Nel quarto mese del 1273, dopo tre anni dedicati a sedare una rivolta nel regno del Goryeo (la Rivolta del Sambyeolcho), l’impero mongolo (noto anche come dinastia Yuan) alla fine ottenne il controllo di quel regno, che governava l’intera penisola coreana. Dopo averlo sconfitto, attaccò infine il Giappone.
Il terzo giorno del decimo mese dell’anno successivo (1274), un contingente mongolo di 33.000 uomini, secondo alcuni resoconti, partì dal porto di Happo1 in Corea. Oltre ai Mongoli, l’esercito includeva soldati dello Jurchen,2 sconfitto anch’esso dai Mongoli, fra cui i nativi di quella regione e i cinesi Han, e guerrieri coreani del Goryeo, controllato dalla dinastia mongola Yuan. Questi eserciti raggiunsero l’isola giapponese di Tsushima3 il quinto giorno.
I guerrieri a difesa dell’isola, colti di sorpresa e sopraffatti dalla superiorità numerica dei nemici, furono rapidamente sconfitti e il vicegovernatore militare So Sukekuni rimase ucciso in battaglia.
Il quattordicesimo giorno i Mongoli fecero rotta verso l’isola di Iki,4 dove annientarono le truppe di difesa giapponesi guidate dal vice governatore militare Taira no Kagetaka. Durante gli scontri furono uccisi anche molti abitanti e alcuni vennero fatti prigionieri (vedi Lettera al prete laico Ichinosawa, RSND, 1).
Il ventesimo giorno dello stesso mese i Mongoli approdarono sulla terraferma nel Kyushu a Momochibaru nella baia di Hakata. Ci furono scontri feroci con i difensori giapponesi, sia sulla spiaggia sia nelle località vicine nell’interno come Sohara, Torikai, Befu e Akasaka.5
L’esercito giapponese era capeggiato da Shōni Tsunesuke, vice segretario generale del Dazaifu,6 e a comandare le prime linee c’era Kagesuke, suo fratello minore. I Mongoli usavano armi che in Giappone non si erano mai viste, come le bombe a mano,7 e impiegavano schieramenti e tattiche di combattimento sconosciute ai difensori giapponesi, che furono costretti a ritirarsi nel Dazaifu.
Ma prima che fossero decise le sorti del combattimento le forze di invasione improvvisamente ritirarono le navi dalla Baia di Hakata e il giorno seguente, secondo alcune cronache, scomparvero.8
Nessuno sa per certo i motivi del loro ritiro. Alcuni ipotizzano che le truppe fossero stanche, oppure mancassero di provviste, archi, frecce e polvere da sparo, o che non riuscissero a gestire efficacemente un esercito così diversificato; inoltre le navi da guerra costruite nel Goryeo erano meno costose ma più soggette a capovolgersi rispetto alle navi cinesi. Una teoria suggerisce che i Mongoli si ritirarono perché avevano realizzato la missione di saggiare la forza militare giapponese in preparazione di una futura invasione più grande.9
Nota come Battaglia di Bun’ei, dal nome dell’era giapponese in cui si verificò, questa fu la prima delle due invasioni mongole del Giappone.
In seguito lo shogunato di Kamakura ricompensò i guerrieri che avevano partecipato alla battaglia e istituì un sistema di turni della guardia costiera in previsione di una possibile seconda invasione.
Il governo fece inoltre costruire, intorno alla Baia di Hakata, una serie di mura difensive lunghe circa 20 chilometri. Era stato previsto anche di sferrare un attacco preventivo contro la penisola coreana.
Per prepararsi alla battaglia con i Mongoli, i giapponesi facevano grande affidamento sulle preghiere rivolte agli dèi e ai Budda, perché si credeva che le preghiere fossero altrettanto importanti della forza militare nel determinare l’esito di una battaglia. Per la Battaglia di Bun’ei lo shogunato aveva ordinato a vari templi e santuari di pregare per la sconfitta del nemico, ricompensando quelli che riteneva avessero contribuito alle vittorie militari con i loro riti. In vista di un’altra invasione gli interessi religiosi si unirono per collaborare con il governo.
BS / 13 febbraio 2026