevenire quel tipo di «pericoli imprecisati» di cui parlava Rotblat. Inoltre, mobilitando le risorse per la raccolta dei dati della sua rete di stazioni di controllo, presenti in tutto il mondo, la Ctbto contribuisce a proteggere la vita delle persone ovunque attivando, per esempio, allarmi tempestivi in caso di disastri e di rilevamento di incidenti in qualche centrale nucleare.
Inoltre, nel marzo 2020 l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (International Atomic Energy Agency, Iaea) ha lanciato un’iniziativa a sostegno di oltre 120 paesi per l’impiego di tecnologie derivate dal nucleare nei test per il rilevamento del Covid-19.Cfr. Iaea (International Atomic Energy Agency), “Iaea Assistance for the Rapid Detection and Management of Covid-19” (Assistenza dell’Iaea per l’individuazione rapida e la gestione del Covid-19), 2020, https://www.iaea.org/topics/covid-19/iaea-assistance-for-the-rapid-detection-and-management-of-covid-19 (ultimo accesso 26 gennaio 2021). La Iaea ha maturato una comprovata esperienza nell’assistenza ai paesi per quanto riguarda l’accesso alle cure contro il cancro e ai test diagnostici rapidi nella lotta contro le epidemie di Ebola e Zika. Riguardo a questa iniziativa il direttore generale Rafael Mariano Grossi ha dichiarato: «Ogni volta che le persone hanno chiesto assistenza all’Iaea in tempi di crisi, la Iaea non l’ha mai negata e non lo farà mai».Iaea, “Iaea Project to Help Countries Combat Covid-19 Draws €22 Million in Funding” (Il progetto dell’Iaea per aiutare i paesi a combattere il Covid-19 raccoglie fondi per 22 milioni di euro), 11 maggio 2020, https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/iaea-project-to-help-countries-combat-covid-19-draws-eu22-million-in-funding (ultimo accesso 26 gennaio 2021). Queste attività ricordano l’impegno di Joseph Rotblat, che dedicò l’intera esistenza a salvare vite umane grazie alla ricerca e all’attivismo.
Se nel mondo odierno occorre un deterrente, di certo non saranno le armi nucleari, ma piuttosto la forza dell’azione congiunta e della solidarietà al di là dei confini nazionali per lottare contro le crisi intrecciate del cambiamento climatico e del Covid-19, nonché dei relativi impatti sull’economia.
L’atteggiamento della comunità internazionale nei confronti delle armi chimiche e biologiche cambiò drasticamente dopo l’entrata in vigore dei trattati che le mettevano al bando. Gli Stati iniziarono a eliminarle e attualmente più del novanta per cento delle scorte dichiarate di armi chimiche è stato distrutto.56 Un cambiamento del genere rispetto alle armi nucleari forse non avverrà immediatamente negli Stati nucleari e dipendenti dal nucleare, ma è comunque un processo che non parte da zero.
Fra il 2013 e il 2014 si sono tenute tre conferenze sulle conseguenze umanitarie dell’uso di armi nucleari. Ogni volta è cresciuto il numero dei governi partecipanti, fra cui anche Stati dipendenti dal nucleare, e alla terza conferenza erano presenti 158 Stati fra cui il Regno Unito e gli Stati Uniti.57
Fra le conclusioni raggiunte in queste conferenze sono tre i punti che ritengo particolarmente importanti:
1. l’impatto della detonazione di un’arma nucleare non è limitato ai confini nazionali, ma causa effetti devastanti a lungo termine su scala globale;
2. è improbabile che un qualsiasi Stato o organismo internazionale sappia affrontare adeguatamente l’emergenza umanitaria immediata provocata da una detonazione nucleare;
3. gli effetti indiretti di una detonazione nucleare sarebbero maggiormente concentrati sulle fasce più povere e vulnerabili della società.
Anche se di natura diversa, gli effetti del cambiamento climatico e della pandemia da Covid-19 assomigliano a quelli delle armi nucleari in ognuno di questi tre aspetti. L’impatto devastante del Covid-19 sul mondo dovrebbe far capire a tutti gli Stati, compresi quelli nucleari o dipendenti dal nucleare, quanto sia cruciale eliminare la minaccia costituita da queste armi in grado di provocare un cataclisma di portata inimmaginabile.
L’eliminazione di questo grave pericolo, che persiste dall’era della guerra fredda, è al centro del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), che entrò in vigore nel 1970, e del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore a gennaio. Il Trattato di non proliferazione nucleare richiede ai firmatari di compiere ogni sforzo per scongiurare il pericolo di una guerra nucleare58 e i suoi effetti devastanti per tutta l’umanità. I due trattati sono complementari e costituiscono la base per una serie di iniziative globali che conducano ad abbandonare per sempre le politiche di sicurezza dipendenti dalle armi nucleari.
Per la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, prevista per agosto di quest’anno, desidero avanzare due proposte: la prima è che ci sia una discussione sul vero significato della sicurezza alla luce di problemi come il cambiamento climatico e la pandemia; la seconda è che il documento finale contenga l’impegno a non impiegare armi nucleari e a congelare qualsiasi loro sviluppo fino alla Conferenza di revisione del 2025.
La Conferenza di revisione, in origine programmata per il 2020, è stata rimandata a causa della pandemia; quando si terrà esorto i partecipanti a riflettere su quanto, nel corso dell’anno passato, la popolazione mondiale abbia anelato a una vera sicurezza, e a considerare seriamente se continuare a possedere e sviluppare armi nucleari come «difesa contro pericoli imprecisati» sia coerente con lo spirito del Tnp.
Nel 1958, nel contesto della crescente corsa alle armi atomiche durante la guerra fredda, gli Stati Uniti avevano il progetto segreto di far esplodere una bomba termonucleare sulla superficie della Luna. Lo scopo era produrre un lampo di luce così intenso da essere visibile dalla Terra, per dimostrare all’Unione Sovietica la loro superiorità militare. Fortunatamente il progetto venne presto accantonato e la Luna fu risparmiata.59 Il progetto di usare la Luna per una intimidazione nucleare era in corso esattamente nello stesso periodo in cui, sulla Terra, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica stavano lavorando insieme per produrre e mettere a disposizione un vaccino per porre fine all’epidemia di poliomielite.
Al giorno d’oggi, in cui si prevede che occorreranno numerosi anni perché il mondo si riprenda completamente dai danni causati dal Covid-19, i governi dovrebbero mettere in pratica questa lezione della storia e chiedersi onestamente che valore abbia modernizzare i propri arsenali nucleari.
In base alla promessa di non usare armi nucleari e sospenderne lo sviluppo, esorto caldamente gli Stati che parteciperanno alla Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare di agosto 2021 ad avviare al più presto negoziati multilaterali in buona fede sul disarmo nucleare, ottemperando così ai loro obblighi per il disarmo sanciti dall’articolo VI del Trattato e garantendo il raggiungimento di progressi concreti prima della successiva Conferenza di revisione del 2025.
Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari consente agli Stati nucleari di diventare Stati parti se accettano di presentare un piano di rinuncia al proprio programma riguardo alle armi nucleari.
Tale partecipazione degli Stati nucleari o dipendenti dal nucleare al Tpnw sarebbe facilitata grazie ai passi sopra descritti intrapresi sotto il regime del Tnp, e cioè avviando negoziati multilaterali per il disarmo nucleare sostenuti dall’impegno a non usare queste armi e a congelare qualsiasi progetto mirato al loro sviluppo. Chiedo un impegno al fine di collegare l’operatività di questi due trattati, in modo che si possa imboccare la strada che porta alla fine dell’era nucleare.
Ricostruire la vita nel mondo post-Covid
Il terzo ambito in cui desidero avanzare alcune proposte riguarda la ricostruzione dell’economia e della vita devastate dal Covid-19. L’economia globale è stata colpita più volte da gravi recessioni, provocate da fattori come l’instabilità monetaria, la fluttuazione dei prezzi dell’energia e le crisi finanziarie. Ma l’impatto dell’attuale pandemia sta provocando danni che superano di gran lunga quelli prodotti da tali eventi passati. Secondo la Banca mondiale, l’economia globale sta subendo la peggiore contrazione dalla fine della seconda guerra mondiale.
61 Molti settori hanno registrato un drastico calo in termini di introiti, un gran numero di persone è in cassa integrazione e i redditi delle famiglie sono diminuiti notevolmente.
L’attuale crisi economica è così grave che, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo, International Labour Organization), 1,6 miliardi di persone – cioè circa la metà della forza lavoro mondiale – «sono state pesantemente danneggiate nella capacità di guadagnarsi da vivere» a causa del Covid-19.62
Per venire incontro a tali esigenze, alcuni governi hanno varato misure di emergenza a sostegno del reddito, fra cui l’erogazione di sussidi, per cercare di attenuare l’impatto sulla popolazione. In occasione dell’ultima riunione dei ministri del lavoro e dell’occupazione del G20, che si è tenuta nel settembre scorso, i partecipanti hanno dichiarato che la pandemia «ha rafforzato la necessità di un sistema di protezione sociale forte in grado di sostenere tutti i lavoratori e le loro famiglie».63
Un sistema di protezione sociale comprende un pacchetto di interventi mirati a un’assistenza sociale vitalizia per coloro che affrontano difficoltà finanziarie dovute a malattie, perdita del lavoro o altri imprevisti. Il diritto alla sicurezza sociale è stipulato in molti strumenti di tutela dei diritti umani, fra cui la Dichiarazione universale dei diritti umani.64 Per reagire alla crisi finanziaria del 2008, che colpì un gran numero di persone a livello occupazionale, sanitario ed educativo, le Nazioni Unite nel 2009 lanciarono l’iniziativa per una Piattaforma di protezione sociale (Social Protection Floor, Spf) che garantisse alle persone una base di sussistenza.
Nella mia Proposta di pace 2013 appoggiai fermamente questa iniziativa, sottolineando che in quel periodo le condizioni di impiego dei giovani erano particolarmente critiche. Sono sempre stato convinto che una società che priva i giovani della speranza non può pensare di raggiungere la sostenibilità né di costruire una cultura dei diritti umani. Perciò proposi di includere negli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, che l’Onu stava deliberando, l’obiettivo di istituire una piattaforma di protezione sociale in ogni paese, in modo da garantire a coloro che versano in condizioni di povertà estrema la possibilità di tornare a vivere dignitosamente.
Un contenuto del genere fu effettivamente inserito negli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile,Cfr. Assemblea generale dell’Onu, “Resolution Adopted by the General Assembly on 25 September 2015” (Risoluzione adottata dall’Assemblea generale il 25 settembre 2015), A/RES/70/1, 21 ottobre 2015, https://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/70/1&Lang=E (ultimo accesso 26 gennaio 2021). ma l’enorme impatto economico del Covid-19, ben maggiore di quello della crisi finanziaria del 2008-2009, ha distrutto finanziariamente molti milioni di persone, comprese quelle che prima godevano di un buon grado di stabilità. Ciò dimostra l’urgenza di rafforzare l’accesso a sistemi di protezione sociale, un obiettivo raccomandato anche dai trentasette paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).Cfr. Ocse, “Supporting Livelihoods during the Covid-19 Crisis: Closing the Gaps in Safety Nets” (Sostenere le condizioni di mantenimento durante la crisi da Covid-19. Chiudere i buchi nelle reti di sicurezza), 20 maggio 2020, https://read.oecd-ilibrary.org/view/?ref=132_132985-hrr3dbjimj&title=Supporting-livelihoods-during-the-COVID-19_crisis%20oe.cd/il/30z (ultimo accesso 26 gennaio 2021).
La dichiarazione programmatica dell’Ocse “Sostenere le condizioni di mantenimento durante la crisi da Covid-19: chiudere le falle nelle reti di sicurezza”, pubblicata nel maggio scorso, indica che queste difficoltà protratte stanno costringendo i lavoratori ad attingere ai loro risparmi, mettendo a rischio il loro benessere presente e futuro. Afferma inoltre: «La portata senza precedenti della crisi è tale che, al di là delle difficoltà a breve termine, richiederà un impegno politico costante nei prossimi mesi e forse anni. Occorre riflettere attentamente su come promuovere programmi di supporto il più possibile efficaci e sostenibili».
Nel 1948 fu istituita l’antesignana dell’Ocse per sovrintendere al Piano Marshall, il programma statunitense di aiuti ai paesi europei devastati dalla seconda guerra mondiale. Adesso l’Ocse è considerata il “serbatoio di idee” (think tank) più grande del mondo, che raccoglie esperti di tutto il globo per migliorare gli standard internazionali anche attraverso processi di revisione tra pari delle politiche nazionali.67 Poiché ultimamente il gruppo si dedica più di prima a garantire l’effettiva messa in atto delle sue proposte politiche, ha cominciato a definirsi un “serbatoio di idee e azioni” (think and do tank).
Spero dunque che i membri dell’Ocse assumano un ruolo di guida nelle iniziative per realizzare quegli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile relativi a garantire universalmente misure di protezione sociale, e che lavorino insieme per stabilire e attuare criteri politici globali per la ricostruzione delle economie e dei mezzi di sussistenza delle persone, gravemente danneggiati dalla crisi del Covid-19. Una direzione potrebbe essere costituita dallo sviluppo di nuove imprese e dalla creazione di opportunità di lavoro grazie a una rapida transizione verso un’economia verde, riducendo le spese militari e destinando le risorse risparmiate al rafforzamento dei sistemi di protezione sociale.
Inoltre i membri dell’Ocse hanno un ruolo importante nell’attuazione di politiche mirate ad aumentare la resilienza sociale, che possono comprendere misure per costruire la sostenibilità a livello regionale rispondendo alla crisi climatica, promuovendo la riduzione del rischio da disastri e la conservazione ecologica, garantendo supporto ai sistemi sanitari e migliorando le condizioni di impiego di tutti coloro che offrono assistenza, anche in campo infermieristico.
Questo perché, come ha affermato l’Ufficio dell’Onu per la riduzione dei rischi da disastri, per affrontare le varie minacce e difficoltà oggi occorre un “approccio multi-rischio” complessivo e simultaneo, e una comprensione chiara della natura sistemica dei rischi.
Il Summit dell’Onu sulla biodiversità, che si è tenuto nel settembre scorso, ha confermato che, se l’attuale deterioramento del clima e dell’ecosistema globale dovesse persistere, possiamo aspettarci che appaiano nuove forme di malattie contagiose.70 Adottando un approccio multi-rischio possiamo trasformare questa spirale di cause ed effetti negativi in senso positivo. Per esempio, le iniziative per mitigare il cambiamento climatico possono migliorare le misure di prevenzione contro l’insorgenza di malattie infettive, che a loro volta accresceranno la resilienza ai disastri. Allo stesso modo, rafforzare la prevenzione e la riduzione del rischio da disastri, insieme alla conservazione ecologica, aiuterà ad affrontare le difficoltà poste dal cambiamento climatico. Questi non sono che alcuni esempi di iniziative necessarie che dovremmo intraprendere per trasformare una concomitanza di difficoltà in una valanga di cambiamenti positivi.
Per ricostruire le economie e la vita delle persone in un mondo post-Covid occorre privilegiare l’espansione di piattaforme per la protezione sociale e costruire una resilienza a più dimensioni. I paesi dovrebbero lavorare insieme per creare una società globale in cui ogni persona possa vivere con sicurezza e serenità interiore.
Se si adotta un approccio più ampio e complessivo, invece di affrontare ogni situazione di crisi in maniera isolata, si può creare una piattaforma comune dalla quale sviluppare nuove possibilità future. In occasione del Summit sulla biodiversità, il Segretario generale dell’Onu Guterres ha identificato la seguente raccomandazione come prioritaria: «Anzitutto, nella ripresa dal Covid-19 e nei piani di sviluppo più ampi bisognerebbe inserire “soluzioni basate sulla natura” (nature-based solutions). Preservare la biodiversità mondiale può produrre quei posti di lavoro e quella crescita economica di cui oggi abbiamo urgente bisogno. Il Forum economico mondiale segnala che le opportunità imprenditoriali che possono derivare dalla natura creerebbero 191 milioni di posti di lavoro entro il 2030. Da sola la Grande Muraglia Verde in Africa ne ha prodotti 335.000».[refAntónio Guterres, “Remarks to United Nations Biodiversity Summit” (Osservazioni al Summit delle Nazioni Unite sulla biodiversità), 30 settembre 2020, https://www.un.org/sg/en/content/sg/speeches/2020-09-30/remarks-united-nations-biodiversity-summit (ultimo accesso 26 gennaio 2021).
La Grande muraglia verde (Great Green Wall, Ggw) è un progetto panafricano volto a realizzare una fascia di vegetazione larga circa 15 km e lunga circa 8.000 km attraverso l’intera regione del Sahel, all’estremità meridionale del deserto del Sahara. Il progetto comprende la rigenerazione di varietà arboree indigene, intervallate da appezzamenti di terreno coltivato. Questa iniziativa, intrapresa nel 2007 dall’Unione africana, è riuscita a risanare 20 milioni di ettari di terra degradata.Rural 21, “The Great Green Wall Implementation Status and Way Ahead to 2030” (Lo stato di realizzazione della Grande muraglia verde e i passi futuri verso il 2030), 16 settembre 2020, https://www.rural21.com/english/news/detail/article/the-great-green-wall-implementation-status-and-way-ahead-to-2030.html?no_cache=1 (ultimo accesso 26 gennaio 2021). Uno dei maggiori risultati di questo movimento è stato la creazione di Green Jobs (lavori verdi) in ambiti come la piantumazione di alberi e l’agricoltura, la mitigazione della persistente insicurezza alimentare dovuta alla desertificazione e la stabilizzazione delle condizioni di salute e di vita della popolazione.Cfr. Unccd (United Nations Convention to Combat Desertification), “The Great Green Wall Initiative” (L’iniziativa della Grande muraglia verde), https://www.unccd.int/actions/great-green-wall-initiative (ultimo accesso 26 gennaio 2021).
Si prevede che il progetto della Grande muraglia verde, che contribuisce alla realizzazione di ben quindici dei diciassette Obiettivi per lo sviluppo sostenibile,72 aumenterà la resilienza nel Sahel e potrà trasformarsi in una iniziativa di sviluppo economico in grado di apportare vantaggi a tutta la popolazione della regione.
I paesi africani che condividono questa epica ambizione di costruire la più grande struttura vivente del mondo – che dovrebbe coprire 100 milioni di ettari entro il 2030 – stanno incrementando gli sforzi per raggiungere gli scopi interconnessi della ripresa economica post-Covid, della realizzazione degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile e del raggiungimento dei parametri per la riduzione delle emissioni di gas serra stabiliti dall’Accordo di Parigi. Alla base di questa mastodontica impresa c’è la fiducia che lavorare con la natura, anche in luoghi difficili come il Sahel, consente di superare le difficoltà e costruire un futuro migliore.
Anche i paesi dell’Ocse e altri potrebbero impegnarsi in progetti altrettanto ambiziosi per affrontare e superare la crisi del Covid-19. Secondo le previsioni del Forum economico mondiale, le opportunità che deriverebbero dalla transizione a un sistema socio-economico pro-natura (nature-positive) potrebbero generare circa 400 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Questa cifra comprende i 191 milioni di posti di lavoro che si creerebbero già solo nel campo alimentare e grazie all’utilizzo della terra, oltre alla transizione verso infrastrutture efficienti nell’impiego delle risorse e all’aumento dell’uso di energie rinnovabili.73 Sarebbe molto positivo se i membri dell’Ocse estendessero la loro collaborazione con partner chiave come il Brasile, la Cina, l’India, l’Indonesia e il Sud Africa per ricostruire l’economia mondiale e garantire a tutte le popolazioni un’esistenza sicura.
La pandemia da Covid-19 costituisce una grossa sfida per il Decennio di azione per il raggiungimento degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile iniziato l’anno scorso. Tuttavia ho fiducia nella capacità dell’umanità di trasformare le difficoltà in energia per la creazione di valore. Il caso del popolo africano, che si è unito per recuperare una terra degradata e ha abbellito il pianeta con una nuova vasta fascia di verde, ne è un esempio evidente.
La parola Soka, che significa “creazione di valore”, racchiude il nostro impegno, come Soka Gakkai, a costruire una società basata sulla realizzazione della felicità personale e di quella degli altri, sfruttando appieno la capacità umana di creare valore.
Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944), primo presidente della Soka Gakkai, paragonava il dinamismo della creazione di valore a «un fiore di loto nel fango», un’immagine contenuta nel Sutra del Loto.
Il fiore di loto sboccia fragrante, non contaminato dall’acqua fangosa da cui trae nutrimento. Ciò dimostra che, per quanto possano essere caotici i tempi in cui viviamo, possiamo rifiutarci di venirne sopraffatti rimanendo sempre fedeli a noi stessi. L’illimitato potere della creazione di valore, che è intrinseco alla vita, permette a ciascuno e ciascuna di noi di trasformare le proprie circostanze in un’arena in cui portare fino in fondo la nostra missione unica, infondendo un senso di speranza e sicurezza a tutte le persone che ci circondano.
La parola giapponese soka emerse da un dialogo tra un maestro e un discepolo, Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, nel 1930. Dai suoi esordi, sotto la guida di questi due presidenti fondatori, la Soka Gakkai si è sviluppata come un movimento popolare dedito alla felicità individuale e a quella degli altri, ed è diffuso attualmente in 192 paesi e territori. Il 2030, l’anno in cui si concluderà il Decennio di azione per il raggiungimento degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, coincide con il nostro centenario.
Attingendo alla rete di collaborazioni che abbiamo sviluppato fino a oggi, come membri della società civile ci impegniamo totalmente a lavorare, da qui al 2030, con persone e organizzazioni che hanno la nostra stessa visione, per accelerare il raggiungimento degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile e realizzare una società di pace e valori umani.