BS 121 / MARZO APRILE 2007

La trasformazione del karma

La trasformazione del karma

In questo speciale parliamo della trasformazione del karma.
Karma è un modo antico e orientale per dire quello che siamo, pensiamo e facciamo in questo istante, frutto di tutto quello che siamo stati, abbiamo pensato e fatto sin dall'infinito passato.

Senza il karma non c'è la vita, e senza la vita non si può manifestare la Legge mistica, non si può far emergere
la Buddità, quello stato vitale puro, incontaminato, nuovo, libero dai condizionamenti di tutto il passato.
In questo speciale parliamo dell'assunzione della responsabilità
della nostra esistenza in tutti i suoi aspetti e accadimenti.
Parliamo di trasformazione. Della trasformazione di sé. Dell'attivazione, in un singolo attimo, grazie alla preghiera
al Gohonzon, della forza che rompe qualsiasi impedimento
e fa sperimentare la più grande felicità.

Quella forza che permette di cambiare il nostro destino e quello dell'umanità intera.

 

La potenza di quell'attimo

Il cambiamento parte da quell'istante di preghiera al Gohonzon dove mettiamo tutto di noi

Il cambiamento parte da quell'istante di preghiera

di Maria Lucia De Luca

Una delle prime cose che mi viene da dire quando parlo della pratica a qualcuno è che recitando Nam-myoho-renge-kyo si smette di subire la vita e da impotenti si diventa potenti.
Io non ero abituata a vivere una vita dura. Non ero stata educata ad affrontare la sofferenza e quando si è presentata, violenta e improvvisa, mi ha annientata. Il dolore per la perdita di mia madre, la persona che amavo di più al mondo, e il senso di colpa per non aver capito ed evitato la tragedia avevano appiattito la mia vita in un'infelicità cupa, impotente, senza desideri. Non avevo ancora vent'anni e mi sentivo schiava di un destino impietoso, oscuro, che incombeva minaccioso, senza mezzi per reagire al di là di un forte senso del dovere. Che mi faceva andare avanti, certo, ma con una grande fatica di vivere, con il cuore vuoto, rassegnato. Intanto l'onda apparentemente inarginabile di eventi negativi che aveva travolto la mia famiglia si portava via anche mio padre, alla fine di una lunga malattia.
Quando a venticinque anni ho cominciato a praticare è successo qualcosa. Improvvisamente si è alleggerita la vita e ogni sforzo ha cominciato a dare un risultato. Tutto diventava più fruttuoso, più produttivo, come se il grosso macigno della mia esistenza, che da anni spingevo con tutte le mie forze e riuscivo a spostare solo di qualche millimetro, improvvisamente cominciasse a rotolare, anche se il cammino era sempre in salita e i problemi non erano affatto scomparsi.
Si stava facendo strada un altro punto di vista. Nuovamente sembrava possibile ciò che anni prima mi ero del tutto negata, cioè progettare, costruire e realizzare. C'era una direzione.
Cosa stava cambiando? Stavo cambiando io, anche se allora non me ne rendevo conto. Stavo diventando "potente", imparando a rispondere diversamente ai fatti della vita. «Quando il gioco si fa duro, i duri entrano in campo», diceva una battuta di un noto film. Se la vita è dura, devo mettere la mia vita in grado di vincere. E per vincere devo decidere di lottare, rinnovando questa decisione ogni volta che mi tremano le gambe e il cuore.
Così, sto costruendo una vita che non si arrende. Con tanti risultati. E con la vera grande conquista di aver imparato un "metodo".
Cerco di spiegarlo attraverso un'immagine.
A volte mi sembra di camminare in una giungla senza l'ombra di un sentiero, senza alcuna indicazione. Tutto è chiuso intorno a me, devo aprire la strada. Ma verso dove? E con quale energia? Non ha molta importanza. Quell'attimo di vita in cui metto tutta me stessa e prego il Gohonzon, faccio un passo, traccio un metro di strada, con la fiducia assoluta che va bene così, quello è il grande beneficio della pratica buddista. In quell'attimo è concentrata tutta l'energia dell'universo, come alle soglie del Big bang. È un attimo di vita libero dal mio modo di vedere le cose, dalle mie solite reazioni, libero dalla mia esperienza e dalla mia storia. Un istante di vita libero dal condizionamento del karma.
Nell'ultimo editoriale il presidente Ikeda parla della forza della preghiera, della potenza che la cerimonia di Gongyo infonde alla nostra vita: «Gongyo è la causa che ci permette di far pulsare con energia il potere fondamentale di Myoho-renge-kyo, la vita stessa di Nichiren Daishonin, in ogni aspetto del nostro essere. Con Gongyo riusciamo a far emergere il coraggio e la saggezza del Budda, e ad assaporare "la più grande delle gioie". [...] [Gongyo] infonde in noi uno stato vitale indistruttibile come il diamante, che spalanca le porte alla vittoria» (Il nuovo rinascimento, n. 367, p. 3).
Attimo dopo attimo, con la consapevolezza del tutto in questo luogo e in questo istante, grazie alla preghiera al Gohonzon la vita diventa potente perché si fonda sulla Buddità e non sul karma. Anzi usa liberamente il karma per manifestare il suo potere. È una vita "senza preoccupazioni" perché sta dando il massimo, non c'è spazio o tempo per altro. È una vita che è fonte continua di gioia irrefrenabile, contagiosa. È una vita che trasforma il karma.

 

Come il sole nasconde le stelle

La trasformazione del karma nel Buddismo di Nichiren Daishonin esposta da Daisaku Ikeda

La trasformazione del karma esposta da Daisaku Ikeda

Tutti noi abbiamo cominciato a praticare con il desiderio di cambiare il nostro destino. E la teoria del karma, che dal punto di vista del Buddismo rende ragione del perché siamo come siamo e viviamo questo tipo di esistenza, è certamente il principio che prima di ogni altro ci è stato spiegato nei suoi vari aspetti e classificazioni. Nel Mondo del Gosho il presidente Ikeda, al di là di qualsiasi trattazione dottrinale, lancia l'immensa speranza, insita nell'insegnamento di Nichiren Daishonin, della trasformazione totale del proprio karma in questa esistenza grazie all'attivazione della Buddità nella nostra vita.
Da qui parte questo speciale.
Di seguito pubblichiamo ampi stralci del capitolo L'esilio di Sado, contenuto nel secondo volume del Mondo del Gosho.

Il karma e il suo cambiamento

[...] La dottrina del cambiamento del karma esposta dal Daishonin è un insegnamento che ponendo l'accento sulle difficoltà dell'esistenza rivela il principio per realizzare la trasformazione interiore della nostra vita (vedi MDG, 2, 30).
[...] La parola karma deriva dal sanscrito, e significa "atto", "azione". Si tratta di un concetto che compare per la prima volta nel pensiero indiano antico. Quando il Buddismo fu trasmesso in Cina la parola venne tradotta con il carattere cinese ye (giapponese go) che significa azioni, intese come acquisizioni o risultati. Nell'antica India le persone credevano che le circostanze della rinascita fossero determinate dalle buone o cattive azioni compiute, cioè dal karma.
Il termine karma originariamente comprendeva sia il karma positivo sia quello negativo. Ma col passare del tempo ha acquisito il significato primario di karma negativo e la questione della sua trasformazione è divenuta un argomento religioso di importanza primaria.
Al giorno d'oggi forse le persone comprendono più facilmente questo concetto se al termine karma sostituiamo quello di fato o destino. Si può cambiare il fato? Si può alterare il destino di un paese, di una persona, dell'umanità? È un tema di estrema importanza non solo per la religione e la filosofia ma anche per l'arte e la letteratura (Ibidem, 32).
[...] Sono sempre più numerose le persone che attualmente trovano difficile accettare l'idea che sia qualche potenza superiore o divinità a controllare il loro destino, [...] mentre nell'antica India, prima dell'avvento del Buddismo, anche l'idea del karma era vista in questi termini, al punto da credere che le persone potessero liberarsi dal ciclo delle rinascite determinato dal karma soltanto attraverso rituali religiosi eseguiti dal clero.
Questa può essere una delle importanti ragioni per cui apparve il Buddismo, che affrancò le persone da questa visione assolutista del karma o destino, sottolineando il potere del libero arbitrio. Il Buddismo insegnava che sia la formazione del karma sia qualsiasi forma di liberazione da esso erano determinate sostanzialmente dalla volontà e dalle azioni individuali. Anche per questo il Buddismo viene chiamato "via interiore" [in contrapposizione alla "via esteriore", termine con cui vengono designati gli insegnamenti non buddisti].
[...] In particolare il Sutra del Loto, che insegna che tutte le persone posseggono la natura di Budda, è un insegnamento che libera a livello fondamentale le persone dalle catene del destino (Ibidem, 33-34).

La trasformazione del karma secondo Nichiren Daishonin

[...] Nell'evoluzione del pensiero buddista successiva alla morte di Shakyamuni le basi dottrinali originali furono dimenticate e divenne dominante l'idea di un karma che vincola la vita individuale.
Alle persone veniva detto che dalle vite precedenti fino a quella presente avevano accumulato un numero incalcolabile di offese. Ciò le faceva sentire impotenti e senza la minima speranza di sradicare una mole così imponente di karma.
Si supponeva che fosse impossibile in una sola esistenza espiare e cancellare tutte le azioni negative accumulate in infiniti kalpa e che al massimo si poteva sperare di ridurre, anche in minima parte, questo saldo negativo nelle profondità della vita. Nel frattempo però, si continuava ad accumulare karma.
La vera essenza del Buddismo, la "via interiore", consiste invece nel considerare il karma come una propria responsabilità. [...] Il Buddismo di Nichiren corregge gli insegnamenti precedenti e insegna che si può, senza alcun dubbio, cambiare il proprio karma.
[...] Esporre alle persone la teoria del karma senza spiegare fino in fondo i mezzi per cambiarlo significa interpretare erroneamente il Buddismo. Simili insegnamenti fanno soltanto sì che le persone rimangano prigioniere delle pastoie del fato (Ibidem, 37-38).

Affrontare il karma


Un'altra caratteristica distintiva del concetto di karma esposto dal Daishonin è la severa attenzione che riserva all'analisi di se stessi. Ci insegna a riflettere più attentamente sul nostro karma e sulle nostre azioni per cambiarlo, usando il potere della Legge che la nostra vita possiede.
Per cambiare il karma dobbiamo guardare bene in faccia la nostra vita. Fronteggiando direttamente il nostro karma così com'è, affrontandolo a testa alta, possiamo far sgorgare lo stato vitale della Buddità. [...] Solo così si realizza la purificazione dei sei organi di senso e la propria rivoluzione umana, cioè si affina la propria umanità.
Inoltre non dobbiamo limitarci a riflettere sul nostro karma personale. Mentre ci liberiamo dalle catene del nostro karma dobbiamo adoperarci anche per liberare le altre persone che soffrono per lo stesso motivo. Questa è la strada per il raggiungimento della Buddità propria e degli altri. [...]
Il Daishonin nutriva il grande desiderio di salvare tutte le persone. Per questo riuscì a guardare la sua vita in maniera così totale e completa e a manifestare dentro di sé la suprema condizione vitale. Egli cercava di insegnare a tutti i suoi seguaci - anzi, a tutta l'umanità - il modo sicuro per cambiare il karma.

Le difficoltà della vita


[...] In Lettera da Sado il Daishonin esamina onestamente la propria vita, domandandosi perché dovesse incontrare persecuzioni e sofferenze, e giunge alla conclusione che era a causa del suo karma.
Lo fece per i suoi seguaci che stavano provando una grande sofferenza per via delle persecuzioni. Voleva far crescere persone veramente forti e di carattere.
Il messaggio del Daishonin era quello di considerare difficoltà e persecuzioni come un'opportunità per crescere e diventare persone più profonde. Più difficoltà si incontrano più possiamo migliorarci come esseri umani. Così dovrebbe vivere chi pratica il Buddismo del Daishonin.
Questo non vale soltanto per le difficoltà e le persecuzioni che si incontrano per amore del Buddismo, ma anche per qualsiasi difficoltà si incontri nella vita. In genere ci sono due modi di affrontare i problemi. C'è chi di fronte alla difficoltà prova risentimento e rabbia nei confronti del mondo che lo circonda e chi invece usa la situazione per elevarsi spiritualmente.
Se non cerchiamo di sviluppare un'umanità più profonda, quando incontriamo qualche grande ostacolo tendiamo a compatirci, ad arrabbiarci, a provare rancore per coloro che abbiamo intorno. È nella natura umana reagire così ma, per impedire che ciò accada, dobbiamo riflettere a fondo su noi stessi e lottare continuamente per la nostra crescita personale. (Ibidem, 38-43).

Causalità generale e causalità più grande

[...] «Chi scala un'alta montagna, deve necessariamente discenderne».1 Questa è la maniera consueta di ragionare nel Buddismo, quella che in Lettera da Sado il Daishonin chiama legge generale di causa ed effetto.2
È la legge di causalità per cui a ogni retribuzione che si riceve in questa vita corrisponde una causa specifica nella vita passata. È un principio piuttosto chiaro ma difficile da applicare nella realtà.
Se per ciascuna cattiva azione compiuta in passato si ricevesse una retribuzione specifica, occorrerebbe un tempo incalcolabile per espiare tutti questi singoli casi di karma negativo. Finché la premessa iniziale è la legge generale di causa ed effetto, per diventare un Budda occorrerebbe svolgere la pratica buddista per innumerevoli kalpa.
[...] E anche se si cerca per un periodo così lungo di sradicare il proprio karma negativo, c'è il rischio nel frattempo di accumularne altro. In definitiva, finché si parte dalla legge generale di causa ed effetto, il modo per cambiare il karma continuerà a sfuggirci. Il Daishonin afferma chiaramente che il suo insegnamento non si basa su questo tipo di causalità.
Infatti afferma: «Nichiren non è stato colpito da queste otto grandi disgrazie3 per questa legge causale, ma perché ha criticato in passato i praticanti del Sutra del Loto e perché ha messo in ridicolo, ora esaltandolo ora denigrandolo, un sutra come il Sutra del Loto, che è come due lune una accanto all'altra, come due stelle congiunte, come due monti Hua uno sull'altro, come due gemme unite».4
In Lettera da Sado egli dichiara quindi che l'offesa fondamentale è quella nei confronti del Sutra del Loto.
[...] Offendere la Legge significa non credere, dubitare dell'esistenza della natura di Budda in noi e negli altri. Questo dubbio è la causa fondamentale che impedisce al mondo di Buddità di emergere e che genera vari tipi di karma negativo. Sradicare questo dubbio e far emergere il mondo di Buddità è la legge causale più importante che rende possibile cambiare il karma.
Secondo la teoria dei dieci mondi questo significa manifestare lo stato di Buddità mentre alla luce della dottrina delle nove coscienze equivale a manifestare la nona coscienza.
Il karma negativo viene avvolto dal mondo di Buddità e purificato dal suo potere. Per fare un'analogia, l'apparizione del mondo di Buddità è come il sorgere del sole. Quando il sole sorge a est, le stelle che brillavano così vividamente nel cielo notturno svaniscono immediatamente, come se non esistessero. In realtà le stelle non hanno cessato di esistere, sono soltanto diventate invisibili.
Se scomparissero, ciò contrasterebbe con il principio di causa ed effetto. Ma, così come la luce delle stelle e della luna sembra svanire quando sorge il sole, quando facciamo emergere lo stato di Buddità nella nostra vita cessiamo di soffrire per gli effetti negativi di ogni singola offesa passata.
Questo non nega né contraddice la legge generale di causa ed effetto, che rimane una delle premesse fondamentali del Buddismo. Essa viene però inclusa in una "legge causale più grande", la legge causale dell'ottenimento della Buddità, il principio causale del Sutra del Loto e della Legge mistica.
Il presidente Toda disse: «Se ci limitassimo a collocare il Buddismo sullo stesso piano dei principi di causalità meno avanzati che vengono esposti negli insegnamenti precedenti al Sutra del Loto, il nostro destino sarebbe immutabile e noi finiremmo per condurre una vita passiva col solo obiettivo di non fare niente di sbagliato. Quest'idea della causalità insegna che gli effetti delle cause poste nelle vite passate si manifestano uno alla volta nelle varie vite successive fino all'infinito futuro, influenzando la nostra vita per innumerevoli kalpa. Poi, in un futuro lontano, dopo esserci purificati di tutte le cause passate, potremo vivere esistenze libere dalle preoccupazioni e piene di speranza e di coraggio».

Alla luce del Sutra del Loto

[...] «Questo insegnamento - continua Toda - non ha alcuna rilevanza per noi dell'Ultimo Giorno della Legge. In quest'epoca occorre un insegnamento che ci permetta, da persone comuni, di andare oltre la legge causale degli insegnamenti precedenti al Sutra del Loto e rivelare o attingere alla nostra natura di Budda. Nichiren Daishonin, rispondendo a questo bisogno, istituì un insegnamento col quale andare oltre il destino formato nelle esistenze passate per costruirne uno positivo e luminoso nella nostra vita attuale. Fu Nichiren Daishonin che istituì la Legge, basandosi esattamente sulla spiegazione di Shakyamuni nel Sutra del Loto, in maniera molto simile a come gli ingegneri costruiscono gli aeroplani in base ai progetti, permettendo così a noi persone comuni, nella nostra vita quotidiana, di andare oltre alle cause e agli effetti passati e fare ritorno al tempo senza inizio.
Dedicarci alla Legge mistica e recitare Nam-myoho-renge-kyo rappresenta il mezzo per trasformare il nostro destino in meglio. Grazie a questo mezzo tutte le cause e gli effetti intermedi svaniscono ed emerge il nostro vero io di persone comuni illuminate sin dal tempo senza inizio. "Tempo senza inizio" si riferisce semplicemente alla nostra condizione originaria, senza niente di particolare, libera da ogni influenza esterna. Poiché il Budda è la vita stessa, quando ci risvegliamo alla condizione originale della nostra vita tutte le cause e gli effetti intermedi spariscono e il Budda di Myoho renge, la simultaneità di causa ed effetto,5 diviene manifesto»6 (Ibidem, 48-51).
[...] Nell'analogia precedente, le stelle in cielo svaniscono alla vista ma non cessano di esistere. Ciò significa dunque che per "un comune mortale illuminato sin dal tempo senza inizio" l'esistenza del fato o del karma non è la cosa principale (Ibidem, 51).

Il nostro karma l'abbiamo scelto noi

[...] Il Daishonin era pienamente consapevole che le grandi persecuzioni che stava vivendo erano le difficoltà che aveva voluto per il suo desiderio di realizzare la propria missione. Ed esse erano una fonte di grande gioia perché le stava affrontando per condurre le persone all'Illuminazione.
Egli poteva aiutare coloro che soffrivano soltanto condividendo i loro stessi dolori e avversità e dimostrando, da essere umano come loro, il modo di superarli. È per questa titanica impresa che lo consideriamo il Budda dell'Ultimo giorno della Legge.
[...] Con tutte le sue battaglie combattute come singolo essere umano il Daishonin ha indicato a noi, persone comuni di quest'epoca malvagia, la strada per trasformare il nostro destino. Ci ha rivelato che anche coloro che sembrano imprigionati senza speranza nelle catene del proprio destino in realtà stanno vivendo un'esistenza in cui hanno volontariamente assunto il karma adatto (Ibidem, 53-54).
[...] Noi possiamo trasformarci da persone comuni prigioniere del karma in persone comuni che posseggono il mondo di Buddità e incarnano il mutuo possesso dei dieci mondi. Le persone comuni alla mercé del proprio destino diventano allora persone comuni che hanno una missione, quella di sorgere animate dalla volontà e dalla determinazione di trasformare il destino dell'umanità (Ibidem, 51).

Note

1) SND, 4, 81.
2) Ibidem.
3) Le otto grandi disgrazie sono: essere disprezzato; avere un brutto aspetto; mancare di vesti; mancare di cibo; cercare invano la ricchezza; nascere in una famiglia povera; nascere in una famiglia eretica; essere perseguitato dal sovrano.
4) SND, 4, 81.
5) Budda di Myoho renge, la simultaneità di causa ed effetto: è il Budda dotato dei dieci mondi presenti in ogni forma di vita, il Budda dei tre corpi, originali e increati. Simultaneità di causa ed effetto significa che i nove mondi (causa) e la Buddità (effetto) esistono simultaneamente nella nostra vita.
6) Josei Toda, Toda Josei Zenshu, Tokyo, Seikyo Shimbunsha, 1983, vol. III, pagg. 393-394

 

Trasformare

L'elemento dinamico della vita è quello che conta di più, perché è la realtà come appare agli occhi del Budda

L'elemento dinamico della vita è quello che conta di più

di Gianna Mazzini

È una questione di priorità: cosa viene prima, cosa importa di più?
Le cause o gli effetti?
Capita spesso di identificare la nostra vita con gli effetti che viviamo: sto bene se vivo cose belle, sto male se vivo cose brutte.
Eppure il Buddismo dice che la cosa più importante sta nel mettere cause piuttosto che nel concentrarsi sugli effetti. Il Buddismo, cioè, identifica la vita nell'elemento dinamico, in quella cosina misteriosa e bellissima che distingue una cosa ferma da una cosa in movimento. La vita, intesa in questo modo, è proprio quel guizzo, è la possibilità di "trasformare" in ogni istante le cose che ci accadono.
Penso alla teoria buddista dei dieci mondi.
Cosa viene prima, cosa importa di più?
I dieci mondi o il mutuo possesso dei dieci mondi?
Noi, cominciando a praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin, impariamo presto a riconoscere quando, nella nostra giornata, stiamo vivendo il mondo d'Inferno, o quello di Avidità, il mondo di Animalità, o quello di Collera e via dicendo. Ma la cosa più importante non è "sapere" in che mondo ci troviamo. È servirsi di quel sapere per usare la vita al suo massimo potenziale. Come utilizzo lo stato d'animo che sto vivendo: lo lascio lì, come un pacchetto doloroso e buio o lo affronto per trasformarlo in qualcos'altro, magari una crescita, magari la felicità?
Il mutuo possesso dei dieci mondi dice che non importa quale mondo stiamo vivendo, se l'Inferno o l'Estasi. Importa cosa ne facciamo. Perché qualunque mondo può essere bello, perché ogni condizione vitale, dalla più bassa alla più alta, ha, dentro di sé, il mondo di Buddità.
C'è la Buddità nell'Inferno, e nell'Animalità o nella Collera, c'è la Buddità nel mondo di Studio e in quello di Estasi. Non ci sono mondi buoni e cattivi, se c'è quel guizzo, se c'è l'intenzione di trovare lì dentro il mondo di Buddità.
Non una visione statica dunque, ma, anche qui quel movimento misterioso e bellissimo che è la vita autentica, la possibilità di trasformare.
Anche quando parliamo di karma corriamo lo stesso rischio.
Quello, cioè, di identificare il karma con una visione statica. Inamovibile. Il karma come un macigno pesante e tozzo. Il karma identificato con le cose che ci accadono. Stando così le cose è karma la tendenza a incontrare un certo tipo di persone, un certo tipo di difficoltà, un certo tipo di malattie.
Ma cosa viene prima, cosa importa di più?
Il karma o la trasformazione del karma?
Il Buddismo mette l'accento sulla trasformazione.
Il karma non sono solo le cose che ci capitano. Karma è soprattutto come reagiamo alle cose che ci capitano. Il karma non è riconoscibile solo dagli effetti (mi ha lasciato, mi sono ammalata, mi hanno derubato, non ottengo quel che desidero, non riesco ad avere figli, non ho soldi, non ho lavoro...).
Quando ci si para davanti un ostacolo succede qualcosa, qualcosa che è diverso per ognuno di noi. Lì si manifesta il karma.
Il karma, nella visione dinamica del Buddismo, è soprattutto "come" reagiamo alle cose. Lì c'è il cambiamento, la trasformazione.
C'è una parolina giapponese che la definisce. È soku.
Soku definisce la condizione di qualcosa che è già anche qualcos'altro.
Come il brutto anatroccolo e il cigno, come il bruco e la farfalla, o un bocciolo e la rosa aperta tutta.
Per aiutare a comprendere questo principio, T'ien-t'ai elaborò l'analogia del kaki acerbo e del kaki maturo. Un kaki acerbo, esposto alla luce del sole, si trasforma in un frutto maturo. Il frutto acerbo e quello maturo appaiono diversi, eppure è all'interno dello stesso frutto che ha luogo la trasformazione. Nessuno può dire che il kaki acerbo sia uguale a quello maturo, ma non è possibile neppure dire che siano diversi tra di loro.
Io piena di rabbia o di paura, e io capace di coraggio e allegria. La stessa persona. Quello che si può dire è che entrambe le qualità esistono nello stesso frutto, nello stesso corpo. E sono, allo stesso tempo, in contraddizione e unite. Certamente la trasformazione avviene anche in virtù d'influenze esterne, come la luce o la temperatura nel caso del kaki, ma resta il fatto che il frutto in sé, così come ognuno di noi, possiede quel potenziale, quel guizzo, che rende possibile la trasformazione.
Questa interpretazione di soku consente di riferirci a una visione della vita come appare agli occhi del Budda. La vita in sé, anche la nostra, possiede il potenziale per sviluppare una condizione vitale elevata che integra la contrapposizione che c'è tra desideri e Illuminazione. Secondo l'insegnamento di Nichiren Daishonin, la pratica di Nam-myoho-renge-kyo consente a ciascuno di noi di far emergere la forza vitale del Budda, grazie alla quale è possibile risolvere l'opposizione tra ciò che appare contraddittorio.
Come la paura e la possibilità di farcela, come il ritrarsi o l'affrontare, come i desideri e l'Illuminazione.
La Legge è compassione e armonia.
Noi abbiamo la capacità di trasformare il nostro karma.
Questa trasformazione avviene assai più facilmente e rapidamente se indirizziamo i desideri non solo per noi, facendo entrare nell'orizzonte della rivoluzione umana la visione più ampia e luccicante della trasformazione del mondo che abbiamo intorno.
Il tempo buddista non è il tempo fisico fatto di ore, giorni e anni. È il tempo dell'istante che racchiude l'eternità. È il tempo del cambio qui e ora, avvolta dai problemi, che non sono il mio karma-macigno.
Praticare Nam-myoho-renge-kyo può rendermi capace di sorridere mentre tremo di paura o resistere alla voglia di scappare e non affrontare quello che mi succede. Sorridere mentre penso alla vita in quest'istante. So che al di là di quello che ho fatto finora conta davvero cosa farò da qui in poi, da ora in avanti.

 

La libertà dal karma

Oltre l'orizzonte dei nostri limiti c'è un modo libero di stare nelle cose e di vivere il karma come la terra del Budda

Oltre l'orizzonte dei nostri limiti

di Manuela Vigorita

Ricordo molto chiaramente quando, tra le pagine del Nuovo rinascimento, lessi la spiegazione di Ikeda sulla trasformazione del karma (oggi in Il mondo del Gosho, vol. 2). Ricordo la commozione, e che leggendo cominciai quasi a piangere, di gioia. Per la prima volta mi sembrò di percepire davvero lo sforzo che quell'uomo lontano stava facendo per aiutarci a capire come affrontare la nostra vita, la nostra realtà.
Chiamai una mia cara amica per condividere quella gioia, cominciai a parlarne durante le riunioni, ricordo che per un certo periodo divenne l'argomento centrale di molti corsi, ma che alcune persone, come la mia amica, non reagirono subito bene. Quello che il presidente Ikeda ci stava dicendo, quello su cui ci invitava a riflettere era qualcosa che aveva un nuovo sapore e che forse spiazzava il nostro pensiero, il nostro modo di studiare e spiegare il karma. Non si trattava tanto di capire meglio come funziona, in che modo le cause e gli effetti si manifestano nella nostra vita dall'infinito passato, in un susseguirsi di concatenazioni che spesso ci inchiodano a situazioni di sofferenza conosciute, quanto di comprendere che oltre la legge del karma, oltre l'orizzonte dettato dai nostri limiti, esiste qualcosa di puro, libero, incontaminato che il karma non tocca, non distrugge, non fa morire. Qualcosa che è in noi così come gli occhi, il respiro, un piede. Così come un sorriso. Come la vita.
Non la puoi vedere, non la puoi stringere, non la puoi chiudere in una cassaforte o farne un'opera d'arte. Non è una cosa. Né un arrivo. È una condizione, un punto di partenza, un modo di stare nelle cose, vederle, amarle. Per spiegarla in genere si parla dei dieci mondi, degli stati vitali che dall'Avidità, alla Collera, all'Estasi, alla compassione influenzano il nostro sentire e agire, o delle nove coscienze tramite le quali entriamo in contatto e percepiamo la realtà, sia fisicamente, attraverso il tatto, la vista o l'udito, sia intellettualmente con pensieri, ragionamenti, congetture. Ma parlarne è difficile, le parole non bastano a spiegare la Buddità, l'Illuminazione. Non ci si arriva tramite concetti, con l'intelligenza o la riflessione. Ci si arriva con un salto che solo la fede permette di fare. Un salto che d'un tratto porta oltre i limiti dell'io e nello stesso tempo nel luogo più proprio, più vero e consono al nostro essere umani. Il luogo della libertà assoluta, del tempo senza inizio, quel luogo da cui la realtà, la stessa realtà che ci fa soffrire per una malattia, per un incidente, per un rapporto andato a male, ci appare per quello che veramente è: la terra di un Budda. La terra in cui la nostra Buddità, il nostro amore, la nostra libertà possono manifestarsi. Quella terra è il nostro karma. Il nostro corpo così com'è, il nostro lavoro così com'è, la nostra famiglia, i nostri sogni, le nostre delusioni, il nostro dolore. Quella è la nostra terra, è il terreno dal quale il seme dell'Illuminazione può in ogni istante germogliare, nutrito dalla fede come dall'acqua, come dal sole. Il karma è tutto ciò che abbiamo accumulato per un tempo incommensurabile e che ci permette ora di essere qui e di poter sperimentare qui Nam-myoho-renge-kyo, il potere della fede, il manifestarsi della nostra Buddità.

Cosa succede del karma se cominciamo a guardarlo a partire dalla Buddità che è in noi così come in ogni essere umano? Cosa succede se apriamo gli occhi del Budda?
«Il karma negativo - spiega il presidente Ikeda (MDG, 2, 49) - viene avvolto dal mondo di Buddità e purificato dal suo potere. Per fare un'analogia l'apparizione del mondo di Buddità è come il sorgere del sole. Quando il sole sorge a est le stelle che brillavano così vividamente nel cielo notturno svaniscono immediatamente, come se non esistessero.
In realtà le stelle non hanno cessato di esistere, sono soltanto diventate invisibili.
Se scomparissero, ciò contrasterebbe con il principio di causa ed effetto. Ma, così come la luce delle stelle e della luna sembra svanire quando sorge il sole, quando facciamo emergere lo stato di Buddità nella nostra vita cessiamo di soffrire per gli effetti negativi di ogni singola offesa passata».
È un passo molto importante e ricordo che suscitò parecchi dubbi quando se ne cominciò a parlare, almeno tra le persone che conosco. Forse perché a volte pensiamo al potere di Nam-myoho-renge-kyo come a una magia capace di cancellare ogni cosa brutta che accade e l'idea che le stelle non scompaiano non è consolante. O forse perché erroneamente pensiamo che soffrire è l'inevitabile conseguenza del karma negativo, che cesseremo di stare male solo quando il nostro karma sarà mutato. Eppure quello che Ikeda sta cercando di trasmetterci, e non solo in questo brano, è qualcosa di diverso, che corre per altre strade, vola altrove, scavalca con un balzo ogni ridondante congettura: smettere di soffrire non è un punto di arrivo, ma il punto di partenza.
In qualsiasi situazione siamo incagliati, qualsiasi sciagura o esperienza dolorosa ci troviamo a vivere, la possibilità di liberarci dalla sofferenza che inchioda i pensieri, gli attimi, le mani, esiste nella nostra vita. Ogni volta che davanti al Gohonzon recitiamo Nam-myoho-renge-kyo possiamo aprire la porta della nostra libertà, della nostra gioia incontaminata, del potere della Legge mistica. La fede, e solo la fede, permette di compiere quel salto. Anche se la realtà che ci dà dolore dovesse rimanere immutata, anche se tutto dovesse peggiorare, qualsiasi cosa accada, aprendo ogni giorno la porta alla nostra Buddità possiamo trovare la forza e la gioia di pensare, parlare e agire in maniera libera, in un modo che la catena di cause ed effetti del nostro karma non prevede. Così la nostra terra diventa terra del Budda. Così il karma diventa l'occasione preziosa per cercare e manifestare la nostra Buddità.
Quello che veramente abbiamo l'opportunità di imparare, io credo, sia a vivere questa esistenza basandoci non tanto sugli effetti e sui limiti che il karma ci impone, ma sulle potenzialità della nostra vita.
«Poiché il Budda è la vita stessa, - scriveva Toda - quando ci risvegliamo alla condizione originale della nostra vita tutte le cause e gli effetti intermedi spariscono e il Budda di Myoho renge, la simultaneità di causa ed effetto, diviene manifesto» (MDG, 2, 51).

Non è un sogno, non è un'illusione. La Buddità è una condizione vitale che si manifesta concretamente, nel quotidiano, e che manifestandosi cambia i colori e l'aspetto delle cose che accadono. Non svaniscono, non scompaiono, ma scompare l'ansia, la paura, la preoccupazione. Così quando recito Daimoku cercando con gli occhi della fede la Buddità in me e negli altri, quando non c'è altra via di uscita che credere, che buttare via rabbia, dolore, rassegnazione, paura, la vita si trova d'un tratto oltre la notte. La forza, l'armonia, la libertà iniziano a esistere nel corpo, nella mente, nella voce. Nulla è ancora cambiato, posso essere malata, magari sto invecchiando, magari non ho soldi per arrivare alla fine del mese, ho litigato con mia madre, non sopporto mio figlio, c'è una persona che mi sta veramente facendo del male e il sogno che avevo fin da bimba è ancora un miraggio. Nulla è mutato. Ma io sì. Comincio a sorridere. Comincio a fare qualcosa che non avrei mai pensato possibile: comincio a sentire gioia. E con quella gioia a traversare il fiume della mia malattia, della solitudine. Comincio a vedere in quella persona che mi fa del male le sue potenzialità, il suo essere unica e preziosa, cercherò il suo sorriso domani. Comincio a sentire che il tempo ha un senso e che forse sarà bello imparare a invecchiare, trovare nuove piccole rughe, pelle sottile, pensieri spessi di tempo. Comincio a essere certa che i soldi arriveranno, che arriverà sorridendo la fine del mese. Comincio e ricomincio a lottare per il sogno che ho da tanto tempo, senza rifugiarmi nelle facili rese, perché lottare è bello, è bello fare fatica per qualcosa in cui credi. Comincio a sentire che la mia vita, la mia fatica ha un senso per questo mondo così indifferente e pieno di guerre, di gente che uccide come se fosse niente. E che questa gioia non è mia come un anello o un bracciale. È un filo di luce che mi lega agli altri, che al desiderio della loro gioia mi conduce e mi dà la forza di non arrendermi, non posso: c'è un mondo che dipende da me, dal mio sguardo, da quello che la mia vita crea o non crea, per offrire. E quello che mi commuove, che davvero mi muove, parte da lì. Penso a mia madre, a mio figlio, a quella persona che mi ha ferito, e vedo la bellezza che il loro karma nasconde, che il mio karma non mi permette sempre di vedere, ma che c'è, come la loro Buddità, la loro luce. Sarò capace domani di vederla? Di inchinarmi come faceva il bodhisattva Fukyo di fronte alla Buddità insita nella vita delle persone?
Tempo fa ero a cena con una persona che praticava da poco tempo, una cena normale, come tante, un locale affollato. A un certo punto si guardò intorno, guardò i tavoli vicini, la gente seduta che parlava e mangiava, e a bassa voce si avvicinò e mi chiese: «Ma davvero non sanno niente? Come possono vivere senza sapere quello che hanno? Come si fa a dirglielo?».
Forse si fa così. Forse si fa manifestando il potere della vita, mostrando che si può vivere il karma che abbiamo liberamente, trasformando il dolore in gioia e la gioia in amore per gli altri, in dedizione, in parole che sappiano svelare come un inchino. Nichiren fece così. Così Ikeda mi sembra ci stia fortemente indicando soprattutto negli ultimi anni. Così anche il karma negativo che viviamo prende luce. E che sia malattia, solitudine, mancanza di soldi o di amore, è proprio grazie a quel karma, a quel problema, che posso sperimentare il sapore della libertà più vera. Quella di cambiare, quella di mostrare che si può. Si può uscire dai circoli chiusi della rabbia, del dolore, dell'avidità, della sofferenza che rende ciechi e cattivi. Si può fermare le guerre, insegnare il rispetto, difendere la vita e la sua gioia. Si può usare se stessi, il proprio karma, per cambiare il mondo. Allora, ancora le parole di Ikeda: «Le persone comuni alla mercé del proprio karma diventano "persone comuni che hanno una missione"». È un altro punto bello e importante di quella spiegazione, ma non ne scriveremo qui. Ha bisogno di altre parole.

 

Usare la vita

Il karma diventa missione scegliendo di affrontarlo e di dimostrare agli altri come funziona la Legge di causa ed effetto

Il karma diventa missione

di Marina Marrazzi

Non cercare lontano. Non sfuggire il vicino.
Quante volte abbiamo sentito il peso del nostro presente: faticoso, opprimente, doloroso, inadeguato a noi. E abbiamo sopportato tale peso con l'unico obiettivo di trovarci finalmente altrove per poter stare meglio, lontano da questo presente che ci è capitato come un'ingiustizia, una sfortuna, una strettoia che dobbiamo attraversare il più in fretta possibile.
Dal punto di vista del Buddismo, fare così vuol dire buttare via la nostra occasione e continuare a perdere tempo.
Perché è pura illusione, per il Buddismo, considerare i problemi un ingombrante e doloroso accidente da aggirare o neutralizzare per poi finalmente stare tranquilli. I nostri problemi, tutte le sfide o le difficoltà di cui volentieri faremmo a meno, sono il nostro tesoro. Il nostro unico e inevitabile terreno per sperimentare la Legge di causa ed effetto. La nostra unica occasione di trasformazione e risveglio, per noi e per chi ci sta accanto. Il karma che noi stessi abbiamo scelto per poter manifestare la Buddità. La nostra missione.
Missione. In giapponese il termine usato è shimei, che significa letteralmente "usare la propria vita". Un invito a utilizzare ciò che sta vicino e a non cercare lontano. A mettere in campo i dolori e le speranze che abbiamo a nostra disposizione, proprio quelli che ci inseguono e sembra ci perseguitino, e farne il nostro punto di partenza. La materia prima per andare di fronte al Gohonzon e recitare con tutto il cuore per raggiungere lo stato vitale che desideriamo e che ci dà gioia. Sperimentando ancora una volta l'insegnamento più profondo e sottile del Buddismo rivelato dal Daishonin: cioè che la soluzione - alla sofferenza, all'ignoranza, alla finitezza - è qui, vicinissima, anche se non è facile da vedere. Perché l'unica differenza tra un Budda e un comune mortale è che il secondo non sa di esserlo ma va alla ricerca di qualcosa al di fuori che appaghi e dia risposte. Questa è la verità più profonda e sottile racchiusa nel meraviglioso insegnamento del Sutra del Loto predicato da Shakyamuni e ripreso da Nichiren Daishonin.
Nichiren insegna che riconoscere che noi siamo Budda e che lo sono pure tutti gli altri, e agire di conseguenza, è la causa positiva fondamentale da cui scaturiscono tutti gli effetti benefici. Mentre non credere in questa realtà è la causa negativa fondamentale, l'offesa alla Legge, che ha come effetto la sofferenza. «Offendere la Legge significa non credere, dubitare dell'esistenza della natura di Budda in noi e negli altri. Questo dubbio è la causa fondamentale che impedisce alla Buddità di emergere e che genera vari tipi di karma negativo. Sradicare questo dubbio e far emergere il mondo di Budda è la legge causale più importante che ci rende possibile cambiare il karma» (MDG, 2, 49).
Questo passaggio è essenziale. Perché sgombra il campo da ogni sorta di elucubrazione o congettura su quale causa positiva si debba mettere per ottenere quel particolare effetto positivo o superare quel particolare effetto negativo. A questo punto è chiaro: il semplice atto di cercare con il Daimoku la nostra Buddità per affrontare una sfida è la causa positiva fondamentale che ha come conseguenza di illuminare tutti gli effetti dannosi delle cause negative poste in innumerevoli vite precedenti, destituendoli di ogni potere di farci soffrire, rendendoli occasione per creare valore, comprensione, realizzazione, e dunque sostanzialmente modificandoli di segno.
Guardando dritto in faccia il nostro karma e cogliendone il vero significato, ogni avversità può aiutarci a condurre una vita più ricca e feconda, dice il presidente Ikeda. Inoltre, le azioni che compiamo per combattere il nostro karma diventano un esempio e una fonte di ispirazione per altri (Ibidem, 54).
Senza soluzione di continuità: affronto il mio karma, e di questa impresa faccio la mia missione, che abbraccia anche gli altri.
Perché usando la mia vita, "cogliendo il vero significato" di un mio problema, di un mio dolore, di una mia frustrazione attraverso il Daimoku, scopro qualcosa che non riguarda solo me ma riguarda il funzionamento profondo della vita che appartiene a ogni individuo, scopro in me l'eternità della Legge mistica di causa ed effetto, la capacità concreta che abbiamo di vivere uniti come esseri umani attraverso le uniche e irripetibili qualità di ciascuno e di ciascuna di noi.
Usare la vita, trasformare il karma in missione, vuol dire dunque prendere la vita molto sul serio, perché quello che facciamo e che non facciamo, quello che comprendiamo e cosa diventiamo riguarda profondamente anche la vita degli altri. E non solo: nel momento stesso in cui decidiamo di considerare il nostro karma come la nostra missione diventiamo persone che "hanno volontariamente assunto il karma appropriato" allo scopo di diffondere la Legge mistica. Proprio come quei grandi bodhisattva descritti nel decimo capitolo del Sutra del Loto che scelsero di rinascere in questo mondo malvagio per propagare la Legge, animati dal desiderio di salvare coloro che stavano soffrendo.

 

Un coinvolgimento più vasto

La chiave per vivere in una società piena di stress

di Daisaku Ikeda

di Daisaku Ikeda*

Tutti noi viviamo in una società ad "alta pressione", caratterizzata da un marcato indice di stress. In Giappone, i sintomi di questi livelli di stress estremi si osservano nella sindrome della cosiddetta "morte da superlavoro" e nell'alto tasso di morti per suicidio.
Martin Seligman, noto per la sua ricerca sulla psicologia della speranza, esprime la sua preoccupazione per ciò che egli definisce "grande io e piccolo noi": un io vasto e incentrato su se stesso e un sempre più fievole senso della relazione con gli altri. Mi sembra chiaro che se vogliamo evitare che la nostra vita diventi sempre più stressante ci dobbiamo confrontare con questa tendenza.
Nel passato, la società umana incoraggiava e offriva occasioni alle persone perché si aiutassero a vicenda, specialmente in situazioni molto stressanti. Purtroppo gran parte della rete di relazioni che ci sostenevano si è indebolita fino a scomparire. Di fronte allo stress, troppe persone sentono di non sapere dove rivolgersi, di non avere accesso a quel tipo di amicizia o di comunità dove potersi aprire con facilità e condividere problemi e preoccupazioni.
Il termine "stress" deriva originariamente dalla fisica e si riferisce alla deformazione di un corpo che ha subito sollecitazioni da forze esterne. In seguito è stato usato per indicare gli effetti di pressioni di vario tipo esercitate sulle persone sia a livello mentale che fisico. Ovviamente, proprio come i differenti materiali sopportano meglio o peggio una pressione fisica, la nostra capacità di reagire a situazioni stressanti varia ampiamente da persona a persona. Una condizione lavorativa o relazionale che qualcuno trova intollerabilmente stressante può essere vissuta da qualcun altro addirittura senza stress. Inoltre, una stessa persona può avvertire lo stress in modo molto diverso a seconda delle occasioni. Perfino eventi verosimilmente felici, come un matrimonio o una promozione nel lavoro, spesso provocano una reazione di stress. Per questo motivo, dire a qualcuno che il suo problema non è poi così grave, anche se l'intento è di incoraggiamento, può avere l'effetto di approfondire e intensificare il suo stress. Le reazioni del cuore umano non sono meccaniche e prevedibili ma infinitamente sottili e delicate.
Considerata da una certa prospettiva, l'origine dello stress può essere rintracciata nelle ipotesi attualmente condivise sulla natura dell'io. Da un lato ci si aspetta che ciascuno di noi, in quanto "individuo libero", riesca a gestire qualsiasi situazione senza alcun aiuto. Allo stesso tempo, le pesanti strutture burocratiche della società trattano le persone come semplici componenti o ruote di un ingranaggio, inculcando l'idea di essere impotenti a forgiare il proprio destino e ancor meno capaci di indirizzare la società umana in una direzione nuova e migliore. Lacerate fra aspettative eccessive e il sentimento di una fondamentale impotenza, le persone sono sempre più esposte all'impatto dello stress.
Per far fronte allo stress occorre cercare di vedere noi stessi sotto una luce diversa. Dobbiamo avere una comprensione più profonda delle nostre potenzialità illimitate così come dei nostri aspetti vulnerabili, e sviluppare i nostri punti di forza in quanto individui attraverso il sostegno reciproco.
Hans Selye, pioniere nella ricerca sullo stress, ha fornito il seguente consiglio basandosi sulla propria esperienza di lotta contro il cancro: primo, stabilisci e mantieni fermi i tuoi obiettivi nella vita; secondo, vivi in modo da essere necessario agli altri, perché questo tipo di vita alla fine darà beneficio a te stesso.
Per noi esseri umani è naturale guardare avanti. I nostri occhi guardano naturalmente di fronte a noi: in questo senso, siamo fatti per muoverci verso un obiettivo. Allo stesso tempo, entrare in contatto con altri che soffrono rafforza la nostra capacità di vedere i nostri problemi e di affrontarli con coraggio.
I sutra buddisti espongono la seguente ben nota parabola.
Un giorno Shakyamuni fu avvicinato da una donna distrutta dal dolore per la perdita di suo figlio, che lo implorò di riportare il suo bambino in vita. Shakyamuni la confortò e si offrì di prepararle una medicina che avrebbe ridato la vita a suo figlio. Per la ricetta aveva bisogno di un seme di mostarda, che le spiegò poteva trovare in un villaggio vicino. Il seme di mostarda però sarebbe dovuto venire da una famiglia che non aveva mai sperimentato la morte di un suo membro. La donna si avviò bussando di casa in casa a chiedere un seme di mostarda. Ma non riuscì a trovare una sola famiglia che non avesse sperimentato un lutto. Via via che la sua ricerca continuava, la donna cominciò a capire che la sua sofferenza era qualcosa di condiviso da tutte le persone. Tornò da Shakyamuni decisa a non farsi dominare dal dolore.
L'allenamento fisico e mentale trasforma la nostra esperienza delle cose. La stessa ripida discesa che nello sciatore inesperto provoca solo terrore, è fonte di eccitazione e di gioia per quello esperto. Allo stesso modo, con uno studio costante, possiamo tirar fuori conoscenza e ispirazione dai testi più profondi e difficili.
Proprio come l'allenamento fisico può far emergere capacità inattese dal nostro corpo e l'allenamento intellettuale riesce a sviluppare la nostra mente, il nostro cuore può essere allenato e rafforzato. Attraverso il superamento del dolore, per esempio, diventiamo capaci di vedere oltre la nostra stessa sofferenza e preoccupazione, e sviluppiamo un più vasto e solido senso dell'io. Tale esperienza può ispirare azioni piene di compassione verso chi sta vivendo la nostra stessa sofferenza.
Agendo insieme agli altri e per il loro bene è anche possibile trasformare le situazioni stressanti in opportunità per imparare a vivere con rinnovata energia e concentrazione. Sembra improbabile che i motivi dello stress che ci troviamo a fronteggiare vadano diminuendo, anzi sembra molto probabile che andranno aumentando.
Adesso più che mai abbiamo bisogno di sviluppare le qualità della forza, della saggezza e della speranza, mentre ci tempriamo espandendo la rete di sostegno reciproco. In definitiva, la chiave per vivere in una società piena di stress sta nel sentire la sofferenza degli altri come la nostra, nel liberare l'universale capacità umana dell'empatia. Non c'è alcun bisogno di portare da soli il fardello di un cuore pesante.

*da The Japan Times, giovedì 9 novembre 2006
(C) The Japan Times. Tutti i diritti riservati

 

Quella stessa preghiera

Shakubuku, il sentiero di maestro e discepolo

Shakubuku, il sentiero di maestro e discepolo

di Alessandra Fornasiero

Nichiren Daishonin afferma che il karma negativo deriva dalle offese alla Legge. Offendere la Legge significa in sostanza non credere, dubitare dell'esistenza della natura di Budda in noi stessi e negli altri. Questo dubbio è la causa fondamentale che impedisce al mondo di Buddità di emergere nella nostra vita.
Shakubuku, cioè parlare agli altri della pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin, è l'azione più diretta ed efficace per sradicare questo dubbio, poiché equivale a riconoscere, riverire e lodare l'esistenza della Buddità in noi stessi e negli altri. È l'espressione concreta della nostra fede nella Legge mistica, l'azione coraggiosa che ha il potere di rompere l'oscurità fondamentale.
Non esiste una sola persona che non possa ottenere la Buddità. Questa convinzione è alla base dei nostri sforzi per condividere la Legge mistica con gli altri. Ma quando siamo preda dell'illusione non riusciamo a credere.
«Il fatto di combattere continuamente la nostra oscurità o di non farlo è l'unico fattore determinante per ottenere la Buddità. Non dobbiamo mai dimenticarlo»: questo scrive il presidente Ikeda. Senza questo spirito di sfida, questo spirito combattivo, non possiamo conseguire l'Illuminazione (Buddismo e società, n. 119, p. 38).
L'impegno di fare shakubuku nasce dal coraggio. Il coraggio fa sgorgare dalla nostra vita la forza vitale fondamentale, insieme a una speranza innata che non crolla mai, per quanto disperata possa essere la situazione. È il potere di vivere con decisione fino all'ultimo istante. Come scrive il presidente Ikeda: «Quando ci battiamo per [proteggere] la Legge, il potere del nostro coraggio disperde la bruma dell'illusione che avvolge i nostri cuori, permettendo all'illimitato potere della Legge di fluire nelle nostre vite» (MDG, 1, 164).
Dedicarsi alla Legge mistica sostenendo e insegnando agli altri è la causa decisiva che trasforma il nostro karma.
Solo un diamante può lucidare un diamante. Solo gli esseri umani possono aiutare altri esseri umani a far brillare le loro infinite potenzialità.
Parlare a qualcuno del Buddismo di Nichiren Daishonin è l'azione che crea la condizione necessaria affinché quella persona possa ottenere l'Illuminazione.
Per questo il beneficio che deriva dallo shakubuku è infinito (cfr. MDG, 2, 130).

Il Daimoku di Nam-myoho-renge-kyo ha un potere benefico incommensurabile. Josei Toda descriveva in questi termini il potere della Legge mistica: «È come giacere supini in un grande spazio aperto, con le braccia e le gambe distese, e guardare il cielo sovrastante. Tutto ciò che desideri immediatamente appare. Per quanto tu possa donarne agli altri, non si esaurisce mai». Come possiamo sviluppare questa condizione vitale? «Se davvero vuoi raggiungere questo stato vitale devi combattere con ogni grammo del tuo essere per il Sutra del Loto, per kosen-rufu! Ciò significa impegnarsi per sempre al fianco del Budda delle tre esistenze [...] - ovunque possiamo trovarci nell'universo - per realizzare un mondo di pace e felicità indirizzato alla creazione di valore» (citato in D. Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Esperia, vol. 1, p. 20).
Dopo essersi risvegliato alla verità che il Budda era la sua stessa vita, Toda comprese che la missione dei Bodhisattva della Terra di propagare l'insegnamento del Budda era in realtà la sua missione.
Egli parlava spesso dell'atteggiamento nella fede necessario per percepire la Legge mistica dentro di noi: «Propagare la Legge mistica nell'Ultimo giorno significa credere fermamente che la nostra vita non è altro che Nam-myoho-renge-kyo!». Questo è ciò che insegna Nichiren Daishonin quando afferma: «Quando invochi myoho e reciti renge devi sforzarti di credere profondamente che Myoho-renge-kyo è la tua stessa vita» (Buddismo e società, n. 119, p. 33).
Scrive il Daishonin: «Se comprendiamo che la nostra vita in questo singolo istante è myo, allora comprenderemo che la nostra vita è la Legge mistica anche in tutti gli altri istanti. Tale comprensione è il mistico kyo, o sutra» (Ibidem, p. 13).
Possiamo considerare questo mistico kyo come la diffusione della Legge mistica da noi agli altri: «Quando per "mente in questo singolo istante" - spiega Ikeda - intendiamo la mente del Budda e per "mente negli altri istanti" la mente di tutti gli esseri viventi, allora kyo si riferisce alla dottrina del Budda che espone gli aspetti della sua Illuminazione riguardanti la natura mistica della vita. [...] In tal senso potremmo affermare che lo sviluppo di kosen-rufu, con le persone che propagano la Legge mistica e recitano Daimoku senza sosta per la propria felicità e per quella degli altri e insegnano anche alle altre persone a fare lo stesso, corrisponde al mistico kyo» (Ibidem, p. 52).

Il cammino del raggiungimento della Buddità in questa esistenza consiste nel praticare con lo spirito di non dualità di maestro e discepolo. «La fede basata sullo spirito di maestro e discepolo è la chiave per aprire lo scrigno della nostra vita e rivelarne il tesoro, vasto come l'universo». (Ibidem, p. 54).
In Nam-myoho-renge-kyo pulsa la vita di Nichiren Daishonin: «Se la compassione di Nichiren è veramente grande, Nam-myoho-renge-kyo si diffonderà per diecimila anni e più, per tutta l'eternità, perché ha il benefico potere di aprire gli occhi ciechi di tutte le persone [...] Ciò non dipende in alcun modo dalla saggezza di Nichiren, ma semplicemente perché i tempi sono maturi» (SND, 2, 216). Questo era il voto del Daishonin.
L'Illuminazione di Toda in carcere fu all'origine dello straordinario sviluppo della Soka Gakkai dopo la seconda guerra mondiale. Nel suo discorso d'investitura, il 3 maggio 1951, disse: «Se la nostra mente è la stessa del Budda e desideriamo dedicarci sinceramente alla causa di kosen-rufu, [...] dobbiamo necessariamente sviluppare l'azione di shakubuku [...]. È il modo più diretto per mettere in pratica la compassione di Nichiren Daishonin, e ci consente di agire esattamente come fece lui, come persone che dal Budda hanno ricevuto un compito. Non bisogna mai dimenticare questo atteggiamento essenziale» (MDG, 1, 34).
L'essenza di shakubuku è il desiderio del Budda di permettere a ogni persona di raggiungere la vera felicità e il voto dei discepoli è di far proprio questo spirito, lottando per kosen-rufu.
Questo voto esiste nella profondità della nostra vita sin dal tempo senza inizio. Si tratta di risvegliarlo.

 

Ma prima si diceva così

intervista a Tamotsu Nakajima

intervista a Tamotsu Nakajima

Dopo gli approfondimenti e le riflessioni su quanto scrive Ikeda nel Mondo del Gosho, e dopo successivi confronti in redazione, è scaturita l'esigenza di precisare il significato di alcuni principi buddisti, di cui si parlava molto in passato, che ci sembrava suggerissero l'idea di una eliminazione del karma piuttosto che di una sua trasformazione. Per chiarirci le idee abbiamo posto alcune domande a Tamotsu Nakajima. Ecco un breve resoconto del nostro incontro.

Nel Mondo del Gosho il presidente Ikeda parla di trasformare il karma piuttosto che di estinguerlo, eliminarlo. Ci sono però due principi che tornano alla mente e sembrano indicare un'altra possibilità. Il primo è il concetto di sange, o pentimento, nel brano che dice: «Se desideri esprimere il tuo pentimento [fare sange] siedi eretto e medita sulla vera entità della vita. Allora tutte le tue colpe svaniranno come rugiada o brina alla luce del sole della saggezza eterna».
In questo caso sembra che il karma non si trasformi ma scompaia.


Questa è una frase della Raccolta degli insegnamenti orali che dice esattamente: «Punto quarto, sul brano: "L'intero mare degli impedimenti karmici / nasce dai pensieri illusori. / Se vuoi pentirti, / siedi eretto e medita sul vero aspetto. / Allora tutte le colpe, come brina o rugiada, / possono essere dissolte dal sole della saggezza". La raccolta degli insegnamenti orali dice: "Tutte le colpe" sono gli impedimenti karmici che derivano dai sei organi di senso, e questi [impedimenti] sono come brina o rugiada. Perciò, benché essi esistano, possono essere dissolti dal sole della saggezza. Il sole della saggezza è Nam-myoho-renge-kyo, che Nichiren ha e sta propagando ora nell'Ultimo giorno della Legge. Le parole "sole della saggezza" si riferiscono sia al Budda che alla Legge»1.
La brina quando si scioglie al sole non scompare ma cambia forma. È impossibile che si annulli. Così il nostro karma attuale contiene la totalità di tutte le azioni compiute dall'infinito passato, niente o nessuno può cancellarle. Quello che può cambiare è l'impedimento karmico, cioè l'influenza che il karma esercita sulla nostra vita.
Il significato di questa frase della Raccolta degli insegnamenti orali è che, grazie alla potenza del sole di Nam-myoho-renge-kyo, gli impedimenti karmici che si posano come brina sulla vita si dissolvono.
Quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo cercando di avere lo stesso cuore di Nichiren questa pratica diventa talmente potente che riusciamo a realizzare pienamente la nostra vita.

Dunque tutto dipende dalla nostra intenzione?

Sì. Io penso che la Legge sia talmente grande che noi non riusciamo a concepirla all'interno della nostra idea del tempo e dello spazio. Normalmente noi ragioniamo così: in quanto tempo abbiamo creato il karma che abbiamo adesso? Un tempo infinito, perché nel nostro karma attuale sono contenute tutte le azioni passate. Quanto ci vorrà per cambiarlo? Un tempo equivalente. In questo modo però stiamo dando alla Legge lo stesso valore del karma che abbiamo creato.
Invece il valore della Legge è infinito. La Legge è compassione, armonia, contiene tutto il valore e il potere che ha ogni singola persona, da quando è nata la Terra. Se una persona in quell'istante nel suo ichinen di fede riesce a mettere tutto il tempo passato, infinito, in quell'ichinen riesce a trasformare tutto il futuro. Come si riesce a valorizzare così l'ichinen? Con il Daimoku e il Gohonzon. E con il desiderio della felicità per tutto ciò che esiste.
C'è un brano della Raccolta degli insegnamenti orali che dice: «Se in un singolo istante di vita esauriamo le sofferenze e gli sforzi di milioni di kalpa, allora istante dopo istante sorgeranno in noi i tre corpi del Budda di cui siamo eternamente dotati».2
Se riusciamo a mettere tutto questo in un istante possiamo trasformare totalmente la nostra vita. Noi dovremmo praticare con questo tipo di ichinen.

Quindi si può far diventare un singolo attimo equivalente a tutto il passato?

Se si considera il tempo dal punto di vista fisico no. Ma mi riferisco alla potenzialità o capacità della Legge stessa.

Anche il concetto di alleggerimento della retribuzione karmica sembra che non riguardi la trasformazione ma piuttosto l'eliminazione di almeno una parte del karma. Tempo fa si faceva l'esempio di un debito di centomila lire con la banca che puoi estinguere con cinquemila lire.

L'esempio non mi sembra tanto corretto, perché quello che ho creato ricevo. Se semino grano raccolgo grano, non riso. Quindi come posso pensare che una cosa che ho creato diventi più leggera di per sé?
La questione è un'altra. Per me che sono piccolo un peso di cinquanta chili è pesante. Per una persona forte non è pesante. In ogni momento sono messe a confronto la situazione che vivo e la forza vitale che ho. Mi sembra pesante o non mi sembra pesante, il karma? A seconda della mia forza vitale, della mia convinzione, quel karma può anche diventare la mia missione. La medesima cosa se la vedo dal mondo di Animalità mi dispero, se la vedo dal mondo di Bodhisattva gioisco. La cosa è la stessa, ma a seconda di come sto la vivo diversamente.
Mi spiego meglio. Consideriamo una tendenza karmica: mi innamoro, mi lascia. Rimango male. La prima volta sto malissimo, la seconda un po' meno, la terza o la quarta volta viene fuori che anzi sto meglio adesso. Praticando cambia il mio stato vitale, cambia la mia tendenza. Sono io che sto cambiando, il karma è quello che è, può tornare, ma io, cambiando il mio punto di vista, affronto il problema in un altro modo.

Vuol dire che si soffre di meno?

Trasformare il karma non significa passare dalla sofferenza all'assenza di sofferenza, ma essere capaci di gioire anche nella sofferenza.
Quindi il problema non è la quantità di sofferenza, né capire da dove deriva quello che ci accade. O valutare se è pesante o meno. Bisogna fare come dice il Gosho. Ho un problema: il Gosho dice che se credo risolvo. Se non credo non funziona. Il Buddismo è assoluto, le altre valutazioni sono relative. Non c'è una bilancia per pesare il karma, dipende da come ciascuno lo affronta.

Nel Gosho si parla proprio di alleggerimento.

Nel Sutra del Nirvana si parla della teoria dell'alleggerimento del karma. "Alleggerimento della retribuzione karmica" è la traduzione di ten ju kyo ju: se una cosa pesante rotola (ten significa rotolare), si riceve leggera. Immaginiamo una cosa pesante. Se rotola come una bicicletta sembra più leggera.
Cosa significa questo? Dedicandoci alla Legge mistica, cioè abbracciando la pratica per sé e per gli altri insegnata da Nichiren Daishonin, diventiamo più forti e riusciamo a vivere la nostra esistenza quotidiana nei nove mondi in maniera dinamica, come se fosse più leggera.
In origine i bodhisattva erano Budda, poi hanno costruito un karma per vivere e dimostrare il funzionamento della Legge di Nam-myoho-renge-kyo. Se facciamo nostra la missione dei Bodhisattva della Terra e riusciamo a pensare così del nostro karma allora questo non è più un peso; siamo noi che lo stiamo alleggerendo, trasformandolo da impedimento in occasione.

Si potrebbe allora affermare che non c'è una vera differenza tra karma positivo e karma negativo? Nel senso che dal momento in cui si comincia a praticare non ha importanza saperlo, qualsiasi cosa serve per fare la rivoluzione umana. Ad esempio la morte di una persona cara può essere occasione di crescita mentre una promozione nel lavoro può essere motivo di arroganza e quindi causa di sofferenza.

Il karma è karma, sia buono che cattivo. Per esempio, ricevere un'eredità di miliardi normalmente sembra un evento positivo, però spesso diventa negativo perché può causare litigi tra i familiari.
Per il Buddismo qualsiasi occasione serve per far emergere la Buddità. Non c'è un karma di per sé negativo, è sempre un'occasione: se è brutto, fallo tu diventare bello.

Nichiren dice che nessuna preghiera rimarrà senza risposta.3

La traduzione giapponese letterale è: «Per il praticante del Sutra del Loto non esiste preghiera che non si realizzi». Il punto è essere praticanti del Sutra del Loto.

Quindi tutto dipende dal momento presente?

Sul passato non possiamo intervenire, ma di fronte alla situazione presente, qualsiasi essa sia, siamo noi che possiamo affrontarla in modo positivo o negativo. A partire da quell'occasione cosa facciamo, quale causa mettiamo? Il passato non cambia, è impossibile cambiare il passato, ma il futuro dipende da quello che facciamo ora.

Note

1) The Record of the Orally Transmetted Teachings (Ongi Kuden), Soka Gakkai 2004, p. 205 (di prossima pubblicazione in italiano su Buddismo e società)
2) Ibidem, p. 214
3) Sulle preghiere, cfr. WND, 345, SND, 9, 183.

 

Modi di dire

Per svelare trabocchetti di interpretazione

di Anna Cepollaro

Nella vita quotidiana spesso adoperiamo modi di dire per sintetizzare interi concetti, sicuri di essere compresi perché quei concetti sono già profondamente acquisiti dalla comunità cui apparteniamo. Succede anche nella pratica buddista. Senza essere necessariamente false o sbagliate, alcune di queste affermazioni possono, però, nascondere dei trabocchetti d'interpretazione. Talvolta è semplicemente l'into­nazione della voce o l'opportunità del momento a dare un senso erroneo a quello che viene detto. Prendiamo, per esempio, un dialogo tra due persone di cui una dice: «Sono malato...» e l'altra risponde: «Eh, chissà che causa hai messo!». A parte la mancanza di tatto, in linea di principio la risposta non è sbagliata: ciò che ci succede oggi è l'effetto di cause messe in precedenza, con pensieri, parole e azioni. Purtroppo la conseguenza immediata di questo uso, per così dire, superficiale della terminologia buddista è che non stiamo dando quel sostegno che evidentemente l'altra persona ci chiede. Inoltre, pur con tutte le buone intenzioni del mondo, la nostra frase può facilmente essere intesa come se stessimo guardando alla legge di causa ed effetto (riferita alle cause accumulate nel karma) come a una serie di "punizioni" meritate, cui tocca rassegnarsi. Inutile ricordare che concetti quali sacrificio, rassegnazione ed espiazione fanno parte del nostro retroterra culturale di matrice occidentale e sono, per questo, difficilmente riconoscibili. Ma è invece utile raccogliere l'invito di Nichiren Daishonin a pregare con voce sonora e con profonda fede nel Gohonzon, per vincere sulla funzione demoniaca della malattia. «Credi profondamente in questo mandala. Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (SND, 4, 149). Altro che rassegnarsi: recitare Daimoku risveglia la Buddità in noi stessi e nell'intero universo, richiamando la protezione degli shoten zenjin.
Un'altra frase che si dice molto frequentemente, sospirando, è: «Purtroppo questo è il tuo/mio karma». Come se il karma fosse una spada di Damocle che ci pende sulla testa, un destino ineluttabile, sempre in agguato, che condiziona ogni aspetto della vita, cancellando il nostro libero arbitrio e lasciandoci in balia di una storia già scritta. Ma, durante la Cerimonia nell'aria, noi Bodhisattva della Terra abbiamo assunto volontariamente il nostro karma e abbiamo promesso di propagare la Legge, grazie proprio alla vittoria sulle sofferenze. «Abili nel rispondere a difficili domande, le loro menti non conoscono la paura. Hanno coltivato con assiduità la perseveranza, sono fieri di dignità e virtù» (SDL, 292). È la paura a farci preferire un destino inamovibile, ma noi possiamo trasformare il veleno in medicina. L'unica spada è quella che brandiamo noi, quando cogliamo l'oppor­tu­nità di dimostrare il potere della nostra vita in modo da compiere la missione di aiutare gli altri a essere felici. E a vincere sulla paura.

 

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