Nella speranza di fare cosa gradita ai nostri lettori e alle nostre lettrici, abbiamo riservato ampio spazio a questo estratto, riveduto, delle due lezioni tenute a Milano lo scorso agosto a una vasta platea di giovani provenienti da tutta Europa
Uno scritto fondamentale che il Daishonin lasciò alle generazioni future animato dall’ardente desiderio di salvaguardare l'insegnamento corretto, auspicando che i suoi discepoli si riunissero per leggerlo insieme. Essi, come noi oggi, percependo il risoluto ruggito di leone del maestro che non si arrendeva di fronte a nessuna difficoltà per affermare la verità e la giustizia, e imparando dal suo comportamento calmo e imperturbabile proprio del “re leone”, avranno sicuramente fatto emergere l'atteggiamento da assumere di fronte a ogni tipo di difficoltà
Il Gosho della Soka Gakkai
Lettera da Sado è definito il “Gosho della Soka Gakkai”, uno dei suoi pilastri spirituali. I tre presidenti fondatori Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda, uniti dal legame di maestro e discepolo, lo hanno inciso profondamente nel loro cuore e ne hanno messo in pratica gli insegnamenti, dedicandosi alla fede senza lesinare la propria vita.
A tale proposito il presidente Ikeda afferma: «Quando voleva ammonire i discepoli arroganti, Tsunesaburo Makiguchi, il presidente fondatore, citava spesso un’espressione di questo scritto: “Come una gazza che si prende gioco di una fenice”. E ribadiva che la grande missione della Soka Gakkai era di svolgere una vigorosa pratica di shakubuku, un punto fondamentale di Lettera da Sado.
Anche il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda teneva spesso lezioni su Lettera da Sado, affinché il messaggio di questo Gosho ci rimanesse profondamente impresso. Durante la famosa campagna di Osaka del 1956, per spronare alla vittoria i membri del Kansai tenne una lezione su questo scritto a una riunione nella Sala Civica di Nakanoshima, a Osaka.
Quando ero giovane, questo scritto è stato per me fonte di ispirazione per la mia pratica buddista. All’epoca soffrivo di tubercolosi e gli affari di Toda attraversavano gravi difficoltà. In questo periodo di amare prove leggevo e rileggevo Lettera da Sado, traendone il coraggio di continuare a lottare, di farcela ogni giorno, fino alla vittoria finale» (Gli insegnamenti della vittoria, Esperia, vol. 1, p. 22; BS, 135, 21).
Perché questo Gosho è così importante? Sensei spiega che «il Daishonin lo lasciò alle generazioni future animato dall’ardente desiderio di salvaguardare l'insegnamento corretto, e che in esso trasmette questo potente messaggio ai suoi discepoli» (BS, 135, 20).
Nell’incipit il Daishonin scrive: «Questa lettera è indirizzata a Toki, ma deve essere mostrata a Saburo Saemon, al prete laico Okuratonotsuji Juro, alla monaca laica di Sajiki e agli altri miei discepoli» (RSND, 1, 266). E nel poscritto aggiunge: «Se anche una sola persona non avesse mie notizie, potrebbe risentirsi. Perciò vorrei che tutti i credenti sinceri si riunissero e si incoraggiassero leggendo insieme questa lettera» (RSND, 1, 272).
Nel periodo in cui il Daishonin scrisse questo Gosho le repressioni governative erano rivolte non solo contro di lui ma anche verso i discepoli di Kamakura, che si trovarono ad affrontare ardue prove e avversità mentre il loro maestro era in esilio a Sado, un’isola da cui nessun esiliato era tornato vivo. L’oppressione era tale che in un altro scritto il Daishonin afferma che 999 persone su mille avevano abbandonato la fede.
Nei brani citati possiamo percepire il cuore del maestro, che scrive con profonda cura e preoccupazione come se si stesse rivolgendo direttamente a ogni singolo discepolo in lotta contro le persecuzioni. Le sue parole traboccano dell’assoluta determinazione di non far allontanare nessuno dalla fede. È qui che affondano le radici dello spirito dell’incoraggiamento Soka, basato sulla determinazione di “non lasciare indietro nessuno”, e della tradizione dei nostri zadankai. La nostra organizzazione fondata sullo spirito di itai doshin (diversi corpi, stessa mente) è nata dall’unità di maestro e discepolo che lottano insieme contro le avversità.
Di fronte a quelle aspre persecuzioni ciascun discepolo rispose al richiamo del maestro facendo emergere il “cuore del re leone” e si alzò per lottare al suo fianco. Ai discepoli di Kamakura, quando ricevettero questa lettera, sembrò di vedere un raggio di luce nell’oscurità. Si saranno riuniti più e più volte per leggerla insieme. Percependo il risoluto ruggito di leone del loro maestro, che non si arrendeva di fronte a nessuna difficoltà per affermare la verità e la giustizia, avranno sicuramente fatto emergere una fede coraggiosa.
I maestri Makiguchi e Toda hanno fatto rivivere nell’epoca moderna questo spirito, impegnandosi in una lotta condivisa di maestro e discepolo durante la seconda guerra mondiale, un momento storico in cui il mondo era fortemente diviso. Portando avanti il loro impegno, il presidente Ikeda ha diffuso ampiamente il movimento di kosen-rufu in ogni parte del mondo, aprendo il cammino alla realizzazione della pace. Non dobbiamo mai dimenticare che la Soka Gakkai e la Sgi di oggi esistono solo grazie alle strenue lotte affrontate dai primi tre presidenti.
È decisamente significativo approfondire oggi, a distanza di settecentocinquant’anni, la lotta spirituale del Daishonin a Sado attraverso le lezioni di Daisaku Ikeda.
Le preoccupazioni degli esseri umani
Leggiamo ora la parte iniziale del Gosho: «Le cose che le persone temono di più in questo mondo sono il dolore del fuoco, il balenare delle spade e l’ombra della morte. Perfino i buoi e i cavalli hanno paura di essere uccisi, non c’è da meravigliarsi che gli esseri umani abbiano paura della morte; perfino i lebbrosi sono attaccati alla vita, a maggior ragione le persone sane» (RSND, 1, 266).
In una lezione su questo brano Sensei afferma che qui il Daishonin rivolge l’attenzione alle «preoccupazioni che pesano sul cuore delle persone» (BS, 135, 25).
Noi umani, come tutti gli esseri viventi, temiamo costantemente il «dolore del fuoco» – che in termini moderni possiamo assimilare agli incidenti e ai disastri naturali – e il «balenare delle spade», ovvero la violenza e le guerre.
È nella natura degli esseri viventi temere la morte ed essere attaccati alla vita. Tuttavia il Daishonin osserva lucidamente l’assurdità di tale condizione: «I pesci vogliono sopravvivere e, deplorando la scarsa profondità dello stagno in cui vivono, scavano buche sul fondo per nascondersi, eppure, ingannati dall’esca, abboccano all’amo. Gli uccelli sugli alberi temono che questi siano troppo bassi e si appollaiano sui rami più alti, eppure, abbagliati dall’esca, si fanno prendere nella rete. Gli esseri umani sono altrettanto vulnerabili. Danno la vita per superficiali cose mondane, ma raramente per i preziosi insegnamenti del Buddismo. Fa poca meraviglia che non conseguano la Buddità» (RSND, 1, 266).
Descrive in modo dettagliato come gli animali tengano alla vita e tentino di evitare la morte con il poco di saggezza di cui dispongono. Tuttavia, non avendone a sufficienza, vengono «ingannati dall’esca» e si fanno stupidamente catturare.
Non si tratta di una semplice metafora né di una mera considerazione sulla vita degli animali. Gli esseri umani tengono alla vita esattamente come i pesci e gli uccelli. Eppure, per quanto si possa essere attaccati alla vita, se si ignora il Buddismo e si confida solo sulla superficiale saggezza mondana si finirà per perderla a causa di stupidi motivi, proprio come i pesci e gli uccelli. Il Daishonin fa notare che questo è il motivo per cui gli esseri umani nell’Ultimo giorno della Legge non riescono a conseguire la Buddità.
La “natura delle bestie”
L’Ultimo giorno della Legge è un periodo di decadenza in cui i valori del Buddismo, che dovrebbero costituire il fondamento spirituale della società, sono totalmente rovesciati, generando caos e confusione. Così l'insegnamento corretto si va perdendo.
È un’epoca terribile in cui preti eminenti, che dovrebbero indicare in modo chiaro e rigoroso quale sia l’insegnamento corretto, si sono trasformati in individui corrotti la cui natura essenziale è ridotta a quella delle "bestie”. Mentre le persone sagge, che comprendono la natura e le dinamiche di questo periodo di decadenza della Legge e cercano di evitare che questa perisca, diventano oggetto di persecuzioni insieme ai loro discepoli.
I preti con intenzioni malvagie considerano coloro che comprendono l'insegnamento corretto del Buddismo una minaccia di cui liberarsi, perché potrebbero smascherarne la vera natura. Pertanto temono le persone sagge e colludono con i potenti al governo.
Nel passo seguente il Daishonin spiega perfettamente il meccanismo di questo tipo di persecuzione religiosa. «È nella natura delle bestie minacciare il debole e temere il forte. Gli studiosi contemporanei delle varie scuole si comportano come loro: disdegnano un sapiente senza potere ma temono i governanti malvagi. Non sono altro che cortigiani servili. Solo sconfiggendo un potente nemico si può dimostrare la propria vera forza» (RSND, 1, 267).
Dichiara che «gli studiosi contemporanei delle varie scuole» – ovvero i preti di scuole buddiste con una tradizione ben consolidata che vengono rispettati nella società – si comportano come bestie. Sono parole molto forti!
E prosegue dicendo: «Disdegnano un sapiente senza potere ma temono i governanti malvagi»: per sapiente Nichiren intende chi è in grado di valutare la realtà sulla base della ragione, riferendosi a se stesso. Afferma poi che questi individui «non sono altro che cortigiani servili», cioè subordinati che cercano di compiacere le persone al potere per tornaconto personale.
L’espressione “natura delle bestie” utilizzata dal Daishonin descrive un comportamento irrazionale, irragionevole e immorale in cui si seguono solamente i desideri istintivi. Bisogna sottolineare che la parola “bestie” qui non si riferisce propriamente agli animali ma piuttosto al mondo di animalità insito nella natura umana, che presenta una componente dannosa e distruttiva. Questa è la chiara immagine che dà il Daishonin dell’epoca in cui vive, caratterizzata dalla “natura delle bestie” ovvero dalla condizione vitale di animalità.
«Così ha fatto Nichiren»
L’Ultimo giorno della Legge, dominato dai nemici del Sutra del Loto e dalla “natura delle bestie”, è però anche l’epoca di shakubuku, la pratica che rende le persone capaci di discernere l’insegnamento corretto da quello erroneo. Il Daishonin, come leggiamo nel passo seguente, in un’epoca in cui la Legge è in decadenza dichiara la sua volontà di lottare con tutte le forze per proteggerla facendo emergere il “cuore del re leone”, senza lasciarsi intimorire da nessun tipo di persecuzione. «Quando un governante malvagio si allea con preti che sostengono insegnamenti errati, per distruggere l’insegnamento corretto e liberarsi di un uomo sapiente, chi ha un cuore di leone conseguirà sicuramente la Buddità. Così ha fatto Nichiren. Non dico questo per arroganza, ma perché sono animato dalla forte volontà di preservare il corretto insegnamento» (RSND, 1, 267).
E spiega in modo conciso la natura e la logica delle persecuzioni che si erano abbattute su di lui e sui suoi discepoli, dalla persecuzione di Tatsunokuchi all’esilio a Sado.
Dobbiamo tenere a mente che, a prescindere dall’epoca, questa è una dinamica invariabile di tutte le persecuzioni contro i devoti del Sutra del Loto: quando preti eminenti, che dovrebbero indicare l’insegnamento corretto, si rendono conto di non poter competere con una persona saggia che si impegna ad affermare la verità e la giustizia, si alleano con i potenti per cercare di liberarsene.
Dietro la persecuzione di Tatsunokuchi e l’esilio a Sado si celavano gli intrighi e le manovre di Ryokan, il prete capo del tempio Gokuraku, che era stato sconfitto dal Daishonin nella sfida delle preghiere per la pioggia. A guidare la cattura e l’arresto del Daishonin fu Saemon-no-jo Yoritsuna, un alto funzionario alle dirette dipendenze del ramo principale della famiglia Hojo, che deteneva il monopolio sulla carica di shogun. Il Daishonin fu trattato alla stregua di un ribelle e arrestato nel cuore della notte senza essere sottoposto ad alcun processo formale. Ciò dimostra quanto fossero ingiuste le misure adottate nei suoi confronti.
Tuttavia egli affermò con assoluta convinzione che coloro che si alzano e affrontano impavidi le perfide trame dei malvagi, facendo emergere «un cuore di leone», conseguiranno sicuramente la Buddità. Mostra attraverso il suo esempio cosa voglia dire portare avanti la pratica buddista nell’Ultimo giorno della Legge, e, allo stesso tempo, esorta i discepoli di Kamakura ad affrontare le avversità con la sua stessa determinazione. Tutto ciò è racchiuso nella frase: «Così ha fatto Nichiren».
Poco prima aveva affermato: «Solo sconfiggendo un potente nemico si può dimostrare la propria vera forza». Qui riusciamo a percepire il desiderio del Daishonin di trasmettere ai discepoli, attraverso il suo comportamento calmo e imperturbabile proprio del “re leone”, l'atteggiamento essenziale di fronte alle difficoltà. Pur facendosi partecipe della loro sofferenza, spiega che l’unico modo per superare tali persecuzioni è far emergere il “cuore del re leone” proprio come aveva fatto lui. Quando maestro e discepolo condividono lo stesso cuore, divenendo una cosa sola, non c’è ostacolo che non possa essere superato.
Nella frase: «Così ha fatto Nichiren» egli non sta solamente mostrando ai discepoli la propria condizione vitale, ma li esorta a seguirlo. A tale proposito il presidente Ikeda scrive: «Le parole “Così ha fatto Nichiren” rappresentano un grido appassionato ai suoi discepoli. Era come se stesse esortandoli dal profondo di se stesso: “Io ho sconfitto tutte le forze demoniache, così anche voi dovete tirar fuori un cuore da leone e vincere su tutte le forze negative. Battetevi con lo stesso spirito di Nichiren! Combattete al mio fianco, con la mia stessa determinazione!”. Ciò che si aspettava era che sorgessero discepoli dotati del suo stesso spirito e della sua stessa dedizione.
Durante la seconda guerra mondiale solo Makiguchi e Toda dimostrarono il coraggio da leone del Daishonin. Il clero, al contrario, cedette al proprio vigliacco tornaconto. L’eredità del Daishonin, un re leone privo di egoismo, oggi vive soltanto nella Soka Gakkai. Abbiamo fedelmente ereditato il suo spirito generoso e pieno di coraggio e abbiamo tracciato con fermezza un’ampia strada per la realizzazione di kosen-rufu a livello mondiale. Di conseguenza anche i nostri benefici saranno di portata immensa. Con questa potente convinzione stabiliamo relazioni umane sempre più numerose condividendo la vera grandezza del cammino Soka di maestro e discepolo» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 1, p. 41; BS, 135, 30). Per quanto detto sopra possiamo considerare la Soka Gakkai come un’organizzazione direttamente collegata a Nichiren Daishonin e dedita a kosen-rufu in perfetto accordo con il mandato e l’intento del Budda.
Il ruggito del leone
In riferimento all’espressione «chi ha un cuore di leone», ne La raccolta degli insegnamenti orali è scritto: «Il ruggito del leone (shishi ku) è la predicazione del Budda. La predicazione della Legge significa la predicazione del Sutra del Loto, o in particolare la predicazione di Nam-myoho-renge-kyo. Il primo shi della parola shishi, o leone, [che significa “maestro”], è la Legge meravigliosa che è trasmessa dal maestro. Il secondo shi [che significa “figlio”] è la Legge meravigliosa ricevuta dai discepoli. Il “ruggito” è il suono del maestro e dei discepoli che recitano all’unisono. Il verbo sa, “emettere” o “ruggire”, va interpretato col significato di dare inizio o metter fuori. Si riferisce al dare inizio a Nam-myoho-renge-kyo nell’Ultimo giorno della Legge» (BS, 116, 55).
In questo brano viene spiegato il significato di “ruggito del leone”, in giapponese shishi ku. Si tratta del maestro e del discepolo che recitano e propagano insieme la Legge mistica. In una sua lezione su questo passo, Sensei afferma: «[Come insegna il Buddismo di Nichiren,] il desiderio del re leone – il Budda – è trionfare su ogni tipo di funzione demoniaca e mettere in grado chiunque di realizzare la propria felicità attraverso il grande ruggito che ha il potere di muovere ogni cosa in direzione positiva. Qui il Daishonin insegna che l’essenza di questo ruggito del leone è la lotta condivisa di maestro e discepolo. Il mio maestro Josei Toda non solo ruggì lui stesso come un leone per difendere apertamente la verità, ma spesso esortava anche i giovani a farlo: “Kosen-rufu è una battaglia verbale, quindi anche voi dovreste parlare instancabilmente!”, “Noi siamo nel giusto, perciò dichiariamo la verità così com’è!”. Kosen-rufu è una lotta spirituale per sconfiggere gli impulsi distruttivi che risiedono nella profondità della vita e ci rendono infelici. Perciò forze ostili e piene di risentimento nei confronti della Soka Gakkai, che tiene alta la bandiera della Legge mistica, ci hanno attaccato in ogni maniera concepibile cercando di distruggere il nostro movimento. Ma noi, uniti dal legame di maestro e discepolo, abbiamo sempre trionfato dichiarando apertamente insieme ciò che era giusto. Il grande ruggito congiunto di maestro e discepolo ci permette di sconfiggere l’oscurità fondamentale o ignoranza e far emergere con forza la natura fondamentale dell’Illuminazione, o natura del Dharma» (BS, 192, 26).
Qui Sensei mostra con chiarezza come la chiave della vittoria della Soka Gakkai sulle forze demoniache ostili e invidiose sia il ruggito del leone che vede uniti il maestro e il discepolo.
Il “ruggito del leone” è un concetto cruciale nel Buddismo. In diverse scritture buddiste viene utilizzata questa metafora per indicare la solenne e maestosa immagine del Budda che predica il corretto insegnamento.
Quando Shakyamuni espone il Sutra del Loto, i bodhisattva che ascoltano l’insegnamento formulano un voto al suo cospetto dichiarando che avrebbero emesso il ruggito del leone. Questo voto viene espresso nei venti versi del tredicesimo capitolo, Esortazione alla devozione. Poco prima, nell’undicesimo capitolo L’apparizione della Torre preziosa, il Budda esprime il desiderio di affidare ai suoi discepoli la missione di realizzare kosen-rufu nel mondo nell’Ultimo giorno della Legge, per permettere a tutte le persone di manifestare la Buddità.
L’Ultimo giorno della Legge è un’epoca dominata dai tre potenti nemici e dai tre ostacoli e quattro demoni, in cui la capacità delle persone comuni di comprendere gli insegnamenti buddisti è sempre più scarsa.
In questo periodo cruciale, chi si ergerà come discepolo per compiere la missione di diffondere il Sutra del Loto? Questa è la vera domanda che Shakyamuni lancia in questa solenne scena che vede dialogare tra loro, attraverso le epoche, il maestro e i discepoli.
All’appello del maestro, come insegna il capitolo Esortazione alla devozione, rispondono i bodhisattva con il loro giuramento, pronunciando il voto di vincere i tre potenti nemici e di propagare il Sutra del Loto, un voto descritto come “emettere il ruggito del leone”. Qui, per la prima volta, l’espressione “ruggito del leone”, che originariamente denotava la predicazione del Budda, indica il voto dei discepoli del Budda.
§E vuole significare che il desiderio del Budda non potrà essere realizzato a meno che i discepoli non si alzino in nome dello stesso voto. Solamente quando i discepoli lottano portando avanti il voto del maestro lo rendono eterno. È un messaggio fondamentale, il cui spirito permea tutto il Sutra del Loto e lo rende “il sutra di maestro e discepolo”.
Per questo ne La raccolta degli insegnamenti orali il “ruggito” è il suono del maestro e dei discepoli che recitano all’unisono, in cui maestro e discepolo si alzano in nome dello stesso voto. Il presidente Ikeda scrive, a tale proposito: «Come insegna questo passo, i membri della Soka Gakkai, i nostri compagni Bodhisattva della Terra, indipendentemente dalle difficoltà che hanno dovuto affrontare hanno “raccolto il coraggio di un leone” e hanno continuato a perseverare nei loro sforzi per kosen-rufu. In tutto il mondo i membri hanno sperimentato inequivocabili benefici grazie alla pratica buddista dimostrando l’incontestabile potere del ruggito del leone del Buddismo di Nichiren. Proprio perché l’epoca attuale è pervasa da così tanta confusione e incertezza, come membri della Soka Gakkai uniti dal legame di maestro e discepolo “diamo inizio” a un nuovo ruggito del leone e piantiamo ovunque i semi della Legge mistica nel cuore delle persone facendo sbocciare fiori di pace e felicità in tutto il globo» (BS, 192, 28).
La trasformazione del karma
Nell’ultima parte di Lettera da Sado è esposto un principio di grande speranza: la trasformazione del karma. Il Daishonin scrive: «Una bella spada si ottiene battendo il ferro incandescente. I santi e i saggi sono messi alla prova dagli insulti. Il mio attuale esilio non è dovuto ad alcun crimine mondano; è per permettermi di espiare in questa esistenza le mie gravi offese passate ed essere libero dai tre cattivi sentieri nell’esistenza futura» (RSND, 1, 269).
«Una bella spada si ottiene battendo il ferro incandescente»: questo è il concetto centrale del principio della trasformazione del karma nel Buddismo di Nichiren Daishonin. Quando il ferro viene messo sul fuoco diventa incandescente; sottoponendolo poi a martellatura le sue impurità interne vengono rimosse e si ottiene un acciaio solido e forte che può essere modellato in una spada affilata. Attraverso questo esempio il Daishonin spiega come attraverso ostacoli e difficoltà stiamo “martellando” il nostro karma negativo, temprando così la nostra vita.
Allo stesso modo, il vero valore dei santi e dei saggi si manifesta solo quando vengono messi alla prova da critiche e persecuzioni. Le persone veramente grandi sono quelle che, pur perseguitate, continuano a vivere con risolutezza secondo i propri princìpi.
Temprare la propria vita porta i benefici più grandi. Una vita temprata può superare qualsiasi difficoltà aprendo le porte a un’esistenza felice e vittoriosa.
Riguardo alla capacità che ha una religione di temprare l’essere umano Sensei spiega: «Nella mia lezione “Il Buddismo Mahayana e la civiltà del XXI secolo”, che tenni all’Università di Harvard, sollevai le seguenti questioni: la religione rende le persone più forti o più deboli, incoraggia in loro il bene o il male, le rende più o meno sagge? Rendere le persone forti, buone e sagge è l’essenza del Buddismo di Nichiren. In un’epoca così piena di disumanità c’è sempre più bisogno di questa religione centrata sull’essere umano» (BS, 219, 5).
“Rendere le persone forti, buone e sagge”: questa frase spiega in modo chiaro le caratteristiche peculiari del Buddismo di Nichiren Daishonin. Il principio della trasformazione del karma ci permette di manifestare l’innata saggezza e il potere insiti nella nostra vita non solo quando le cose vanno bene, ma soprattutto nelle avversità.
In Lettera da Sado il Daishonin afferma: «Il mio attuale esilio non è dovuto ad alcun crimine mondano». Dichiara cioè che tale persecuzione non ha niente a che fare con colpe secolari, ma ha lo scopo di permettergli di trasformare il karma in questa vita. In questo modo vuole spiegare ai discepoli che trasformare il karma affrontando le avversità corrisponde al beneficio dell’“alleggerimento della retribuzione karmica”, principio secondo cui si ricevono gli effetti del karma negativo pesante accumulato nel passato in una forma più leggera in questa vita, espiandolo così in modo definitivo.
Ci sono innumerevoli membri che di fronte alle avversità hanno sperimentato in prima persona i benefici dell’alleggerimento della retribuzione karmica e affermano con gratitudine di essere stati protetti dalla fede quando la situazione sarebbe potuta andare molto peggio. Tutto ciò è dovuto ai cosiddetti "benefici che si ottengono proteggendo la Legge".
Sensei scrive, a tale proposito: «Il Daishonin espose il principio della trasformazione del karma basandosi sulla visione più vasta e profonda di causa ed effetto contenuta nel Sutra del Loto. Basarsi sul Sutra del Loto significa riconoscere che noi, e tutte le altre persone, possediamo uno stato vitale nobile come quello del Budda. Quando il sole sorge, disperde l’oscurità e illumina il mondo. Allo stesso modo, quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo facciamo sì che il sole della nostra Buddità intrinseca dal tempo senza inizio risplenda in noi. Come effetto, l’oscurità dell’ignoranza fondamentale svanisce, il karma passato si trasforma e in noi emerge il potere innato di vincere ogni sofferenza o difficoltà. In quel momento il karma cambia significato. La nostra esistenza segnata dalle sofferenze karmiche compie una trasformazione radicale diventando una vita in cui sfidiamo il karma e dimostriamo l’autentico valore e la dignità dell’essere umano. Questa è l’essenza del Buddismo di Nichiren, che insegna il principio della trasformazione del karma, il fattore chiave per rivitalizzare la nostra esistenza e creare un futuro migliore» (BS, 219, 6).
Attraverso la nostra pratica il significato di karma cambia: Sensei ci insegna infatti a “trasformare il karma in missione”. Nell’epoca attuale dove si susseguono, una dopo l’altra, difficoltà e crisi a livello personale, sociale e globale, i membri della Soka Gakkai vivono fino in fondo con la profonda convinzione di trasformare il karma in missione.
Ci saranno momenti in cui infurieranno tempeste di ostacoli e demoni, in cui affronteremo avversità e prove ardue. Proprio in quei momenti facciamo ardere il cuore del re leone, come afferma Nichiren in Lettera da Sado, e raccogliamo una profonda fede. Questa è l'essenza della sfida dell'umanesimo Soka per aprire la strada a un futuro di pace e felicità.
Considerato un discepolo modello e il preferito dal giovane Ikeda, conobbe il Daishonin da ragazzo e per tutta la vita portò avanti la sua rivoluzione religiosa con lo stesso spirito. Fu il destinatario di alcune tra le più importanti lettere contenenti insegnamenti cruciali come I due tipi di fede (l'importanza di una fede che non retrocede), La Porta del Drago (la centralità di formulare un grande voto), La conferma del Sutra del Loto (come sviluppare la convinzione per lottare contro il demone della malattia e superare qualsiasi prova). Eccone un ritratto
Il discepolo preferito
Una volta, durante un incontro informale con alcuni giovani membri, il presidente Toda chiese: «Tra i discepoli del Daishonin, chi è il vostro preferito?». Le risposte furono varie: Shijo Kingo, la monaca laica Myoichi e così via. Si rivolse allora a Daisaku Ikeda e gli chiese: «Qual è il tuo preferito?», e lui rispose: «Nanjo Tokimitsu».
Considerato un “discepolo modello” dai maestri e i discepoli Soka, Nanjo Tokimitsu incontrò il suo maestro Nichiren Daishonin quando era molto giovane e da allora condusse un’esistenza volta a realizzare il voto di kosen-rufu. Secondo figlio di una famiglia numerosa, aveva molti fratelli e sorelle. Viveva a Fujinomiya, nel distretto di Ueno, ed era un samurai.
Nel 1265, quando aveva sette anni, suo padre Hyoe Shichiro morì. Alla notizia, il Daishonin intraprese il lungo viaggio da Kamakura a Ueno per esprimere personalmente le sue condoglianze alla famiglia e in quell’occasione incontrò per la prima volta Tokimitsu.
Hyoe Shichiro, che aveva abbandonato il Nembutsu ed era diventato suo discepolo, mantenne la fede fino all’ultimo istante, anche mentre lottava contro la malattia. Tokimitsu, che considerava il padre un importante punto di riferimento, sviluppò la sua stessa fede risoluta creando un forte legame con il Daishonin.
Tra i Gosho giunti fino a noi non vi sono lettere indirizzate alla famiglia Nanjo durante i nove anni successivi alla morte di Hyoe Shichiro. Tuttavia possiamo supporre che l’intera famiglia continuò a percorrere il cammino del Buddismo di Nichiren sostenuta dalla profonda fede della madre, la monaca laica Ueno.
Dopo nove anni, il settimo mese del 1274, Tokimitsu si recò a incontrare nuovamente il Daishonin, due mesi dopo il suo trasferimento a Minobu. Era diventato un giovane samurai, e Nichiren espresse così la sua gioia nel vederne la crescita: «Mi domando se forse egli [Hyoe Shichiro] non sia tornato nuovamente giovane e sia rimasto sotto forma del suo prezioso e adorato figlio. Sono senza parole vedendo che non solo c’è una perfetta somiglianza, ma che anche il cuore è lo stesso. [...] Non riesco a trattenere le lacrime al pensiero di quanto sia importante avere dei bravi figli» (Risposta a Ueno, RSND, 2, 467).
In tali parole riusciamo a percepire non solo i sentimenti del Daishonin nei confronti del discepolo defunto, ma anche la sua premura e fiducia verso il figlio, il successore da lui cresciuto.
Si dice che nel periodo in cui fu scritta questa lettera il primogenito della famiglia, Shichiro Taro, fosse da poco morto tragicamente in un incidente. Tokimitsu era dunque diventato il capofamiglia e si era dovuto assumere ingenti responsabilità.
Una rivoluzione religiosa senza precedenti
Qualche mese dopo, il Daishonin gli scrisse: «Non è la prima volta che lo dico. Negli ultimi vent’anni e più non ho di certo risparmiato la mia voce, gridandolo a gran voce. Così sia, dunque, così sia! Questa lettera tratta di argomenti di grande importanza, perciò dovresti fartela leggere e ascoltarla con molta attenzione. Anche se gli altri ci possono denigrare, noi siamo maestri della Legge che non prestano ascolto a cose del genere» (L’offerta di una torta di fango, RSND, 2, 473).
Erano trascorsi più di vent’anni da quando aveva stabilito il suo insegnamento e dato inizio alla sua “lotta di parole” per salvare tutte le persone. Infatti afferma: «Negli ultimi vent’anni e più non ho di certo risparmiato la mia voce, gridandolo a gran voce».
Alla luce del contesto storico si può affermare che l’impresa che il Daishonin portò avanti fu una vera rivoluzione religiosa. Poiché si trattava di una
rivoluzione senza precedenti nella storia dell’umanità, attirò naturalmente critiche e censure, che colpirono anche i discepoli. Il Daishonin li incoraggiò a impegnarsi a loro volta in una “lotta di parole” con la tenacia e il coraggio del Budda, proprio come aveva fatto egli stesso. Ecco perché afferma: «Anche se gli altri ci possono denigrare, noi siamo maestri della Legge che non prestano ascolto a cose del genere».
Inoltre, affermando: «Questa lettera tratta di argomenti di grande importanza, perciò dovresti fartela leggere e ascoltarla con molta attenzione», esorta Tokimitsu a leggerla ad alta voce più e più volte insieme ai compagni di fede per farne proprio lo spirito.
Il presidente Ikeda a tale proposito scrive: «L’eredità dell’insegnamento corretto, che fluisce da Shakyamuni al Sutra del Loto e a Nichiren Daishonin, è caratterizzata dalla rivoluzione religiosa. Shakyamuni insegnava l’uguaglianza e il potenziale inerente a tutte le persone, in contrapposizione agli insegnamenti gerarchici e autoritari del Brahmanesimo che dominavano l’antica società indiana e avevano dato origine al sistema delle caste. Il Sutra del Loto rivela l’insegnamento dell’Illuminazione universale basato sulla dottrina del mutuo possesso dei dieci mondi, facendo del Buddismo un insegnamento aperto a tutte le persone, all’opposto degli insegnamenti mahayana provvisori [che negavano la capacità di conseguire la Buddità alle persone dei due veicoli – cioè gli ascoltatori della voce e i risvegliati all’origine dipendente – alle persone malvagie e alle donne]. E il Daishonin denunciava le dottrine errate delle scuole della sua epoca, insegnando una filosofia incentrata sulle persone che chiunque poteva praticare. La Sgi fa parte di questa linea ereditaria dell’insegnamento corretto e della rivoluzione religiosa. E, siccome la rivoluzione religiosa è un processo che non si fermerà mai, è cruciale che emergano giovani successori che portino avanti questa lotta. Questi giovani successori apparvero al fianco del Daishonin nella persona di Nikko Shonin, un prete che fu uno dei suoi discepoli più importanti e suo successore designato, e di Nanjo Tokimitsu» (Gli insegnamenti della vittoria, Esperia, vol. 1, p. 577; BS, 149, 48).
Si pensa che in quello stesso periodo Tokimitsu incontrò Nikko Shonin, con cui strinse un forte legame. Le parole conclusive: «Questa lettera tratta di argomenti di grande importanza» possono essere interpretate come un’indicazione per il giovane di portare avanti la rivoluzione religiosa che il Daishonin aveva iniziato, impegnandosi in tale direzione con il suo stesso spirito.
Genitori e figli
Il Daishonin non dava al giovane Tokimitsu solo guide nella fede, ma gli spiegava anche come vivere e come comportarsi coerentemente all’insegnamento che aveva abbracciato: «Perciò una persona che sostiene il Sutra del Loto sta ripagando il debito di gratitudine verso suo padre e sua madre. E anche se in cuor suo non pensa di riuscire a farlo, può ripagare il proprio debito grazie al potere di questo sutra» (Le quattro virtù e i quattro debiti di gratitudine, RSND, 2, 601).
Quando ricevette questa lettera, Tokimitsu aveva diciassette anni ed era già diventato il pilastro della famiglia. Qui il Daishonin gli spiega che il Sutra del Loto, l’unico insegnamento che espone il principio del conseguimento della Buddità da parte delle donne, permette di ripagare il debito di gratitudine nei confronti della propria madre. Non solo. Lo incoraggia affermando che se avesse mantenuto fino in fondo una fede corretta, avrebbe potuto illuminare la sua famiglia con la luce dei benefici e della vittoria. E gli indica anche delle azioni concrete per esprimere gratitudine nei confronti dei genitori: «Siamo sempre attenti a procurare loro [ai nostri genitori] ogni sorta di cose buone o, quando è impossibile farlo, a rivolgere loro almeno due o tre sorrisi al giorno» (RSND, 2, 600).
Nel suo scritto Precetti per la gioventù Toda affermò: «Oggi ci sono molti giovani che non amano nemmeno i loro genitori, tanto meno gli altri. Noi lottiamo per compiere la nostra rivoluzione umana – per superare la nostra insensibilità e sviluppare in noi stessi il compassionevole stato di vita del Budda» (citato in BS, 120, 14). E il presidente Ikeda scrive: «Dimostrare bontà verso i propri genitori è il primo passo nella pratica buddista di trattare tutte le persone con compassione» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 1, p. 845; BS, 154, 53).
Impegnarsi nella fede corretta è il modo migliore per ripagare il debito di gratitudine verso i genitori, come ribadisce Sensei: «Abbracciare e sostenere la fede nella Legge mistica è il modo migliore per ripagare il debito di gratitudine nei confronti dei nostri genitori, perché possiamo trasmettere loro la luce della felicità eterna che è la Buddità. Non serve che i giovani cerchino di impressionare gli altri. Andate avanti così come siete, recitando Nam-myoho-renge-kyo, impegnandovi al massimo nello studio e migliorando voi stessi. Questo è il modo per condurre una giovinezza di autentica realizzazione, diffondendo speranza e gioia a tutti coloro che vi circondano. Mi rivolgo a voi, miei giovani amici costruttori del futuro: continuate a crescere con uno spirito gioioso!» (Daisaku Ikeda Zenshu, traduzione provvisoria).
Spesso però i rapporti tra genitori e figli possono essere molto complicati, come scrive ancora Sensei rivolgendosi ai membri del Gruppo futuro: «In alcune circostanze potreste trovare difficile essere gentili e mostrare apprezzamento per i genitori. Ma vi prego di non preoccuparvi. È un percorso che potrebbe durare anche tutta la vita, se non per l’eternità. La vostra gratitudine arriverà senza dubbio al loro cuore. Inoltre, tutti voi potete recitare Nam-myoho-renge-kyo: non dimenticate mai che il vostro Daimoku raggiunge perfino i familiari defunti. La rivoluzione umana non è qualcosa che avviene al di fuori della vita quotidiana. Può essere tanto semplice quanto riuscire a dire “grazie” ai vostri genitori, se prima non riuscivate a farlo, o prestare aiuto nelle faccende domestiche che prima detestavate. Tutti questi cambiamenti sono esempi di rivoluzione umana e renderanno sicuramente felici i vostri genitori. […] Molti di loro si stanno impegnando duramente per offrire il loro contributo alla comunità locale e alla società. I vostri gesti di gentilezza e apprezzamento li faranno sentire rinvigoriti, mettendoli in grado di rivitalizzare ulteriormente la comunità locale e la società. Questo è il profondo principio della rivoluzione umana» (cfr. NR, 670).
La cosa fondamentale è portare avanti la propria rivoluzione umana basandosi sulla fede, con pazienza e senza fretta. Probabilmente solo quando si diventa genitori a propria volta si riesce a capire cosa si prova in tale ruolo.
Una fede come l’acqua
Nella regione in cui viveva Nanjo Tokimitsu si stavano susseguendo attacchi e repressioni nei confronti suoi e di altri discepoli, nel corso di quella che in seguito divenne nota come la “persecuzione di Atsuhara”.
In quella zona Nikko Shonin stava svolgendo un ruolo centrale nella propagazione del Buddismo e grazie al suo impegno erano emersi molti discepoli. Tuttavia alcuni individui invidiosi tra cui Gyochi, vice prete capo del tempio locale Ryusen-ji della scuola Tendai, iniziarono a tramare dietro le quinte per perseguitarli.
Tokimitsu affrontò con coraggio questa persecuzione, proteggendo la Legge con una fede più forte che mai. In quel periodo, nel secondo mese del 1278, il Daishonin gli scrisse: «[Oggi ci sono persone che credono nel Sutra del Loto;] la fede di alcuni è come il fuoco, quella di altri è come l’acqua. Quando i primi ascoltano l'insegnamento, ardono di passione come il fuoco, ma, con il passare del tempo, tendono ad abbandonare la fede. Avere fede come l’acqua significa credere sempre, senza mai retrocedere» (I due tipi di fede, RSND, 1, 798).
Vuole sottolineare l’importanza di avere una fede come l’acqua, che scorre incessante senza mai ristagnare, invece di una fede come il fuoco, di cui non si è in grado di mantenere viva la fiamma della determinazione.
La “fede come il fuoco” è tipica di persone che quando ascoltano gli insegnamenti si sentono ispirate a impegnarsi attivamente, come un fuoco che brucia più forte quando vi si aggiungono dei ceppi, ma che al passare del tempo perdono l’entusiasmo di praticare, come un fuoco che alla fine si spegne.
Al contrario, la “fede come l’acqua” è una “fede costante”, una “fede che non retrocede mai”, quella di chi continua ad avanzare mantenendo vivo il proprio spirito di ricerca, come l’acqua che scorre senza mai fermarsi.
Avere una fede come l’acqua non significa altro che rafforzarla giorno dopo giorno, oggi più di ieri e domani più di oggi, vivendo basandosi sul grande voto di kosen-rufu e continuando a «credere sempre, senza mai retrocedere».
Inoltre, per continuare ad avanzare senza sosta, è importante rinnovare la propria determinazione. Gli incoraggiamenti e le lettere che Tokimitsu ricevette di volta in volta dal Daishonin costituirono senza dubbio una forte motivazione a risvegliare la fede e rinnovare la determinazione.
Una volta un membro del Gruppo futuro confidò al presidente Ikeda di non riuscire a mantenere la determinazione per più di tre giorni. Sensei rispose: «Anche se la tua determinazione dura solo tre giorni, se la rinnovi dieci volte, questo significa che l’avrai mantenuta per trenta giorni, ovvero per un mese intero».
La capacità di impegnarsi nella pratica senza mai retrocedere dipende dal riuscire a rinnovare costantemente la propria determinazione, come scrive qui il presidente Ikeda: «È importante ricordare sempre la gioia e la gratitudine provate quando abbiamo incontrato per la prima volta l’insegnamento buddista corretto e il corretto maestro di vita, e ritornare a quella sorgente, a quel punto di origine, tutte le volte che siamo di fronte a difficoltà o avversità. E anche quando la “barca” della nostra vita sta navigando senza problemi dobbiamo tenere d’occhio la bussola e tenere coraggiosamente il timone per vigilare sulla rotta. Dobbiamo rinnovare sempre la nostra determinazione nella fede, sfidarci e vincere su qualsiasi ostacolo, continuando a crescere e ad andare avanti. Questa è la fede come l’acqua» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 2, p. 676; BS, 173, 48).
La Porta del Drago
Con l’inasprirsi della persecuzione di Atsuhara i discepoli del Daishonin andarono incontro ad attacchi e oppressioni sempre più feroci.
In quel periodo, nell’undicesimo mese del 1279, il Daishonin inviò a Tokimitsu il Gosho La Porta del Drago, uno scritto davvero importante per i membri del Gruppo giovani.
Nichiren scrive: «In Cina c’è una cascata chiamata la Porta del Drago. Le sue acque precipitano da un’altezza di cento piedi, più rapide di una freccia scagliata da un forte arciere. Si dice che un gran numero di carpe si raccolgano nel bacino sottostante sperando di risalire la cascata e che quella che riuscirà nell’impresa si tramuterà in un drago. Tuttavia, non una sola carpa su cento, su mille o anche su diecimila riesce a risalire la cascata, nemmeno dopo dieci o venti anni. Alcune sono trascinate via dalle forti correnti, altre cadono preda di aquile, falchi, nibbi e civette, e altre ancora vengono pescate con le reti, con i cesti e a volte perfino con i dardi, dagli uomini che si allineano su entrambe le rive della cascata larga dieci cho. Tale è la difficoltà per una carpa di diventare un drago» (La Porta del Drago, RSND, 1, 890).
Tokimitsu aveva 21 anni quando ricevette questa lettera. Aveva rischiato la vita pur di proteggere i compagni di fede, nascondendo a casa sua alcune persone colpite da pesanti persecuzioni. A causa di ciò era stato sottoposto a varie pressioni da parte dello shogunato.
In questo passo il Daishonin cita un’antica leggenda cinese per sottolineare quante difficoltà si devono superare per conseguire la Buddità. La “Porta del Drago” è una cascata che si trova lungo il corso del Fiume Giallo in Cina, e la storia narra che solo i pesci in grado di risalirla possono diventare draghi. Si dice che le sue acque scorrano più veloci di una freccia scagliata da un potente arciere e che quasi tutti i pesci vengano respinti dalle sue forti correnti, per quanto tentino di risalirle. Lungo il percorso, inoltre, rischiano di essere divorati da aquile e falchi o catturati dai pescatori. Ma se riescono a superare tutti questi ostacoli possono diventare draghi in grado di controllare a proprio piacimento le nuvole e la pioggia. Attraverso tale metafora il Daishonin spiega che «conseguire la Buddità non è più facile che [...] per una carpa risalire la Porta del Drago» (Ibidem).
Le «forti correnti» che cercano di fermare l’avanzata dei pesci possono essere paragonate alle condizioni in cui versa il mondo nell’epoca malvagia corrotta dalle cinque impurità descritta nel Sutra del Loto, mentre gli uccelli e i pescatori che cercano di ucciderli corrispondono ai “tre ostacoli e quattro demoni” e ai “tre potenti nemici” che ostacolano il conseguimento della Buddità.
Formulate un grande voto!
Il passo seguente indica i requisiti essenziali per superare tali impedimenti: «Miei discepoli, formulate un grande voto! Siamo molto fortunati a essere sopravvissuti alla diffusa epidemia dello scorso anno e dell’anno precedente. Adesso, tuttavia, con l’incombente invasione mongola, può darsi che saranno in pochi a sopravvivere. Alla fine, nessuno può sfuggire alla morte. Le sofferenze di quel momento saranno esattamente uguali a quelle che stiamo affrontando adesso. Poiché la morte è la stessa in entrambi i casi, dovresti essere disposto a offrire la tua vita per il Sutra del Loto. Pensa a questa offerta come a una goccia di rugiada che si unisce di nuovo al grande mare, o come a un granello di polvere che ritorna alla terra. Un passo del terzo volume del Sutra del Loto dice: “Ci auguriamo che i meriti ottenuti grazie a questi doni possano estendersi in lungo e in largo a tutti, così che noi e gli altri esseri viventi possiamo conseguire tutti insieme la via del Budda”» (RSND, 1, 891).
Qui il Daishonin insegna l’importanza di dedicare la vita al grande voto di kosen-rufu lanciando l’appello: «Miei discepoli, formulate un grande voto!». Erano tempi in cui dilagavano epidemie e incombeva il secondo attacco dei Mongoli: per molte persone la morte stava diventando una prospettiva inevitabile. Per i discepoli del Daishonin, che si trovavano nel vortice delle persecuzioni di Atsuhara, la situazione era ancora più grave perché rischiavano di morire anche a causa degli attacchi delle autorità governative. Perciò Nichiren dice: «Alla fine, dato che nessuno può sfuggire alla morte, dovresti essere disposto a offrire la tua vita per il Sutra del Loto».
A quale scopo dedichiamo l’esistenza?
È nel modo di vivere che si rivela il vero valore di una persona. In questo passo il Daishonin esorta Tokimitsu a dare la vita per il Sutra del Loto con lo spirito di “non lesinare la propria vita per il bene della Legge”.
Naturalmente lo spirito di non lesinare la propria vita non significa trattarla in modo leggero e superficiale, bensì impegnarsi con tutto il cuore nella fede per il bene della Legge.
Il presidente Ikeda spiega così questo concetto: «Per noi, non lesinare la vita significa in ultima analisi recitare Nam-myoho-renge-kyo con determinazione, senza paura, impegnandoci con tutto il cuore a dimostrare una prova concreta della fede, per il bene del mondo, del futuro e delle altre persone» (Gli insegnamenti della vittoria, Esperia, vol. 1, pag. 32; BS, 135, 27).
Dalla prospettiva del grande universo – scrive il Daishonin – la nostra vita potrebbe considerarsi effimera, di breve durata come una goccia di rugiada, o piccola come una particella di polvere. Ma proprio come una goccia di rugiada va a unirsi al grande mare e il granello di polvere diventa tutt’uno con la terra, dedicandoci al grande voto di kosen-rufu la nostra piccola e fugace vita diventa un’unica cosa con la Legge mistica, la legge fondamentale che permea tutte le forme di vita.
Che cos’è il grande voto
Scrive ancora Sensei: «Dal nostro punto di vista di praticanti del Buddismo di Nichiren Daishonin il grande voto significa dedicare la vita a kosen-rufu. Un maestro o mentore espone questo nobile modo di vivere e lo realizza concretamente con la propria vita, mentre i veri discepoli emulano il suo esempio. Siamo entrati in un’epoca in cui i Bodhisattva della Terra che si sono risvegliati al Buddismo di Nichiren Daishonin stanno prendendo l’iniziativa in ogni parte del mondo e si stanno adoperando per kosen-rufu con una solida unità di intenti. […] Ovunque nel mondo si sono alzati giovani che si assumeranno la responsabilità del secondo atto di kosen-rufu. Affido tutto a voi. Il futuro è nelle vostre mani!» (Gli insegnamenti della speranza, Esperia, p. 125; BS, 130, 23).
E nel messaggio per l’inaugurazione del Palazzo del grande voto di kosen-rufu sottolinea: «Il “grande voto” che [il Daishonin] fece non è altro che propagare il Sutra del Loto, ovvero il grande voto di realizzare kosen-rufu. Sette secoli dopo che il Daishonin proclamò per la prima volta il suo insegnamento, al culmine di questa epoca di conflitto che è l’Ultimo giorno della Legge, la Soka Gakkai fece la sua apparizione facendo propria la missione di realizzare il grande voto di kosen-rufu in esatto accordo con lo spirito di Nichiren Daishonin. È certamente l’organizzazione che mette in atto il volere del Budda. Il cuore del grande voto di kosen-rufu e lo stato vitale della Buddità sono la stessa cosa. Perciò, quando dedichiamo le nostre esistenze a questo voto possiamo far emergere la suprema nobiltà, la forza e la grandezza della nostra vita. Quando rimaniamo fedeli a questo voto, il coraggio senza limiti, la saggezza e la compassione del Budda fluiscono da dentro di noi. Quando ci sforziamo con tutto il cuore di realizzare questo voto, il “veleno” della sfida più difficile può essere trasformato in “medicina”, così come il karma può essere trasformato nella nostra missione. Questo è lo spirito dei nostri compagni di fede infinitamente preziosi. Questo è l’elemento che caratterizza la nostra invincibile umanistica rete Soka» (NR, 526).
Lo scopo principale della nostra pratica è diventare felici. Ma il beneficio più grande emerge soltanto quando viviamo dedicandoci al grande voto, al grande obiettivo di propagare ampiamente la Legge mistica. Come scrive Sensei, il grande stato vitale del Budda fluisce da dentro di noi quando, insieme alla Soka Gakkai, recitiamo Nam-myoho-renge-kyo e agiamo per kosen-rufu.
Vivere dedicandosi al grande voto di kosen-rufu significa vivere insieme alla Soka Gakkai. Significa pregare per la felicità dei nostri amici e sfidarsi nel parlare agli altri della pratica; incontrare i compagni di fede che stanno soffrendo e incoraggiarli; partecipare agli zadankai ed espandere la nostra rete di dialoghi colmi di speranza. Quando viviamo per il grande obiettivo di kosen-rufu possiamo espandere lo stato vitale, trasformare il karma e realizzare così la nostra rivoluzione umana.
Impegnandoci per realizzare kosen-rufu sicuramente raggiungeremo i nostri obiettivi personali. Le nostre preghiere otterranno risposta e potremo superare tutte le sfide della vita così che, alla fine, godremo di un’esistenza suprema in cui tutti i nostri desideri saranno soddisfatti. Quando viviamo dedicandoci fermamente, fino in fondo, al grande voto di kosen-rufu siamo in grado di vincere e costruire una grande condizione vitale di felicità. Il nostro grande voto è il voto dei Bodhisattva della Terra.
A tale proposito Sensei scrive: «L’insegnamento della Legge mistica è pervaso dal desiderio costante del Budda della felicità di tutte le persone. Perciò recitare assiduamente Nam-myoho-renge-kyo per kosen-rufu e dedicarci anima a corpo alle varie attività della Soka Gakkai fa sì che le nostre preghiere abbiano risposta. Svolgere la pratica della rivoluzione umana – cioè superare i nostri problemi e realizzare la felicità personale – può essere paragonato alla rotazione della terra sul proprio asse, mentre avanzare verso kosen-rufu, contribuendo così alla prosperità della società, è paragonabile alla rotazione della terra intorno al sole. Proprio come questi due movimenti sono inseparabili, il Buddismo di Nichiren insegna che la felicità individuale e la prosperità sociale si raggiungono di pari passo. Gli sforzi quotidiani che compiamo per kosen-rufu, mentre proteggiamo la Legge e contribuiamo al benessere della società e degli altri, ci permettono allo stesso tempo di raggiungere una felicità personale indistruttibile» (Daisaku Ikeda Zenshu, traduzione provvisoria).
La morte del fratello minore
Nel giugno 1279, cinque mesi prima di ricevere questo Gosho, Tokimitsu aveva fatto visita al Daishonin per presentargli il fratello minore Goro, che aveva appena compiuto 16 anni.
In autunno sarebbe nato suo figlio, a cui Nichiren aveva dato il nome di Hiwaka Gozen. Ma mentre Tokimitsu, sua moglie e la famiglia stavano celebrando questo evento, Goro all’improvviso morì. Accadde a settembre, neanche tre mesi dopo che i due fratelli avevano fatto visita al Daishonin. Appena lo seppe, Nichiren scrisse: «Fin adesso pensavo che questa notizia del “defunto Nanjo Shichiro Goro” fosse qualcosa che avevo sognato, credevo fosse soltanto un sogno, un’illusione. Dubitavo potesse essere vera. Sarà un errore, pensavo, mi hanno riferito il falso» (La triste notizia della morte di Goro, RSND, 2, 835).
La madre di Tokimitsu, la monaca laica di Ueno, dopo la morte del marito aveva sostenuto strenuamente la famiglia. Non è difficile immaginare quanto dolore le avesse provocato la morte del figlio più giovane. Il Daishonin empatizzò sinceramente con la sua sofferenza e le inviò molti incoraggiamenti.
E a Tokimitsu, che stava lottando contro queste ardue prove, Nichiren scrisse: «Anche se per un po’ di tempo dovremo soffrire, alla fine ci attenderà un’immensa gioia. È come nel caso di un principe ereditario, l’unico figlio del re. Rifletti: è mai possibile che non salga al trono?» (Proteggere i credenti di Atsuhara, RSND, 2, 829).
Il presidente Ikeda commenta così questo passo: «Le parole del Daishonin sorgono dalla convinzione profonda che, per quanto fosse difficile la situazione in quel momento, in futuro Tokimitsu avrebbe sicuramente vinto, o meglio, avrebbe assolutamente avuto la capacità di vincere. È lo stesso messaggio che ritroviamo nel passo in cui si afferma che “l’inverno si trasforma sempre in primavera”» (BS, 196, 40).
La potenza dell’incoraggiamento
Fede significa avere un coraggio invincibile. Significa avere la forte determinazione di non arrendersi mai. È questa incrollabile convinzione che trasforma il karma in missione. Ed è questa la convinzione irremovibile che Nichiren infonde ai discepoli, compreso il giovane Tokimitsu. Li incoraggia sempre condividendo le loro lotte, immedesimandosi nella situazione che vivono e offrendo consigli in accordo con le loro personali circostanze.
Il modo in cui il Daishonin incoraggiava ciascun discepolo si ritrova esattamente in quello del presidente Ikeda, che considera preziosa la persona che ha di fronte e non smette di incoraggiarla. Ha sempre fatto così, fin da giovane.
Sul mensile Daibyakurenge è riportato un episodio molto significativo in questo senso.
Nel febbraio del 2000, mentre era in visita a Hong Kong, Sensei ricevette la triste notizia che un responsabile del Gruppo giovani uomini del Kansai era deceduto in un incidente. Inviò immediatamente un messaggio alla moglie, Yuko, che lo lesse mentre stava tornando a casa con le ceneri del defunto. Il messaggio diceva: «Ho offerto sinceramente le mie preghiere per tuo marito. Pianterò un albero in sua memoria qui a Hong Kong». Durante il funerale le arrivarono anche una poesia waka e un messaggio di condoglianze, e infine le fu recapitata una foto dei membri di Hong Kong che stavano piantando l’albero in memoria di suo marito. E continuarono ad arrivare in seguito ulteriori incoraggiamenti.
Verso la fine del mese fu invitata a un incontro con Sensei, appena atterrato da Hong Kong all’aeroporto del Kansai. Quella mattina, mentre gli scriveva una lettera per esprimergli la sua gratitudine, il figlio di 6 anni le chiese cosa stesse facendo. Yuko rispose: «Sto scrivendo una lettera a Sensei». Il bambino allora disse che voleva farlo anche lui e scrisse: «Sensei, grazie per incoraggiarci sempre. Lavorerò il doppio così mi impegnerò anche a nome del mio papà».
Durante quell’incontro informale, per prima cosa i coniugi Ikeda si diressero verso Yuko e le dissero: «Oggi siamo venuti a incontrarti! Non farti sconfiggere, non arrenderti!». Poi Sensei le consegnò la lettera di risposta per il figlio, in cui aveva scritto: «Il tuo amato padre vive nel tuo cuore. Il tuo preziosissimo padre continua a vivere nel cuore della tua mamma. Non arrenderti mai! Assolutamente non farti mai sconfiggere! Tuo padre osserva la tua crescita ogni giorno. Per favore proteggi i tuoi fratelli e la tua mamma a nome del tuo papà».
All’epoca il terzo figlio di Yuko aveva appena cinque mesi. L’anno seguente il secondo figlio, che come il fratello maggiore frequentava la scuola elementare Soka del Kansai, tornò a casa con una poesia di Sensei per la festa del papà: «Nel giorno della festa del papà – c'era scritto – auguro ai figli senza un padre di diventare persone straordinarie». Sono passati 23 anni da allora: i tre ragazzi sono cresciuti magnificamente e stanno avanzando lungo la strada dei successori Soka.
Così Sensei continua a incoraggiare la persona che ha di fronte fino a quando lei e la sua famiglia sono in grado di rialzarsi.
Il carattere giapponese che corrisponde alla parola “incoraggiamento” consiste di due parti: la parte sinistra si legge man – che significa “diecimila” e la parte destra si legge chikara, che significa “forza, potere”. Complessivamente indica “la forza, il potere di diecimila”.
Non esiste una forza tanto grande quanto quella dell’incoraggiamento. Sensei ha scritto, rivolto ai giovani: «Spero che in futuro sarete sempre pronti a dare la vita come amici devoti e sostenitori fedeli di chi soffre o di chi è angosciato. E spero che porterete la vostra gioia nella Soka Gakkai, un’organizzazione fatta per le persone, che la renderete sempre più felice, la sosterrete e vi impegnerete per il suo sviluppo. Questa è la richiesta che vi faccio con tutto il cuore» (Preghiera e azione, Esperia, pp. 64-65).
L’atteggiamento di fronte alla malattia
Ritornando a Tokimitsu, il giovane samurai superò tutte le numerose difficoltà e avversità che incontrò, inclusa la persecuzione di Atsuhara, basandosi su una fede incrollabile.
Ma queste prove lo indebolirono a livello fisico e mentale, e a 24 anni si ammalò gravemente. Alla notizia della sua malattia, potenzialmente mortale, nel febbraio 1282 il Daishonin, che aveva 61 anni, gli scrisse: «Poiché sembra ormai sicuro che conseguirai la Buddità, il demone celeste e gli spiriti maligni stanno cercando di intimidirti per mezzo della malattia. Ma la vita in questo mondo è limitata, non farti minimamente spaventare! E voi, demoni, facendo soffrire quest’uomo, state cercando di ingoiare una spada dalla punta, o di abbracciare un gran fuoco, o di diventare acerrimi nemici dei Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze?» (La conferma del Sutra del Loto, RSND, 1, 984).
In quel momento anche il Daishonin stava combattendo contro la malattia, ma si costrinse a impugnare il pennello e riversò tutto il suo cuore nell’incoraggiare Tokimitsu. Possiamo perciò affermare che questo è il Gosho della vittoria condivisa di maestro e discepolo in cui il Daishonin insegna al giovane, un successore con la missione di propagare ampiamente la Legge mistica, la fede per lottare contro il demone della malattia. Si tratta di una fede caratterizzata da una convinzione incrollabile in grado di superare qualsiasi prova dei tre ostacoli e quattro demoni, uno dei quali è proprio il demone della malattia.
All’inizio del Gosho, nel cui sottotitolo si firma “Nichiren, il devoto del Sutra del Loto”, il Daishonin infonde speranza e coraggio al giovane, confinato a letto, scrivendo che chi abbraccia il Sutra del Loto nell’Ultimo giorno della Legge è una persona che riceve meriti perché ha fatto offerte al Budda in passato. Poi, dopo aver ribadito quanto sia difficile perseverare nella fede nell’epoca malvagia dell’Ultimo giorno della Legge, loda Tokimitsu per aver portato avanti la fede pura dei suoi genitori e per il suo spirito risoluto e determinato anche mentre lottava contro le funzioni demoniache.
Tokimitsu perseverò nella fede con lo spirito di non indietreggiare mai. Riferendosi al suo atteggiamento, il Daishonin lo elogia dicendo: «Poiché sembra ormai sicuro che conseguirai la Buddità», e afferma che è precisamente perché Tokimitsu sta per ottenere l’Illuminazione che il demone celeste e gli spiriti maligni cercano di intimidirlo attraverso la malattia.
Il “demone celeste”, uno dei quattro demoni, è un’abbreviazione di “Re demone del sesto cielo”, definito “colui che gode liberamente delle creazioni illusorie degli altri” usando a proprio vantaggio i frutti degli sforzi altrui. Si tratta della funzione demoniaca fondamentale. Gli “spiriti maligni” sono demoni che provocano disastri e calamità per colpire le persone.
Il Daishonin afferma inoltre: «La vita in questo mondo è limitata. Non farti minimamente spaventare!». In questo modo spiega a Tokimitsu come dovrebbe considerare il momento che sta attraversando, dicendogli che rappresenta un’opportunità cruciale per risvegliare uno spirito invincibile e sconfiggere il demone della malattia.
Continua rimproverando «il demone celeste e gli spiriti maligni» che lo stanno facendo soffrire. Dice loro che colpendo il suo discepolo, anche lui un devoto del Sutra del Loto, essi diventeranno acerrimi nemici dei Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze. Nel rimproverare persino le divinità celesti con tale foga, il Daishonin insegna a Tokimitsu la preghiera risoluta del devoto del Sutra del Loto che trasforma tutto, anche le funzioni demoniache, in alleati che gli permettono di adempiere la sua missione.
A proposito dell’atteggiamento nei confronti della malattia Sensei scrive: «Permettetemi di chiarire che ammalarsi non è un segno di fede debole o di sconfitta. Nessuno può sfuggire alle quattro sofferenze universali di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Se, quando ci ammaliamo, facciamo emergere una fede potente per combattere il demone della malattia, quest’ultima diventerà un’opportunità per realizzare una vita pervasa dalle quattro nobili virtù del Budda: eternità, felicità, vero io e purezza. La malattia può fungere da occasione per rafforzare ancora di più la nostra fede in modo da trionfare sulle funzioni demoniache. E quando abbiamo una fede forte e invincibile, capace di resistere a qualsiasi attacco dei tre ostacoli e dei quattro demoni, niente potrà impedirci di conseguire la Buddità.
I tre ostacoli e i quattro demoni intervengono quando una persona comune è vicina a conseguire la Buddità. Il Daishonin osserva che quando appaiono questi impedimenti "il saggio si rallegrerà, mentre lo stolto indietreggerà" (RSND, 1, 568). Abbiamo la fede del saggio e il cuore colmo di un impavido spirito combattivo, oppure la mente piena di spavento e di dubbio dello stolto? Nel caso della malattia è vitale avere lo spirito di combattere fino alla fine contro il demone della malattia. Siamo determinati a vincere il demone della malattia o permettiamo che esso ci sconfigga? Quando incontriamo una malattia o un’altra dolorosa sofferenza ci troviamo davanti a un bivio di grande crescita spirituale e di sviluppo interiore» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 1, p. 393; BS, 145, 46).
Nichiren stesso mentre scriveva questa lettera stava combattendo contro la malattia. Ma, a prescindere dalle circostanze, continuò a incoraggiare con tutto il cuore il suo discepolo, senza mai fermarsi. Grazie a questo grande incoraggiamento Tokimitsu trionfò sulla malattia prolungando la sua vita di molti anni e dopo la morte del Daishonin continuò a dedicarsi a kosen-rufu sostenendo Nikko Shonin.
La missione dei giovani della Soka Gakkai
Nanjo Tokimitsu è un modello esemplare di discepolo per i membri del Gruppo giovani che oggi stanno espandendo la rete di incoraggiamento Soka che il loro maestro e i loro genitori hanno diffuso in tutto il mondo.
Nella lezione sul Gosho I due tipi di fede il presidente Ikeda scrive: «Kosen-rufu sta progredendo in tutto il mondo. È un grande fiume che ha cominciato a scorrere maestoso in ogni paese. La realizzazione della pace mondiale, che è l’essenza di kosen-rufu, è un ideale elevato al quale tutta l’umanità aspira. Solo noi della Sgi possiamo realizzarlo e, come Bodhisattva della Terra, abbiamo la missione infinitamente profonda di farlo. Il maestro Toda disse: “Kosen-rufu è una lotta per i diritti umani, per la felicità di tutte le persone. È una lotta per la giustizia. Questa è la missione dei giovani della Soka Gakkai!”. Proprio perché la nostra missione è così grande, per realizzarla dobbiamo impegnarci ogni giorno con una fede come l’acqua che scorre. Anche quando veniamo assaliti dalle tempeste del karma o da ostacoli spaventosi, anche se i dieci eserciti [del demone] dovessero cercare di scuotere la nostra fede, dobbiamo mantenere salda la nostra pratica buddista quotidiana, senza stancarci.
Coloro che credono fermamente nella Legge mistica e si impegnano costantemente nella fede, nella pratica e nello studio, cioè fanno Gongyo mattina e sera, partecipano alle riunioni di discussione, parlano del Buddismo di Nichiren ai loro amici, studiano gli scritti del Daishonin, fanno crescere persone capaci e così via, sono campioni di fede e autentici discepoli buddisti. Attraverso questi sforzi costanti accumuliamo indistruttibili tesori del cuore e stabiliamo dentro di noi lo stato vitale di Buddità.
Nessuno può eguagliare coloro che hanno continuato tenacemente a scalare il sentiero in salita della rivoluzione umana, un passo dopo l’altro, per dieci o vent’anni; le loro vite emanano la luce dei nobili sforzi che hanno compiuto per adempiere la loro missione. Non retrocedere mai è il massimo onore nella fede» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 2, p. 684; BS, 173, 52).
LETTERA DA SADO
Giovani vincete con il cuore del re leone
Uno scritto fondamentale che il Daishonin lasciò alle generazioni future animato dall’ardente desiderio di salvaguardare l'insegnamento corretto, auspicando che i suoi discepoli si riunissero per leggerlo insieme. Essi, come noi oggi, percependo il risoluto ruggito di leone del maestro che non si arrendeva di fronte a nessuna difficoltà per affermare la verità e la giustizia, e imparando dal suo comportamento calmo e imperturbabile proprio del “re leone”, avranno sicuramente fatto emergere l'atteggiamento da assumere di fronte a ogni tipo di difficoltà
Il Gosho della Soka Gakkai
Lettera da Sado è definito il “Gosho della Soka Gakkai”, uno dei suoi pilastri spirituali. I tre presidenti fondatori Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda, uniti dal legame di maestro e discepolo, lo hanno inciso profondamente nel loro cuore e ne hanno messo in pratica gli insegnamenti, dedicandosi alla fede senza lesinare la propria vita.
A tale proposito il presidente Ikeda afferma: «Quando voleva ammonire i discepoli arroganti, Tsunesaburo Makiguchi, il presidente fondatore, citava spesso un’espressione di questo scritto: “Come una gazza che si prende gioco di una fenice”. E ribadiva che la grande missione della Soka Gakkai era di svolgere una vigorosa pratica di shakubuku, un punto fondamentale di Lettera da Sado.
Anche il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda teneva spesso lezioni su Lettera da Sado, affinché il messaggio di questo Gosho ci rimanesse profondamente impresso. Durante la famosa campagna di Osaka del 1956, per spronare alla vittoria i membri del Kansai tenne una lezione su questo scritto a una riunione nella Sala Civica di Nakanoshima, a Osaka.
Quando ero giovane, questo scritto è stato per me fonte di ispirazione per la mia pratica buddista. All’epoca soffrivo di tubercolosi e gli affari di Toda attraversavano gravi difficoltà. In questo periodo di amare prove leggevo e rileggevo Lettera da Sado, traendone il coraggio di continuare a lottare, di farcela ogni giorno, fino alla vittoria finale» (Gli insegnamenti della vittoria, Esperia, vol. 1, p. 22; BS, 135, 21).
Perché questo Gosho è così importante? Sensei spiega che «il Daishonin lo lasciò alle generazioni future animato dall’ardente desiderio di salvaguardare l'insegnamento corretto, e che in esso trasmette questo potente messaggio ai suoi discepoli» (BS, 135, 20).
Nell’incipit il Daishonin scrive: «Questa lettera è indirizzata a Toki, ma deve essere mostrata a Saburo Saemon, al prete laico Okuratonotsuji Juro, alla monaca laica di Sajiki e agli altri miei discepoli» (RSND, 1, 266). E nel poscritto aggiunge: «Se anche una sola persona non avesse mie notizie, potrebbe risentirsi. Perciò vorrei che tutti i credenti sinceri si riunissero e si incoraggiassero leggendo insieme questa lettera» (RSND, 1, 272).
Nel periodo in cui il Daishonin scrisse questo Gosho le repressioni governative erano rivolte non solo contro di lui ma anche verso i discepoli di Kamakura, che si trovarono ad affrontare ardue prove e avversità mentre il loro maestro era in esilio a Sado, un’isola da cui nessun esiliato era tornato vivo. L’oppressione era tale che in un altro scritto il Daishonin afferma che 999 persone su mille avevano abbandonato la fede.
Nei brani citati possiamo percepire il cuore del maestro, che scrive con profonda cura e preoccupazione come se si stesse rivolgendo direttamente a ogni singolo discepolo in lotta contro le persecuzioni. Le sue parole traboccano dell’assoluta determinazione di non far allontanare nessuno dalla fede. È qui che affondano le radici dello spirito dell’incoraggiamento Soka, basato sulla determinazione di “non lasciare indietro nessuno”, e della tradizione dei nostri zadankai. La nostra organizzazione fondata sullo spirito di itai doshin (diversi corpi, stessa mente) è nata dall’unità di maestro e discepolo che lottano insieme contro le avversità.
Di fronte a quelle aspre persecuzioni ciascun discepolo rispose al richiamo del maestro facendo emergere il “cuore del re leone” e si alzò per lottare al suo fianco. Ai discepoli di Kamakura, quando ricevettero questa lettera, sembrò di vedere un raggio di luce nell’oscurità. Si saranno riuniti più e più volte per leggerla insieme. Percependo il risoluto ruggito di leone del loro maestro, che non si arrendeva di fronte a nessuna difficoltà per affermare la verità e la giustizia, avranno sicuramente fatto emergere una fede coraggiosa.
I maestri Makiguchi e Toda hanno fatto rivivere nell’epoca moderna questo spirito, impegnandosi in una lotta condivisa di maestro e discepolo durante la seconda guerra mondiale, un momento storico in cui il mondo era fortemente diviso. Portando avanti il loro impegno, il presidente Ikeda ha diffuso ampiamente il movimento di kosen-rufu in ogni parte del mondo, aprendo il cammino alla realizzazione della pace. Non dobbiamo mai dimenticare che la Soka Gakkai e la Sgi di oggi esistono solo grazie alle strenue lotte affrontate dai primi tre presidenti.
È decisamente significativo approfondire oggi, a distanza di settecentocinquant’anni, la lotta spirituale del Daishonin a Sado attraverso le lezioni di Daisaku Ikeda.
Le preoccupazioni degli esseri umani
Leggiamo ora la parte iniziale del Gosho: «Le cose che le persone temono di più in questo mondo sono il dolore del fuoco, il balenare delle spade e l’ombra della morte. Perfino i buoi e i cavalli hanno paura di essere uccisi, non c’è da meravigliarsi che gli esseri umani abbiano paura della morte; perfino i lebbrosi sono attaccati alla vita, a maggior ragione le persone sane» (RSND, 1, 266).
In una lezione su questo brano Sensei afferma che qui il Daishonin rivolge l’attenzione alle «preoccupazioni che pesano sul cuore delle persone» (BS, 135, 25).
Noi umani, come tutti gli esseri viventi, temiamo costantemente il «dolore del fuoco» – che in termini moderni possiamo assimilare agli incidenti e ai disastri naturali – e il «balenare delle spade», ovvero la violenza e le guerre.
È nella natura degli esseri viventi temere la morte ed essere attaccati alla vita. Tuttavia il Daishonin osserva lucidamente l’assurdità di tale condizione: «I pesci vogliono sopravvivere e, deplorando la scarsa profondità dello stagno in cui vivono, scavano buche sul fondo per nascondersi, eppure, ingannati dall’esca, abboccano all’amo. Gli uccelli sugli alberi temono che questi siano troppo bassi e si appollaiano sui rami più alti, eppure, abbagliati dall’esca, si fanno prendere nella rete. Gli esseri umani sono altrettanto vulnerabili. Danno la vita per superficiali cose mondane, ma raramente per i preziosi insegnamenti del Buddismo. Fa poca meraviglia che non conseguano la Buddità» (RSND, 1, 266).
Descrive in modo dettagliato come gli animali tengano alla vita e tentino di evitare la morte con il poco di saggezza di cui dispongono. Tuttavia, non avendone a sufficienza, vengono «ingannati dall’esca» e si fanno stupidamente catturare.
Non si tratta di una semplice metafora né di una mera considerazione sulla vita degli animali. Gli esseri umani tengono alla vita esattamente come i pesci e gli uccelli. Eppure, per quanto si possa essere attaccati alla vita, se si ignora il Buddismo e si confida solo sulla superficiale saggezza mondana si finirà per perderla a causa di stupidi motivi, proprio come i pesci e gli uccelli. Il Daishonin fa notare che questo è il motivo per cui gli esseri umani nell’Ultimo giorno della Legge non riescono a conseguire la Buddità.
La “natura delle bestie”
L’Ultimo giorno della Legge è un periodo di decadenza in cui i valori del Buddismo, che dovrebbero costituire il fondamento spirituale della società, sono totalmente rovesciati, generando caos e confusione. Così l'insegnamento corretto si va perdendo.
È un’epoca terribile in cui preti eminenti, che dovrebbero indicare in modo chiaro e rigoroso quale sia l’insegnamento corretto, si sono trasformati in individui corrotti la cui natura essenziale è ridotta a quella delle "bestie”. Mentre le persone sagge, che comprendono la natura e le dinamiche di questo periodo di decadenza della Legge e cercano di evitare che questa perisca, diventano oggetto di persecuzioni insieme ai loro discepoli.
I preti con intenzioni malvagie considerano coloro che comprendono l'insegnamento corretto del Buddismo una minaccia di cui liberarsi, perché potrebbero smascherarne la vera natura. Pertanto temono le persone sagge e colludono con i potenti al governo.
Nel passo seguente il Daishonin spiega perfettamente il meccanismo di questo tipo di persecuzione religiosa. «È nella natura delle bestie minacciare il debole e temere il forte. Gli studiosi contemporanei delle varie scuole si comportano come loro: disdegnano un sapiente senza potere ma temono i governanti malvagi. Non sono altro che cortigiani servili. Solo sconfiggendo un potente nemico si può dimostrare la propria vera forza» (RSND, 1, 267).
Dichiara che «gli studiosi contemporanei delle varie scuole» – ovvero i preti di scuole buddiste con una tradizione ben consolidata che vengono rispettati nella società – si comportano come bestie. Sono parole molto forti!
E prosegue dicendo: «Disdegnano un sapiente senza potere ma temono i governanti malvagi»: per sapiente Nichiren intende chi è in grado di valutare la realtà sulla base della ragione, riferendosi a se stesso. Afferma poi che questi individui «non sono altro che cortigiani servili», cioè subordinati che cercano di compiacere le persone al potere per tornaconto personale.
L’espressione “natura delle bestie” utilizzata dal Daishonin descrive un comportamento irrazionale, irragionevole e immorale in cui si seguono solamente i desideri istintivi. Bisogna sottolineare che la parola “bestie” qui non si riferisce propriamente agli animali ma piuttosto al mondo di animalità insito nella natura umana, che presenta una componente dannosa e distruttiva. Questa è la chiara immagine che dà il Daishonin dell’epoca in cui vive, caratterizzata dalla “natura delle bestie” ovvero dalla condizione vitale di animalità.
«Così ha fatto Nichiren»
L’Ultimo giorno della Legge, dominato dai nemici del Sutra del Loto e dalla “natura delle bestie”, è però anche l’epoca di shakubuku, la pratica che rende le persone capaci di discernere l’insegnamento corretto da quello erroneo. Il Daishonin, come leggiamo nel passo seguente, in un’epoca in cui la Legge è in decadenza dichiara la sua volontà di lottare con tutte le forze per proteggerla facendo emergere il “cuore del re leone”, senza lasciarsi intimorire da nessun tipo di persecuzione. «Quando un governante malvagio si allea con preti che sostengono insegnamenti errati, per distruggere l’insegnamento corretto e liberarsi di un uomo sapiente, chi ha un cuore di leone conseguirà sicuramente la Buddità. Così ha fatto Nichiren. Non dico questo per arroganza, ma perché sono animato dalla forte volontà di preservare il corretto insegnamento» (RSND, 1, 267).
E spiega in modo conciso la natura e la logica delle persecuzioni che si erano abbattute su di lui e sui suoi discepoli, dalla persecuzione di Tatsunokuchi all’esilio a Sado.
Dobbiamo tenere a mente che, a prescindere dall’epoca, questa è una dinamica invariabile di tutte le persecuzioni contro i devoti del Sutra del Loto: quando preti eminenti, che dovrebbero indicare l’insegnamento corretto, si rendono conto di non poter competere con una persona saggia che si impegna ad affermare la verità e la giustizia, si alleano con i potenti per cercare di liberarsene.
Dietro la persecuzione di Tatsunokuchi e l’esilio a Sado si celavano gli intrighi e le manovre di Ryokan, il prete capo del tempio Gokuraku, che era stato sconfitto dal Daishonin nella sfida delle preghiere per la pioggia. A guidare la cattura e l’arresto del Daishonin fu Saemon-no-jo Yoritsuna, un alto funzionario alle dirette dipendenze del ramo principale della famiglia Hojo, che deteneva il monopolio sulla carica di shogun. Il Daishonin fu trattato alla stregua di un ribelle e arrestato nel cuore della notte senza essere sottoposto ad alcun processo formale. Ciò dimostra quanto fossero ingiuste le misure adottate nei suoi confronti.
Tuttavia egli affermò con assoluta convinzione che coloro che si alzano e affrontano impavidi le perfide trame dei malvagi, facendo emergere «un cuore di leone», conseguiranno sicuramente la Buddità. Mostra attraverso il suo esempio cosa voglia dire portare avanti la pratica buddista nell’Ultimo giorno della Legge, e, allo stesso tempo, esorta i discepoli di Kamakura ad affrontare le avversità con la sua stessa determinazione. Tutto ciò è racchiuso nella frase: «Così ha fatto Nichiren».
Poco prima aveva affermato: «Solo sconfiggendo un potente nemico si può dimostrare la propria vera forza». Qui riusciamo a percepire il desiderio del Daishonin di trasmettere ai discepoli, attraverso il suo comportamento calmo e imperturbabile proprio del “re leone”, l'atteggiamento essenziale di fronte alle difficoltà. Pur facendosi partecipe della loro sofferenza, spiega che l’unico modo per superare tali persecuzioni è far emergere il “cuore del re leone” proprio come aveva fatto lui. Quando maestro e discepolo condividono lo stesso cuore, divenendo una cosa sola, non c’è ostacolo che non possa essere superato.
Nella frase: «Così ha fatto Nichiren» egli non sta solamente mostrando ai discepoli la propria condizione vitale, ma li esorta a seguirlo. A tale proposito il presidente Ikeda scrive: «Le parole “Così ha fatto Nichiren” rappresentano un grido appassionato ai suoi discepoli. Era come se stesse esortandoli dal profondo di se stesso: “Io ho sconfitto tutte le forze demoniache, così anche voi dovete tirar fuori un cuore da leone e vincere su tutte le forze negative. Battetevi con lo stesso spirito di Nichiren! Combattete al mio fianco, con la mia stessa determinazione!”. Ciò che si aspettava era che sorgessero discepoli dotati del suo stesso spirito e della sua stessa dedizione.
Durante la seconda guerra mondiale solo Makiguchi e Toda dimostrarono il coraggio da leone del Daishonin. Il clero, al contrario, cedette al proprio vigliacco tornaconto. L’eredità del Daishonin, un re leone privo di egoismo, oggi vive soltanto nella Soka Gakkai. Abbiamo fedelmente ereditato il suo spirito generoso e pieno di coraggio e abbiamo tracciato con fermezza un’ampia strada per la realizzazione di kosen-rufu a livello mondiale. Di conseguenza anche i nostri benefici saranno di portata immensa. Con questa potente convinzione stabiliamo relazioni umane sempre più numerose condividendo la vera grandezza del cammino Soka di maestro e discepolo» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 1, p. 41; BS, 135, 30). Per quanto detto sopra possiamo considerare la Soka Gakkai come un’organizzazione direttamente collegata a Nichiren Daishonin e dedita a kosen-rufu in perfetto accordo con il mandato e l’intento del Budda.
Il ruggito del leone
In riferimento all’espressione «chi ha un cuore di leone», ne La raccolta degli insegnamenti orali è scritto: «Il ruggito del leone (shishi ku) è la predicazione del Budda. La predicazione della Legge significa la predicazione del Sutra del Loto, o in particolare la predicazione di Nam-myoho-renge-kyo. Il primo shi della parola shishi, o leone, [che significa “maestro”], è la Legge meravigliosa che è trasmessa dal maestro. Il secondo shi [che significa “figlio”] è la Legge meravigliosa ricevuta dai discepoli. Il “ruggito” è il suono del maestro e dei discepoli che recitano all’unisono. Il verbo sa, “emettere” o “ruggire”, va interpretato col significato di dare inizio o metter fuori. Si riferisce al dare inizio a Nam-myoho-renge-kyo nell’Ultimo giorno della Legge» (BS, 116, 55).
In questo brano viene spiegato il significato di “ruggito del leone”, in giapponese shishi ku. Si tratta del maestro e del discepolo che recitano e propagano insieme la Legge mistica. In una sua lezione su questo passo, Sensei afferma: «[Come insegna il Buddismo di Nichiren,] il desiderio del re leone – il Budda – è trionfare su ogni tipo di funzione demoniaca e mettere in grado chiunque di realizzare la propria felicità attraverso il grande ruggito che ha il potere di muovere ogni cosa in direzione positiva. Qui il Daishonin insegna che l’essenza di questo ruggito del leone è la lotta condivisa di maestro e discepolo. Il mio maestro Josei Toda non solo ruggì lui stesso come un leone per difendere apertamente la verità, ma spesso esortava anche i giovani a farlo: “Kosen-rufu è una battaglia verbale, quindi anche voi dovreste parlare instancabilmente!”, “Noi siamo nel giusto, perciò dichiariamo la verità così com’è!”. Kosen-rufu è una lotta spirituale per sconfiggere gli impulsi distruttivi che risiedono nella profondità della vita e ci rendono infelici. Perciò forze ostili e piene di risentimento nei confronti della Soka Gakkai, che tiene alta la bandiera della Legge mistica, ci hanno attaccato in ogni maniera concepibile cercando di distruggere il nostro movimento. Ma noi, uniti dal legame di maestro e discepolo, abbiamo sempre trionfato dichiarando apertamente insieme ciò che era giusto. Il grande ruggito congiunto di maestro e discepolo ci permette di sconfiggere l’oscurità fondamentale o ignoranza e far emergere con forza la natura fondamentale dell’Illuminazione, o natura del Dharma» (BS, 192, 26).
Qui Sensei mostra con chiarezza come la chiave della vittoria della Soka Gakkai sulle forze demoniache ostili e invidiose sia il ruggito del leone che vede uniti il maestro e il discepolo.
Il “ruggito del leone” è un concetto cruciale nel Buddismo. In diverse scritture buddiste viene utilizzata questa metafora per indicare la solenne e maestosa immagine del Budda che predica il corretto insegnamento.
Quando Shakyamuni espone il Sutra del Loto, i bodhisattva che ascoltano l’insegnamento formulano un voto al suo cospetto dichiarando che avrebbero emesso il ruggito del leone. Questo voto viene espresso nei venti versi del tredicesimo capitolo, Esortazione alla devozione. Poco prima, nell’undicesimo capitolo L’apparizione della Torre preziosa, il Budda esprime il desiderio di affidare ai suoi discepoli la missione di realizzare kosen-rufu nel mondo nell’Ultimo giorno della Legge, per permettere a tutte le persone di manifestare la Buddità.
L’Ultimo giorno della Legge è un’epoca dominata dai tre potenti nemici e dai tre ostacoli e quattro demoni, in cui la capacità delle persone comuni di comprendere gli insegnamenti buddisti è sempre più scarsa.
In questo periodo cruciale, chi si ergerà come discepolo per compiere la missione di diffondere il Sutra del Loto? Questa è la vera domanda che Shakyamuni lancia in questa solenne scena che vede dialogare tra loro, attraverso le epoche, il maestro e i discepoli.
All’appello del maestro, come insegna il capitolo Esortazione alla devozione, rispondono i bodhisattva con il loro giuramento, pronunciando il voto di vincere i tre potenti nemici e di propagare il Sutra del Loto, un voto descritto come “emettere il ruggito del leone”. Qui, per la prima volta, l’espressione “ruggito del leone”, che originariamente denotava la predicazione del Budda, indica il voto dei discepoli del Budda.
§E vuole significare che il desiderio del Budda non potrà essere realizzato a meno che i discepoli non si alzino in nome dello stesso voto. Solamente quando i discepoli lottano portando avanti il voto del maestro lo rendono eterno. È un messaggio fondamentale, il cui spirito permea tutto il Sutra del Loto e lo rende “il sutra di maestro e discepolo”.
Per questo ne La raccolta degli insegnamenti orali il “ruggito” è il suono del maestro e dei discepoli che recitano all’unisono, in cui maestro e discepolo si alzano in nome dello stesso voto. Il presidente Ikeda scrive, a tale proposito: «Come insegna questo passo, i membri della Soka Gakkai, i nostri compagni Bodhisattva della Terra, indipendentemente dalle difficoltà che hanno dovuto affrontare hanno “raccolto il coraggio di un leone” e hanno continuato a perseverare nei loro sforzi per kosen-rufu. In tutto il mondo i membri hanno sperimentato inequivocabili benefici grazie alla pratica buddista dimostrando l’incontestabile potere del ruggito del leone del Buddismo di Nichiren. Proprio perché l’epoca attuale è pervasa da così tanta confusione e incertezza, come membri della Soka Gakkai uniti dal legame di maestro e discepolo “diamo inizio” a un nuovo ruggito del leone e piantiamo ovunque i semi della Legge mistica nel cuore delle persone facendo sbocciare fiori di pace e felicità in tutto il globo» (BS, 192, 28).
La trasformazione del karma
Nell’ultima parte di Lettera da Sado è esposto un principio di grande speranza: la trasformazione del karma. Il Daishonin scrive: «Una bella spada si ottiene battendo il ferro incandescente. I santi e i saggi sono messi alla prova dagli insulti. Il mio attuale esilio non è dovuto ad alcun crimine mondano; è per permettermi di espiare in questa esistenza le mie gravi offese passate ed essere libero dai tre cattivi sentieri nell’esistenza futura» (RSND, 1, 269).
«Una bella spada si ottiene battendo il ferro incandescente»: questo è il concetto centrale del principio della trasformazione del karma nel Buddismo di Nichiren Daishonin. Quando il ferro viene messo sul fuoco diventa incandescente; sottoponendolo poi a martellatura le sue impurità interne vengono rimosse e si ottiene un acciaio solido e forte che può essere modellato in una spada affilata. Attraverso questo esempio il Daishonin spiega come attraverso ostacoli e difficoltà stiamo “martellando” il nostro karma negativo, temprando così la nostra vita.
Allo stesso modo, il vero valore dei santi e dei saggi si manifesta solo quando vengono messi alla prova da critiche e persecuzioni. Le persone veramente grandi sono quelle che, pur perseguitate, continuano a vivere con risolutezza secondo i propri princìpi.
Temprare la propria vita porta i benefici più grandi. Una vita temprata può superare qualsiasi difficoltà aprendo le porte a un’esistenza felice e vittoriosa.
Riguardo alla capacità che ha una religione di temprare l’essere umano Sensei spiega: «Nella mia lezione “Il Buddismo Mahayana e la civiltà del XXI secolo”, che tenni all’Università di Harvard, sollevai le seguenti questioni: la religione rende le persone più forti o più deboli, incoraggia in loro il bene o il male, le rende più o meno sagge? Rendere le persone forti, buone e sagge è l’essenza del Buddismo di Nichiren. In un’epoca così piena di disumanità c’è sempre più bisogno di questa religione centrata sull’essere umano» (BS, 219, 5).
“Rendere le persone forti, buone e sagge”: questa frase spiega in modo chiaro le caratteristiche peculiari del Buddismo di Nichiren Daishonin. Il principio della trasformazione del karma ci permette di manifestare l’innata saggezza e il potere insiti nella nostra vita non solo quando le cose vanno bene, ma soprattutto nelle avversità.
In Lettera da Sado il Daishonin afferma: «Il mio attuale esilio non è dovuto ad alcun crimine mondano». Dichiara cioè che tale persecuzione non ha niente a che fare con colpe secolari, ma ha lo scopo di permettergli di trasformare il karma in questa vita. In questo modo vuole spiegare ai discepoli che trasformare il karma affrontando le avversità corrisponde al beneficio dell’“alleggerimento della retribuzione karmica”, principio secondo cui si ricevono gli effetti del karma negativo pesante accumulato nel passato in una forma più leggera in questa vita, espiandolo così in modo definitivo.
Ci sono innumerevoli membri che di fronte alle avversità hanno sperimentato in prima persona i benefici dell’alleggerimento della retribuzione karmica e affermano con gratitudine di essere stati protetti dalla fede quando la situazione sarebbe potuta andare molto peggio. Tutto ciò è dovuto ai cosiddetti "benefici che si ottengono proteggendo la Legge".
Sensei scrive, a tale proposito: «Il Daishonin espose il principio della trasformazione del karma basandosi sulla visione più vasta e profonda di causa ed effetto contenuta nel Sutra del Loto. Basarsi sul Sutra del Loto significa riconoscere che noi, e tutte le altre persone, possediamo uno stato vitale nobile come quello del Budda. Quando il sole sorge, disperde l’oscurità e illumina il mondo. Allo stesso modo, quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo facciamo sì che il sole della nostra Buddità intrinseca dal tempo senza inizio risplenda in noi. Come effetto, l’oscurità dell’ignoranza fondamentale svanisce, il karma passato si trasforma e in noi emerge il potere innato di vincere ogni sofferenza o difficoltà. In quel momento il karma cambia significato. La nostra esistenza segnata dalle sofferenze karmiche compie una trasformazione radicale diventando una vita in cui sfidiamo il karma e dimostriamo l’autentico valore e la dignità dell’essere umano. Questa è l’essenza del Buddismo di Nichiren, che insegna il principio della trasformazione del karma, il fattore chiave per rivitalizzare la nostra esistenza e creare un futuro migliore» (BS, 219, 6).
Attraverso la nostra pratica il significato di karma cambia: Sensei ci insegna infatti a “trasformare il karma in missione”. Nell’epoca attuale dove si susseguono, una dopo l’altra, difficoltà e crisi a livello personale, sociale e globale, i membri della Soka Gakkai vivono fino in fondo con la profonda convinzione di trasformare il karma in missione.
Ci saranno momenti in cui infurieranno tempeste di ostacoli e demoni, in cui affronteremo avversità e prove ardue. Proprio in quei momenti facciamo ardere il cuore del re leone, come afferma Nichiren in Lettera da Sado, e raccogliamo una profonda fede. Questa è l'essenza della sfida dell'umanesimo Soka per aprire la strada a un futuro di pace e felicità.
LA VITA DI NANJO TOKIMITSU
Insieme al maestro, con lo spirito di non retrocedere, viviamo un'esistenza basata sul voto
Considerato un discepolo modello e il preferito dal giovane Ikeda, conobbe il Daishonin da ragazzo e per tutta la vita portò avanti la sua rivoluzione religiosa con lo stesso spirito. Fu il destinatario di alcune tra le più importanti lettere contenenti insegnamenti cruciali come I due tipi di fede (l'importanza di una fede che non retrocede), La Porta del Drago (la centralità di formulare un grande voto), La conferma del Sutra del Loto (come sviluppare la convinzione per lottare contro il demone della malattia e superare qualsiasi prova). Eccone un ritratto
Il discepolo preferito
Una volta, durante un incontro informale con alcuni giovani membri, il presidente Toda chiese: «Tra i discepoli del Daishonin, chi è il vostro preferito?». Le risposte furono varie: Shijo Kingo, la monaca laica Myoichi e così via. Si rivolse allora a Daisaku Ikeda e gli chiese: «Qual è il tuo preferito?», e lui rispose: «Nanjo Tokimitsu».
Considerato un “discepolo modello” dai maestri e i discepoli Soka, Nanjo Tokimitsu incontrò il suo maestro Nichiren Daishonin quando era molto giovane e da allora condusse un’esistenza volta a realizzare il voto di kosen-rufu. Secondo figlio di una famiglia numerosa, aveva molti fratelli e sorelle. Viveva a Fujinomiya, nel distretto di Ueno, ed era un samurai.
Nel 1265, quando aveva sette anni, suo padre Hyoe Shichiro morì. Alla notizia, il Daishonin intraprese il lungo viaggio da Kamakura a Ueno per esprimere personalmente le sue condoglianze alla famiglia e in quell’occasione incontrò per la prima volta Tokimitsu.
Hyoe Shichiro, che aveva abbandonato il Nembutsu ed era diventato suo discepolo, mantenne la fede fino all’ultimo istante, anche mentre lottava contro la malattia. Tokimitsu, che considerava il padre un importante punto di riferimento, sviluppò la sua stessa fede risoluta creando un forte legame con il Daishonin.
Tra i Gosho giunti fino a noi non vi sono lettere indirizzate alla famiglia Nanjo durante i nove anni successivi alla morte di Hyoe Shichiro. Tuttavia possiamo supporre che l’intera famiglia continuò a percorrere il cammino del Buddismo di Nichiren sostenuta dalla profonda fede della madre, la monaca laica Ueno.
Dopo nove anni, il settimo mese del 1274, Tokimitsu si recò a incontrare nuovamente il Daishonin, due mesi dopo il suo trasferimento a Minobu. Era diventato un giovane samurai, e Nichiren espresse così la sua gioia nel vederne la crescita: «Mi domando se forse egli [Hyoe Shichiro] non sia tornato nuovamente giovane e sia rimasto sotto forma del suo prezioso e adorato figlio. Sono senza parole vedendo che non solo c’è una perfetta somiglianza, ma che anche il cuore è lo stesso. [...] Non riesco a trattenere le lacrime al pensiero di quanto sia importante avere dei bravi figli» (Risposta a Ueno, RSND, 2, 467).
In tali parole riusciamo a percepire non solo i sentimenti del Daishonin nei confronti del discepolo defunto, ma anche la sua premura e fiducia verso il figlio, il successore da lui cresciuto.
Si dice che nel periodo in cui fu scritta questa lettera il primogenito della famiglia, Shichiro Taro, fosse da poco morto tragicamente in un incidente. Tokimitsu era dunque diventato il capofamiglia e si era dovuto assumere ingenti responsabilità.
Una rivoluzione religiosa senza precedenti
Qualche mese dopo, il Daishonin gli scrisse: «Non è la prima volta che lo dico. Negli ultimi vent’anni e più non ho di certo risparmiato la mia voce, gridandolo a gran voce. Così sia, dunque, così sia! Questa lettera tratta di argomenti di grande importanza, perciò dovresti fartela leggere e ascoltarla con molta attenzione. Anche se gli altri ci possono denigrare, noi siamo maestri della Legge che non prestano ascolto a cose del genere» (L’offerta di una torta di fango, RSND, 2, 473).
Erano trascorsi più di vent’anni da quando aveva stabilito il suo insegnamento e dato inizio alla sua “lotta di parole” per salvare tutte le persone. Infatti afferma: «Negli ultimi vent’anni e più non ho di certo risparmiato la mia voce, gridandolo a gran voce».
Alla luce del contesto storico si può affermare che l’impresa che il Daishonin portò avanti fu una vera rivoluzione religiosa. Poiché si trattava di una
rivoluzione senza precedenti nella storia dell’umanità, attirò naturalmente critiche e censure, che colpirono anche i discepoli. Il Daishonin li incoraggiò a impegnarsi a loro volta in una “lotta di parole” con la tenacia e il coraggio del Budda, proprio come aveva fatto egli stesso. Ecco perché afferma: «Anche se gli altri ci possono denigrare, noi siamo maestri della Legge che non prestano ascolto a cose del genere».
Inoltre, affermando: «Questa lettera tratta di argomenti di grande importanza, perciò dovresti fartela leggere e ascoltarla con molta attenzione», esorta Tokimitsu a leggerla ad alta voce più e più volte insieme ai compagni di fede per farne proprio lo spirito.
Il presidente Ikeda a tale proposito scrive: «L’eredità dell’insegnamento corretto, che fluisce da Shakyamuni al Sutra del Loto e a Nichiren Daishonin, è caratterizzata dalla rivoluzione religiosa. Shakyamuni insegnava l’uguaglianza e il potenziale inerente a tutte le persone, in contrapposizione agli insegnamenti gerarchici e autoritari del Brahmanesimo che dominavano l’antica società indiana e avevano dato origine al sistema delle caste. Il Sutra del Loto rivela l’insegnamento dell’Illuminazione universale basato sulla dottrina del mutuo possesso dei dieci mondi, facendo del Buddismo un insegnamento aperto a tutte le persone, all’opposto degli insegnamenti mahayana provvisori [che negavano la capacità di conseguire la Buddità alle persone dei due veicoli – cioè gli ascoltatori della voce e i risvegliati all’origine dipendente – alle persone malvagie e alle donne]. E il Daishonin denunciava le dottrine errate delle scuole della sua epoca, insegnando una filosofia incentrata sulle persone che chiunque poteva praticare. La Sgi fa parte di questa linea ereditaria dell’insegnamento corretto e della rivoluzione religiosa. E, siccome la rivoluzione religiosa è un processo che non si fermerà mai, è cruciale che emergano giovani successori che portino avanti questa lotta. Questi giovani successori apparvero al fianco del Daishonin nella persona di Nikko Shonin, un prete che fu uno dei suoi discepoli più importanti e suo successore designato, e di Nanjo Tokimitsu» (Gli insegnamenti della vittoria, Esperia, vol. 1, p. 577; BS, 149, 48).
Si pensa che in quello stesso periodo Tokimitsu incontrò Nikko Shonin, con cui strinse un forte legame. Le parole conclusive: «Questa lettera tratta di argomenti di grande importanza» possono essere interpretate come un’indicazione per il giovane di portare avanti la rivoluzione religiosa che il Daishonin aveva iniziato, impegnandosi in tale direzione con il suo stesso spirito.
Genitori e figli
Il Daishonin non dava al giovane Tokimitsu solo guide nella fede, ma gli spiegava anche come vivere e come comportarsi coerentemente all’insegnamento che aveva abbracciato: «Perciò una persona che sostiene il Sutra del Loto sta ripagando il debito di gratitudine verso suo padre e sua madre. E anche se in cuor suo non pensa di riuscire a farlo, può ripagare il proprio debito grazie al potere di questo sutra» (Le quattro virtù e i quattro debiti di gratitudine, RSND, 2, 601).
Quando ricevette questa lettera, Tokimitsu aveva diciassette anni ed era già diventato il pilastro della famiglia. Qui il Daishonin gli spiega che il Sutra del Loto, l’unico insegnamento che espone il principio del conseguimento della Buddità da parte delle donne, permette di ripagare il debito di gratitudine nei confronti della propria madre. Non solo. Lo incoraggia affermando che se avesse mantenuto fino in fondo una fede corretta, avrebbe potuto illuminare la sua famiglia con la luce dei benefici e della vittoria. E gli indica anche delle azioni concrete per esprimere gratitudine nei confronti dei genitori: «Siamo sempre attenti a procurare loro [ai nostri genitori] ogni sorta di cose buone o, quando è impossibile farlo, a rivolgere loro almeno due o tre sorrisi al giorno» (RSND, 2, 600).
Nel suo scritto Precetti per la gioventù Toda affermò: «Oggi ci sono molti giovani che non amano nemmeno i loro genitori, tanto meno gli altri. Noi lottiamo per compiere la nostra rivoluzione umana – per superare la nostra insensibilità e sviluppare in noi stessi il compassionevole stato di vita del Budda» (citato in BS, 120, 14). E il presidente Ikeda scrive: «Dimostrare bontà verso i propri genitori è il primo passo nella pratica buddista di trattare tutte le persone con compassione» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 1, p. 845; BS, 154, 53).
Impegnarsi nella fede corretta è il modo migliore per ripagare il debito di gratitudine verso i genitori, come ribadisce Sensei: «Abbracciare e sostenere la fede nella Legge mistica è il modo migliore per ripagare il debito di gratitudine nei confronti dei nostri genitori, perché possiamo trasmettere loro la luce della felicità eterna che è la Buddità. Non serve che i giovani cerchino di impressionare gli altri. Andate avanti così come siete, recitando Nam-myoho-renge-kyo, impegnandovi al massimo nello studio e migliorando voi stessi. Questo è il modo per condurre una giovinezza di autentica realizzazione, diffondendo speranza e gioia a tutti coloro che vi circondano. Mi rivolgo a voi, miei giovani amici costruttori del futuro: continuate a crescere con uno spirito gioioso!» (Daisaku Ikeda Zenshu, traduzione provvisoria).
Spesso però i rapporti tra genitori e figli possono essere molto complicati, come scrive ancora Sensei rivolgendosi ai membri del Gruppo futuro: «In alcune circostanze potreste trovare difficile essere gentili e mostrare apprezzamento per i genitori. Ma vi prego di non preoccuparvi. È un percorso che potrebbe durare anche tutta la vita, se non per l’eternità. La vostra gratitudine arriverà senza dubbio al loro cuore. Inoltre, tutti voi potete recitare Nam-myoho-renge-kyo: non dimenticate mai che il vostro Daimoku raggiunge perfino i familiari defunti. La rivoluzione umana non è qualcosa che avviene al di fuori della vita quotidiana. Può essere tanto semplice quanto riuscire a dire “grazie” ai vostri genitori, se prima non riuscivate a farlo, o prestare aiuto nelle faccende domestiche che prima detestavate. Tutti questi cambiamenti sono esempi di rivoluzione umana e renderanno sicuramente felici i vostri genitori. […] Molti di loro si stanno impegnando duramente per offrire il loro contributo alla comunità locale e alla società. I vostri gesti di gentilezza e apprezzamento li faranno sentire rinvigoriti, mettendoli in grado di rivitalizzare ulteriormente la comunità locale e la società. Questo è il profondo principio della rivoluzione umana» (cfr. NR, 670).
La cosa fondamentale è portare avanti la propria rivoluzione umana basandosi sulla fede, con pazienza e senza fretta. Probabilmente solo quando si diventa genitori a propria volta si riesce a capire cosa si prova in tale ruolo.
Una fede come l’acqua
Nella regione in cui viveva Nanjo Tokimitsu si stavano susseguendo attacchi e repressioni nei confronti suoi e di altri discepoli, nel corso di quella che in seguito divenne nota come la “persecuzione di Atsuhara”.
In quella zona Nikko Shonin stava svolgendo un ruolo centrale nella propagazione del Buddismo e grazie al suo impegno erano emersi molti discepoli. Tuttavia alcuni individui invidiosi tra cui Gyochi, vice prete capo del tempio locale Ryusen-ji della scuola Tendai, iniziarono a tramare dietro le quinte per perseguitarli.
Tokimitsu affrontò con coraggio questa persecuzione, proteggendo la Legge con una fede più forte che mai. In quel periodo, nel secondo mese del 1278, il Daishonin gli scrisse: «[Oggi ci sono persone che credono nel Sutra del Loto;] la fede di alcuni è come il fuoco, quella di altri è come l’acqua. Quando i primi ascoltano l'insegnamento, ardono di passione come il fuoco, ma, con il passare del tempo, tendono ad abbandonare la fede. Avere fede come l’acqua significa credere sempre, senza mai retrocedere» (I due tipi di fede, RSND, 1, 798).
Vuole sottolineare l’importanza di avere una fede come l’acqua, che scorre incessante senza mai ristagnare, invece di una fede come il fuoco, di cui non si è in grado di mantenere viva la fiamma della determinazione.
La “fede come il fuoco” è tipica di persone che quando ascoltano gli insegnamenti si sentono ispirate a impegnarsi attivamente, come un fuoco che brucia più forte quando vi si aggiungono dei ceppi, ma che al passare del tempo perdono l’entusiasmo di praticare, come un fuoco che alla fine si spegne.
Al contrario, la “fede come l’acqua” è una “fede costante”, una “fede che non retrocede mai”, quella di chi continua ad avanzare mantenendo vivo il proprio spirito di ricerca, come l’acqua che scorre senza mai fermarsi.
Avere una fede come l’acqua non significa altro che rafforzarla giorno dopo giorno, oggi più di ieri e domani più di oggi, vivendo basandosi sul grande voto di kosen-rufu e continuando a «credere sempre, senza mai retrocedere».
Inoltre, per continuare ad avanzare senza sosta, è importante rinnovare la propria determinazione. Gli incoraggiamenti e le lettere che Tokimitsu ricevette di volta in volta dal Daishonin costituirono senza dubbio una forte motivazione a risvegliare la fede e rinnovare la determinazione.
Una volta un membro del Gruppo futuro confidò al presidente Ikeda di non riuscire a mantenere la determinazione per più di tre giorni. Sensei rispose: «Anche se la tua determinazione dura solo tre giorni, se la rinnovi dieci volte, questo significa che l’avrai mantenuta per trenta giorni, ovvero per un mese intero».
La capacità di impegnarsi nella pratica senza mai retrocedere dipende dal riuscire a rinnovare costantemente la propria determinazione, come scrive qui il presidente Ikeda: «È importante ricordare sempre la gioia e la gratitudine provate quando abbiamo incontrato per la prima volta l’insegnamento buddista corretto e il corretto maestro di vita, e ritornare a quella sorgente, a quel punto di origine, tutte le volte che siamo di fronte a difficoltà o avversità. E anche quando la “barca” della nostra vita sta navigando senza problemi dobbiamo tenere d’occhio la bussola e tenere coraggiosamente il timone per vigilare sulla rotta. Dobbiamo rinnovare sempre la nostra determinazione nella fede, sfidarci e vincere su qualsiasi ostacolo, continuando a crescere e ad andare avanti. Questa è la fede come l’acqua» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 2, p. 676; BS, 173, 48).
La Porta del Drago
Con l’inasprirsi della persecuzione di Atsuhara i discepoli del Daishonin andarono incontro ad attacchi e oppressioni sempre più feroci.
In quel periodo, nell’undicesimo mese del 1279, il Daishonin inviò a Tokimitsu il Gosho La Porta del Drago, uno scritto davvero importante per i membri del Gruppo giovani.
Nichiren scrive: «In Cina c’è una cascata chiamata la Porta del Drago. Le sue acque precipitano da un’altezza di cento piedi, più rapide di una freccia scagliata da un forte arciere. Si dice che un gran numero di carpe si raccolgano nel bacino sottostante sperando di risalire la cascata e che quella che riuscirà nell’impresa si tramuterà in un drago. Tuttavia, non una sola carpa su cento, su mille o anche su diecimila riesce a risalire la cascata, nemmeno dopo dieci o venti anni. Alcune sono trascinate via dalle forti correnti, altre cadono preda di aquile, falchi, nibbi e civette, e altre ancora vengono pescate con le reti, con i cesti e a volte perfino con i dardi, dagli uomini che si allineano su entrambe le rive della cascata larga dieci cho. Tale è la difficoltà per una carpa di diventare un drago» (La Porta del Drago, RSND, 1, 890).
Tokimitsu aveva 21 anni quando ricevette questa lettera. Aveva rischiato la vita pur di proteggere i compagni di fede, nascondendo a casa sua alcune persone colpite da pesanti persecuzioni. A causa di ciò era stato sottoposto a varie pressioni da parte dello shogunato.
In questo passo il Daishonin cita un’antica leggenda cinese per sottolineare quante difficoltà si devono superare per conseguire la Buddità. La “Porta del Drago” è una cascata che si trova lungo il corso del Fiume Giallo in Cina, e la storia narra che solo i pesci in grado di risalirla possono diventare draghi. Si dice che le sue acque scorrano più veloci di una freccia scagliata da un potente arciere e che quasi tutti i pesci vengano respinti dalle sue forti correnti, per quanto tentino di risalirle. Lungo il percorso, inoltre, rischiano di essere divorati da aquile e falchi o catturati dai pescatori. Ma se riescono a superare tutti questi ostacoli possono diventare draghi in grado di controllare a proprio piacimento le nuvole e la pioggia. Attraverso tale metafora il Daishonin spiega che «conseguire la Buddità non è più facile che [...] per una carpa risalire la Porta del Drago» (Ibidem).
Le «forti correnti» che cercano di fermare l’avanzata dei pesci possono essere paragonate alle condizioni in cui versa il mondo nell’epoca malvagia corrotta dalle cinque impurità descritta nel Sutra del Loto, mentre gli uccelli e i pescatori che cercano di ucciderli corrispondono ai “tre ostacoli e quattro demoni” e ai “tre potenti nemici” che ostacolano il conseguimento della Buddità.
Formulate un grande voto!
Il passo seguente indica i requisiti essenziali per superare tali impedimenti: «Miei discepoli, formulate un grande voto! Siamo molto fortunati a essere sopravvissuti alla diffusa epidemia dello scorso anno e dell’anno precedente. Adesso, tuttavia, con l’incombente invasione mongola, può darsi che saranno in pochi a sopravvivere. Alla fine, nessuno può sfuggire alla morte. Le sofferenze di quel momento saranno esattamente uguali a quelle che stiamo affrontando adesso. Poiché la morte è la stessa in entrambi i casi, dovresti essere disposto a offrire la tua vita per il Sutra del Loto. Pensa a questa offerta come a una goccia di rugiada che si unisce di nuovo al grande mare, o come a un granello di polvere che ritorna alla terra. Un passo del terzo volume del Sutra del Loto dice: “Ci auguriamo che i meriti ottenuti grazie a questi doni possano estendersi in lungo e in largo a tutti, così che noi e gli altri esseri viventi possiamo conseguire tutti insieme la via del Budda”» (RSND, 1, 891).
Qui il Daishonin insegna l’importanza di dedicare la vita al grande voto di kosen-rufu lanciando l’appello: «Miei discepoli, formulate un grande voto!». Erano tempi in cui dilagavano epidemie e incombeva il secondo attacco dei Mongoli: per molte persone la morte stava diventando una prospettiva inevitabile. Per i discepoli del Daishonin, che si trovavano nel vortice delle persecuzioni di Atsuhara, la situazione era ancora più grave perché rischiavano di morire anche a causa degli attacchi delle autorità governative. Perciò Nichiren dice: «Alla fine, dato che nessuno può sfuggire alla morte, dovresti essere disposto a offrire la tua vita per il Sutra del Loto».
A quale scopo dedichiamo l’esistenza?
È nel modo di vivere che si rivela il vero valore di una persona. In questo passo il Daishonin esorta Tokimitsu a dare la vita per il Sutra del Loto con lo spirito di “non lesinare la propria vita per il bene della Legge”.
Naturalmente lo spirito di non lesinare la propria vita non significa trattarla in modo leggero e superficiale, bensì impegnarsi con tutto il cuore nella fede per il bene della Legge.
Il presidente Ikeda spiega così questo concetto: «Per noi, non lesinare la vita significa in ultima analisi recitare Nam-myoho-renge-kyo con determinazione, senza paura, impegnandoci con tutto il cuore a dimostrare una prova concreta della fede, per il bene del mondo, del futuro e delle altre persone» (Gli insegnamenti della vittoria, Esperia, vol. 1, pag. 32; BS, 135, 27).
Dalla prospettiva del grande universo – scrive il Daishonin – la nostra vita potrebbe considerarsi effimera, di breve durata come una goccia di rugiada, o piccola come una particella di polvere. Ma proprio come una goccia di rugiada va a unirsi al grande mare e il granello di polvere diventa tutt’uno con la terra, dedicandoci al grande voto di kosen-rufu la nostra piccola e fugace vita diventa un’unica cosa con la Legge mistica, la legge fondamentale che permea tutte le forme di vita.
Che cos’è il grande voto
Scrive ancora Sensei: «Dal nostro punto di vista di praticanti del Buddismo di Nichiren Daishonin il grande voto significa dedicare la vita a kosen-rufu. Un maestro o mentore espone questo nobile modo di vivere e lo realizza concretamente con la propria vita, mentre i veri discepoli emulano il suo esempio. Siamo entrati in un’epoca in cui i Bodhisattva della Terra che si sono risvegliati al Buddismo di Nichiren Daishonin stanno prendendo l’iniziativa in ogni parte del mondo e si stanno adoperando per kosen-rufu con una solida unità di intenti. […] Ovunque nel mondo si sono alzati giovani che si assumeranno la responsabilità del secondo atto di kosen-rufu. Affido tutto a voi. Il futuro è nelle vostre mani!» (Gli insegnamenti della speranza, Esperia, p. 125; BS, 130, 23).
E nel messaggio per l’inaugurazione del Palazzo del grande voto di kosen-rufu sottolinea: «Il “grande voto” che [il Daishonin] fece non è altro che propagare il Sutra del Loto, ovvero il grande voto di realizzare kosen-rufu. Sette secoli dopo che il Daishonin proclamò per la prima volta il suo insegnamento, al culmine di questa epoca di conflitto che è l’Ultimo giorno della Legge, la Soka Gakkai fece la sua apparizione facendo propria la missione di realizzare il grande voto di kosen-rufu in esatto accordo con lo spirito di Nichiren Daishonin. È certamente l’organizzazione che mette in atto il volere del Budda. Il cuore del grande voto di kosen-rufu e lo stato vitale della Buddità sono la stessa cosa. Perciò, quando dedichiamo le nostre esistenze a questo voto possiamo far emergere la suprema nobiltà, la forza e la grandezza della nostra vita. Quando rimaniamo fedeli a questo voto, il coraggio senza limiti, la saggezza e la compassione del Budda fluiscono da dentro di noi. Quando ci sforziamo con tutto il cuore di realizzare questo voto, il “veleno” della sfida più difficile può essere trasformato in “medicina”, così come il karma può essere trasformato nella nostra missione. Questo è lo spirito dei nostri compagni di fede infinitamente preziosi. Questo è l’elemento che caratterizza la nostra invincibile umanistica rete Soka» (NR, 526).
Lo scopo principale della nostra pratica è diventare felici. Ma il beneficio più grande emerge soltanto quando viviamo dedicandoci al grande voto, al grande obiettivo di propagare ampiamente la Legge mistica. Come scrive Sensei, il grande stato vitale del Budda fluisce da dentro di noi quando, insieme alla Soka Gakkai, recitiamo Nam-myoho-renge-kyo e agiamo per kosen-rufu.
Vivere dedicandosi al grande voto di kosen-rufu significa vivere insieme alla Soka Gakkai. Significa pregare per la felicità dei nostri amici e sfidarsi nel parlare agli altri della pratica; incontrare i compagni di fede che stanno soffrendo e incoraggiarli; partecipare agli zadankai ed espandere la nostra rete di dialoghi colmi di speranza. Quando viviamo per il grande obiettivo di kosen-rufu possiamo espandere lo stato vitale, trasformare il karma e realizzare così la nostra rivoluzione umana.
Impegnandoci per realizzare kosen-rufu sicuramente raggiungeremo i nostri obiettivi personali. Le nostre preghiere otterranno risposta e potremo superare tutte le sfide della vita così che, alla fine, godremo di un’esistenza suprema in cui tutti i nostri desideri saranno soddisfatti. Quando viviamo dedicandoci fermamente, fino in fondo, al grande voto di kosen-rufu siamo in grado di vincere e costruire una grande condizione vitale di felicità. Il nostro grande voto è il voto dei Bodhisattva della Terra.
A tale proposito Sensei scrive: «L’insegnamento della Legge mistica è pervaso dal desiderio costante del Budda della felicità di tutte le persone. Perciò recitare assiduamente Nam-myoho-renge-kyo per kosen-rufu e dedicarci anima a corpo alle varie attività della Soka Gakkai fa sì che le nostre preghiere abbiano risposta. Svolgere la pratica della rivoluzione umana – cioè superare i nostri problemi e realizzare la felicità personale – può essere paragonato alla rotazione della terra sul proprio asse, mentre avanzare verso kosen-rufu, contribuendo così alla prosperità della società, è paragonabile alla rotazione della terra intorno al sole. Proprio come questi due movimenti sono inseparabili, il Buddismo di Nichiren insegna che la felicità individuale e la prosperità sociale si raggiungono di pari passo. Gli sforzi quotidiani che compiamo per kosen-rufu, mentre proteggiamo la Legge e contribuiamo al benessere della società e degli altri, ci permettono allo stesso tempo di raggiungere una felicità personale indistruttibile» (Daisaku Ikeda Zenshu, traduzione provvisoria).
La morte del fratello minore
Nel giugno 1279, cinque mesi prima di ricevere questo Gosho, Tokimitsu aveva fatto visita al Daishonin per presentargli il fratello minore Goro, che aveva appena compiuto 16 anni.
In autunno sarebbe nato suo figlio, a cui Nichiren aveva dato il nome di Hiwaka Gozen. Ma mentre Tokimitsu, sua moglie e la famiglia stavano celebrando questo evento, Goro all’improvviso morì. Accadde a settembre, neanche tre mesi dopo che i due fratelli avevano fatto visita al Daishonin. Appena lo seppe, Nichiren scrisse: «Fin adesso pensavo che questa notizia del “defunto Nanjo Shichiro Goro” fosse qualcosa che avevo sognato, credevo fosse soltanto un sogno, un’illusione. Dubitavo potesse essere vera. Sarà un errore, pensavo, mi hanno riferito il falso» (La triste notizia della morte di Goro, RSND, 2, 835).
La madre di Tokimitsu, la monaca laica di Ueno, dopo la morte del marito aveva sostenuto strenuamente la famiglia. Non è difficile immaginare quanto dolore le avesse provocato la morte del figlio più giovane. Il Daishonin empatizzò sinceramente con la sua sofferenza e le inviò molti incoraggiamenti.
E a Tokimitsu, che stava lottando contro queste ardue prove, Nichiren scrisse: «Anche se per un po’ di tempo dovremo soffrire, alla fine ci attenderà un’immensa gioia. È come nel caso di un principe ereditario, l’unico figlio del re. Rifletti: è mai possibile che non salga al trono?» (Proteggere i credenti di Atsuhara, RSND, 2, 829).
Il presidente Ikeda commenta così questo passo: «Le parole del Daishonin sorgono dalla convinzione profonda che, per quanto fosse difficile la situazione in quel momento, in futuro Tokimitsu avrebbe sicuramente vinto, o meglio, avrebbe assolutamente avuto la capacità di vincere. È lo stesso messaggio che ritroviamo nel passo in cui si afferma che “l’inverno si trasforma sempre in primavera”» (BS, 196, 40).
La potenza dell’incoraggiamento
Fede significa avere un coraggio invincibile. Significa avere la forte determinazione di non arrendersi mai. È questa incrollabile convinzione che trasforma il karma in missione. Ed è questa la convinzione irremovibile che Nichiren infonde ai discepoli, compreso il giovane Tokimitsu. Li incoraggia sempre condividendo le loro lotte, immedesimandosi nella situazione che vivono e offrendo consigli in accordo con le loro personali circostanze.
Il modo in cui il Daishonin incoraggiava ciascun discepolo si ritrova esattamente in quello del presidente Ikeda, che considera preziosa la persona che ha di fronte e non smette di incoraggiarla. Ha sempre fatto così, fin da giovane.
Sul mensile Daibyakurenge è riportato un episodio molto significativo in questo senso.
Nel febbraio del 2000, mentre era in visita a Hong Kong, Sensei ricevette la triste notizia che un responsabile del Gruppo giovani uomini del Kansai era deceduto in un incidente. Inviò immediatamente un messaggio alla moglie, Yuko, che lo lesse mentre stava tornando a casa con le ceneri del defunto. Il messaggio diceva: «Ho offerto sinceramente le mie preghiere per tuo marito. Pianterò un albero in sua memoria qui a Hong Kong». Durante il funerale le arrivarono anche una poesia waka e un messaggio di condoglianze, e infine le fu recapitata una foto dei membri di Hong Kong che stavano piantando l’albero in memoria di suo marito. E continuarono ad arrivare in seguito ulteriori incoraggiamenti.
Verso la fine del mese fu invitata a un incontro con Sensei, appena atterrato da Hong Kong all’aeroporto del Kansai. Quella mattina, mentre gli scriveva una lettera per esprimergli la sua gratitudine, il figlio di 6 anni le chiese cosa stesse facendo. Yuko rispose: «Sto scrivendo una lettera a Sensei». Il bambino allora disse che voleva farlo anche lui e scrisse: «Sensei, grazie per incoraggiarci sempre. Lavorerò il doppio così mi impegnerò anche a nome del mio papà».
Durante quell’incontro informale, per prima cosa i coniugi Ikeda si diressero verso Yuko e le dissero: «Oggi siamo venuti a incontrarti! Non farti sconfiggere, non arrenderti!». Poi Sensei le consegnò la lettera di risposta per il figlio, in cui aveva scritto: «Il tuo amato padre vive nel tuo cuore. Il tuo preziosissimo padre continua a vivere nel cuore della tua mamma. Non arrenderti mai! Assolutamente non farti mai sconfiggere! Tuo padre osserva la tua crescita ogni giorno. Per favore proteggi i tuoi fratelli e la tua mamma a nome del tuo papà».
All’epoca il terzo figlio di Yuko aveva appena cinque mesi. L’anno seguente il secondo figlio, che come il fratello maggiore frequentava la scuola elementare Soka del Kansai, tornò a casa con una poesia di Sensei per la festa del papà: «Nel giorno della festa del papà – c'era scritto – auguro ai figli senza un padre di diventare persone straordinarie». Sono passati 23 anni da allora: i tre ragazzi sono cresciuti magnificamente e stanno avanzando lungo la strada dei successori Soka.
Così Sensei continua a incoraggiare la persona che ha di fronte fino a quando lei e la sua famiglia sono in grado di rialzarsi.
Il carattere giapponese che corrisponde alla parola “incoraggiamento” consiste di due parti: la parte sinistra si legge man – che significa “diecimila” e la parte destra si legge chikara, che significa “forza, potere”. Complessivamente indica “la forza, il potere di diecimila”.
Non esiste una forza tanto grande quanto quella dell’incoraggiamento. Sensei ha scritto, rivolto ai giovani: «Spero che in futuro sarete sempre pronti a dare la vita come amici devoti e sostenitori fedeli di chi soffre o di chi è angosciato. E spero che porterete la vostra gioia nella Soka Gakkai, un’organizzazione fatta per le persone, che la renderete sempre più felice, la sosterrete e vi impegnerete per il suo sviluppo. Questa è la richiesta che vi faccio con tutto il cuore» (Preghiera e azione, Esperia, pp. 64-65).
L’atteggiamento di fronte alla malattia
Ritornando a Tokimitsu, il giovane samurai superò tutte le numerose difficoltà e avversità che incontrò, inclusa la persecuzione di Atsuhara, basandosi su una fede incrollabile.
Ma queste prove lo indebolirono a livello fisico e mentale, e a 24 anni si ammalò gravemente. Alla notizia della sua malattia, potenzialmente mortale, nel febbraio 1282 il Daishonin, che aveva 61 anni, gli scrisse: «Poiché sembra ormai sicuro che conseguirai la Buddità, il demone celeste e gli spiriti maligni stanno cercando di intimidirti per mezzo della malattia. Ma la vita in questo mondo è limitata, non farti minimamente spaventare! E voi, demoni, facendo soffrire quest’uomo, state cercando di ingoiare una spada dalla punta, o di abbracciare un gran fuoco, o di diventare acerrimi nemici dei Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze?» (La conferma del Sutra del Loto, RSND, 1, 984).
In quel momento anche il Daishonin stava combattendo contro la malattia, ma si costrinse a impugnare il pennello e riversò tutto il suo cuore nell’incoraggiare Tokimitsu. Possiamo perciò affermare che questo è il Gosho della vittoria condivisa di maestro e discepolo in cui il Daishonin insegna al giovane, un successore con la missione di propagare ampiamente la Legge mistica, la fede per lottare contro il demone della malattia. Si tratta di una fede caratterizzata da una convinzione incrollabile in grado di superare qualsiasi prova dei tre ostacoli e quattro demoni, uno dei quali è proprio il demone della malattia.
All’inizio del Gosho, nel cui sottotitolo si firma “Nichiren, il devoto del Sutra del Loto”, il Daishonin infonde speranza e coraggio al giovane, confinato a letto, scrivendo che chi abbraccia il Sutra del Loto nell’Ultimo giorno della Legge è una persona che riceve meriti perché ha fatto offerte al Budda in passato. Poi, dopo aver ribadito quanto sia difficile perseverare nella fede nell’epoca malvagia dell’Ultimo giorno della Legge, loda Tokimitsu per aver portato avanti la fede pura dei suoi genitori e per il suo spirito risoluto e determinato anche mentre lottava contro le funzioni demoniache.
Tokimitsu perseverò nella fede con lo spirito di non indietreggiare mai. Riferendosi al suo atteggiamento, il Daishonin lo elogia dicendo: «Poiché sembra ormai sicuro che conseguirai la Buddità», e afferma che è precisamente perché Tokimitsu sta per ottenere l’Illuminazione che il demone celeste e gli spiriti maligni cercano di intimidirlo attraverso la malattia.
Il “demone celeste”, uno dei quattro demoni, è un’abbreviazione di “Re demone del sesto cielo”, definito “colui che gode liberamente delle creazioni illusorie degli altri” usando a proprio vantaggio i frutti degli sforzi altrui. Si tratta della funzione demoniaca fondamentale. Gli “spiriti maligni” sono demoni che provocano disastri e calamità per colpire le persone.
Il Daishonin afferma inoltre: «La vita in questo mondo è limitata. Non farti minimamente spaventare!». In questo modo spiega a Tokimitsu come dovrebbe considerare il momento che sta attraversando, dicendogli che rappresenta un’opportunità cruciale per risvegliare uno spirito invincibile e sconfiggere il demone della malattia.
Continua rimproverando «il demone celeste e gli spiriti maligni» che lo stanno facendo soffrire. Dice loro che colpendo il suo discepolo, anche lui un devoto del Sutra del Loto, essi diventeranno acerrimi nemici dei Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze. Nel rimproverare persino le divinità celesti con tale foga, il Daishonin insegna a Tokimitsu la preghiera risoluta del devoto del Sutra del Loto che trasforma tutto, anche le funzioni demoniache, in alleati che gli permettono di adempiere la sua missione.
A proposito dell’atteggiamento nei confronti della malattia Sensei scrive: «Permettetemi di chiarire che ammalarsi non è un segno di fede debole o di sconfitta. Nessuno può sfuggire alle quattro sofferenze universali di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Se, quando ci ammaliamo, facciamo emergere una fede potente per combattere il demone della malattia, quest’ultima diventerà un’opportunità per realizzare una vita pervasa dalle quattro nobili virtù del Budda: eternità, felicità, vero io e purezza. La malattia può fungere da occasione per rafforzare ancora di più la nostra fede in modo da trionfare sulle funzioni demoniache. E quando abbiamo una fede forte e invincibile, capace di resistere a qualsiasi attacco dei tre ostacoli e dei quattro demoni, niente potrà impedirci di conseguire la Buddità.
I tre ostacoli e i quattro demoni intervengono quando una persona comune è vicina a conseguire la Buddità. Il Daishonin osserva che quando appaiono questi impedimenti "il saggio si rallegrerà, mentre lo stolto indietreggerà" (RSND, 1, 568). Abbiamo la fede del saggio e il cuore colmo di un impavido spirito combattivo, oppure la mente piena di spavento e di dubbio dello stolto? Nel caso della malattia è vitale avere lo spirito di combattere fino alla fine contro il demone della malattia. Siamo determinati a vincere il demone della malattia o permettiamo che esso ci sconfigga? Quando incontriamo una malattia o un’altra dolorosa sofferenza ci troviamo davanti a un bivio di grande crescita spirituale e di sviluppo interiore» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 1, p. 393; BS, 145, 46).
Nichiren stesso mentre scriveva questa lettera stava combattendo contro la malattia. Ma, a prescindere dalle circostanze, continuò a incoraggiare con tutto il cuore il suo discepolo, senza mai fermarsi. Grazie a questo grande incoraggiamento Tokimitsu trionfò sulla malattia prolungando la sua vita di molti anni e dopo la morte del Daishonin continuò a dedicarsi a kosen-rufu sostenendo Nikko Shonin.
La missione dei giovani della Soka Gakkai
Nanjo Tokimitsu è un modello esemplare di discepolo per i membri del Gruppo giovani che oggi stanno espandendo la rete di incoraggiamento Soka che il loro maestro e i loro genitori hanno diffuso in tutto il mondo.
Nella lezione sul Gosho I due tipi di fede il presidente Ikeda scrive: «Kosen-rufu sta progredendo in tutto il mondo. È un grande fiume che ha cominciato a scorrere maestoso in ogni paese. La realizzazione della pace mondiale, che è l’essenza di kosen-rufu, è un ideale elevato al quale tutta l’umanità aspira. Solo noi della Sgi possiamo realizzarlo e, come Bodhisattva della Terra, abbiamo la missione infinitamente profonda di farlo. Il maestro Toda disse: “Kosen-rufu è una lotta per i diritti umani, per la felicità di tutte le persone. È una lotta per la giustizia. Questa è la missione dei giovani della Soka Gakkai!”. Proprio perché la nostra missione è così grande, per realizzarla dobbiamo impegnarci ogni giorno con una fede come l’acqua che scorre. Anche quando veniamo assaliti dalle tempeste del karma o da ostacoli spaventosi, anche se i dieci eserciti [del demone] dovessero cercare di scuotere la nostra fede, dobbiamo mantenere salda la nostra pratica buddista quotidiana, senza stancarci.
Coloro che credono fermamente nella Legge mistica e si impegnano costantemente nella fede, nella pratica e nello studio, cioè fanno Gongyo mattina e sera, partecipano alle riunioni di discussione, parlano del Buddismo di Nichiren ai loro amici, studiano gli scritti del Daishonin, fanno crescere persone capaci e così via, sono campioni di fede e autentici discepoli buddisti. Attraverso questi sforzi costanti accumuliamo indistruttibili tesori del cuore e stabiliamo dentro di noi lo stato vitale di Buddità.
Nessuno può eguagliare coloro che hanno continuato tenacemente a scalare il sentiero in salita della rivoluzione umana, un passo dopo l’altro, per dieci o vent’anni; le loro vite emanano la luce dei nobili sforzi che hanno compiuto per adempiere la loro missione. Non retrocedere mai è il massimo onore nella fede» (Gli insegnamenti della vittoria, vol. 2, p. 684; BS, 173, 52).