Offesa (alla Legge)

Il termine offesa (hobo in giapponese) si riferisce, nel Buddismo, all’offesa alla Legge. Significa negare, opporsio svilire l’insegnamento buddista riguardante la dignità della vita o anche disprezzare il Sutra del Loto stesso.

L’offesa brucia i semi della Buddità
«Chi non riesce ad avere fede e invece offende questo sutra, distruggerà immediatamente tutti i semi per divenire Budda in qualsiasi mondo». Queste parole severe, contenute nel terzo capitolo del Sutra del Loto Parabola e similitudine (SDLPE, 121), si riferiscono al fatto che ogni essere umano è originariamente dotato della condizione vitale della Buddità, che può germogliare come un seme ben curato. Opporsi a questa verità impedisce allo stato vitale del Budda di manifestarsi, come se si bruciassero i semi di una pianta.

L’offesa deriva dall’oscurità fondamentale
A un’analisi più approfondita, l’offesa è l’incapacità di riconoscere il potenziale della Buddità insito in ogni essere umano. Credere in questo potenziale non è facile. Le religioni spesso concepiscono la divinità o il Budda come qualcosa di trascendente o sovrumano, un modello irraggiungibile. Non solo, quando si soffre sembra impossibile poter sperimentare una condizione vitale di gioia e libertà. E all’opposto, quando le cose vanno bene, non si sente più il bisogno di ricercare l’Illuminazione o una condizione vitale più alta. Ma una visione così statica è illusoria.

Vincere l’oscurità fondamentale
La dottrina del mutuo possesso dei dieci mondi spiega che ogni condizione vitale contiene tutte le altre. Manifestare i nove mondi (da Inferno a Bodhisattva) è facile, per il decimo, la Buddità, è necessario vincere l’oscurità, l'ignoranza o il dubbio con uno sforzo attivo di fede, come antidoto al “veleno dell’offesa”. Nichiren Daishonin ha istituito la pratica della recitazione del Daimoku proprio per superare questo velo di ignoranza nei riguardi della vita e permettere al suo potere originario, o mondo di Buddità, di manifestarsi concretamente e produrre i suoi benefici effetti. «Questo sforzo incessante di perfezionare la nostra vita è il nucleo essenziale della pratica buddista» (D. Ikeda, Lezioni su Il conseguimento della Buddità in questa esistenza, Esperia, p. 16).

Credere nella Buddità di ogni persona
«Se vedrai una persona che accetta e sostiene questo sutra, dovrai alzarti e salutarla da lontano, mostrandole lo stesso rispetto che mostreresti a un Budda» (SDLPE, 440).
Nello scritto omonimo il Daishonin chiarisce che le quattordici offese1 esemplificano i vari modi in cui si manifesta la mancanza di fede e indicano le cause alla base della sofferenza umana. Le prime dieci si possono superare abbracciando la pratica buddista per sé e per le altre persone. Le ultime quattro, “disprezzare, odiare, invidiare, serbare rancore”, riguardano anche i rapporti tra praticanti. Cadere o perseverare in tali sentimenti significa di fatto non credere nella propria e nell’altrui Buddità e quindi offendere la Legge.

Mettere al centro il rispetto
Mettere sempre al centro il rispetto e la compassione, come mostra il comportamento del Bodhisattva Mai Sprezzante, ci permette di percorrere il sentiero più autentico della nostra rivoluzione umana e di rendere concreto il principio di “adottare l’insegnamento corretto per la pace del paese”. Scrive Daisaku Ikeda: «Il Buddismo del Daishonin è una religione di trasformazione, capace di illuminare anche l’oscurità più profonda con la luce della Legge mistica. Esso può cambiare le persone e la società che, a causa dei veleni di offesa e ignoranza, scivolano anche senza volerlo verso il male, permettendo loro invece di accedere a una potente corrente ascensionale in grado di condurle sempre in una direzione positiva e rivolta verso il bene» (MDG, 593).
NOTE
  1. 1. Le quattordici offese sono: arroganza; negligenza; opinioni personali errate; comprensione superficiale; attaccamento alle illusioni e ai desideri; non [voler] comprendere; non credere; mostrare ripugnanza aggrottando le sopracciglia; covare dubbi; offendere la Legge; disprezzare; odiare; invidiare; serbare rancore (cfr. Le quattordici offese, RSND, 1, 670).

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