BS 209 / 1 giugno 2021

La chiave magica

Anna Lorenzetto, pedagogista

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Vent’anni fa veniva a mancare la pedagogista Anna Lorenzetto, ispiratrice nel secondo dopoguerra di un vasto movimento culturale popolare. Un modello di empowerment delle persone, con le persone e per le persone.

Anna Lorenzetto è stata vice-presidente dell’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo a partire dalla sua fondazione, e presidente dal 1964 al 1981. Consulente di vari organismi internazionali, ha diretto la Divisione Alfabetizzazione dell’Unesco a Parigi. Professoressa ordinaria all’Università La Sapienza di Roma, si deve a lei la creazione della prima cattedra di Educazione degli Adulti in un ateneo italiano (per una scheda biografica: http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/anna-lorenzetto/). Su Rai Storia il 25 maggio è andato in onda il documentario realizzato dall'Unla Anna Lorenzetto. Una rivoluzione silenziosa, di Simona Fasulo e Anna Maria Sorbo in collaborazione con Marilisa Calò, regia di Simona Fasulo, prodotto da Alessandro De Marinis.



L’inglese usa, in positivo, il termine visionary. Descrive chi ha idee forti e originali su come le cose potrebbero essere sviluppate in futuro, e rese migliori. Si lega allo spirito pionieristico, all’aprire strade dove non ne esistono, al saper scorgere direzioni nascoste in sentieri già battuti. Visionaria, e pioniera, Anna Lorenzetto lo è stata. Dietro un aspetto gentile – ricorda chi l’ha conosciuta – si celava un temperamento deciso, caparbio. Non le importavano la fatica, il freddo, i disagi, se era convinta che fosse la cosa giusta da fare e che si dovesse fare. E questa sua convinzione era contagiosa.
Nata a Roma nel 1914, per lei, che si richiama ai fratelli Rosselli, è vicina al Partito d’Azione, attiva sul fronte dell’associazionismo femminile, anche la pedagogia è da intendersi – verrebbe da dire – come militanza, sorretta dalla fortissima tensione etica della Ricostruzione. Nel dicembre del 1947, raccolto intorno a sé un gruppo di sei tra insegnanti e assistenti sociali, ispira la fondazione dell’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo (Unla). L’analfabetismo è criticità all’ordine del giorno della nuova Italia repubblicana. Specie nel Mezzogiorno contadino e adulto, in un quadro desolante di miseria e di emarginazione. L’“idea”, la visione che sostiene il progetto dell’Unla, Anna Lorenzetto la formula durante il primo di tantissimi viaggi in «queste regioni come isole rimaste abbandonate». L’analfabetismo, come la fame e la miseria, non sono cause ma effetti: originano dalla «situazione del suddito». Nella cultura, nell’educazione la pedagogista vede quella «forza senza violenza» capace di risvegliare le coscienze e realmente trasformare in senso democratico le strutture sociali del Meridione.
Tale prospettiva la porta inevitabilmente a scardinare il dispositivo concettuale che di norma confina la lotta contro l’analfabetismo alla dimensione scolastica, tecnico-strumentale, del “recupero”. «Quando l’adulto analfabeta entra in un corso per imparare a leggere e a scrivere, è la società che con lui entra nella scuola; entrano nella scuola l’esperienza della vita, i problemi del lavoro, l’angoscia della povertà. È la società che va a scuola e impara a leggere e a scrivere». Va da sé come ciò implichi il superamento dell’ottica disgiuntiva classica della «scuola da una parte e la società dall’altra» a favore di «una scuola che non fosse soltanto scuola, ma società, lavoro, partecipazione». Tre elementi, questi, che nella terminologia suggerita dalla pedagogista corrispondono a un «alfabeto maggiore», maggiore rispetto a quell’«alfabeto minore» che è il saper leggere e scrivere. In altre parole, la conquista dello “strumento” della cultura ha senso se esso diventa operativo, dispiegandosi più largamente in cultura, viva, attiva, nell’esistenza dell’adulto analfabeta che imparando a leggere e scrivere entra, per così dire, nel mondo della conoscenza. Su queste basi Anna Lorenzetto (per inciso anticipando di molto il concetto di lifelong learning) elabora un innovativo impianto teorico che unisce alfabetizzazione, formazione professionale e civica, e trova concreta applicazione in organismi permanenti di educazione degli adulti: i Centri di Cultura Popolare. Dove la persona adulta analfabeta è accolta da adulta, con la ricchezza e la complessità del suo vissuto, i suoi concreti bisogni e reali interessi, i quesiti che la attanagliano – da «Perché si muovono le onde del mare?» a «Come si costruisce un pozzo?». Dove può discutere di agricoltura con il perito agrario, di tasse con il segretario comunale, e perfino – nessuno insegna soltanto, nessuno impara soltanto – tenere conversazioni sui Promessi Sposi o in lingua inglese. E dove (nei Corsi popolari che il Ministero della Pubblica Istruzione affida all’Unla) può – anche – imparare a leggere e scrivere. E ancora, frequentare la piccola biblioteca di cui è fornito il Centro, il piccolo laboratorio di falegnameria o di meccanica (per gli uomini) e di taglio e cucito (per le donne). Essere eletto sindaco o nella giunta che gestisce mezzi e indirizzi del Centro, in un concreto (e inedito) esercizio di amministrazione della cosa pubblica...
Da qui è "storia di un’idea", come recita il sottotitolo di uno dei volumi della pedagogista più noti e tradotti, nei quali racconta genesi e sviluppi dei Centri, che a partire dal gennaio 1949 si diffondono a macchia d’olio in tutto il Sud, dalla Basilicata alla Calabria, Campania, Sardegna. Nel giro di un paio d’anni se ne contano 30 (e la vicenda ha già assunto rilievo internazionale), per arrivare a 90, con decine e decine di migliaia di “allievi”.
Ma al di là delle cifre, che pure sono impressionanti, conta rilevare cosa abbia significato quell’esperienza educativa per uomini amareggiati, donne che avevano visto sfiorire precocemente la loro giovinezza, che si scoprono nel microcosmo di stanze zeppe all’inverosimile e semibuie capaci di ridare senso a un’esistenza di fatica e di stenti, di dar vita a un nuovo tipo di comunità, per sé e per gli altri. Si scoprono, anche i più poveri, tanto ricchi da poter donare. Magari le proprie braccia, manodopera per costruire sedie, banchi, zoccoli perché i bambini non vadano scalzi, fontane per le donne costrette a lavare nell’acqua del torrente, strade. Si incaricano di condurre inchieste sulle condizioni del paese. Ritrovano quella possibilità di un rapporto, di decisione e di scelta, che le congiunture di Storia e Natura hanno soffocato. I mariti accettano di tenere i bambini per permettere alle mogli di frequentare i Centri, maglieriste e tessitrici artigiane mettono su cooperative, ragazze fino ad allora chiuse tra le mura di casa si incontrano per andare al cinematografo da sole...
Mentre «la sera è come una processione» e i quaderni vanno a ruba, l’alfabeto – l’educazione – offre loro la «chiave magica che apre le porte di un mondo sconosciuto» con un «suo cielo, un ideale della grande conquista della libertà e del sapere». Perfino di felicità. Come quella di Carmela, giovane ragazza calabrese, che scrive: «Ora mi sento tanto felice perché alla domenica leggo il libro della Messa, il giornale e per le strade so leggere tutto quello scritto sul muro mentre prima ero come cieca». Perché «l’educazione è creatrice».




(Anna Maria Sorbo)

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