La ricchezza di parlarne insieme: una fucina di pensieri ed esperienze

TAVOLA ROTONDA

Riuniti intorno a un tavolo virtuale, quattro giovani hanno riflettuto confrontandosi su alcuni aspetti della figura di Leonardo da Vinci evidenziati da Daisaku Ikeda nella Conferenza di Bologna. Hanno partecipato per il Gruppo studenti Andrea Yuji Balestra e Lavinia Meo, per Il Volo Continuo Filippo Augusti e Chiara Castrini

OLTRE LE DICOTOMIE.
«In qualunque situazione si trovasse, Leonardo mostrava scarso interesse per gli aspetti divisivi di ciò che era considerato patriottismo, lealtà, bontà, bellezza e beneficio, lottando invece per una condizione che gli permettesse di guardare a tutte le cose con distacco». Come applichereste questo pensiero alla realtà di oggi, sempre più divisiva, che ci chiede sempre di schierarci?

Andrea: Sulla base di quello che dice il presidente Ikeda, penso che sia veramente importante concentrarsi sul nucleo centrale, sull'essere umano in sé e per sé, e continuare a credere nel potenziale delle persone con cui ci relazioniamo, a prescindere da come possono mostrarsi in un dato momento. Questo è ciò che ha fatto Sensei nei suoi dialoghi: quando in alcuni passaggi emerge una differenza di visione tra lui e l’interlocutore possiamo vedere come questa divergenza, o dicotomia, venga sempre risolta in una mutua comprensione che parte da un profondo rispetto per la vita dell'altra persona. E anche riguardo al ruolo dell’ONU come Parlamento dell'umanità, argomento della prima parte della Lectio, Sensei rimette sempre al centro il fatto che è necessaria la rivoluzione umana dei singoli individui che, prendendo a modello Leonardo, permetta loro di dominare se stessi.

Filippo: Quando ho visto la prima volta un video con il riassunto di questa lezione mi sono domandato cosa si intendesse per dominio di sé, perché lo avevo compreso come un limite a determinate pulsioni dell’essere umano. Poi leggendo il testo mi sono reso conto che ciò che intende Sensei è esattamente il contrario: è una totale libertà, la capacità di volare sopra le dicotomie e i limiti che una società basata su una mente occidentale tende a mettere.
Riguardo al concetto di shusseken, «trascendere il mondo», mi è venuto in mente quello di jiju yushin, che viene tradotto come “Budda di gioia illimitata” o “Budda di assoluta libertà”. Ne I capitoli Hoben e Juryo Ikeda lo spiega così: «Jiju yushin è il corpo che riceve e adopera a suo piacimento, cioè che ha compreso che il sé è l'universo e che riceve e adopera come vuole il potere della mistica Legge, la sorgente della vita universale» (Esperia, p. 210).
Perciò il significato di “trascendere il mondo” non è solo emanciparsi dagli attaccamenti, bensì realizzare una salda indipendenza spirituale per riconoscerli e utilizzarli da una dimensione più alta. Questo mi ha dato una sensazione di respiro e di elevazione opposta a quella limitazione che avevo sentito inizialmente. Coltivare questa gioia illimitata della Legge, questo Budda di assoluta libertà dentro la mia vita, mi permette di elevarmi al di sopra delle dicotomie occidentali e utilizzare ogni cosa senza giudizio, ma attraverso la saggezza che deriva dal Daimoku.

Lavinia: Questa domanda mi ha portato inevitabilmente all’oggi e alle troppe guerre in corso nel mondo. E al fatto che di fronte all'ingiustizia siamo spinti inevitabilmente a prendere posizione, a schierarci. Però credo che al contempo dovremmo sforzarci di non dimenticare che facciamo parte della famiglia umana. Nel Manifesto Russell-Einstein i due scienziati scrivono: «Facciamo un appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticatevi del resto». Questa divisione è in realtà un'illusione, perché se ci risvegliamo alla verità per cui tutti i fenomeni sono interdipendenti ci rendiamo conto che non ha alcun senso percepirci separati.
E schierarsi è anche diverso dal prendere parte, inteso come partecipare. Giorgio Gaber cantava: «Libertà è partecipazione». È diverso schierarsi percependosi separati e partecipare percependosi come uno all'interno del molteplice, e non un uno qualunque ma un uno fondamentale.

Chiara: Mi rendo conto che noi entriamo nelle dicotomie perché ci concentriamo sul problema contingente e non tiriamo fuori la visione lungimirante che il nostro maestro ci ispira ad avere. Sensei ci chiede di metterci obiettivi per i dieci, vent'anni successivi. Anche se non sappiamo esattamente chi vogliamo essere tra così tanto tempo, questa prospettiva più ampia fa sì che i conflitti che si creano nella realtà presente assumano un significato diverso, e che se si riesce a guardare con un'ottica che va oltre la logica delle due opzioni si può trovare quella strada che va a comporre tutto.

L'ILLUSIONE DELLA STABILITÀ.
«Fermare la realtà con le parole significa annullare la sinergia dinamica tra compiuto e incompiuto e creare l’illusione che una stabilità temporanea sia eterna». In questa realtà piena di incertezze ci si sente schiacciare da una sensazione di precarietà e si ricerca una stabilità che in realtà è illusoria. Tuttavia la realtà è dinamica, averne consapevolezza e cavalcare questo dinamismo permette di creare valore. Come vivete voi questa condizione?

Filippo: Come vivo questa condizione? È evidente che siamo in una realtà talmente incerta che spesso la mia mente vorrebbe aggrapparsi a qualcosa di stabile, granitico. Per scoprire poi, il giorno dopo, che probabilmente quella cosa può svanire. La mia riflessione, quindi, è che invece di cercare certezze esterne alla mia vita, devo sviluppare un io solido come il monte Fuji, come ci incoraggia Sensei, in modo che di fronte a qualsiasi tempesta io rimanga fermo.
Poi penso che sia fondamentale diventare un tutt'uno con il dinamismo della vita, cioè far emergere costantemente quella saggezza che opera in accordo con le circostanze mutevoli che mi permette in ogni istante di sentire qual è la scelta più giusta.
In una lezione che tenne ad Harvard (cfr. BS, 235), Sensei parla del concetto di concentrare gli sforzi di cento milioni di kalpa in un singolo istante di vita, e allora le tre proprietà del Budda si manifestano in ogni nostro pensiero e azione. Sensei dice che con “sforzi di cento milioni di kalpa” si intende la capacità di confrontarsi con i problemi della vita con tutto il proprio essere risvegliando così la nostra coscienza intera, senza lasciare inutilizzata nessuna potenzialità interiore. Quindi, piuttosto che aggrapparmi a qualcosa di fermo, voglio essere come un surfista che qualsiasi onda arrivi è capace di cavalcarla.

Chiara: Sensei spiega, ne La nuova rivoluzione umana, che «la parola giapponese per rivoluzione significa letteralmente trasformare la vita» (NRU, 5, 159). Per me è difficile accogliere a cuore aperto le situazioni che cambiano, ho paura di perdere il controllo. D'altra parte noi cerchiamo perennemente il cambiamento, perché mettendoci un obiettivo vogliamo trasformare una situazione che non ci fa vivere bene. Se diventiamo pienamente consapevoli che siamo noi a scegliere il cambiamento con le nostre azioni, tutto ciò che accade rappresenta un'occasione per crescere.

Lavinia: Quando ho letto questa domanda ho pensato: meno male che la stabilità è un'illusione, perché ciò allevia la sensazione che le sofferenze possano essere eterne! Tante frasi di Gosho ci danno un'immagine di cambiamento, come «l'inverno che si trasforma sempre in primavera», per esempio. Ricordarmi che le sofferenze non sono eterne mi fa provare un profondo senso di conforto, che poi si nutre di speranza e si trasforma in determinazione.
Questa domanda a me ha anche richiamato il significato letterale di karma, e cioè azione, che invece nelle società occidentali viene compreso come un bagaglio di sfortune o una punizione. Ma il karma è qualcosa che si può trasformare, che ci mette in mano le redini della nostra vita. Lo trovo veramente rivoluzionario. E poi da teatrante mi piace pensare che la vita sia veramente una drammaturgia che possiamo scrivere soltanto noi.

Andrea: Io sono una persona super abitudinaria che fa fatica ad accettare di stare all'interno di nuovi equilibri, perché la novità o l'immissione di elementi diversi dai soliti mi causa molto lavorio per cercare di adattarmi a una nuova condizione.
Per costruire un io solido io mi impegno a studiare quotidianamente per rinnovarmi e per non cedere a quella rassegnazione che mi fa pensare che certe situazioni andranno sempre così, che certi aspetti della mia vita, del mio carattere, rimarranno immutati.
A tale proposito, in una recente lezione (BS, 216) Sensei dice che non solo la fede è uguale alla vita quotidiana ma è vero anche il contrario, cioè che ogni aspetto della nostra vita costituisce la pratica buddista. In effetti se siamo allenati al fatto che la fede, il percorso di pratica che stiamo compiendo, è qualcosa di mutevole, e che ogni giorno è una sfida diversa, ci è anche facile accettare che ogni aspetto della nostra vita, proprio perché è mutevole, costituisce la pratica buddista.

L’UMANESIMO COSMICO.
«Lo spirito del Rinascimento viene espresso come totalità, sintesi e universalità. Anche Leonardo deve aver intuito un mondo di infinita creatività, una totalità e un universalismo che possiamo definire la vita cosmica in continua e infinita espansione, fluttuazione e creazione». Cosa vi evoca questa visione di umanesimo cosmico in relazione alla realtà di oggi?

Lavinia: Mi evoca ancora una volta l'immagine della rete di Indra, ma al contempo la centralità della figura umana nell'uomo vitruviano. Conosco bene Vinci, dove si trova la copia di questa opera di Leonardo, e i tanti turisti che la visitano si fanno la foto mettendosi nella stessa posizione. E così mi sono immaginata l'uomo vitruviano con al centro ognuno e ognuna di noi. Ho pensato che se facessimo come esercizio mentale, e non solo come foto di rito, quello di metterci al centro di questo universo, pensando che le parole espansione, fluttuazione, creazione partono da noi, potremmo essere proprio noi a dare il via a questa nuova visione.
Se fossimo più consapevoli di questo allora vivremmo una vita più contributiva, come diceva Makiguchi. E con la nostra unicità, con la nostra preziosità, potremmo contribuire a costruire un mondo esattamente come lo vogliamo.

Chiara:All'inizio della pratica mi fu detto che se mettiamo al centro della nostra vita il rispetto per noi stessi automaticamente impariamo a rispettare anche gli altri. Io pensavo che ciò mi avrebbe fatto diventare egoista, ma in realtà più io decido di stabilire un profondo rispetto verso la mia vita più riesco ad abbracciare la vita di chi mi sta intorno; e più cerco di risvegliare negli altri la consapevolezza della loro natura di Budda, più forte diventa la tendenza alla Buddità nella mia vita. Mi sono resa conto che nei momenti in cui pratichiamo con purezza per rispettare la nostra vita, automaticamente compiamo azioni che ci rispettano e rispettano gli altri.

Filippo: Stamattina ho pensato che nel primo incontro con Toda, una delle domande di Sensei fu: chi è un vero patriota? E Toda, dopo avergli fatto vari esempi, gli risponde che esiste un altro tipo di patriota le cui azioni resistono alle prove dei tempi. Autentico patriota, dice, è chi crede nella Legge mistica, perché può guidare la vita dei singoli alla felicità eterna e promuovere la ricostruzione di una nazione infelice. Si tratta in sostanza di una persona che crea le fondamenta di una società felice e pacifica. Per me l’idea di patriota si ricollegava a una identità legata al luogo in cui si nasce. Qui invece Toda intende riferirsi a un patriota del mondo, un patriota cosmico, che riesce ad avere una preoccupazione sincera anche per eventi che sembra non lo coinvolgano direttamente.
Con lo scoppio delle guerre in Ucraina e in Palestina avevo difficoltà a percepire e a sentire vicina la sofferenza di persone a migliaia di chilometri da me. Però poi di fronte al Gohonzon provavo una spinta sincera che usciva da dentro: la voglia di dire “io non so come posso aiutarvi, voi che state vivendo una tragedia del genere, però almeno recito per la felicità vostra e di tutte le persone che avete intorno, e per la fine delle guerre nel minor tempo possibile”.
Per contrastare il senso di impotenza cerco di recitare per credere che la mia condizione vitale oltrepassi i limiti individuali e della nazione in cui vivo, perché di fatto io sono collegato a tutte le persone del mondo, come diceva prima Lavinia.

Andrea: Ci sono modi diversi di affrontare un conflitto. Penso che non dobbiamo scartare a priori l’idea di riuscire a portare sollievo e aiuto materiale nel luogo specifico ma, anche se non riusciamo a farlo, possiamo diventare la migliore versione di noi stessi e trasformare il nostro cuore, per allenarci a non vedere il conflitto come soluzione per annientare l’altro quando ci sembra una minaccia ai nostri interessi. In questo modo, credo, ci avviciniamo al concetto di umanesimo cosmico.
Ritornando all’importanza dello studio, nel libro L’educazione Soka Sensei ci esorta a sviluppare «una compassione che permette di mantenere un'empatia ricca di immaginazione» (Esperia, p. 19). Questo ci mette in grado di comprendere le storie personali e le sofferenze di persone di cui non conosciamo il vissuto. L’importanza dell’insegnamento buddista mahayana risiede nel concetto che non esiste un unico Budda salvifico, ma tantissimi Budda che con empatia e immaginazione riescono a raggiungere ogni persona. Quando si parla di impegno e di missione personale ci riferiamo spesso al contributo che possiamo dare in un ambito specifico, però la vita cosmica va oltre. Nel momento in cui riusciamo a percepire che siamo tutt'uno con la Legge mistica, la nostra vita si espande dentro e fuori di noi.
Ritengo inoltre particolarmente significativo che nelle battaglie sociali di oggi si adotti un approccio intersezionale, che permette di rendere evidenti i livelli di oppressione dai quali le persone sono soggiogate. Inoltre permette di dare una dimensione concreta all’umanesimo cosmico, abbracciando le battaglie di tutti e tutte e contribuendo al miglioramento della società globale.

COMPLETEZZA DELL’INCOMPIUTO.
Potrebbe essere la definizione di gioventù. La considerate una buona descrizione? E per voi cosa significa essere giovani?

Lavinia: Vedo l’essere giovani come un viaggio in cui ogni bivio, salita, caduta e ostacolo contribuisce alla nostra crescita come individui. In gioventù spesso non abbiamo chiara la meta, ma questo ci permette di consultare continuamente la nostra bussola, che per me è il Gohonzon. Mi viene in mente la canzone di Niccolò Fabi Costruire, che esprime bene questo concetto: «Tra il primo tema e il testamento in mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire. E costruire è sapere e potere rinunciare alla perfezione». Credo sia un grande incoraggiamento per noi giovani.
Aver incontrato il Buddismo in gioventù è una grande fortuna. Questo ci permette di costruire silenziosamente… e praticando lo si fa anche con maggiore gusto!

Chiara: Nel Gosho Il prolungamento della vita c’è scritto che «trasformare il karma immutabile con la pratica del Sutra del Loto è naturale come per il riso maturare in autunno e per il crisantemo fiorire in inverno» (RSND, 1, 848). Ho letto questa citazione in un periodo in cui ero molto arrabbiata, e pensando che dovevo essere una brava buddista non mi permettevo di esserlo. Queste parole mi hanno aiutata a vivere la naturalezza del momento e a permettermi di sentire le mie emozioni.
Per me essere giovani significa autenticità. Ed è difficilissimo, perché è un’età in cui cerchiamo di essere simili agli altri, ma la gioventù è anche il periodo dell’impulso, della capacità positiva di agire sulla base di ciò che sentiamo dentro e di rendere viva la nostra autenticità più profonda. Una delle mie tendenze più radicate, come ho detto prima, è cercare di avere il controllo sulle cose. Allora ho deciso di recitare tanto Daimoku con il desiderio di imparare a stare ferma, a lasciare che le cose facciano il loro corso. E ho riscoperto il piacere dell’apprendere. So che è un aspetto su cui dovrò tornare a sfidarmi tante volte, però sono veramente felice perché ho sperimentato al 100% il potere della vita.

Filippo: Essere giovani significa avere entusiasmo. Sensei si riferisce alla gioventù come uno stato dell’essere, non legato all’età anagrafica. E ci ha dimostrato fino all’ultimo istante che si può essere giovani anche a 95 anni, se si mantengono la passione e la vitalità.
Essere giovani significa anche coltivare compassione per sé, cercando di essere coerenti con se stessi nonostante le tempeste della vita.
Nessuno può dirci che siamo incompiuti. Spesso un giovane viene considerato compiuto se si è laureato, se ha trovato un bel lavoro o una buona retribuzione. Ma la Vita con la V maiuscola non guarda a queste cose, va oltre, non tiene conto delle dicotomie che la nostra società crea.
Sono grato di aver incontrato il Buddismo a 18 anni. Questa filosofia mi ha permesso di fare chiarezza nel turbinio degli avvenimenti e di rimanere coerente con me stesso. Essere giovani è mantenere viva quella fiamma dentro di noi, con la consapevolezza che solo noi possiamo determinare se siamo compiuti o meno.

Andrea: Riguardo all’espressione “completezza dell’incompiuto e incompletezza del compiuto” penso alla necessità di andare oltre la staticità per comprendere la realtà sulla base di una condizione vitale elevata. Da questa prospettiva credo che l’essenza della gioventù sia la leggerezza e il provare gioia per il solo fatto di essere vivi, quella che il Buddismo chiama felicità assoluta, e portare questa gioia alle altre persone concorrendo così alla trasformazione della società.
Io mi sento giovane finché credo nella possibilità di trasformare il mio karma. Penso che la mia missione più grande sia portare una prova concreta di rivoluzione umana nel mio nucleo familiare. Un altro aspetto importante è circondarsi di buoni amici, che ci riportino all’essenza delle cose in questa realtà mutevole, continuando a lottare con questo spirito in mezzo agli altri.

IL VOLO CONTINUO.
«Ma l’essere umano è destinato a un volo continuo, avanzando sempre verso la creazione successiva». Da questa espressione è nato il nome del giornale dei giovani. Qual è lo scopo della vostra pubblicazione? Come state applicando questo pensiero di Sensei su Leonardo?

Andrea: Lo scopo de Il Volo Continuo è fare shakubuku in modo dinamico, cominciando dal dialogo. Come in un moto centrifugo, partiamo dalla dimensione digitale per vivere la realtà fattuale, abitare le città creando legami con le persone attraverso l’insegnamento buddista. E come in un movimento centripeto, riportiamo queste esperienze all’interno della dimensione digitale del giornale.
L’esempio del presidente Ikeda è per noi un faro. Come ci ha fatto notare il presidente Harada, durante i 54 anni in cui ha scritto La rivoluzione umana e La nuova rivoluzione umana Sensei avrebbe potuto chiudersi in una stanza per dedicarsi a questa opera così impegnativa, invece ha viaggiato in tutto il mondo, costruito istituzioni culturali, dialogato con leader e pensatori, incoraggiato ogni persona che ha incontrato.
La nostra attività di redazione ci permette inoltre di approfondire l’amicizia tra noi e di creare legami profondi con i lettori e le lettrici, con il desiderio di trasformare la società.

Filippo: L’obiettivo del Volo è rendere il Buddismo vicino e “secolare” all’interno del contesto dei social, soprattutto Instagram, utilizzando un linguaggio comprensibile a tutti e tutte. Vogliamo far sentire le persone accolte e dar loro la possibilità di conoscere il Buddismo e rivoluzionare la vita. La rubrica “Etimo” è un esempio di come parliamo di parole comuni dal punto di vista buddista. Prima di scrivere un articolo penso sempre a Sensei quando, in una situazione di forti tensioni e contrasti, decise di recarsi in Unione Sovietica, e a chi chiedeva perché volesse farlo rispondeva: «Perché là ci sono degli esseri umani». Penso che questo sia il punto di partenza di tutto.

Chiara: Io faccio attività nel “team social” e il nostro obiettivo non è solo aumentare i follower ma soprattutto il numero di persone felici, cercando di portare parole di incoraggiamento. Le riunioni di redazione del lunedì sono diventate per me un momento importantissimo, hanno reso questo giorno, che si ritiene il peggiore della settimana, il migliore di tutti! Oltre alla parte tecnica, in questi incontri cerchiamo di lasciare spazio alla nostra esperienza, con il desiderio di condividere gli obiettivi e di sostenerci, per poi portare questo incoraggiamento all'esterno, come risultato della rivoluzione umana che ognuno e ognuna di noi fa quotidianamente. Ringrazio tutta la redazione, penso che siano diventate le persone più importanti della mia vita!

Lavinia: Da lettrice percepisco la vostra freschezza e la gioia di far parte della redazione. Ogni contenuto è sorprendente, permeato dal forte sentimento di amicizia che c’è alla base, e questo lo rende ancora più appetibile e interessante. Vi ringrazio con tutto il cuore!


buddismoesocieta.org