Conversazione con Filippo La Porta su Le cose come sono di Hervé Clerc
di Roberto Carvelli
Filippo La Porta è uno dei critici letterari italiani più noti e importanti. Sua una rassegna fondamentale per capire cosa l'Italia del romanzo e dei racconti ha prodotto negli ultimi anni: La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo (Bollati Boringhieri, 1999). A Roma ha dedicato Roma è una bugia (Laterza, 2014). Il suo ultimo libro si intitola Indaffarati (Bompiani). È editorialista di diversi giornali tra cui Il Sole 24 Ore e Il Messaggero.
Scusa il diversivo - visto che siamo qui per parlare del libro di Hervé Clerc Le cose come sono. Una iniziazione al buddhismo comune - ma inizio con una citazione da un altro libro: quello di Clark Strand Il risveglio del Budda (Esperia). Leggo: «Quando più tardi uno mi chiese come mai mi ero avvicinato alla Soka Gakkai avevo pronta la risposta: Toda non aveva ceduto, aveva resistito sotto il peso di infiniti momenti in cui sarebbe stato più facile accettare la sconfitta». Credo che riassuma bene la concretezza e insieme l'incessante ritmo vitale del Buddismo. Cosa che, in definitiva, ho trovato nel libro di Clerc in cui c'è, intanto, l'invito a un Buddismo della efficacia e un rifiuto dell'ascetismo.
Premetto, a me il libro è piaciuto molto perché non è un libro accademico, non è essenzialmente speculativo ma è piuttosto un saggio fortemente autobiografico che, partendo dall'esperienza politica del maggio francese, arriva alla pratica buddista attraverso una maturazione dal vivo. È quello che in inglese si chiama personal essay, saggio personale. Citando Ryszard Kapuscinski a un certo punto Clerc dice: «Il reporter è colui che vive tutto sulla propria carne», e si potrebbe dire la stessa cosa del suo rapporto con il Buddismo. Mi riconosco, poi, in lui per l'immagine che dà di sé come "buddista parziale". In generale, il Buddismo di cui parla è fortemente anticlericale, antigerarchico, profondamente laico, e precisa che si può essere contemporaneamente buddisti e atei. C'è anche una forte responsabilizzazione. Ad esempio, dice, c'è sempre uno stretto legame tra tutto ciò che ci accade e quello che siamo. Tutto quello che ci succede è in rapporto con noi.
Un aspetto interessante del Buddismo che menziona anche Clerc è l'assenza di giudizio.
Hervé Clerc dice che le persone non le devi emendare, correggere, rieducare: ti devi un po' adattare ed è anche quello che dice il Buddismo della Soka Gakkai del partire da quello che sei. Non si tratta di correggere gli altri ma di capirli, di capire il loro ritmo.
L'altra cosa che lui dice, e che mi piace, è che dietro ogni contraddizione, anche risolta, ce n'è subito un'altra. La vita è contraddizione. La vita ha questa essenza contraddittoria. Il principio aristotelico di non contraddizione serve solo a comunicare tra noi, è uno strumento. La realtà è profondamente antilogica: io posso amare e odiare nello stesso momento violando il principio di non contraddizione di Aristotele. Il problema non è risolvere le contraddizioni ma quello che dice il Buddismo: accettarle, contemplarle.
Che è un po' quello che la teoria buddista definisce "tremila regni in un singolo istante di vita". Tornando a Clerc, anche nel titolo del libro c'è questa idea del Buddismo soprattutto come una visione delle cose. Il Buddismo sembra essere una religione, una filosofia finalizzata prima di tutto al vedere meglio le cose.
Sì, l'azione per me viene in un secondo momento, quello che conta è cambiare la visione. Nel libro a un certo punto c'è un colpo di scena. Dopo aver parlato del nirvana come Illuminazione e poi del samsara, ovvero dell'erranza, a un certo punto si scopre, sorprendentemente, misteriosamente, che noi siamo immersi sia nel samsara che nel nirvana, il risveglio. Ma non sono due mondi: il mondo è uno solo. Non ci sono due piani di realtà: il Buddismo ci insegna a pensare in questo modo. Non ci sono spazi diversi, il mondo e l'iperuranio, si tratta solo di vedere le cose diversamente. A quel punto il gioco è fatto. È come se ci venisse detto: qui dove siamo c'è già tutto.
C'è un apologo molto bello che cita Hervé Clerc, tratto dalla tradizione induista, di un uomo che si guarda nello specchio e vede che non ha la testa, si dispera, si angoscia, la cerca. Poi, un giorno, torna a specchiarsi e scopre che la testa sta lì sulle spalle ed è sempre stata lì, e come mai lui un giorno non la vedeva? Chissà, ma la testa è sempre stata là. Il nirvana è qua dove siamo noi, si tratta solo di vederlo. Il problema è vedere la realtà, le cose come sono.
Introduco qui un discorso personale perché io ho iniziato a recitare Daimoku essenzialmente per paura della morte, tutto il resto è secondario. Che risposta dà il Buddismo alla questione della morte? Dice che muore il mio corpo ma non tutto muore, qualcosa persiste, continua. Vedere le cose come sono significa vedere l'impermanenza di tutto, non il nulla. Quando io pratico, nei momenti più alti della pratica, mi succede che il Daimoku si stacca da me, acquista una sua autonomia. Attraverso il Daimoku si esprime un ritmo che forse è il ritmo dell'universo, un suo respiro indipendente dalla mia volontà e io faccio esperienza di questo. La paura della morte si stempera.
Qualsiasi paura...
Sì qualsiasi paura, però è fondamentale farne esperienza. La fede, e lo dice bene Clerc, non è solo credere in qualcosa, è vedere qualcosa, fare esperienza di qualcosa. Io pratico da vent'anni in modo irregolare ma ho fatto esperienza di questa meravigliosa continuità che va oltre il mio io individuale. Solo attraverso questo ridimensioni il tuo io ed è quello che ci invita a fare la grande letteratura rispetto alla causa di tutta la nostra sofferenza.
Ti volevo chiedere qualcosa sul mondo intellettuale che tu conosci e pratichi. Diciamo che, generalmente, è pervaso da un grande senso di cinismo in cui la religiosità viene percepita come una debolezza. In più c'è il tema che la capacità intellettuale viene considerata come totalizzante mentre noi sappiamo che è solo una parte dell'esperienza della conoscenza.
L'intellettuale rifiuta in linea generale l'abbandono e mette al governo della propria percezione la propria mente, senza volerle far cedere il passo. Io in genere non parlo molto della mia pratica buddista in quei contesti, la considero un'esperienza troppo privata e non mi va neanche di espormi troppo. Quando mi chiedono, dico sempre che in questa pratica si esprime qualcosa di me che altrimenti non si esprimerebbe, che non è il lavoro non è l'amore non è l'amicizia non è l'eros non è l'attività intellettuale, che cos'è non lo so neanche io ma esprime una dimensione. Per uno può essere autosuggestione, per un altro un'esperienza religiosa. Per me è semplicemente un'esperienza che altrimenti non troverebbe luogo. Una cosa che mi piace, poi, è che la Soka Gakkai non è mai diventata radical chic. Forse perché è davvero "democratica" e interclassista.
Vorrei ora aprire un capitolo per me molto problematico: quello dei desideri. Nel Buddismo di Nichiren bisogna partire dai desideri, da quello che desideriamo.
Per citare Hervé Clerc... dalle cose come sono. Si parte da lì. Diciamo che noi, non diversamente da molta della tradizione buddista, pensiamo che non sono i desideri che creano sofferenza, è il modo in cui noi desideriamo che può far soffrire. Il punto è utilizzare i desideri per fare esperienza della profondità delle cose come sono.
Sì questo lo dico spesso: la pratica è un'avventura, come tra l'altro mi ha fatto capire l'amico fraterno Leonardo Kustermann, e noi non sappiamo dove ci porta. La realtà è continuamente mutevole, molto poco modificabile da me. Qual è il punto? Il punto è riuscire a entrare in questo ritmo. La facoltà buddista vera per me è quella dell'attenzione, dell'ascolto. Non si tratta di accettare il destino: noi aiutiamo la natura a fare quello che avrebbe fatto senza impedimenti. La nostra deve essere quasi più una "passività creativa", attenta. Parlerei di una ricettività vigile.
Riguardo all'insegnamento per così dire "sociale" del Buddismo?
Il Buddismo non ha il pericolo di generare ipocriti o fanatici come succede in altre religioni. Budda chiede molto ma quello che chiede è di diventare te stesso Budda senza esoterismi indulgenti né melensaggini catechistiche. Ti chiede di diventare adulto non bambino, di prendere coscienza di quello che sei e del legame con gli altri. In generale l'attesa di qualcos'altro, di un'ulteriorità, è una tentazione molto forte. È vero: «Il saggio è colui che non teme nulla, non spera in nulla, non attende nulla, non ritiene di essere superiore a nessuno, inferiore a nessuno, ma stranamente neanche di essere uguale a nessuno», questa è una delle pagine più belle del libro di Clerc. Si tratta di fare esperienza di qualcosa, il tema del presente è fondamentale.
E la morte, per tornare alle tue premesse? Che cosa pensi il Buddismo alla fine ti abbia suscitato su questo tema?
L'eternità non è un tempo che non finisce mai, l'eternità è sospensione del tempo. In quell'attimo si concentra tutto, si condensa tutto il tuo passato e tutto il tuo futuro, questa cosa diventa indistruttibile però. Certo questa condizione l'ho solo sfiorata e spesso la riperdo, non è un'acquisizione irreversibile.
La pratica buddista, e d'altronde la vita, non ha mai un corso identico.
Hervé Clerc dice che la meditazione ha due momenti: la calma e l'arresto. L'arresto è importante: quando tu reciti si ferma per qualche minuto tutto il mondo in cui vivi. Per poter vedere le cose come sono io ho bisogno di un arresto di tutto. C'è un verso di Pier Paolo Pasolini da Poesie friulane in cui dice (tradotto dal friulano):
Quando canta la cicala
tutto il mondo è chiaro e fermo.
Io vorrei che il mio Daimoku somigliasse a un canto di cicala: secondo Pasolini per vedere le cose come sono ci dev'essere un momento in cui tutto si deve arrestare, allora quando tutto è fermo vedi come sono le cose e vedi che dietro l'offesa, dietro il problema, dietro l'umiliazione, dietro la tua ambizione, dietro gli affanni c'è qualcos'altro... però si deve tutto fermare. Questo arresto è la mia sfida di quando pratico.
Hervé Clerc
Le cose come sono.
Una iniziazione al buddhismo comune
Traduzione di Carlo Laurenti
Piccola Biblioteca Adelphi, 2015
pp. 259, euro 14,00

Il Buddismo di cui parla Hervé Clerc in Le cose come sono «non è religioso né ateo, ma neppure agnostico. Non è tibetano, giapponese o cinese», non contempla alcuna pratica concreta ma vuole elargire «indicazioni per chiarire la condotta spesso problematica della vita, alcuni mattoni per ricostruire una casa comune». Tra i mattoni fondamentali viene narrato il concetto di samsara come "nevrosi dell'universo" perché infinita ripetizione e in mezzo a questo circolo la possibilità di attingere alla Via di mezzo, ovvero alla percezione delle cose come sono e regolarvi il proprio comportamento, la propria visione della vita.
Celebra il valore dell'esperienza, sottolineando come un buddista crea quello che vede, anche se il mondo non si «spegne soggettivamente» nella mente del Risvegliato ma qui svela la sua intima essenza. Ci ricorda che il luogo senza nascita né vecchiaia né morte risiede proprio qui, nei nostri corpi mortali, «nei nostri paesi e nei mestieri che ci appartengono». Ci invita alla ricerca della libertà, della duttilità e della compassione e al padroneggiamento della propria mente, che determina le condizioni della vita stessa. L'indicazione è «lottate senza lamenti né indolenza, senza distrazione né confusione, senza arrendersi, mai, tenete il filo».
Clerc ama particolarmente i paradossi del Buddismo, addentrandosi anche in meandri teorici sottili come il concetto di dukkha (sofferenza) e la dottrina dei khanda (aggregati), ed elenca con soddisfazione e sapienza parabole e fondamenti che illustrano la relazione tra verità e illusione, chiariscono la natura dell'impegno, la legge del karma e della cosiddetta "guarigione". Come chi estrae la freccia dal corpo di un uomo ferito invece di interrogarsi vanamente sulla natura della stessa, così «se non ci impegniamo ora sulla via della guarigione, moriremo, siamo già morti». Non ultimo, incoraggia alla ricerca di un amore che abbia «la felicità come sua vocazione».
A fine lettura ciò che resta è per me soprattutto il ritratto di un uomo in costante ricerca, animato da una benefica inquietudine, un intellettuale al quale il maggio francese lascia la sensazione spiacevole di essere contro la realtà ma di non desiderare una vita banale, che ha frugato «febbrilmente in mille libri alla ricerca di quest'altra vita tramata di gloria, luce e felicità che ci era palesemente destinata» cercando a tentoni tra le maglie di un'ignoranza a sua stessa detta smisurata. (Roberta Calandra)