Note a margine per lo studio di luglio

 

QUAL'È LA DIFFERENZA TRA HINAYANA E MAHAYANA?

Hinayana
Dopo la morte di Shakyamuni l'ordine buddista attraversò un periodo caratterizzato da scismi che alla fine determinarono la formazione di varie scuole. Con lo scopo di conservare gli insegnamenti del Budda i religiosi di queste scuole si isolarono, ponendo particolare attenzione alla pratica dell'ascetismo e all'analisi dottrinale.
Se inizialmente l'ordine buddista era composto dai diretti discepoli del Budda o dai loro seguaci che continuarono a praticare seguendo fedelmente le regole stabilite da Shakyamuni, con il passare del tempo sorse la tendenza a vedere Shakyamuni come un essere superiore (cfr. D. Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Esperia, vol. 2, p. 225), e lo scopo della pratica divenne quindi l'ottenimento dello stato di arhat (lo stadio più elevato cui potevano aspirare gli ascoltatori della voce, cioè le persone del mondo di Apprendimento), mentre quello di Budda veniva visto come irraggiungibile. (cfr. Ibidem, pp. 234-236).
Anche per questo motivo questa corrente venne denominata hinayana dal successivo movimento riformatore mahayana in senso dispregiativo, dove il termine sanscrito hina significa "piccolo" e yana significa "veicolo".

Mahayana
All'inizio del primo secolo d.C. nacque un movimento, probabilmente in parte di origine popolare, che coinvolse clero e laici, volto a riformare l'ordine buddista, che si definì mahayana (in sanscrito maha significa "grande" e yana significa "veicolo"). La tendenza della corrente hinayana a isolarsi, dedicandosi alla pratica dei precetti e alla scrittura delle esegesi dottrinali, fu criticata come troppo rigida ed elitaria, priva dello spirito originale del Budda basato sull'impegno tra e per le persone. Si tornò a una pratica altruistica - definita come pratica del bodhisattva - come veicolo per ottenere l'Illuminazione per sé e per gli altri. Secondo i sutra mahayana precedenti al Sutra del Loto non tutte le categorie di persone erano in grado di ottenere l'Illuminazione. Il Sutra del Loto, che estende tale possibilità a tutti, è definito l'insegnamento mahayana definitivo. (cfr. Il dizionario del Buddismo, Esperia).

COS'È PER NOI ASPIRARE ALLA TERRA DEL BUDDA?

Il Gosho Aspirare alla terra del Budda finisce con le parole: «La vita è limitata, non dobbiamo lesinarla. Ciò a cui dobbiamo principalmente aspirare è la terra del Budda». Come abbiamo studiato nella lezione di Daisaku Ikeda, questo incoraggiamento non è assolutamente volto a sacrificare la propria vita in nome di una qualche felicità irraggiungibile in questa esistenza.
Prima del Sutra del Loto ci si riferiva alle terre del Budda come a luoghi meravigliosi in cui regnano pace e prosperità. La terra del Budda era intesa come lontana da questo mondo, definito "mondo di saha", in cui imperversano le quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte.
Nel capitolo Durata della vita del Tathagata del Sutra del Loto Shakyamuni dichiara però che in verità il mondo di saha "è" la terra del Budda. I Budda infatti agiscono stando tra le persone che soffrono e le guidano all'Illuminazione per trasformare le quattro sofferenze nelle virtù di eternità, felicità, vero io e purezza.
Con la forza della fede nel Gohonzon rivelato da Nichiren Daishonin, impegnandoci nella nostra rivoluzione umana e nella realizzazione del grande voto di kosen-rufu sotto la guida del nostro maestro Ikeda, stiamo trasformando ogni giorno questo mondo in una terra del Budda in cui vivere felici e a proprio agio. Questo significa per noi "aspirare alla terra del Budda".

CHI SONO I TRE POTENTI NEMICI?

Le persecuzioni dei tre potenti nemici, cioè laici ignoranti, preti arroganti e falsi santi, sorgono in relazione agli sforzi dei praticanti del Sutra del Loto di propagare la Legge mistica. Vengono descritti nel tredicesimo capitolo del Sutra del Loto Esortazione alla devozione (SDLPE, 270-271).
I laici arroganti sono persone comuni che vengono influenzate dalle accuse dei falsi santi e come conseguenza attaccano i praticanti del Sutra del Loto con calunnie, ingiurie e violenze.
I preti arroganti sono definiti da Nichiren come coloro che nutrono opinioni perverse sviando le persone dal mezzo per conseguire l'Illuminazione, non osservano i precetti e si lasciano andare a comportamenti decadenti e dissoluti. Sono persone facilmente riconoscibili.
I falsi santi sono i più difficili da riconoscere. Appaiono come santi ma interiormente sono arroganti, miscredenti e calunniano l'insegnamento corretto. Usano la religione per i loro fini, per procurarsi fama e ricchezza. Nichiren li definisce "spiriti affamati che divorano la Legge". La loro malvagità è la manifestazione dell'oscurità fondamentale e viene riconosciuta solo da chi se ne è liberato e ha rivelato lo stato di Buddità nella propria vita.
(cfr. D. Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Esperia, vol. 2, p. 66 e seguenti).

COME UTILIZZIAMO OGGI L’UNICA GRANDE RAGIONE?

In un passo del Sutra del Loto (SDLPE, 74) si legge che i Budda desiderano aprire, mostrare, risvegliare e far entrare gli esseri viventi alla saggezza del Budda. Questa è "l'unica grande ragione" per cui appaiono nel mondo. Ciò è insito nell'azione di recitare Daimoku e si manifesta nel nostro agire come Bodhisattva della Terra. Agendo per kosen-rufu possiamo risvegliarci al fatto che siamo Budda, testimoniarlo con la nostra vita, risvegliare gli altri alla stessa comprensione e condurli a questa verità. (cfr. D. Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Esperia, vol. 1, p. 109).

DA DOVE VIENE IL SUTRA DEL LOTO?

Shakyamuni, il fondatore del Buddismo vissuto in India circa 2.500 anni fa, non lasciò opere scritte. I discepoli ripetevano a memoria i sermoni che solo in seguito, nell'arco di qualche secolo, furono codificati in forma di sutra.
Il Sutra del Loto è la scrittura mahayana (vedi) che Nichiren Daishonin scelse come base del suo insegnamento. Si ritiene che sia stato messo per iscritto tra il primo e il secondo secolo. Come molti altri sutra, si diffuse dall'India all'Asia Centrale, la Cina, la Corea e il Giappone. Giunto in Cina nel terzo secolo fu tradotto in numerose versioni.
In particolare, in questo sutra viene dichiarato che tutti gli esseri viventi possiedono la natura di Budda e che non esistono categorie di persone che non possono ottenere la Buddità nella vita presente. Viene inoltre chiarito che il Budda non esiste in qualche luogo speciale e non è un essere soprannaturale, poiché la Buddità esiste da sempre perché è connaturata alla vita stessa dell'universo.
In Cina il Sutra del Loto fu studiato, commentato e praticato dal Gran maestro T'ien-t'ai (538-597), che analizzò tutte le scritture buddiste arrivando alla conclusione che il Sutra del Loto è l'insegnamento più profondo e definitivo di Shakyamuni.
Nel sesto secolo, attraverso la Corea, il Buddismo arrivò in Giappone. In seguito Dengyo (767-822) insegnò la filosofia di T'ien-t'ai risvegliando la fede nel Sutra del Loto che era andata perduta.
Trecento anni dopo Nichiren Daishonin (1222-1282), partendo dal Sutra del Loto e interpretandolo dal punto di vista della sua Illuminazione, stabilì la corretta pratica buddista per il periodo dell'Ultimo giorno della Legge che si sarebbe protratto nell'infinito futuro, realizzando l'esortazione contenuta nel ventitreesimo capitolo del Sutra del Loto: «Dopo la mia estinzione, nell'ultimo periodo di cinquecento anni, dovrai diffonderlo in tutto il Jambudvipa e non permettere mai che [la sua diffusione] sia interrotta» (SDLPE, 394).
La traduzione in cinese che il Daishonin scelse tra tutte fu quella di Kumarajiva (344-413), nella quale il titolo del Sutra del Loto è Myoho-renge-kyo che, secondo Nichiren, racchiude l'essenza dell'intero sutra.
Sulla base di questa profonda intuizione egli stabilì che l'invocazione del titolo del sutra, Myoho-renge-kyo, preceduto dal termine nam (in sanscrito "dedicarsi") è la pratica universale che consente a tutti di manifestare la Buddità.
(cfr. D. Ikeda, La vita del Budda, Buddismo primo millennio, Buddismo in Cina, Esperia).

A cura di: Alessandra Fornasiero, Mirko Lugli, Flavia Minoia, Angela Modica Scala, Letizia Vitagliani

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