BS 220 / MAGGIO 2022

Fermiamo la guerra con mezzi pacifici

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Fermiamo la guerra con mezzi pacifici

«La superficie della storia è costellata di molti eventi fuorvianti, ma non dovremmo farci incantare da questi fenomeni passeggeri. Osserviamo invece attentamente la forte e profonda corrente che determina realmente la storia umana. Questa corrente non è nient’altro che la volontà della gente, e la gente del mondo non vede l’ora di arrivare a un mondo senza guerre, un mondo di pace» (Daisaku Ikeda, Proposta di pace 1988).
Quanta energia di speranza emerge sempre dalle parole del nostro maestro. Quanta inossidabile fiducia nelle possibilità di noi persone normali di cambiare gli eventi della storia, anche i più crudeli, dissennati e pericolosi. In questi 40 anni le sue Proposte di pace sono state per noi una stella polare per orientarci nel mare scuro della realtà, e per il mondo un luminoso e puntuale monito presentato ogni anno dal 1983 alle Nazioni Unite.
Nelle prossime pagine ne proponiamo alcuni estratti, ripresi dall’intero arco temporale, sul tema della pace. Seguono un’intervista a Enza Pellecchia, giurista e cultrice di studi per la pace, e un contributo del Comitato Senzatomica.

Nei numeri successivi riprenderemo l’analisi delle Proposte di pace focalizzandoci su altre tematiche ivi trattate dal presidente Ikeda, come il dramma dei profughi e degli sfollati, la crisi ambientale, la centralità dell’educazione, l’economia come strumento di potere.

 

Sono centinaia i conflitti armati, più o meno dimenticati, esplosi nel mondo dal dopoguerra, e si calcola che abbiano causato un numero di vittime superiore a quello della seconda guerra mondiale. Oggi, l’eco di una guerra più vicina ha invaso la nostra quotidianità con la sua spietatezza, gli orrori, i drammi umanitari e perfino la minaccia nucleare, e ci lascia attoniti e spaventati. Di fronte a uno scenario così apocalittico, le Proposte di pace rappresentano un materiale raro e prezioso. È un “no” alla guerra senza se e senza ma, quello di Daisaku Ikeda, che ha dedicato la vita ad affermare il potere del dialogo, della compassione e la priorità assoluta del rispetto e della sacralità della vita.

La fonte di tutti i mali


No alla guerra, no alle armi

«A molti posso sembrare angustiato dal problema della guerra. Alcuni si chiedono perché mai io ritorni su questo argomento ogni anno, perché pronunci uno dopo l’altro appelli per la pace, per quale ragione abbia continuato a richiedere alle nazioni l’abolizione dei loro ministeri della guerra, della marina e della difesa chiedendo di sostituirli con ministeri per la pace. [...]
La risposta a tali questioni è che la guerra, nel corso della storia, ha stretto l’umanità nella sua morsa: la guerra, dunque, è la fonte di tutti i mali. La guerra eleva a norma la follia, quel genere di follia che non esita a distruggere gli esseri umani come fossero insetti, riducendo a brandelli tutto ciò che è umano, producendo un flusso inarrestabile di profughi e degradando l’ambiente naturale» (D. Ikeda, Proposta di pace 1995).

Quarant'anni di conflitti in tutto il mondo

Parole puntuali e precise e tanto più nette proprio in quanto scritte mentre era in corso la sanguinosa guerra nell’area della poi dissolta Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Una brutta guerra intrisa di nazionalismi, motivazioni economiche, contrapposizioni culturali e religiose oltre che influenzata da palesi e occulti interessi esterni, iniziata nel 1991 con il conflitto per l’indipendenza slovena e conclusasi, con enormi spargimenti di sangue e di vittime, in Macedonia nel 2001.
Eppure, per tempo, Ikeda aveva affermato che «se le energie liberate dall’orgoglio etnico e dal desiderio di libertà non trovano canali adeguati, potrebbero derivarne guerre e conflitti. Per di più, l’Unione Sovietica e le nazioni dell’Est europeo lottano contro complessi problemi etnici. Il compito critico che abbiamo ora di fronte è dirottare l’energia della liberazione verso la costruzione» (Proposta di pace 1990).
La tragedia balcanica aveva raccolto il triste testimone della guerra del Golfo (1990/1991), a sua volta successiva a quella avvenuta fra Iran e Iraq (1980/1989) e a quella, breve ma pur sempre tragica, combattutasi tra Argentina e Regno Unito e ricordata come guerra delle Falkland (1982). Non che nel mondo, in quel periodo, non ci fossero altre guerre, ma erano meno seguite dai media, meno viste dai telespettatori ma altrettanto dolorose e disumane. Guerre a cui altre, più tristemente famose, seguiranno.
Assistemmo infatti inebetiti agli attacchi terroristici dell’11 settembre, che «costituiscono un assassinio di massa senza precedenti che ha privato della vita migliaia di persone. È davvero doloroso che il 2001, il primo anno del nuovo secolo, definito dalle Nazioni Unite “Anno del dialogo fra le civiltà”, sia stato segnato da una tragedia così diametralmente opposta allo spirito del dialogo, della tolleranza e della coesistenza» (Proposta di pace 2002). Attacco cui seguirà, poco dopo, il sanguinoso intervento armato occidentale in Afghanistan, giustificato come guerra al terrorismo e terminato con il ritiro delle ultime truppe statunitensi e della coalizione Nato nel maggio del 2021.
Nel mezzo, purtroppo, tanto altro. La oramai annosa crisi israelo-palestinese, il conflitto nello Yemen, quello in Siria, la questione del Kurdistan, la guerra in Etiopia. A trovarsi dichiaratamente in guerra, nel dicembre del 2021, sono Algeria, Ciad, Costa d'Avorio, Liberia, Libia, Mali, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sahara Occidentale, Somalia, Sudan e Sud Sudan. In crisi anche Burkina Faso, Etiopia, Guinea Bissau e Uganda. E ora, nel 2022, mentre scriviamo è in corso la sanguinosa invasione dell'Ucraina da parte della Federazione russa.
E allora «è essenziale mettersi al posto di chi è stato brutalmente sradicato dal conflitto e giorno dopo giorno si trova a dover affrontare scelte impossibili. Sotto la minaccia costante degli attacchi aerei, voi scegliereste di rimanere nel luogo dove vivete oppure fuggireste dal pericolo per portare la vostra famiglia molto lontano in cerca di un rifugio? Consapevoli dei pericoli potenzialmente letali di una traversata via mare, vi attacchereste anche alla remotissima possibilità di una vita migliore e andreste in cerca di una barca, o rimarreste dove siete? Se i vostri figli si ammalassero durante la fuga, usereste i pochi soldi che avete per le medicine o per il cibo per l’intera famiglia?» (Proposta di pace 2017).

Le armi nucleari

Se è assolutamente contrario a qualsiasi guerra, Ikeda lo è ancor di più nei confronti delle armi nucleari. Tant’è che all’indomani della sospensione dei negoziati Inf (Intermediate-Range Nuclear Force Treaty) e Start (Strategic Arms Reductions Treaty), siamo nel 1984, dà l’evidenza del rischio di una guerra atomica richiamando l’immagine delle lancette «dell’orologio del giorno del giudizio» il cui intervallo, nel 1983, è stato tragicamente di soli «tre minuti alla mezzanotte»; e ricordando, se non bastasse, le scene apocalittiche del film The day after. Nel richiamare, sulla base dei risultati parziali di una ricerca sovietica, i terribili esiti in termini di vite umane che rimarrebbero uccise o comunque pesantemente coinvolte all’indomani di una guerra atomica, non manca di criticare aspramente i sostenitori della teoria della deterrenza delle armi nucleari, ammonendo che «il male non sta solo nel loro schiacciante potere di distruzione e di morte ma anche nella profonda sfiducia che deriva dal loro possesso. […] La fiducia nelle armi nucleari è la negazione della fiducia nell’umanità. Più le persone si affidano alle armi, meno si fidano l’una dell’altra» (Proposta di pace 1984).
E se nelle 40 proposte sin qui presentate Ikeda cita a più riprese il suo maestro Josei Toda, che nel 1957 condannò tali armi come un “male assoluto” per la loro intrinseca minaccia contro il diritto di esistere dell’umanità, centrale diventa allora il «compito di combattere il male fondamentale che si nasconde nella profondità degli esseri umani, operando una trasformazione dell’impulso distruttivo presente in ognuno» (Proposta di pace 2003).

Un sogno realizzato

A questo proposito, Ikeda ha sempre concentrato la sua attenzione e caldeggiato i vertici sul disarmo, avanzando proposte che agli occhi di alcuni sarebbero potute apparire eccessivamente ottimistiche ma che, forti della speranza e della fiducia nell’umanità e della convergenza dei movimenti e delle Ong in tal senso, si sono col tempo dimostrate non solo praticabili ma anche realizzabili e realizzate.
Una per tutte quando scrive: «È necessario stabilire norme internazionali che proibiscano a tutti gli Stati di dotarsi di armi nucleari. […] Questi ordigni sono incompatibili con la sicurezza di tutta l’umanità, una sicurezza che si esprime attraverso la ricerca della pace e della dignità di tutti gli abitanti della terra. Questa convinzione deve costituire il fondamento di una Convenzione sulle armi nucleari. […] Lavorando a stretto contatto con altre organizzazioni non governative, come il Gruppo internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare (Ippnw) che ha lanciato la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican, alla quale la Sgi ha aderito sin dalla sua fondazione), siamo determinati a stimolare l’impegno dell’opinione pubblica mondiale per l’adozione di una Convenzione sulle armi nucleari» (Proposta di pace 2009).
L’idea lanciata allora si concretizza, poi, sotto forma di un trattato: «Il 2017 ha rappresentato un punto di svolta per la pace e il disarmo. Dopo una serie di negoziati alle Nazioni Unite, finalmente in luglio si è giunti all’adozione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw) […] una vera svolta in un campo che ha visto molte battute d’arresto e ostacoli apparentemente insormontabili» (Proposta di pace 2018). Non solo la proposta si realizza, ma ad Ican viene assegnato il Nobel per la pace 2017.

La parole della pace da costruire nel cuore

Della guerra – quella fatta con le armi, quella nel corso della quale si ammazza e si muore – tanti e tante di noi hanno solo sentito parlare, ne hanno visto le immagini alla televisione o nei film, l'hanno studiata.
Al pari dei più anziani e dei profughi che ce ne danno testimonianza diretta, Ikeda la guerra l’ha vissuta in prima persona. È per questo che afferma: «Come buddista credo profondamente che nessun individuo possa sperimentare una vera felicità o serenità fino a quando non sarà allontanato dall’umanità lo spettro della guerra. […] Ogni persona ha dentro di sé le cause che possono contribuire all’eliminazione dello squallore e della brutalità della guerra. Quando riflettiamo su tali fattori intrinseci alla nostra vita dovremmo ricordare il ben noto pensiero iscritto nel Preambolo della Costituzione dell’Unesco: “Poiché le guerre hanno origine nelle menti degli esseri umani, è nelle menti degli esseri umani che le parole in difesa della pace devono essere costruite”. Da un punto di vista buddista, il problema di come costruire tali parole in difesa della pace nel cuore di simili individui ha priorità su qualsiasi fattore sistematico esterno alla vita dell’essere umano, e rappresenta sia la sorgente sia il nucleo di ogni tentativo volto a conseguire la pace mondiale» (Proposta di pace 1995).
La guerra, quindi, non è solo quella fatta con le armi, ma anche quella che “agiamo” verso i parenti, i colleghi, i vicini, il diverso da me. È nostra responsabilità, per risolvere sia le “nostre” sia tutte le guerre, comprendere che non basta «ripetere i princìpi universali. Le nostre parole devono essere basate sullo spirito di autocontrollo, sulla volontà di imparare dall’esempio altrui e regolare di conseguenza il nostro comportamento. Esse devono incarnare quel potere morbido che può persuadere» (Proposta di pace 2004).

La diplomazia umana


Il ruolo dell'Onu e della società civile

«Un brillante raggio di speranza non paragonabile ad alcun evento visto prima»: così Daisaku Ikeda definisce l’apertura del dialogo tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, sancita nel 1987 a Washington dal trattato Inf per l’abolizione delle forze nucleari intermedie. Esattamente 30 anni prima il suo maestro Josei Toda aveva fatto la sua Dichiarazione contro gli ordigni nucleari, «e io stesso, per più di un decennio, ho rimarcato la necessità di un incontro al vertice tra americani e sovietici al fine di liberare il mondo dalla minaccia nucleare» (Proposta di pace 1988).
L’importanza della diplomazia politica viene ribadita più volte nelle Proposte di pace. Ma per arrivare a un mondo senza guerre «è necessario che i cittadini dell’intero pianeta si uniscano», afferma nel 1983 il presidente della Sgi. È nella «diplomazia della gente comune» che egli ripone la sua fiducia illimitata per cambiare il destino del mondo.
«Ogni essere umano ha il diritto di vivere umanamente. Questa convinzione ha scatenato il potere della gente, creando una marea inarrestabile», dichiara Ikeda dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, che apre la strada alla dissoluzione dell’Unione Sovietica: «Il potere della gente e la diffusione della democrazia hanno il potenziale per diventare, prima o poi, la corrente dominante della storia. […] 28 anni dopo (la mia visita a Berlino, n.d.r.), la forza tellurica della gente ha abbattuto quel tragico muro, simbolo della guerra fredda tra Est e Ovest. […] L’onda che sta sommergendo l’Europa Orientale è la tremenda energia della liberazione. Il messaggio è chiaro: nessuna autorità, per quanto potente essa sia, può andare contro il volere della gente molto a lungo» (Proposta di pace 1990).
Ikeda insomma non ha dubbi: «Se vogliamo che il movimento per un mondo libero dalla guerra diventi una marea che sommerga l’intero pianeta, esso deve avere il sostegno dell’opinione pubblica internazionale» afferma sempre nella Proposta di pace 1990. A questo proposito è di fondamentale importanza l’impegno delle organizzazioni non governative che collaborano con l’Onu: «Credo che la campagna per un mondo senza conflitti armati debba essere promossa dalle Ong registrate alle Nazioni Unite» (Ibidem).

Per una riforma delle Nazioni Unite

Dell’Onu, l’organismo mondiale che dal dopoguerra ha il compito di garantire la sicurezza internazionale, Ikeda rileva tuttavia i gravi limiti strutturali che ne ostacolano la capacità di intervento nella risoluzione dei conflitti. È sotto gli occhi di tutti, purtroppo, l’impasse del Consiglio di sicurezza nei confronti della guerra in Ucraina. «Dobbiamo prendere atto realisticamente del fatto che le Nazioni Unite, per come sono oggi, non hanno potere sufficiente a mantenere la pace mondiale. […] Prima di poter costruire un nuovo ordine internazionale, l’Onu deve essere riorganizzato e rafforzato» (Proposta di pace 1991).
Al fine di potenziare la partecipazione della società civile, Ikeda chiede innanzitutto che le organizzazioni non governative in seno alle Nazioni Unite «non abbiano semplicemente un ruolo di osservatrici, ma siano riconosciute come partner indispensabili» (Proposta di pace 2009).
È la stessa struttura dell’Onu a non rispondere più alle esigenze della società globale: «L’era dell’egemonia, del controllo del mondo da parte di un ristrettissimo numero di potenti nazioni, è superata. Tuttavia il retaggio di quell’era permane nel Consiglio di sicurezza, all’interno del quale solo i membri permanenti – le cinque principali nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale: Cina, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti – hanno potere di veto. Non è tempo di rivedere questo meccanismo?» (Proposta di pace 1991).
«Se vogliamo intensificare le funzioni di quello che dovrebbe essere un Parlamento dell’umanità, dovremmo invece consolidare e conferire pieni poteri all’Assemblea generale» (Proposta di pace 1995).
E soprattutto, ricordando il politologo statunitense Joseph Nye, che definì “potere morbido” il potere non competitivo ma cooperativo, Ikeda lancia un monito: «Non dobbiamo mai permettere a noi stessi di dimenticare che il principio fondante delle Nazioni Unite è il “potere morbido” inteso a promuovere la cooperazione e l’unione» (Ibidem).
Oggi, di fronte alla guerra in Ucraina e alla minaccia nucleare che incombe sui cittadini del mondo, il potere morbido della gente è più che mai determinante per sostenere il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw), che ha segnato una svolta storica. Saranno soprattutto «le voci unite della società civile la principale forza motrice per incrementare il supporto globale al Tpnw – afferma Ikeda nel 2021 – chiedendo alle Nazioni Unite di amplificare la voce della gente comune per far sì che il Trattato diventi un pilastro per il disarmo».

Le vie per un'educazione al dialogo


Una prassi di nonviolenza attiva

All’origine di una cultura di pace vi è un pilastro: la nonviolenza. Daisaku Ikeda, nella Proposta di pace 2001, riporta le parole del Mahatma Gandhi: «Nella nonviolenza non esiste sconfitta, mentre il risultato finale della violenza è la sconfitta certa». La pace, quindi, non è «un interludio fra due guerre, ma richiede una profonda decisione interiore da parte di ognuno, una vera e propria determinazione esistenziale a ricercare la propria intrinseca e fondamentale umanità  a trasformare tutto il proprio essere. [...] Lo sforzo risoluto di costruire "baluardi di pace" nei nostri cuori e nelle nostre menti, come si dichiara nella Costituzione dell'Unesco» (Ibidem).
Lo scopo di questo impegno è comprendere che la pace è la possibilità «per ogni persona di costruire una vita felice, dove ogni essere umano possa manifestare appieno le proprie potenzialità senza rischiare di subire minacce alla propria dignità». Senza una trasformazione profonda del cuore del singolo, capace di estendersi come un’ondata alle persone vicine e lontane, non vi è pace (Proposta di pace 2006).
Principale strumento della prassi della nonviolenza è il dialogo. In ogni Proposta di pace, dal 1983 a oggi, la sua centralità viene ribadita in tutte le sue possibili manifestazioni: potremmo dire che il dialogo "agisce" la pace. Ecco perché l’appello all’educazione ai diritti umani è sempre presente: è dall’educazione che nasce l’abitudine al dialogo, al rispetto. La tragedia delle “guerre per la pace”, come quella in Iraq (leggiamo nella Proposta del 2007), dimostrano l’urgenza di un sistema educativo che curi il formarsi, secondo le parole di Norman Cousins, di una «coscienza della specie», invece della «coscienza della tribù».
Ikeda evidenzia costantemente come la Sgi, con le sue mostre tematiche, metta a disposizione delle persone uno strumento educativo per prendere consapevolezza della portata della minaccia della guerra e della necessità di una nuova prospettiva interiore.
Le mostre (a cominciare da “Armi nucleari: minaccia al nostro mondo”, presentata dal Gruppo giovani della Soka Gakkai nel giugno del 1982 nella sede delle Nazioni Unite a New York), hanno lo scopo di stimolare l’opinione pubblica mondiale e di indicare l’importanza dei gruppi privati e delle organizzazioni non governative (Ong) nel lavoro per la pace, e della sinergia tra questi e l'Onu, a sottolineare la volontà di pace condivisa dai cittadini di tutto il pianeta.
«Spero che, come Ong facente capo alle Nazioni Unite, la Sgi in futuro intraprenda non solo l’allestimento di mostre di questo genere ma anche molte attività relative alle questioni globali» (Proposta di pace 1985).
E infatti nel tempo la Sgi ha promosso seminari, raccolte di firme sul disarmo, prestato assistenza ai rifugiati anche attraverso la raccolta di fondi, realizzato festival culturali dei giovani per la pace, conferenze internazionali degli educatori, istituito Centri per una cultura di pace nelle capitali mondiali. Alimentando così l’energia di tutte le persone che desiderano ardentemente la pace e portando l’educazione al disarmo al livello della gente comune, per trasformare la “cultura della guerra” in una “cultura della pace”.
Gli stessi membri della Sgi sono chiamati, a più riprese nelle diverse Proposte di pace, a essere buoni cittadini e cittadine che contribuiscono alla costruzione della pace nelle rispettive società, rifiutando con forza la guerra e la violenza di qualunque genere.

La forza e la bellezza di preparare la pace

Giurista, docente universitaria, coordinatrice della Rete delle università italiane per la pace e direttrice del Centro interdisciplinare scienze per la pace, Enza Pellecchia è da tempo impegnata a costruire la pace con mezzi pacifici. La incontriamo in un momento in cui sembra che quanto elaborato finora dai Peace Studies sia stato quasi del tutto dimenticato, per capire insieme cosa sta succedendo e cosa possiamo fare per rimanere saldi e salde nelle nostre convinzioni.

Come pensi che le istituzioni accademiche e gli studenti possano agire per favorire una soluzione rapida e pacifica del conflitto?

In uno scenario in cui sono in gioco questioni così complesse, non saprei dire come agire per una soluzione rapida del conflitto. Posso però dire che la reazione delle università è stata incredibile, al di là di ogni aspettativa.
La presenza delle Rete delle università italiane per la pace, a cui aderiscono 60 atenei, ha funzionato da moltiplicatore e acceleratore delle iniziative. Nel sito www.runipace.org abbiamo creato una pagina che riporta l’impegno di ogni ateneo, con un costante aggiornamento delle iniziative di ogni università, a partire dall'organizzazione di incontri di approfondimento e seminari. C’è un grande desiderio di ricevere informazioni al di fuori dei media e dei social. Non ci sono risposte facili, tantomeno in un conflitto che degenera in una guerra; dobbiamo sottrarci alla semplificazione della logica binaria, agli schieramenti, piuttosto abbiamo bisogno di allargare lo sguardo, analizzare, approfondire. Questo è compito delle università.
Nelle università, gli studenti e le studentesse stanno inoltre accogliendo i loro coetanei che arrivano dai luoghi del conflitto, e la stessa cosa stanno facendo i docenti. Al tempo stesso c'è una grande attenzione verso studenti universitari ucraini e russi che già si trovavano in Italia. È un’azione importante perché sono giovani in enormi difficoltà personali e piscologiche. Non dobbiamo confondere la leadership di uno Stato con gli orientamenti, i sentimenti, le opinioni delle persone.

Il desiderio delle persone, in generale, è una soluzione diplomatica del conflitto. Perché è così difficile individuare una strada che porti in questa direzione? Perché quasi tutte le forze politiche e tanti opinionisti non riescono a esprimere una posizione forte e ragionata in questo senso?

È una bellissima domanda. Ritengo che questa incapacità sia dovuta al fatto che nelle persone è radicata la convinzione che “se vuoi la pace, prepara la guerra”, il pensiero che è così che funziona il mondo. Le politiche del riarmo e della deterrenza sono fondate su questa convinzione. Poi arriva la guerra, che dimostra quanto questo presupposto sia sbagliato. Ma invece di riflettere sul fallimento di questo approccio, si dice: «Vedete che il dialogo è inutile? E che la pace è un'utopia?».
Al contrario, i Peace Studies insegnano che la soluzione pacifica non è soltanto etica, è soprattutto razionale. Questo è provato dall’inconcludenza dell’escalation militare che non sta portando ad alcuna soluzione. Denunciare l’irrazionalità e l’improduttività dell’approccio violento è la migliore risposta a chi chiede ragione ai pacifisti e ai nonviolenti dell’inefficacia dell’approccio pacifico. Fatecelo provare! Ma non dovete chiederci di metterlo alla prova solamente quando siamo già nella catastrofe. Dobbiamo dimostrare che l’approccio pacifista è l’unico efficace: "Se vuoi la pace, prepara la pace!". E ci vuole tempo.

A livello mondiale il disarmo non è in agenda. Anche l’Europa sta aumentando le spese militari, compattandosi sulle politiche di difesa. Come possiamo invertire la rotta?

La corsa al riarmo è già partita, basta guardare le quotazioni in borsa di aziende belliche americane, italiane e non solo, ma anche le scelte di paesi come Germania e Svizzera che avevano escluso l’opzione militare. Questo significa che nei bilanci degli Stati saranno sottratte risorse da altri settori come sanità, istruzione, assistenza sociale...
Le persone devono prendere consapevolezza e rivendicare un ruolo nelle scelte di politica di bilancio.Manifestare il dissenso e ideare campagne creative. Dobbiamo mandare segnali chiari ai palazzi della politica. Se si dà priorità all’acquisto di più droni, aerei, munizioni, si sta peggiorando il futuro delle persone, dei giovani. È assurdo, perché non saranno queste le cose che miglioreranno la nostra vita quotidiana. Le persone devono essere informate: ogni aereo militare in più equivale a decine di asili, scuole, ospedali in meno. Bisogna chiedere trasparenza ai partiti politici sulle loro posizioni rispetto alle spese militari. Ma innanzitutto dobbiamo smantellare la retorica guerresca eroica, diffusa e dannosa, che toglie lucidità, al punto che si parla di “guerra umanitaria” anche in alcune frange dei movimenti pacifisti.

Non pensi che questa forte preoccupazione per una guerra vicina dovrebbe farci ricordare tutti i conflitti che ci sono nel mondo e tutte le persone coinvolte, e sollecitare una maggiore consapevolezza?

Certamente. Questa guerra sta facendo vedere tante cose, per esempio anche che i profughi non sono tutti uguali; nello stesso atteggiamento dei paesi che accolgono, di fatto ci sono persone di “serie a” e di “serie b”: sono migliaia i profughi siriani, afghani, asiatici o neri che sono stati respinti con violenza.
C’è una ragione per cui sentiamo questa guerra particolarmente pericolosa: è vicina geograficamente e avvertiamo la paura. Possiamo aver provato commozione per la Siria o l’Afghanistan vedendo le immagini di distruzione o di morte, ma mai un sentimento di paura. Oggi, di fronte alle stesse scene che sono vicine, proviamo paura per noi stessi. Anche perché in Afghanistan e in Siria non era neppure ipotizzabile che potesse essere usata l’arma nucleare. Oggi l’indicibile è stato detto, e ripetutamente minacciato. E questo rende tutto molto diverso.
Abbiamo paura, ma questa paura può essere anche una grande alleata. Può indurre finalmente ad aprire gli occhi rispetto a un pericolo, quello delle armi nucleari, che di fatto non ci ha mai abbandonato. Oggi ci rendiamo conto che le armi nucleari vengono usate anche quando non vengono fatte esplodere. Perciò è così importante che, nel Trattato per la proibizione delle armi nucleari del 2017, tra i divieti vengano enunciati non solo la costruzione e l’uso, ma anche la minaccia d’uso. Nelle Proposte di pace il presidente Ikeda ricorda sempre che le armi nucleari vengono utilizzate continuamente anche attraverso la loro minaccia. Ad esempio in quella del 2003 cita il filosofo Paul Virilio: «Il pericolo del sistema degli armamenti nucleari non è solo il fatto che possano esplodere, ma che esistono e stanno implodendo nelle nostre menti». Questo perché condizionano il nostro modo di pensare e di ragionare.

Come donna e come buddista, cosa pensi di un mondo preso in ostaggio da uomini che vogliono fare la guerra a tutti i costi? Cosa suggerisci di fare?

La mia reazione iniziale è stata di sgomento, disorientamento e forte senso di impotenza. Ma come buddista so che se non c’è speranza la dobbiamo creare, e che là dove sono posso agire. Anche se la mia azione sembra molto lontana rispetto alla possibilità di fermare una guerra come quella in atto, come buddista so che non è vero: la mia azione, per quanto piccola, può innescare un insieme di reazioni che tutte insieme creano il cambiamento.
Personalmente mi sto concentrando soprattutto sul “disarmo interiore”, una pratica di cui mi occupo da tanto tempo, di cui ho parlato e che pensavo di vivere, ma mai come in questo momento mi è chiara la sua importanza: riguarda l’eliminazione di pensieri tossici, di parole tossiche che portano a non avere speranza e tendono a deresponsabilizzarci.
Ad esempio, quando si parla della guerra, usare l’espressione «siamo a un punto di non ritorno» è terribile: se da una parte sottolinea la gravità della situazione, dall’altra è come dire che non si può fare più niente, tanto vale rassegnarsi. Invece no. Una persona nonviolenta, pacifista, buddista, sa bene che fino all’ultimo istante bisogna comunque con determinazione e tenacia cercare di praticare la via della costruzione della pace con mezzi pacifici. Dobbiamo proteggerci noi da questa tossicità e al tempo stesso contribuire a ridurne il livello nel nostro ambiente.
Come donne, il fatto di essere storicamente ai margini di queste decisioni belligeranti, che sono sempre state prese dagli uomini, ci mette in una posizione in un certo senso privilegiata: a noi non scattano in automatico i meccanismi tipici della logica guerresca. Abbiamo un patrimonio intatto di creatività, cura e protezione della vita, anche attraverso piccoli gesti. La cura dei luoghi, mantenere parole di speranza, coltivare le arti, coltivare la bellezza in contrapposizione all’oscurità della guerra sono azioni molto potenti. Quando dico questo attingo a Virginia Woolf e a Le tre ghinee, un testo meraviglioso sul contributo che le donne possono dare alla costruzione della pace.
Come donna buddista, quando ho partecipato alla riunione nazionale del Gruppo donne ho pensato che non potesse esserci un momento migliore alla luce dei temi: siamo messaggere di pace.

In questo e nei prossimi numeri diamo ampio spazio alle Proposte di pace del presidente Ikeda. Come farle conoscere all’opinione pubblica per renderle strumento di presa di coscienza e di cambiamento?

Penso che le Proposte di pace dovrebbero essere conosciute, apprezzate e studiate in primo luogo da noi buddisti, come strumento di orientamento nella nostra vita quotidiana di cittadini e cittadine. Il modo migliore per farle conoscere è innanzitutto esserne orgogliosi, capirne il senso, apprezzarne la qualità altissima dal punto di vista dell’elaborazione di pensiero, dei riferimenti a testi non solo buddisti ma economici, giuridici, sociologici, filosofici, di autori noti e meno noti. Sicuramente possono essere organizzati eventi, incontri, occasioni di approfondimento.
Nelle Proposte di pace non ci sono solo ricostruzioni di quello che sta accadendo, ma ci sono intuizioni la cui lungimiranza abbiamo spesso visto concretizzarsi negli anni successivi. Un esempio strettamente personale: nella Proposta di qualche anno fa (2019) si faceva riferimento a un’iniziativa che riguardava università che funzionavano come una sorta di "centri nevralgici" per la pace. Ho pensato: che bella questa cosa... l’ho davvero molto desiderata. Poi, senza averlo programmato, mi sono trovata dentro il mio desiderio. Le azioni che hanno portato a realizzarlo non sono partite da me ma dal rettore della mia università (Pisa) e dell'Università di Brescia, che proprio nel 2019 si sono incontrati per pensare un network delle università italiane. Da lì è nato tutto, io sono diventata uno snodo e oggi sono la coordinatrice della Rete delle università italiane per la pace. È un’esperienza che mi riempie di gioia e gratitudine! E mi fa riflettere sulla forza del desiderio!

 

Enza Pellecchia
si occupa di diritti della persona, di soggetti deboli e di disarmo. È professoressa ordinaria di Diritto privato del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, direttrice del Centro interdisciplinare scienze per la pace (Cisp, www.cisp.unipi.it) dell’Università di Pisa e coordinatrice della Rete delle università italiane per la pace (Runipace, www.runipace.org). Fa parte del comitato scientifico della campagna Senzatomica. Ha scritto, oltre a numerosi saggi e monografie, Per un mondo libero dalle armi nucleari (Pisa University Press, 2017).

Trasformare lo spirito umano per un mondo libero da armi nucleari

Mentre scriviamo stiamo assistendo alle tragiche conseguenze dello scoppio della guerra in Ucraina, che sta colpendo drammaticamente la vita di milioni di persone. Un conflitto che sta sconvolgendo ognuna e ognuno di noi per una violenza a cui non siamo abituati e che vorremmo si fermasse il prima possibile. Una guerra che il presidente della Federazione Russa ha minacciato di far diventare nucleare, tramite le dichiarazioni alla stampa, le esercitazioni dei missili balistici e la messa in stato di massima allerta dell’arsenale nucleare.
Il Comitato Senzatomica ha seguito e condannato queste azioni pericolose sin dall’inizio, attraverso numerosi comunicati stampa, e ribadisce l’urgenza, ora più che mai, di abolire ed eliminare le armi nucleari, e ha sollecitato l’Italia a partecipare come Stato osservatore alla Prima Conferenza degli Stati Parti del Trattato sulla Proibizione delle armi nucleari (Tpnw) che si terrà dal 21 al 23 giugno a Vienna. Ciò rappresenterebbe un primo, significativo passo per aderire a questo importante trattato entrato in vigore il 22 gennaio 2021.
Il Tpnw, come ha spesso scritto Daisaku Ikeda nelle sue Proposte di pace, è un vero punto di svolta nella storia dell’umanità perché rappresenta il primo strumento legale internazionale che mette completamente al bando le armi nucleari, vietandone non solo lo sviluppo e la sperimentazione, ma anche la produzione, lo stoccaggio, l’uso e la minaccia di uso. Esso costituisce l’unico strumento che vincola legalmente i paesi che lo ratificano a un processo di disarmo nucleare graduale e monitorato, che include l’obbligo di garantire assistenza ai sopravvissuti e alle sopravvissute alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki e alle vittime dei numerosi test nucleari, nonché di provvedere al risanamento e alla bonifica ambientale.

La nuova mostra Senzatomica a sostegno del Tpnw

Proprio per sostenere l’importanza di questo storico traguardo, Senzatomica sta progettando una nuova mostra che sarà pronta nel 2023 e sarà l’occasione per sensibilizzare e spronare l’Italia a compiere un passo fondamentale: ratificare il Tpnw.
Scrive Ikeda nella Proposta di pace 2022: «L’impegno della Sgi per l’abolizione delle armi nucleari risale alla dichiarazione pronunciata dal presidente Toda nel 1957. Mentre cresceva la corsa agli armamenti fra gli Stati detentori di armi nucleari, [...] Toda sottolineò che l’impiego di armi nucleari da parte di qualsiasi Stato andava assolutamente condannato, ed espresse apertamente il suo sdegno davanti all’ideologia soggiacente che ne giustifica il possesso: "Voglio esporre e strappare gli artigli che si celano nelle profondità di queste armi". [...] Come suo discepolo determinato a realizzare i suoi ideali, percepii la sua giusta rabbia nelle profondità del mio essere. [...] Vari decenni dopo è entrato in vigore il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, un trattato che riflette lo spirito della dichiarazione di Toda, e adesso sta per svolgersi la prima riunione degli Stati parti» (BS, 220, allegato, 33).
Le parole che il presidente Ikeda ha continuato a dedicare in tutte le Proposte di pace al tema dell’abolizione delle armi nucleari rappresentano il fondamento e le linee guida delle attività della campagna Senzatomica.

La Proposta per il disarmo

In modo particolare, nel 2009 il presidente Ikeda scrisse un’intera proposta sulla sfida della realizzazione del disarmo nucleare. In essa si legge: «È giunto per noi il momento di […] far sgorgare l’infinito potenziale che esiste nel profondo del cuore di ogni persona e liberare il coraggio e l’azione delle persone comuni per creare un’indomabile forza di pace. Questo è l’unico modo per porre fine agli incubi nucleari della nostra epoca. In questa operazione, nessuno ha un ruolo più essenziale dei giovani. Persino l’ideale più brillante non sarà che un sogno se rimane chiuso nel cuore. Per farlo diventare una realtà concreta occorre confrontarsi e trionfare sui sentimenti di impotenza e rassegnazione. Ciò che serve è il coraggio di intraprendere un’azione. È la passione dei giovani che diffonde la fiamma del coraggio nella società. Questo coraggio, trasmesso da una persona all’altra, può sgretolare i muri scoraggianti delle difficoltà e aprire l’orizzonte su una nuova era nella storia umana. Basandomi sull’orgogliosa determinazione di rendere la lotta per l’abolizione delle armi nucleari il fondamento di un mondo senza guerra, e convinto che la partecipazione a questa impresa senza precedenti sia il dono più prezioso che possiamo offrire al futuro, invito tutte le persone di buona volontà a lavorare insieme per la realizzazione di un mondo finalmente libero dalla minaccia nucleare» (BS, 138).
Gli obiettivi principali sono sensibilizzare sempre più persone affinché venga rifiutata la logica della deterrenza nucleare, che condanna l’umanità alla continua minaccia della propria estinzione, e risvegliare ognuno e ognuna alla consapevolezza che «il vero nemico non sono le armi nucleari di per sé, né gli Stati che le detengono, bensì il modo di pensare che ne permette l’esistenza: la prontezza ad annientare gli altri quando vengono percepiti come minaccia o impedimento alla realizzazione dei propri scopi» (Proposta di pace 2019).
In queste parole risiede la peculiarità del messaggio di Senzatomica, che individua il vero male alla radice delle armi nucleari. Proprio adesso il Comitato Senzatomica vuole riaffermare che l’azione più importante e rivoluzionaria da compiere è trasformare questo modo di pensare nella propria vita e nelle proprie circostanze, facendosi promotori e promotrici di dialogo e del valore del rispetto assoluto della vita.

Italia, ripensaci!

Le azioni del Comitato Senzatomica, in questo momento, sono rivolte a diffondere attraverso vari mezzi l’urgenza di eliminare le armi nucleari e riconoscere l’importanza di ratificare il Tpnw, chiedendo che l’Italia sia capofila del disarmo nucleare in Europa. In modo particolare, insieme a Rete Italiana Pace e Disarmo, con cui promuove la mobilitazione “Italia, ripensaci”, Senzatomica sta realizzando e pianificando dialoghi con politici, sindaci ed enti locali allo scopo di avviare una discussione sull’adesione al trattato da parte del governo italiano. In particolare sta promuovendo la sottoscrizione dell’Ican Cities Appeal (Appello delle città lanciato da Ican) da parte dei comuni italiani, allo scopo di creare una rete di cittadinanze che si impegnino a chiedere al governo italiano di ratificare il Tpnw e a diffonderne l'importanza nella popolazione.
Infine, si vuole sottolineare come in questo momento sia prezioso il sostegno da parte di molte persone per diffondere le notizie pubblicate sul sito www.senzatomica.it e sui social network, che permette di raggiungere sempre più cittadini e cittadine. Anche una sola condivisione è significativa e contribuisce alla realizzazione degli obiettivi della campagna.

(a cura del Comitato Senzatomica)

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