Diamo all’ONU il potere necessario per adempiere la sua missione e soddisfare le aspettative del mondo

Daisaku Ikeda, 30 agosto 2006

immagine di copertina

«La struttura della pace mondiale non può dipendere dall’opera di una sola persona, di un solo partito o di una sola nazione. […] Deve basarsi sullo sforzo cooperativo del mondo intero».1
Con queste parole il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt – uno dei padri fondatori delle Nazioni Unite e di fatto l’uomo che ne coniò il nome – si rivolse al Congresso degli Stati Uniti nel marzo del 1945.
Roosevelt non visse abbastanza da vedere la nascita dell’organizzazione internazionale per la pace mondiale che aveva sognato. Morì nell’aprile del 1945, solo un mese dopo aver pronunciato questo discorso e poche settimane prima che la Conferenza delle Nazioni Unite per l’Organizzazione Internazionale [Uncio, una conferenza di delegati provenienti da cinquanta nazioni che ebbe luogo dal 25 aprile al 26 giugno 1945 a San Francisco, n.d.r.] si riunisse per stilare la Carta, o Statuto, delle Nazioni Unite.
Alla Conferenza di San Francisco, a cui parteciparono i rappresentanti di cinquanta nazioni, si percepiva un crescente senso di gioia e speranza al pensiero che la nascita di questa organizzazione internazionale avrebbe aiutato gli esseri umani a spezzare il circolo vizioso delle guerre e delle tragedie e a dirigere il mondo verso la pace e la sicurezza. La conferenza fu definita una “pietra miliare”, una «tappa fondamentale nella lunga marcia dell’umanità verso un futuro migliore»,

2

 a indicare le grandi speranze e aspettative del mondo per la nascita delle Nazioni Unite.
Lo Statuto dell’Onu, adottato dopo tre mesi di intensi dibattiti e discussioni, fu la massima espressione dell'impegno solenne di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità […]».3 Tali parole, contenute nel Preambolo dello Statuto, non rappresentavano una mera riflessione sugli errori del passato ma erano animate da un senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future.

 

Un forum universale

Con i suoi 192 stati membri, l’Onu è il più grande forum universale che abbiamo a disposizione, l’unico in grado di promuovere la cooperazione internazionale e di legittimare iniziative in questo senso anche di fronte a seri scontri fra gli interessi nazionali e all’aggravarsi di crisi internazionali. L’unica soluzione realistica è fornirle un sostegno efficace e lavorare per il suo rilancio

Tredici anni fa [rispetto al 2006, anno della pubblicazione di questa proposta, n.d.r.] ebbi l’opportunità di visitare l’Opera di San Francisco, il luogo dove fu adottata la Carta dell’Onu. Mentre riflettevo su quel drammatico periodo della storia mondiale in cui le Nazioni Unite videro la luce come parlamento dell’umanità, non potei reprimere la sensazione di quanto fosse immenso il mandato affidato a tale organizzazione, quello di impedire che il mondo subisse il flagello di un’altra guerra mondiale.
Un compito che in seguito è stato costantemente messo alla prova, e di fronte al quale a volte è parso che l’organizzazione fosse totalmente inadeguata. Di certo fu così durante la guerra fredda, quando il mondo era spaccato in due blocchi contrapposti.
Oggi il mondo continua a essere afflitto da innumerevoli conflitti e tensioni, e all’inizio del ventunesimo secolo la situazione si è ulteriormente aggravata. Inoltre i grandi problemi globali come la povertà, la fame, il degrado ambientale e la crisi dei rifugiati continuano a minare alle radici la dignità umana.
Le difficili realtà che l’Onu deve affrontare a sessant’anni dalla sua nascita [questa proposta è stata scritta in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione dell’Onu, n.d.r.], vennero espresse in maniera piuttosto esplicita dal Segretario generale Kofi Annan nel discorso che tenne al Summit mondiale 2005: «Le profonde divisioni fra gli Stati membri e lo scarso funzionamento delle nostre istituzioni collettive ci stanno impedendo di unirci per far fronte alle minacce e cogliere le opportunità che abbiamo davanti».4
Poiché l’Onu è una organizzazione intergovernativa, i cui membri costituenti sono Stati sovrani, è inevitabile che le idee e le riforme innovative incontrino ostacoli dovuti a interessi nazionali contrastanti. Per molti anni l’Onu ha dovuto affrontare questo depotenziamento della sua funzione, e la crescente delusione delle persone ha suscitato sempre più critiche riguardo alla sua inefficacia.
Per certi aspetti l’organizzazione non è riuscita a stare al passo con i cambiamenti della realtà del nostro tempo, e di certo ci sono ancora molti ostacoli e criticità da superare.
Tuttavia, finché al mondo ci saranno persone che soffrono e vivono minacciate da gravi crisi non possiamo assolutamente permetterci di sminuire il grande valore e la missione delle Nazioni Unite.
Con i suoi 192 stati membri l’Onu è il più grande forum universale che abbiamo a disposizione, l’unico in grado di promuovere la cooperazione internazionale e di legittimare iniziative in questo senso. Perciò credo che l’unica soluzione realistica sia fornirle un sostegno efficace e lavorare per il suo rilancio, partendo dal riconoscimento che per sessant’anni l’Onu ha prestato assistenza umanitaria nelle aree bisognose ed è stata una palestra di confronto globale dove si è potuto raggiungere un consenso internazionale su questioni importanti.
Nei miei dialoghi con vari esponenti mondiali della politica e della cultura ho avuto spesso occasione di scambiare riflessioni sul futuro dell’Onu e, se dovessi riassumerle, direi che per la maggior parte i miei interlocutori, pur ammettendo che l’organizzazione ha molti problemi da risolvere, sottoscrivono l’idea che occorre darle maggiore supporto e potere.
Molti hanno fatto notare che, anche quando iniziative coordinate dall’Onu vengono concordate e sono pronte a essere attuate, ci sono sempre dei capi di Stato che per proteggere gli interessi nazionali prendono le distanze dall’impegno per un’azione specifica. I vari Segretari generali con cui ho dialogato, fra cui Javier Perez de Cuellar e Boutros Boutros-Ghali, hanno sempre sottolineato quanto sia paradossale che il mondo riponga le sue massime aspettative nelle Nazioni Unite e poi finisca col darle solo un supporto minimo.
Come risolvere questa situazione? Prima di tutto dobbiamo ricordare sempre che uno degli scopi fondamentali dell’Onu è di essere il parlamento dell’umanità, un luogo in cui tutte le voci possano essere ascoltate e tutti i punti di vista rappresentati. Anche di fronte a seri scontri fra gli interessi nazionali e all’aggravarsi di crisi internazionali credo che la risposta consista nell’impegnarsi in un processo di dialogo incessante per creare stabilmente le basi su cui costruire iniziative comuni per risolvere le sfide che abbiamo di fronte.
Senza il dialogo il mondo continuerà a impantanarsi nel caos dell’oscurità e delle divisioni. Proprio come nel mito greco il filo di Arianna rese possibile un’uscita sicura dal labirinto del Minotauro, allo stesso modo il dialogo può aiutarci a trovare la strada per uscire dal dedalo sconcertante di crisi che ci circonda.
Solo portando avanti senza sosta il dialogo si alimenta l’etica di coesistenza e tolleranza di cui il nostro tempo ha bisogno. È mia ferma convinzione che ciò farà nascere “una cultura di pace” il cui avvento rappresenterà una transizione cruciale nella storia dell’umanità.
Oggi il mondo sta affrontando crisi sempre più gravi. […] Ma proprio per la complessità di questi difficili problemi è essenziale persistere con pazienza nella ricerca di strade per risolverli usando al massimo i canali del dialogo globale, che sono il vero punto di forza dell’Onu e la vera sorgente del “potere morbido”.
La crescita della globalizzazione a livello mondiale è stata accompagnata da divisioni e conflitti sempre più profondi fra le varie società e all’interno di esse. Attorno a noi sta diffondendosi una “cultura della guerra” che giustifica l’uso del conflitto e della violenza per raggiungere gli obiettivi desiderati.
È assolutamente vitale smantellare questa cultura della guerra. Dobbiamo usare il dialogo per progredire con decisione verso la creazione di una società globale veramente pacifica nella quale ci sia un autentico rispetto delle differenze di posizione e di visione e si riverisca la dignità umana di ogni persona.
Esorto nuovamente a far sì che l’Onu svolga un ruolo centrale nel grandioso progetto della costruzione di una civiltà pervasa dallo spirito del dialogo.

 

Dag Hammarskjöld e il dialogo

Per quanto una situazione sembri impossibile da risolvere si trova sempre una via di uscita se ci si confronta in un dialogo autentico: questa era la convinzione che motivava il secondo Segretario generale dell'Onu quando incontrava le parti in conflitto per mediare tra loro. I suoi sforzi appassionati per far progredire il processo di pace nel mondo incarnano i princìpi che dovrebbero guidare l’Onu nell’adempimento della sua missione

Mentre cerchiamo di prefigurare quale direzione dovrebbe prendere l’Onu nel ventunesimo secolo, credo che ci sia molto da imparare dall’esempio di Dag Hammarskjöld, il secondo Segretario generale delle Nazioni Unite. I suoi successi brillano nella storia dell’organizzazione, la sua forza morale e la sua integrità come “coscienza delle Nazioni Unite” suscitano un immenso rispetto anche oggi.
Dag Hammarskjöld, statista ed economista, nacque in Svezia poco più di un secolo fa. Durante le crescenti tensioni della guerra fredda fu tra i primi a voler estendere le responsabilità delle Nazioni Unite da un ruolo passivo di semplice risposta alle crisi a un ruolo più attivo di promozione della pace nel mondo.
Le sue capacità emersero in particolare nei tentativi di risolvere la Crisi di Suez, nei conflitti in Libano, in Laos e altrove. Perseguendo attivamente una “diplomazia silenziosa” condusse personalmente missioni in varie regioni come mediatore di conflitti, lasciandoci un’eredità imperitura. Ci furono voci critiche riguardo all’esercizio di questo genere di diplomazia attiva perseguita dall’Onu e dal suo Segretario generale: le iniziative di Hammarskjöld furono condannate dal premier sovietico Nikita Krusciov, che ne chiese le dimissioni, ma egli si rifiutò di sottostare a tali pressioni e continuò a promuovere la leadership delle Nazioni Unite per la risoluzione delle crisi internazionali.
Hammarskjöld espresse la sua incrollabile determinazione nel libro Markings, pubblicato dopo la sua morte: «Il blocco grezzo

5

 – rimani al centro, il tuo e quello di tutta l’umanità. Per gli scopi che questo dà alla tua vita, fai il massimo che ti è possibile in ogni momento. Agisci senza pensare alle conseguenze e senza ricercare niente per te stesso».

6


Spinto da un senso di missione morale quasi religioso continuò a impegnarsi fino all’ultimo istante per assicurare all’Onu il potere di rispondere alle aspettative del mondo. Morì nel settembre 1961, a soli 56 anni, in un disastro aereo nella Rhodesia settentrionale (attuale Zambia), mentre si recava a un incontro con il presidente del Katanga Moise Tshombe nel tentativo di risolvere la crisi nel Congo. Per le sue notevoli realizzazioni fu insignito postumo del premio Nobel per la pace nel 1961.
Al momento della morte Hammarskjöld non era concentrato solo nel cercare di risolvere il conflitto in Congo, ma era impegnato anche in un altro compito importante. Lo statista nutriva un profondo rispetto per Martin Buber (1878-1965), il “filosofo del dialogo”, e stava progettando di tradurre in svedese il suo testo fondamentale Io e tu.

7

 L'amicizia tra i due era nata nel 1952, un anno prima che Hammarskjöld diventasse Segretario generale. Man mano che i loro scambi si approfondivano e cresceva il rispetto reciproco, in Hammarskjöld emerse il forte desiderio di tradurre le opere di Buber e quando manifestò tale intenzione il filosofo gli suggerì di tradurre Io e tu. Questo confronto di idee ebbe luogo solo poche settimane prima della missione fatale in Congo.
Hammarskjöld contattò immediatamente un editore in Svezia e scrisse a Buber comunicandogli che era stato raggiunto un accordo. Mentre lasciava New York diretto in Congo aveva con sé l’edizione tedesca del libro che gli era stata regalata personalmente dall’autore. Nonostante la fitta agenda di impegni, sia in volo sia durante il suo breve soggiorno a Leopoldville (ora Kinshasa) trovò il tempo di lavorare alla traduzione del testo di Buber. In seguito, dopo il disastro aereo, fra i suoi effetti personali furono ritrovate le prime dodici pagine della traduzione manoscritta. Buber ricevette l’ultima lettera di Hammarskjöld solo un’ora dopo aver appreso dalla radio la notizia dell’incidente aereo e pianse amaramente la morte di quell’uomo pieno di passione e di nobili intenti che aveva dato tutto, anche la vita, per la sua missione.
C’era un’idea che Hammarskjöld condivideva profondamente con Buber e che desiderava trasmettere traducendo la sua opera: la ferma convinzione che, per quanto difficile e conflittuale possa essere una situazione, gli esseri umani devono impegnarsi in un dialogo sincero con gli altri; e che attraverso un dialogo autentico è sempre possibile colmare i divari di sfiducia che dividono il mondo.
Un episodio famoso mostra come mettesse in pratica tale convinzione. Nel 1955, nel tentativo di ottenere il rilascio dei prigionieri americani catturati durante la Guerra di Corea, Hammarskjöld si recò in Cina, che allora non faceva parte dell’Onu, e cercò di incontrare il premier Zhou Enlai, benché le persone intorno a lui glielo sconsigliassero vivamente. In un incontro privato, senza delegazione ufficiale e interprete personale, disse al premier cinese: «[Ciò] non significa che io mi stia appellando a lei o che le stia chiedendo il loro rilascio. Significa che – mosso anche dalla mia fede nella sua saggezza e nel suo desiderio di promuovere la pace – ho considerato doveroso insistere il più possibile e, con profonda convinzione, attirare l’attenzione sull’importanza vitale del loro destino rispetto alla causa della pace. […] Il loro destino potrebbe decidere la direzione in cui ci muoveremo tutti nel prossimo futuro: verso la pace o lontano dalla pace. […] A dispetto di ogni previsione, [questa circostanza] mi ha fatto attraversare il mondo allo scopo di portare alla sua attenzione – con grande franchezza e con la fiducia nel fatto che entrambi concordiamo sul disperato bisogno di evitare ulteriori cause di attrito oltre a quelle già esistenti – la mia profonda preoccupazione sia come Segretario generale sia come uomo».

8


Ricordo un mio incontro con il premier Zhou Enlai nel dicembre 1974, un anno prima della sua morte. Molto tempo prima, nel settembre 1968, in un periodo in cui non sussistevano relazioni diplomatiche ufficiali fra Cina e Giappone poiché non era stata conclusa una pace formale tra i due paesi, io feci un appello per la normalizzazione di tali relazioni e affinché la Cina fosse rappresentata all’Onu. Zhou Enlai sapeva di questi miei sforzi e nonostante fosse malato insistette per incontrarmi all’ospedale di Pechino. Con grande passione mi comunicò i suoi pensieri: «In questo periodo critico della storia del mondo tutte le nazioni devono essere uguali e aiutarsi a vicenda». Ed espresse il forte desiderio che si creasse una amicizia duratura fra Cina e Giappone.
In base a questa esperienza personale posso facilmente immaginare il sincero scambio cuore a cuore che si svolse tra Zhou e Hammarskjöld, l’intensità del loro dialogo. Quell’incontro creò un legame di fiducia fra i due uomini che alla fine portò alla liberazione degli undici aviatori americani. Che si tratti di relazioni intergovernative o fra l’Onu e gli Stati membri, l’elemento essenziale è sempre l’incontro, il dialogo fra singoli esseri umani.
Per quanto una situazione sembri impossibile da risolvere, c’è sempre una via di uscita se ci si incontra faccia a faccia confrontandosi in un dialogo autentico: credo che questa fosse la convinzione che motivava Hammarskjold quando incontrava le parti in conflitto per mediare tra loro, nel corso dei suoi lunghi viaggi come Segretario generale.
I suoi sforzi appassionati e incessanti per far progredire il processo di pace nel mondo incarnano i princìpi che dovrebbero guidare l’Onu nell’adempimento della sua missione di costruire una nuova civiltà umana pervasa dallo spirito del dialogo. La sua eredità deve essere trasmessa alle genti del XXI secolo.

 

Costruire il sostegno della società civile

Josei Toda riteneva che l’Onu rappresentasse il distillato della saggezza dell’umanità del XX secolo ed era convinto della necessità di proteggere e sviluppare questa incarnazione delle speranze del mondo. Coltivò per tutta la vita il desiderio di costruire un sodalizio globale di cittadini e cittadine che si impegnassero a sostenerla

[…] Quando penso alla missione profonda dell’Onu mi sovvengono le parole che il Segretario generale Kofi Annan pronunciò il 14 settembre 2005 alla presenza dei rappresentanti di 170 Stati, nel corso del Summit mondiale di quell’anno: «Dobbiamo trovare ciò che il presidente Franklin Roosevelt definì “il coraggio di adempiere alle nostre responsabilità in un mondo dichiaratamente imperfetto”».

9


La ragion d’essere dell’Onu, ancora del tutto valida dopo sessant’anni, è racchiusa in questo senso di responsabilità e in questo coraggio. Il mio maestro Josei Toda (1900-1958), secondo presidente della Soka Gakkai, coltivò per tutta la vita il desiderio di costruire un sodalizio globale di cittadini comuni impegnati a sostenere l’Onu.
Insieme al fondatore della Soka Gakkai Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944), Toda fu imprigionato per quasi due anni durante la seconda guerra mondiale perché le sue irremovibili convinzioni, radicate nella sua fede religiosa, lo condussero a uno scontro diretto con le autorità militari fasciste. Fu scarcerato poco prima della fine della guerra, il 3 luglio 1945, solo pochi giorni dopo l’adozione della Carta dell’Onu da parte della Conferenza di San Francisco.
La filosofia di pace di Toda si espresse nel suo appello per l’abolizione delle armi nucleari e nel suo ideale di “nazionalismo globale”, che in termini odierni si potrebbe definire una cittadinanza mondiale che trascende ogni distinzione di nazionalità, etnia o ideologia.
Toda credeva che l’Onu rappresentasse il distillato della saggezza dell’umanità del XX secolo ed era convinto della necessità di proteggere e sviluppare questa incarnazione delle speranze del mondo nel secolo a venire. Il suo desiderio più profondo era eliminare dalla faccia della Terra le sofferenze inutili, espandendo sempre più a livello globale la solidarietà fra persone risvegliate e consapevoli del proprio potere.
Nella mia famiglia quattro dei miei fratelli andarono in guerra e il maggiore morì in battaglia. Il dolore che provarono i miei anziani genitori fu indescrivibile. Niente è più crudele della guerra, niente è più orribile. Questa fu la realtà che si impresse nella mia coscienza fin da ragazzo.
Poco dopo la guerra incontrai Toda e decisi che sarebbe stato il mio maestro nella lotta di tutta una vita per spezzare l’interminabile ciclo di guerra e di violenza e contribuire alla realizzazione di un mondo pacifico.
Subito dopo la mia nomina a terzo presidente della Soka Gakkai, come erede delle volontà del mio maestro compii il primo passo in questa impresa recandomi negli Stati Uniti. Feci tale scelta anche motivato dal fatto che lì si trovava la sede centrale dell’Onu, il punto focale degli sforzi per la pace mondiale.
Ricordo ancora con chiarezza la mia prima visita a quella sede, a New York, nell’ottobre 1960. Il Segretario generale era Dag Hammarskjöld e si stava svolgendo la quindicesima Assemblea generale, alla quale partecipavano molti leader mondiali fra i quali il presidente americano Dwight D. Eisenhower e il premier sovietico Nikita Krusciov. Fui profondamente colpito dalla forza e dalla vivacità con le quali i rappresentanti degli Stati africani, che avevano da poco acquisito l’indipendenza, partecipavano ai dibattiti. In quell’Assemblea generale furono accolti come nuovi membri dell’Onu diciassette Stati, fra cui il Camerun, il Togo e il Madagascar. Tutte nazioni, a eccezione di Cipro, che appartenevano al continente africano.
Fu veramente stimolante vedere la passione dei rappresentanti africani, traboccanti di energia, determinati a contribuire alla creazione di un mondo migliore attraverso le Nazioni Unite. Ogni volta che penso all’importante missione dell’Onu non posso fare a meno di ricordare quella scena.
Recandomi in varie parti del mondo ho percepito frequentemente quanto forti fossero le speranze e le aspettative delle persone nei confronti dell’Onu. I miei sforzi per dialogare con leader politici, intellettuali ed esponenti del mondo della cultura di tutto il mondo originano da questo desiderio di espandere la rete di persone che, al di là delle differenze nazionali, etniche e religiose, sono impegnate a sostenere le Nazioni Unite.
Mentre promuovevo questi dialoghi fra civiltà e fra religioni ho avvertito la necessità di formulare proposte concrete. Per questo motivo ogni anno, dal 1983, ho pubblicato Proposte di pace in cui ho esposto varie idee per rafforzare e rivitalizzare l’Onu, sottolineando l’importanza del sostegno della società civile.
La Soka Gakkai Internazionale (Sgi), a sua volta, ha svolto una vasta gamma di attività a sostegno delle Nazioni Unite. [...]

 

La filosofia e i valori del Buddismo

I princìpi guida delle Nazioni Unite sono analoghi a quelli dell'umanesimo buddista: pace, uguaglianza e compassione. Perciò è quasi invevitabile che i membri dell'Sgi si sentano spinti a sostenere l'Onu

La rete Sgi di persone comuni che sostengono l’Onu è attualmente presente in 190 paesi e territori. Le sue attività sono guidate dai valori e dalla filosofia buddista che affermano l’inviolabile dignità della vita. I princìpi guida dell’Onu sono analoghi a quelli dell’umanesimo buddista: pace, uguaglianza e compassione, perciò è quasi inevitabile che i membri della Sgi si sentano spinti a sostenere l’Onu.
A questo proposito è interessante citare l’esempio di una donna di nome Shrimala, contemporanea di Shakyamuni, che appare nel canone buddista. Si dice che questo fosse il suo voto: «Se vedrò persone sole, persone imprigionate ingiustamente e che hanno perso la libertà, persone che soffrono a causa di malattie, disastri e povertà, io non le abbandonerò. Recherò loro conforto materiale e spirituale».

10

 Shrimala visse fedele al suo voto, dedicando la vita ad aiutare le persone sofferenti.
Negli ultimi anni l’Onu si è concentrata sulla promozione dei diritti umani, della sicurezza umana, dello sviluppo umano, della cultura di pace e del dialogo fra le civiltà. Sono tutte iniziative che riecheggiano profondamente la filosofia di pace esposta dal Buddismo.
Le basi filosofiche delle nostre attività e del nostro modo di pensare sono ben chiarite nel trattato Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese, che Nichiren scrisse nel 1260 mentre assisteva alle sofferenze dei suoi contemporanei afflitti dalle guerre incessanti e dai disastri naturali che devastavano la società giapponese del tredicesimo secolo.
Nel trattato, invece di usare i caratteri cinesi di solito impiegati per indicare il termine “paese” con al centro elementi che significano “sovrano” o “armi”, Nichiren quasi sempre usa un carattere in cui è centrale l’elemento che indica le “persone comuni”. Secondo la sua visione il cuore di una nazione non sono le autorità o il territorio, ma le persone che la abitano. Questo stesso spirito anima l’idea moderna di sicurezza umana, dove lo scopo principale è realizzare la pace e la felicità dei cittadini e delle cittadine.
In tutto il trattato Nichiren critica le filosofie dominanti ai suoi tempi, ritenendo che l’enfasi che ponevano su un’eccessiva concentrazione verso di sé incoraggiasse un atteggiamento di fuga dalla realtà e rendesse le persone incapaci di impegnarsi attivamente nella società per trasformarla. Quella che egli promuoveva era invece l’idea che ogni individuo possiede intrinsecamente un grande potere e un immenso potenziale e può diventare l’iniziatore e il protagonista di una trasformazione sociale. Questa idea ricorda molto la nozione contemporanea di empowerment, che costituisce il nucleo dello sviluppo umano.
Il trattato di Nichiren contiene il seguente passo: «Se vi preoccupate anche solo un po’ della vostra sicurezza personale, dovreste prima di tutto pregare per l’ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quadranti del paese» (RSND, 1, 25). È un potente appello a creare una cultura di pace che non si limiti alla sicurezza individuale ma ricerchi la sicurezza dell’intero genere umano.
Questo desiderio di realizzare la sicurezza di tutta l’umanità è in definitiva ciò che ispira ogni attività della Sgi, sia quelle volte a sensibilizzare le persone con mostre e seminari, sia il suo sostegno alle attività educative dell’Onu nei campi del disarmo, dei diritti umani e dell'ambiente.
Inoltre il trattato è scritto in forma di dialogo fra due persone, un padrone di casa e un ospite, che hanno visioni completamente diverse ma sono entrambi addolorati dalle tragiche realtà che affliggono la loro società. Il padrone di casa dice all’ospite: «Fino a oggi mi sono preoccupato da solo, angustiato nel profondo del cuore, ma ora che voi siete qui possiamo lamentarci insieme e discutere a fondo questi problemi» (RSND, 1, 7); fra loro ha inizio un dialogo sincero in cui si scambiano idee sulle cause della sofferenza delle persone, sui mezzi per alleviarla e su ciò che si può fare a tale scopo. Alla fine il padrone di casa e l’ospite formulano il voto di unire le forze e lavorare insieme per un obiettivo comune.
Il dialogo ha il potere di suscitare un cambiamento interiore e di promuovere azioni positive per trasformare la società. Questo è l’approccio che troviamo nella saggezza della tradizione buddista sin dai tempi di Shakyamuni.
Nella Carta della Sgi, adottata nel 1995 [oggi sostituita dalla Carta della Soka Gakkai adottata nel 2021, n.d.r.], questo spirito si riflette nelle parole: «La Soka Gakkai, in accordo con lo spirito di tolleranza proprio del Buddismo, rispetta le altre religioni e tradizioni filosofiche, dialoga e collabora con esse per la soluzione delle sfide fondamentali che l’umanità deve affrontare».11 Con tale spirito la Sgi si è impegnata in un dialogo aperto con persone di diverse religioni e culture con la speranza di creare una solidarietà sempre più vasta fra individui risvegliati e dediti a ricercare soluzioni per i problemi del nostro pianeta.

Il cuore di una nazione sono le persone che la abitano Nichiren e il trattato Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese In questo trattato, invece di usare i caratteri cinesi di solito impiegati per indicare il termine “paese” con al centro elementi che significano “sovrano” o “armi”, Nichiren quasi sempre usa un carattere in cui è centrale l’elemento che indica le “persone comuni”. Secondo la sua visione il cuore di una nazione non sono le autorità o il territorio ma le persone che la abitano, lo stesso spirito che anima l’idea moderna di sicurezza umana, dove lo scopo principale è realizzare la pace e la felicità dei cittadini e delle cittadine. In questo modo Nichiren promuove l’idea che ogni individuo possiede intrinsecamente un grande potere e un immenso potenziale, e può diventare l’iniziatore e il protagonista di una trasformazione sociale. Questa idea ricorda molto la nozione contemporanea di empowerment, che costituisce il nucleo dello sviluppo umano.

 

Il “potere morbido” come missione dell'Onu

La missione dell’Onu nel ventunesimo secolo è disinnescare le tensioni e promuovere la convivenza pacifica attraverso il potere del dialogo e della cooperazione internazionale, canalizzando le energie competitive non verso la violenza ma verso obiettivi umanitari

Come ho affermato all’inizio, sono convinto che la missione dell’Onu nel ventunesimo secolo sia disinnescare le tensioni e promuovere la convivenza pacifica attraverso il potere del dialogo. Puntando su una prassi di dialogo globale l’Onu potrà adempiere al meglio la sua funzione di organo di discussione e azione. In questo modo getterà le basi di iniziative concertate in aree critiche come i diritti umani, la sicurezza e lo sviluppo umano, che sono i prerequisiti assoluti per la pace e la felicità della popolazione mondiale.
Per lavorare a questi obiettivi è essenziale ricordare che la forza principale dell’Onu risiede nel “potere morbido”, cioè il potere del dialogo e della cooperazione internazionale. Ciò vale anche nel campo della pace e della sicurezza. Anche se lo Statuto dell’Onu riconosce espressamente la possibilità di esercitare il “potere duro”, compresa l’azione militare, il capitolo VI relativo alla composizione pacifica delle dispute elenca dettagliatamente le misure da applicare prima di ricorrere a quelle costrittive, esposte nel capitolo VII. Quindi la precedenza va al capitolo VI, e l’uso del “potere duro” è considerato l’ultima risorsa nelle situazioni di grave crisi.
Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955) definì la civiltà come «il tentativo di ridurre la forza a ultima ratio [ultima risorsa]».

12

 Se pensiamo a come si costituì l’Onu, una risposta alle amare lezioni di due guerre mondiali, è chiaro che questo principio deve essere osservato in modo rigoroso. Desidero sottolineare ancora una volta che l’Onu deve continuare a sviluppare, e aumentare, il suo “potere morbido” mirando alla costruzione di fiducia e di misure preventive, senza farsi trascinare in atteggiamenti reattivi che mirino a risolvere i problemi con la forza militare o altre forme di “potere duro”. […]
Uno dei temi-fulcro intorno ai quali l’Onu potrebbe svilupparsi è quello della “competizione umanitaria”. Questo concetto fu avanzato dal fondatore della Soka Gakkai Tsunesaburo Makiguchi nella sua opera del 1930 Geografia della vita umana. Makiguchi, che scriveva in un’epoca in cui l’imperialismo e il colonialismo dominavano il mondo, criticava uno stato di cose in cui la questione cruciale della felicità umana individuale veniva di fatto offuscata da un'intensa competizione in campo militare, politico ed economico.
Ripercorrendo l’evoluzione della competizione nelle sue modalità militari, politiche ed economiche egli auspicava una transizione da tali forme predatorie a quella che egli definiva “competizione umanitaria” in cui, sulla base di un’etica di coesistenza, ci si sforzasse di realizzare al meglio la propria e l’altrui felicità.
Makiguchi descriveva così gli elementi essenziali di questa trasformazione: «Tradizionalmente il potere politico o militare è stato impiegato per l’espansione territoriale e per controllare sempre più persone. Il potere economico, che può assumere forme differenti, è stato utilizzato per gli stessi scopi. La competizione umanitaria consiste nell’usare il potere invisibile della persuasione morale per influenzare le persone. Invece di sottomettere attraverso l’esercizio dell’autorità si cerca di ottenere un sincero rispetto [e cooperazione] da parte degli altri».

13


Il processo di sostituire l’esercizio dell’autorità con l’ottenimento di un rispetto sincero si potrebbe esprimere in termini contemporanei come la transizione da una competizione basata sul “potere duro”, in cui le società cercano di dominarsi a vicenda attraverso la forza politica e militare o una schiacciante supremazia economica, verso rapporti guidati dal “potere morbido” dove i paesi fanno a gara per acquisire fiducia e amicizia, mostrando forza diplomatica e culturale e contribuendo alla cooperazione internazionale con l’intera gamma delle proprie risorse: umane, tecnologiche ed esperienziali. Questa credo che sia l’essenza della proposta di Makiguchi.
Se tale competizione umanitaria – una competizione per accrescere la propria influenza basata sul “potere morbido” – mettesse salde radici, vedremmo la fine della competizione a somma zero, dove il vincitore prevale in funzione della vittimizzazione e della sofferenza del perdente.
Si aprirebbe la strada per un’era win-win in cui tutti vincono, la dignità di ogni persona sulla Terra viene onorata e ogni paese compete in maniera costruttiva per dare il massimo contributo all’umanità.
Tristemente il mondo è ancora dominato da una spietata competizione per la supremazia nella quale non si pensa mai al prezzo che gli altri devono pagare, una competizione su scala globale sempre più vasta che ha creato un divario sempre maggiore fra ricchi e poveri. Inoltre, man mano che le minacce alla dignità umana non hanno più confini (in ciò la crisi ambientale globale è emblematica), dobbiamo tenere a mente che nessuno Stato che agisca isolatamente potrà produrre una risposta veramente efficace. Il Segretario generale dell’Onu Kofi Annan lo sintetizzò in questa affermazione: «Credo che nel XXI secolo [le diverse percezioni di cosa sia una minaccia] non dovrebbero condurre i governi mondiali a perseguire priorità totalmente diverse e scopi contrastanti. […] Gli Stati che lavorano insieme possono realizzare cose che vanno ben oltre quanto potrebbe realizzare da solo anche il più potente degli Stati».14
Perciò è essenziale che l’Onu metta insieme e coordini le capacità dei singoli Stati, impedendo che si disperdano. La trasformazione di questa organizzazione internazionale, patrimonio comune dell’umanità, in un organo pienamente e autenticamente dedicato agli abitanti di tutto il pianeta dipenderà dal successo di questo processo. Ogni Stato desidera naturalmente ricoprire un posto d’onore come membro stimato dalla comunità internazionale. Attingere a questo potenziale e canalizzare le energie competitive non verso la violenza ma verso obiettivi umanitari: in ciò io ritengo risieda la missione dell’Onu come punto focale della competizione umanitaria. Questa è la strada che dovremmo intraprendere nel XXI secolo.
Per generare un impulso in questa direzione e definire chiari parametri di riferimento al fine di porre l’ideale della competizione umanitaria stabilmente al centro delle attività dell’Onu, desidero sottolineare l’importanza di tre elementi: avere un senso di scopo condiviso, promuovere la condivisione di responsabilità, stabilire campi d'azione comuni. Mi accingo dunque a esporre in questo contesto quelle che a mio avviso sono le sfide fondamentali delle Nazioni Unite, suggerendo progetti di riforma.

 

La fine della competizione a somma zero Tsunesaburo Makiguchi e la competizione umanitaria Scrive il fondatore della Soka Gakkai: «Tradizionalmente il potere politico o militare è stato impiegato per l’espansione territoriale e per controllare sempre più persone. Il potere economico, che può assumere forme differenti, è stato utilizzato per gli stessi scopi. La competizione umanitaria consiste nell’usare il potere invisibile della persuasione morale per influenzare le persone. Invece di sottomettere attraverso l’esercizio dell’autorità si cerca di ottenere un sincero rispetto [e cooperazione] da parte degli altri» (T. Makiguchi, Geografia della vita umana). Se tale competizione umanitaria – una competizione per accrescere la propria influenza basata sul “potere morbido” – mettesse salde radici, vedremmo la fine della competizione a somma zero, dove il vincitore prevale in funzione della vittimizzazione e della sofferenza del perdente. Si aprirebbe la strada per un’era win-win in cui tutti vincono, la dignità di ogni persona sulla Terra viene onorata e ogni paese compete in maniera costruttiva per dare il massimo contributo all’umanità.

 

Tre elementi necessari

Per indirizzare l'umanità verso una competizione umanitaria centrale è l'idea di condivisione: del senso di scopo, della responsabilità e di campi d'azione comuni. Considerando questi ambiti le sfide fondamentali delle Nazioni Unite, Daisaku Ikeda suggerisce specifici progetti di riforma

Scopo condiviso

Come scopo da condividere suggerisco la costruzione di una cultura di pace dedicata alla dignità e alla felicità di tutte le persone del pianeta, basata sulla consapevolezza che la pace è ben di più dell’assenza di conflitti. A questo proposito la prima questione da affrontare è la povertà, che costituisce un affronto quotidiano alla dignità umana. Secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Unpd): [...] «In un mondo interdipendente la nostra prosperità comune e la sicurezza collettiva dipendono in maniera cruciale dal successo della guerra contro la povertà».15
A fronte di una manciata di paesi che consumano enormi risorse e vantano stili di vita sempre più opulenti, una vasta proporzione di abitanti del mondo è condannata a una povertà che sembra non aver fine, a una vita inumana in condizioni degradanti generazione dopo generazione. Correggere questa grave distorsione all’interno della comunità globale è un imperativo umanitario prioritario. E non è uno scopo impossibile. Il costo per eradicare la povertà è stimato pari a circa l’un per cento del reddito globale. Se anche solo una parte delle risorse attualmente destinate alle spese militari fosse reindirizzata alla riduzione della povertà, si potrebbero compiere progressi notevoli.
[…] Oltre ad alleviare la povertà, un altro tema cruciale per porre fine alla cultura della guerra è il disarmo, e in particolare il disarmo nucleare.
Affinché l’ideale della competizione umanitaria metta radici nella comunità internazionale, dovrebbe esserci piena consapevolezza che nessuna società può trovare sicurezza e benessere a spese del terrore e della miseria di un’altra. Dobbiamo formulare nuove norme etiche globali.
La teoria della deterrenza nucleare, che cerca di garantire la sicurezza di uno Stato minacciandone altri con il proprio schiacciante potere distruttivo, è diametralmente opposta all’etica globale che la nuova epoca richiede.
[…] L’importanza di lavorare progressivamente per la realizzazione di un mondo senza guerra, continuando incessantemente a fare pressioni per il disarmo e infine per l’abolizione delle armi nucleari, fu uno dei punti sui quali Joseph Rotblat, fondatore e presidente emerito delle Conferenze Pugwash su Scienza e Affari mondiali e io eravamo profondamente d’accordo.
Se vogliamo, una volta per tutte, veder calare il sipario su un’era vissuta sotto la minaccia della distruzione nucleare dobbiamo ripensare la concezione, su cui si basa la deterrenza, di un interesse nazionale che giustifica le armi nucleari come un “male necessario”. Sia il Manifesto Russell-Einstein (1955) firmato anche da Rotblat, sia la Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari (1957) del mio maestro Josei Toda confutano la teoria della deterrenza e rifiutano nettamente di ammettere l’uso delle armi nucleari in qualsiasi circostanza.
Nelle forti parole di Toda le armi nucleari minacciano il diritto dell’umanità all’esistenza e perciò sono un male assoluto; la loro abolizione è un dovere comune a tutti gli esseri umani. [...]
Fin qui ho esaminato i temi della povertà e del disarmo alla luce di un senso di scopo condiviso, ma ovviamente vi sono altre questioni che pesano sull’umanità. Fra queste la crisi ambientale globale, particolarmente complessa perché per risolverla occorrerebbe riesaminare alle radici la civiltà umana. L’urgenza di questa crisi mi ha spinto a chiedere, nelle mie Proposte di pace annuali, di incrementare gli sforzi per la creazione di un quadro istituzionale in cui convogliare la saggezza dell’umanità verso la risoluzione delle sfide ambientali, dando maggiore centralità all’Onu.
I temi della povertà, del disarmo e dell’ambiente richiedono tutti iniziative concordate dalla società internazionale basate su un comune senso di appartenenza al genere umano e di responsabilità verso il futuro. Perciò è assolutamente essenziale che questo senso di scopo condiviso si affermi attraverso le Nazioni Unite.

Responsabilità condivisa

Desidero ora concentrarmi sulla necessità di promuovere un senso di responsabilità condivisa, in particolare istituendo contesti che permettano alle nuove generazioni di partecipare attivamente alle varie decisioni dell’Onu e alle attività delle sue agenzie locali.
Nel febbraio 2006 l’Istituto Toda per la Pace globale e la ricerca politica, che fondai nel 1996, ha tenuto una conferenza internazionale a Los Angeles sul tema della riforma e del rafforzamento dell’Onu. Mi ha colpito in particolare la dichiarazione di Anwarul K. Chowdhury, [all’epoca] sottosegretario dell’Onu, che ha affermato: «Nel futuro le Nazioni Unite dovrebbero essere un’organizzazione capace di interagire più strettamente e concretamente con i giovani per trarre beneficio dalle loro idee e dal loro entusiasmo nel dare forma al futuro del mondo».16
Se l’Onu vuole realizzare appieno il proprio potenziale è essenziale che ottenga la comprensione e il sostegno del maggior numero possibile di cittadini e cittadine del mondo. Allo stesso tempo, per risolvere i problemi globali occorre sostituire il modo di pensare prevalente, che attribuisce massima priorità agli interessi nazionali, con un senso di responsabilità ampio e condiviso che metta al primo posto l’interesse dell’umanità e del pianeta. Le persone giovani devono essere le protagoniste di questa impresa.
Ritengo che l’Onu debba promuovere l’impegno attivo dei giovani e farne il fulcro di una nuova partenza. Si dice che Archimede abbia affermato: «Datemi un punto d’appoggio e con una leva solleverò il mondo»; con questo spirito dovremmo garantire ai giovani un “punto d’appoggio” all’interno dello sviluppo dell’Onu.
Si stima che circa la metà dei paesi che emergono da una guerra vi ricadano nuovamente nel giro di cinque anni. Nelle società che hanno vissuto i conflitti e la tragedia della violenza ricorrente è estremamente difficile che i membri della generazione al potere riescano a svincolarsi dal circolo vizioso dell’odio e della violenza. Per questo è importante puntare sull’ultima generazione, meno legata al passato, e trovare modi che permettano ai giovani di esplorare nuove idee e nuovi approcci per realizzare pace e prosperità per tutti.
La stessa formula vale nell'affrontare la riduzione della povertà, il disarmo e il degrado ambientale: si potranno ottenere progressi significativi solo quando i semi del cambiamento, piantati nei cuori della prossima generazione attraverso sforzi costanti e instancabili nel campo dell’educazione e della sensibilizzazione, daranno i loro frutti. La dichiarazione del mio maestro in cui affidava ai giovani l’abolizione delle armi nucleari si basava proprio su questa visione lungimirante.
[…] Mi torna in mente un dialogo con Elise Boulding, esperta di Studi per la pace, nel quale la sociologa sosteneva l’importanza di offrire alle giovani generazioni spazi in cui esprimere appieno le loro capacità, sottolineando la necessità di dare loro maggiori occasioni di crescita come cittadini globali. Mi raccontò che soleva raccomandare agli studenti del suo corso internazionale di Studi per la pace di trascorrere un semestre lavorando come stagisti presso una sede locale di una Ong per sperimentarne direttamente le attività.
Implementando idee come queste spero che la struttura dell’Onu possa sviluppare più attenzione nei confronti dei giovani, pianificando attivamente una loro maggiore partecipazione. In tal senso suggerisco di istituire un’agenzia dedicata alle attività per i giovani di tutto il mondo e un dipartimento della gioventù all’interno dell’amministrazione dell’Onu.
[…] Credo che formare una nuova generazione di persone dotate di talento e capacità, il cui impegno è rivolto all’umanità intera e non solo a uno specifico Stato o etnia, sia l’unico modo per dare all’Onu quel sostegno a lungo termine di cui ha così bisogno. […]

Azione condivisa

Infine vorrei discutere dell’importanza di stabilire aree di azione condivisa. A tal fine propongo di istituire uffici regionali Onu per approfondire le relazioni con gli Stati membri e coordinare le attività delle varie agenzie in ogni regione. Per mettere in moto le attività dell’Onu occorrono tempo e sforzi notevoli. In particolare, quando una società entra in crisi sono essenziali la comprensione e il sostegno dei paesi circostanti.
Le questioni globali sono complesse e così inestricabilmente interconnesse che gli sforzi separati e isolati per risolverle hanno scarse probabilità di riuscita. Ciò è simboleggiato dalla “spirale Ppe” [Poverty, Population Growth, Environmental Degradation, n.d.r.] nella quale i cicli di povertà, crescita della popolazione e degrado ambientale hanno creato una sinergia negativa. I problemi globali differiscono da una zona all’altra e richiedono risposte appropriate alle singole circostanze.
Alla luce di tali fattori sono convinto che la creazione di centri di coordinamento delle Nazioni Unite in ogni regione potrebbe migliorare la capacità di rispondere alle esigenze di continuità, complessità e regionalità.
Tali centri potrebbero rivestire grande importanza in una più vasta promozione dei diritti umani, della sicurezza umana e dello sviluppo umano attraverso approcci centrati sulla pace e la felicità dei singoli popoli. […] Infine vorrei sottolineare la necessità di rafforzare l’alleanza fra Onu e società civile, il fattore essenziale per sviluppare campi d’azione condivisa.
[…] Per rivitalizzare l’Onu affinché soddisfi le aspettative della popolazione mondiale è indispensabile che le Nazioni Unite, gli Stati membri e le Ong insieme ad altri rappresentanti della società civile apprezzino le reciproche qualità e ruoli specifici e approfondiscano la loro collaborazione. Spero che queste tre parti continuino a sedersi allo stesso tavolo per discutere dei problemi attuali che l’umanità deve affrontare e sviluppare nuove modalità creative di azione congiunta in uno spirito di dialogo e cooperazione.
È mia sincera convinzione che la condivisione di un senso di scopo, di responsabilità e campi d’azione comuni sia un aspetto fondamentale per lo sviluppo dell’Onu nel XXI secolo.

 

Conclusioni

La Lega delle Nazioni fu creata come risposta alla prima guerra mondiale; le Nazioni Unite nacquero dalla determinazione di non ripetere mai più gli orrori della seconda guerra mondiale. Come membri del genere umano dobbiamo concretizzare la determinazione di salvare il nostro pianeta dal ripetersi di tali tragedie. Dobbiamo ulteriormente rafforzare l’Onu per migliorare la governabilità globale per il bene di tutti gli abitanti del pianeta.
Abbiamo l'obbligo di compiere il primo coraggioso passo verso questo obiettivo: a tal fine è essenziale dare impulso a una riforma dal basso che unisca le voci delle persone a sostegno dell’Onu. Non possiamo permetterci di aspettare passivamente che emergano riforme dall’alto attraverso delibere intergovernative.
Se prestiamo veramente ascolto al monito del ventesimo secolo, così devastato da tragedie, possiamo capire come l’azione e la solidarietà siano i fattori chiave per il ventunesimo secolo. Nella misura in cui le persone coglieranno questo spirito e decideranno di realizzare un’ampia solidarietà per il cambiamento, riusciremo a costruire una cultura di pace in tutto il mondo. Sono convinto che questa sia la sfida centrale che l’umanità deve affrontare nel secolo attuale.
I protagonisti di questa impresa sono i singoli esseri umani, i cittadini e le cittadine, e soprattutto le persone giovani.
La visione che ispira la Sgi è quella di un mondo di pace e di reciproca fioritura per tutta l’umanità nel nuovo millennio. A tale scopo continueremo a unire i nostri sforzi a quelli di persone di buona volontà in ogni parte del mondo al fine di permettere all’Onu di adempiere la nobile missione che gli è stata affidata.

Poiché si tratta di un documento uscito nel 2006, in questo ampio estratto abbiamo omesso le parti relative a situazioni contingenti, dati obsoleti, proposte e riforme superate o realizzate. Cliccare qui per il TESTO INTEGRALE in italiano Il testo in inglese si trova all'indirizzo https://www.daisakuikeda.org/sub/resources/works/props/un2006.html
NOTE
  1. 1. Franklin Roosevelt, “Address to Congress on the Yalta Conference”, 1945, https://www.presidency.ucsb.edu/documents/address-congress-the-yalta-conference (ultimo accesso 17 ottobre 2023).
  2. 2. Paul Gordon Lauren, Power and Prejudice: The Politics and Diplomacy of Racial Discrimination, Boulder, Colorado, Westview Press, 1996, p. 161.
  3. 3. Statuto delle Nazioni Unite, https://unric.org/it/lo-statuto-delle-nazioni-unite/ (ultimo accesso 30 ottobre 2023).
  4. 4. Kofi Annan, “Address to the 2005 World Summit”, http://www.un.org/webcast/summit2005/statements/sg.htm (ultimo accesso 17 ottobre 2023).
  5. 5. In inglese the uncarved block, traduzione del termine cinese pu che letteralmente significa “pezzo di legno grezzo”: nella letteratura taoista si riferisce allo stato naturale e spontaneo dell’essere umano con le sue possibilità e potenzialità, n.d.t.
  6. 6. Dag Hammarskjöld, Markings, trad. a c. di Leif Sjoberg e W. H. Auden, 1964.
  7. 7. Martin Buber, Ich und Du, 1923, trad. it. Io e tu, in Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Milano, 1993, n.d.t.
  8. 8. Cit. in Brian Urquhart, Hammarskjöld, W. W. Norton & Company, New York, 1994, p. 106.
  9. 9. Kofi Annan, “Address to the 2005 World Summit”, op. cit.
  10. 10. cfr. The Lion’s Roar of Queen Shrimala: A Buddhist Scripture on the Tathagata-garbha Theory, trad. a c. di Alex Wayman e Hideko Wayman, Columbia University Press, New York, 1974, p. 65.
  11. 11. Carta della Soka Gakkai, BS, 216.
  12. 12. José Ortega y Gasset, The Revolt of the Masses, Norton, New York, 1993, p. 75. Ed. it. La ribellione delle masse, SE, 2001.
  13. 13. Tsunesaburo Makiguchi, Jinsei chirigaku (Geografia della vita umana), in Makiguchi Tsunesaburo zenshu (Opere complete di Tsunesaburo Makiguchi), vol. 2, Daisan Bunmeisha, Tokyo, 1996, p. 399.
  14. 14. Kofi Annan, “‘In Larger Freedom’: Decision Time at the UN”, Foreign Affairs, maggio/giugno, 84 (3), https://www.un.org/sg/en/content/sg/articles/2005-04-25/larger-freedom-decision-time-un (ultimo accesso 17 ottobre 2023).
  15. 15. Undp, “More Aid, Pro-Poor Trade Reform, and Long-Term Peace-Building Vital to Ending Extreme Poverty”, cfr. https://hdr.undp.org/content/human-development-report-2005 (ultimo accesso 17 ottobre 2023).
  16. 16. Anwarul Chowdhury, “Vision Statement at the International Conference on Transforming the United Nations: Human Development, Regional Conflicts, and Global Governance in a Post-Westphalian World” sponsorizzata dall’Istituto Toda per la pace globale e la ricerca politica, 4-5 febbraio 2006, Los Angeles, Usa.

buddismoesocieta.org