BS 177 / 1 luglio 2016

In questa realtà senza muri quello che conta è l'abbraccio

Intervista a Augusto D'Angelo

Augusto D'Angelo, uno dei responsabili dei senza fissa dimora della Counità di Sant'Egidio. Lo incontriamo in un pomeriggio primaverile presso la mensa di via Dandolo a Trastevere. In anticipo sull'orario di apertura un gruppetto di persone si affolla davanti all'entrata, mentre all'interno c'è chi lavora sodo per preparare i pasti e apparecchiare. Tra volontari e "avventori" si respira un clima leggero di cordialità e di amicizia.

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di Maria Lucia De Luca


Riflettendo su chi fosse davvero esperto di "azioni per far vincere gli altri" e avrebbe potuto contribuire con esperienze concrete e radicate sul territorio, abbiamo subito pensato alla Comunità di Sant'Egidio, un movimento che da decenni a Roma e in varie parti del mondo si impegna a fianco delle persone più vulnerabili (vedi www.santegidio.org). Da vari amici della Comunità ci viene suggerito di parlare con Augusto D'Angelo, uno dei responsabili dei senza fissa dimora. Lo incontriamo in un pomeriggio primaverile presso la mensa di via Dandolo a Trastevere. In anticipo sull'orario di apertura un gruppetto di persone si affolla davanti all'entrata, mentre all'interno c'è chi lavora sodo per preparare i pasti e apparecchiare. Tra volontari e "avventori" si respira un clima leggero di cordialità e di amicizia.
Veniamo accolte con un buon caffè e visto che il tempo stringe, perché anche il nostro interlocutore di lì a poco avrà il suo turno di servizio alla mensa, cominciamo subito l'intervista.


Conosciamo bene il vostro grande impegno umanitario a livello mondiale, come il progetto DREAM per la cura dell'AIDS in Africa o le iniziative che hanno costruito il processo di pace in Mozambico, per non parlare del dialogo interreligioso o della raccolta di firme per la moratoria della pena di morte a cui abbiamo contribuito attivamente come Soka Gakkai italiana. Oggi vorremmo concentrarci sulle tante cose che fate a livello di base nella città. Siamo qui per imparare.
Provo a fare un panorama complessivo.
Sant'Egidio nasce a Roma alla fine degli anni sessanta con alcuni pilastri fondamentali, di cui il primo è la preghiera che ha sempre accompagnato l'esperienza della Comunità. La preghiera serale, a Roma tutti i giorni nella basilica di Santa Maria in Trastevere e, laddove nascono nuove comunità, con la cadenza che è possibile avere.
Un secondo pilastro è il rapporto con i poveri. La comunità nasce in una stagione in cui, dopo il Concilio Vaticano Secondo, si pensa che sia arrivato il momento di cambiare il mondo. In tanti guardano alla politica, mentre il fondatore di Sant'Egidio, il professor Andrea Riccardi, allora liceale, e un gruppo di giovani suoi coetanei pensano che il mondo si cambia a partire da sé e dalla realtà in cui si vive, quindi dall'orizzonte della città.
A Roma all'epoca vivevano circa centomila baraccati, gente che veniva dal sud, persone, soprattutto bambini, che quando andavano a scuola sentivano parlare un'altra lingua rispetto a quella di casa. Questi furono i primi poveri che incontrammo, con i quali facemmo un'opera di scolarizzazione per i bambini e di sostegno ai grandi. Dando l'avvio a quelle che oggi sono le Scuole della pace.


Leggendo delle vostre attività mi ha colpito la centralità dell'amicizia.
Sì, tutti i nostri progetti di aiuto ai poveri partono da incontri personali.
L'attività con gli anziani, per esempio, nasce dall'incontro con Filomena, una signora anziana di Trastevere che cominciava a perdere la memoria e che quindi lasciava il suo libretto della pensione nella portineria della Comunità perché sapeva che lì era al sicuro. Filomena era gelosissima dei suoi capelli, lunghi, pettinati, spazzolati... A un certo punto stette poco bene e venne ricoverata in un istituto per anziani dove per prima cosa le tagliarono i capelli. Quindici giorni dopo morì.
Allora nacque una grande domanda. Era l'inizio degli anni settanta, ci chiedemmo se fosse giusto che questa generazione che aveva ricostruito l'Italia dopo la guerra si dovesse meritare un simile destino di abbandono. Intuimmo che quello degli anziani sarebbe diventato da lì a qualche anno un tema forte. E lo vediamo bene oggi, quando si dice che in fondo gli anziani sono un peso, non ci sono i soldi per le pensioni, la sanità è sempre meno pronta ad accompagnarli...
Così scrivemmo la "lettera di Maria", in cui un'anziana spiegava: è inutile che mi chiudete in un istituto, io una casa ce l'ho, con i miei ricordi, la mia poltrona preferita, le mie foto... Se mi dovete aiutare venite qui, non mi deportate. Questa lettera raccolse tantissime firme di anziani, e rispecchia l'idea che, se possono, è giusto che rimangano a casa. Abbiamo avviato anche delle convivenze tra anziani: magari uno ha la casa, un altro una pensione buona ma è molto malandato, un altro è ancora un po' abile. E allora vanno a vivere insieme, così ognuno contribuisce con quello che ha. Cerchiamo di far condurre loro una vita normale: non perché sei anziano devi smettere di alzarti, lavarti, vestirti, pettinarti; se sei aiutato a farlo, continui ad avere degli obiettivi quotidiani. Ormai molti dei nostri giovani iniziano il loro impegno andando a trovare degli anziani a casa o in istituto. Uno dei segreti della comunità è costruire questo legame generazionale.


Tu sei uno dei responsabili dei senza fissa dimora. Da quanto tempo vi occupate di loro?
Con i senza fissa dimora il nostro impegno nasce quando, nel gennaio 1983, una signora di 73 anni di nome Modesta muore per strada. Si sente male alla stazione Termini, l'ambulanza arriva ma lei è sporca, ha i pidocchi, non si può portarla in un ospedale qualsiasi, bisogna cercare il ricovero opportuno. Però intanto che decidono, discutono... passano le ore e Modesta muore. Erano gli anni ottanta, l'Italia era diventata la quinta potenza del mondo, era assurdo che la gente dovesse morire per strada a Roma. Quindi iniziamo ad andare a portare da mangiare e da bere per le stazioni. Scopriamo una città che ha fame, ha sete e poi, conoscendo le persone, scopriamo che hanno fame anche di altre cose... di ridere, di scherzare, di essere amici, si ricordano il tuo nome e tu ti ricordi il loro. Perché spesso queste persone non vengono chiamate per nome da nessuno... E ti aspettano quando arrivi, ci si racconta come è passata la settimana, poi si comincia a festeggiare i compleanni per strada, insomma diventa un rapporto di amicizia on the road.
Poi, quando possiamo apriamo questo centro, la mensa dove siamo oggi, il nostro modo per ricambiare l'ospitalità che loro ci danno per strada. Qui sono trattati come ospiti di riguardo, perché questa è una mensa in cui - unica a Roma - le persone si siedono e vengono servite. Stanno già in giro tutto il giorno, è bello che abbiano un posto dove si fermano e noi li serviamo. E questa mensa diventa anche un punto d'incontro per mondi che difficilmente si sarebbero incontrati: un mondo di poveri e un mondo di ricchi che si incontrano e un po' si fondono.
Papa Benedetto disse proprio questo: in fondo è come se qui chi non ha più famiglia trova una nuova famiglia, e si confonde chi serve e chi è servito. Cosa che Francesco specificò ancora meglio quando andò a Santa Maria in Trastevere nel giugno 2014 e disse che in fondo, quando ci sono realtà che si avvicinano e si abbracciano, quello che conta è l'abbraccio.


Siete la famiglia dei poveri.
Sì, c'è molto l'idea di essere la famiglia dei poveri, e si rafforza con il pranzo di Natale. Che comincia nel 1982 con una tavolata di una ventina di persone a Santa Maria in Trastevere e che l'ultimo Natale ha visto sedute nel mondo duecentomila persone.
Per i senza fissa dimora l'aiuto poi cresce con la distribuzione dei pacchi alimentari per chi ha una casa ma non i soldi per comprare da mangiare, con il medico, i vestiti, il servizio di docce - perché lavarsi in questa città non è tanto semplice. E poi c'è chi ha gli abiti sporchi e li vuole lavare, quindi serve un servizio di lavanderia... Ultimamente molti si sono rivolti a noi dopo aver perso il lavoro dicendo che erano trent'anni che non scrivevano un curriculum, e quindi cerchiamo di accompagnarli anche da questo punto di vista vedendo di poter cogliere delle occasioni... Impegnandoci da un lato a far sì che questa parentesi di povertà si chiuda - perché si può chiudere, in tante vicende lo abbiamo verificato - dall'altro a dare un sostegno attento alla profondità della persona, perché l'essere umano non è soltanto una pancia da riempire o delle membra da coprire, gli esseri umani sono di più. Questo "molto di più" va compreso e accompagnato.


Ho letto del Ristorante degli amici...
Sì, un bell'esempio di come persone considerate dal mondo incapaci non solo sono capaci ma anche migliori di tante altre.
Normalmente si pensa che chi ha un handicap non possa lavorare e invece noi abbiamo dimostrato attraverso il Ristorante degli amici che può farlo molto bene. Per esempio Maurizio, il sommelier, pur essendo astemio perché l'alcol è controindicato con le sue medicine, sa spiegare tutto sui vini perché impara perfettamente a memoria le etichette.
C'è quindi la grande riconquista, direi la vittoria, di chi pensava di essere uno scarto e scopre che può fare un lavoro dignitoso, e che quello è la sua vittoria. E inoltre tutto questo è riproducibile, in tanti hanno seguito l'esempio, addirittura in Svezia.


Poi ci sono gli immigrati.
Anche l'attenzione all'immigrazione parte, come sempre, da una storia. Nel 1979 alla Chiesa della Pace a Roma dei ragazzi danno fuoco a un immigrato di nome Alì Jama, e lui muore. Cominciamo allora a pensare che forse c'è qualcosa che non va: i romani, gli italiani, che hanno fama di essere "brava gente", forse non si sono mai misurati realmente con il problema dell'immigrazione, che di lì a poco assumerà dimensioni importanti. Bisogna lavorare per "facilitare" l'immigrazione, perché tanto c'è e ci sarà, e con le guerre anche i profughi, i rifugiati. Così nasce la scuola d'italiano per dare a chi arriva la lingua come primo strumento... e anche un lavoro nelle periferie che ci possa salvare da un futuro di banlieu modello Parigi dove viene relegata un'umanità che si vuole tenere lontana dal centro, mentre invece il centro e la periferia si debbono mischiare.


Stai parlando del progetto Gente di pace?
Gente di pace è questo, persone che arrivano e scoprono che si può convivere tra italiani e non italiani e che assieme fanno tante attività, alcuni vengono a servire qui alla mensa. C'è infatti chi è arrivato e ha avuto bisogno di essere sostenuto, poi si è sistemato e decide di sostenere quelli che l'hanno sostenuto. Perché ci sono tanti altri che arrivano. E poi c'è la testimonianza nelle scuole: abbiamo diversi immigrati molto bravi che vanno nelle scuole a raccontare che giro hanno fatto, per dimostrare che non è vero che chi arriva così è un terrorista. Affinché i giovani abbiano chiaro che gli immigrati non sono nemici ma un'opportunità.
L'idea è quella di costruire delle interconnessioni a livello cittadino che siano pacifiche piuttosto che violente. Perché quando arriverà il momento - ma speriamo che non arrivi - in cui vivremo stagioni come quelle di Parigi o di Bruxelles, la reazione non sia "sono tutti assassini". Perché sono quelli con cui hai vissuto...


Quindi la motivazione di fondo è la stessa per tutti questi progetti?
La motivazione di fondo secondo me è costruire un mondo in cui - te lo dico così - l'amore di Dio si espanda a tutti. E quindi tutti si facciano strumento di amore per gli altri e tutti possano goderne.


Siete tutti cattolici?
Sant'Egidio nasce a Roma e nasce cattolica. Ora però la comunità è presente anche in altri paesi. Nei paesi slavi è composta da cattolici e ortodossi, in Germania da cattolici e protestanti. E ci sono molti islamici ed ebrei che ci aiutano. Anche molti non credenti cominciano ad aiutarci, è una realtà senza muri. C'è un'interreligiosità dal basso: costruire un po' di bene subito riguarda tutti.


Quando ci siamo seduti tu hai detto: qui viene fatto il primo incontro con la persona che vuole usufruire della mensa.
Sì. In questo primo colloquio le si chiede se ha bisogno solo di cibo, o anche di cure mediche o altro, ci si fa un quadro generale. Per provare a capire se è possibile, e come, che questa parentesi della povertà prima o poi si chiuda. O, come dite voi, se è possibile farlo vincere.
C'è anche lo spazio, in questo incontro, di spiegare chi siamo, che qui le persone non fanno questo servizio per lavoro ma perché pensano che sia importante l'amicizia, che questa è una casa in cui si viene accolti. E che c'è da mangiare per tutti...


Un riconoscimento reciproco, insomma.
Sì, da qui comincia l'amicizia: tu ti chiami... io mi chiamo... Anche perché in generale è difficile volersi bene se neanche ci si conosce.


(Hanno collaborato Marina Marrazzi e Simona Caleo)

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