BS 110 / 1 maggio 2005

Verso una nuova era di dialogo: esplorare l'umanesimo [testo]

Proposta di pace 2005

di Daisaku Ikeda - presidente della Soka Gakkai Internazionale

Nel commemorare il trentesimo anniversario della fondazione della Soka Gakkai Internazionale (SGI) vorrei cogliere l'opportunità di offrire alcune prospettive filosofiche e proposte concrete per un ulteriore sviluppo della ricerca della pace nel mondo e della coesistenza creativa dell'umanità.
Ma prima permettetemi di esprimere le mie più sentite condoglianze e preghiere per coloro che hanno perso la vita nel terremoto e nel maremoto che hanno colpito l'Oceano indiano alla fine dello scorso anno. I nostri cuori sono vicini a tutti coloro che lottano per superare le inimmaginabili sofferenze e il cordoglio che li hanno afflitti.
Spero veramente che la comunità internazionale vorrà collaborare nel fornire il tipo di sostegno concreto e organizzato necessario a permettere la piena ripresa delle comunità che hanno subito un danno così enorme.
Inoltre prego per il progresso delle opere di ripresa e ricostruzione affinché tutte le singole persone e le famiglie della zona colpita da questa catastrofe naturale senza precedenti possano riacquistare il prima possibile sicurezza e speranza.

La crisi che abbiamo di fronte
Negli anni trascorsi dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 il livello di tensione nel mondo è aumentato enormemente. Mentre i governi inaspriscono le misure di sicurezza per prevenire attacchi terroristici che potrebbero colpire in qualsiasi momento, un senso di paura e insicurezza permea la vita di tante persone comuni e non ci sono segni di un ritorno alla normalità.
Anche se questa situazione mostra una certa somiglianza con quella presente durante la guerra fredda, la minaccia attuale ha dimensioni forse ancor più insondabili. È impossibile identificare i potenziali autori delle azioni terroristiche e non si vede con chiarezza quali misure potrebbero risolvere la situazione. C'è una tormentosa sensazione di vulnerabilità che anche le azioni militari più aggressive e le misure di sicurezza più intrusive non hanno il potere di alleviare.
La situazione in Iraq rimane altrettanto caotica. Nonostante il passaggio di sovranità a un governo provvisorio, avvenuto nel giugno scorso, gli scontri militari e gli attacchi terroristici continuano a verificarsi in tutto il paese e molti mettono in dubbio le possibilità di successo delle elezioni dell'Assemblea nazionale del 30 gennaio.
Anche gli sforzi per la pace in Medio Oriente sono a un punto morto e così i dialoghi sul problema degli armamenti nucleari nella Corea del Nord. Tali circostanze, unite a un gran numero di conflitti locali, alimentano le voci pessimistiche che ventilano il pericolo di riprodurre le guerre e la violenza che caratterizzarono il ventesimo secolo.
In molti paesi, negli ultimi anni, la priorità accordata alla sicurezza nazionale ha alimentato una tendenza verso la crescita degli armamenti, mentre le preoccupazioni per la sicurezza interna divengono sempre di più giustificazioni per operare restrizioni dei diritti e delle libertà. Nel frattempo sono state sottratte energie e attenzione agli sforzi internazionali per affrontare problemi globali come la povertà e il degrado ecologico. Il conseguente aggravamento delle minacce alla vita e alla dignità delle persone è un altro tragico risultato del terrorismo e dei tentativi di reprimerlo.
Come può l'umanità del ventunesimo secolo superare la crisi che ha di fronte?
Ovviamente non c'è una soluzione facile, una "bacchetta magica" che possiamo agitare per far sì che tutto vada a posto. La strada che abbiamo di fronte è irta di pericoli, poiché impone di trovare una risposta appropriata a un tipo di violenza che respinge ogni tentativo di instaurare un rapporto o un dialogo.
E tuttavia non bisogna in alcun modo cadere in un pessimismo infecondo e senza senso. Tutti questi problemi sono causati dagli esseri umani e dunque devono avere una soluzione umana. Per quanto lunga possa essere la strada da percorrere, fintanto che non abbandoneremo il compito di districare l'imbrogliata matassa di questioni e problemi interrelati, possiamo star certi che troveremo un modo per uscirne.
Il nucleo di tali sforzi dovrebbe consistere nel far emergere compiutamente le potenzialità del dialogo. Finché ci sarà storia dovremo affrontare la sfida perenne di realizzare, mantenere e rafforzare la pace attraverso il dialogo, di fare del dialogo il sentiero sicuro e certo verso la pace. Questa convinzione va sostenuta e dichiarata senza posa, indipendentemente dalle critiche ciniche o dai freddi sorrisi condiscendenti che otterremo in risposta.
Mi tornano alla mente le parole del poeta Rabindranath Tagore (1861-1941), i cui scritti ispirano in me un amore e un rispetto di lunga data:
«Chiede il Possibile all'Impossibile: "Dov'è la tua dimora?"
Giunge la risposta: "Nei sogni di chi si sente impotente"».1

USARE IL LINGUAGGIO PER SUPERARE FANATISMO E PREGIUDIZI

Un ciclone di dialogo
Come già detto, quest'anno cade il trentesimo anniversario della SGI. Il 1975 fu anche l'anno che vide un aggravamento dei conflitti e delle divisioni a livello mondiale: ancora si avvertivano i postumi della quarta guerra arabo-israeliana (1973) e della guerra del Vietnam, e mentre si teneva il primo vertice dei principali paesi industrializzati mirante a rafforzare il blocco occidentale, nel blocco comunista lo scontro fra Cina e Unione Sovietica raggiungeva livelli inquietanti.
L'anno che avrebbe condotto alla fondazione della SGI lo dedicai a compiere intensi sforzi in direzione del dialogo. Nel 1974 feci le mie prime visite in Cina e in Unione Sovietica. Pienamente conscio delle tensioni potenzialmente esplosive, mi incontrai ripetutamente con i massimi leader dei due paesi, impegnandoli in un dialogo aperto.
A quell'epoca, in Giappone, l'Unione Sovietica e il suo popolo erano oggetto di sentimenti ostili e violenti, e molti criticarono la mia decisione di visitare quel paese chiedendomi quale scopo potesse mai avere la visita di un religioso in un paese che negava ufficialmente il valore e la validità della religione. Ma la mia sincera convinzione, come buddista, era che non potesse esistere alcun ideale di pace che non riconoscesse e abbracciasse quel terzo del mondo costituito dal blocco comunista. Era cruciale a mio avviso trovare quanto prima uno spiraglio di comunicazione.
Durante la mia prima visita in Cina, nel maggio del 1974, vidi con i miei occhi gli abitanti di Pechino costruire una vasta rete di rifugi sotterranei nell'eventualità di un attacco sovietico. Quando, circa tre mesi dopo, incontrai il premier sovietico Alexei N. Kossighin (1904-80) gli comunicai le preoccupazioni dei cinesi riguardo alle intenzioni sovietiche e gli chiesi senza mezzi termini se l'Unione sovietica avesse in programma di attaccare la Cina. Il premier mi rispose che l'Unione Sovietica non aveva alcuna intenzione né di attaccare né di isolare la Cina.
La volta successiva che mi recai in Cina, nel dicembre dello stesso anno, riferii questo messaggio alla dirigenza cinese e nella stessa occasione incontrai il presidente Zhou Enlai (1898-1976) e discussi con lui l'importanza di promuovere e rafforzare le relazioni di amicizia fra Cina e Giappone e di lavorare insieme per il miglioramento della situazione mondiale nel suo complesso.
Nel gennaio 1975 visitai gli Stati Uniti e presentai alle Nazioni Unite una petizione per l'abolizione degli armamenti nucleari con più di dieci milioni di firme raccolte dai giovani della Soka Gakkai in Giappone. Ebbi anche l'opportunità di intraprendere uno scambio di vedute con il segretario di stato americano Henry Kissinger.
Fu nel bel mezzo di questi sforzi febbrili per promuovere il dialogo che trent'anni fa, il 26 gennaio 1975, fu fondata la SGI. La riunione inaugurale si tenne sull'isola di Guam - teatro di aspri combattimenti durante la seconda guerra mondiale - alla quale parteciparono i rappresentanti di cinquantun paesi e territori.
A partire da allora, la SGI ha cercato sempre di attingere alle risorse di energia e creatività della gente per costruire un vero e proprio movimento popolare per la pace.
Fin da quella prima riunione i membri della SGI hanno costantemente sostenuto la convinzione che il dialogo rappresenta la via più sicura e certa verso la pace. Io mi sono dedicato alla "diplomazia umana", quel tipo di diplomazia che cerca di unire un mondo diviso in uno spirito di amicizia e fiducia e di promuovere vasti scambi a livello di base in ambito culturale ed educativo.
Cercando di vedere oltre le differenze nazionali e ideologiche, ho intrapreso dialoghi con vari esponenti mondiali provenienti dai più disparati campi di attività. Ho incontrato e scambiato riflessioni con persone di varie provenienze filosofiche, culturali e religiose, fra cui l'Ebraismo, il Cristianesimo, l'Islamismo, l'Induismo e il Confucianesimo. Credo fermamente, e quest'esperienza me l'ha confermato, che la base del dialogo di cui abbiamo bisogno nel ventunesimo secolo debba essere l'umanesimo, un umanesimo che vede il bene in tutto ciò che ci avvicina e ci unisce e il male in ciò che ci divide e ci separa gli uni dagli altri.
Ripensando ai miei sforzi per alimentare questo tipo di dialogo, ho acquisito un rinnovato senso di quanto sia urgente il bisogno di reindirizzare le energie del dogmatismo e del fanatismo - causa di così tanti conflitti mortali - verso una prospettiva più umanistica. In un mondo dominato dal terrorismo e dalla rappresaglia, dai conflitti basati sulle differenze etniche e religiose, un simile tentativo può apparire senza speranze. E tuttavia io sono convinto che dobbiamo continuare a sforzarci in direzione di questo obiettivo.
Quando parlo di umanesimo non mi riferisco a qualcosa da contrapporre testa a testa al dogmatismo o al fanatismo, in un scontro sterile fra "ismi" in competizione. La vera essenza e pratica dell'umanesimo risiede in un dialogo personale cuore a cuore. Che si tratti di incontri diplomatici al vertice o delle varie interazioni fra privati cittadini di diversi paesi, il dialogo autentico ha quel tipo d'intensità che il grande umanista e filosofo del ventesimo secolo Martin Buber (1878-1969) descrive come incontro "su uno stretto crinale"2 in cui la minima disattenzione può risultare in una precipitosa caduta. Il dialogo è esattamente un incontro di questo tipo, intenso e ad alto rischio.
Credo che l'analogia dei "correttori di assetto", le alette regolabili sulle ali degli aeroplani o sulla chiglia delle barche, sia appropriata. R. Buchminster Fuller, progettista e filosofo, fece notare che il correttore di assetto sul timone di una nave può essere manovrato senza ulteriori aiuti da un singolo individuo, facilitando il movimento del timone in modo da consentire il cambio di direzione di una nave anche molto pesante.3 L'umanesimo può giocare un ruolo simile nel ridirigere il corso della società globale.
Le onde del dialogo che si moltiplicano e si diffondono hanno il potere di generare quel tipo di cambiamento del mare che reindirizzerà le forze del fanatismo e del dogmatismo. L'influsso cumulativo di questi apparentemente piccoli sforzi è a mio avviso sufficiente a imprimere un nuovo indirizzo alla corrente dei tempi, così come un piccolo correttore di assetto può regolare il corso di una grande nave o di un aeroplano. Ciò che è essenziale è il duro e paziente lavoro di sfidare, attraverso una battaglia spirituale fatta di incontri e dialoghi intensi, le teorie e gli attaccamenti che imprigionano e condizionano le persone.

I tranelli del fanatismo
Il fanatismo e il dogmatismo assumono varie forme. Alcuni associano immediatamente queste forme di estremismo alle religioni monoteiste, ma in realtà le possiamo ritrovare in ogni sfera delle attività umane. Anche il Buddismo, spesso ritenuto relativamente immune da simili eccessi, è tutt'altro che esente dai loro tranelli, come dimostrerò in seguito. E naturalmente il fanatismo non è limitato alla religione. Abbiamo ricordi freschi di come e quanto molte ideologie politiche del ventesimo secolo siano cadute nella stessa trappola.
In una certa misura qualsiasi ideologia (nel senso più ampio del termine) implica in sé un'ortodossia, una maniera prestabilita di intendere il mondo. Perciò occorre sviluppare una migliore comprensione sia degli aspetti positivi che di quelli negativi di queste ortodossie o "ismi".
Un'ortodossia può rappresentare qualcosa di positivo nella misura in cui serve da norma che guida le azioni delle persone verso fini costruttivi, ma allo stesso tempo è possibile che questi "ismi" comincino a vincolare a un unico ed esclusivo punto di riferimento il pensiero e il libero giudizio delle persone. Quando si perde il controllo di questa tendenza, gli "ismi" astratti possono finire col tenere in schiavitù le persone reali e la loro vita. E la possibilità di deviare in qualsiasi momento verso una simile direzione è nella natura stessa delle ortodossie.
Il fanatismo sorge quando questo aspetto distruttivo si espande in maniera sproporzionata, portando a una situazione in cui grottescamente la vita umana viene svalutata mentre la morte, propria e degli altri, viene glorificata. Ciò spiega il motivo per cui il ventesimo secolo sia stato al tempo stesso un'era di ideologie e di massacri senza precedenti.
Indubbiamente l'umanesimo sostiene l'umanità, intesa sia concretamente che come qualità astratta, e questo è un assunto morale fondamentale. Ma esso non cerca di stabilire su tale base un insieme prefissato di regole per guidare tutti i giudizi e tutte le azioni.
Una volta chiesero al noto antropologo culturale Eiichiro Ishida (1903-68) di dare una definizione universale di "umanità". Ed egli, facendo notare che il relativismo culturale rendeva difficile il compito, si sforzò di trovare le parole giuste prima di offrire questa formulazione: «Alla fin fine dipende da ciò che personalmente percepiamo come "umano"».4
Può apparire una definizione vaga ma forse è in grado di illustrare la natura di quel processo autonomo e animato da una motivazione interiore che sto cercando di descrivere. Non mi sto affatto riferendo a un atteggiamento irresponsabile e senza principi del tipo "qualsiasi cosa va bene". È quando affrontiamo dolorosi dilemmi e decisioni difficili che la nostra capacità di rimanere fedeli a un processo di libera e autonoma scelta decisionale - di essere fedeli a ciò che personalmente percepiamo come "umano"- viene massimamente messa alla prova.

«I principi sono fatti per le persone!»
La vita di Albert Einstein è un esempio assai calzante di questo punto. Einstein, uomo di eccezionale e profondo impegno per la pace, in quanto ebreo fu soggetto a ripetute vessazioni e minacce di violenza da parte dei nazisti. Dopo un intenso conflitto interiore, giunse alla decisione che l'unico modo di impedire che la situazione volgesse al peggio era opporsi attivamente al nazismo. Si trattava dello stesso Einstein che ammirava profondamente il Mahatma Gandhi e che in precedenza aveva dichiarato: «Preferirei essere fatto a pezzi piuttosto che sparare a qualcuno perché me l'hanno ordinato». Se interpretassimo quest'affermazione in maniera dogmatica, il suo mutamento di posizione potrebbe sembrare un venire a patti con i suoi principi. Ma, come egli spiegò, «i principi sono fatti per le persone, non le persone per i principi».5
E qui è importante tenere a mente diverse cose.
La prima è che Einstein fu costretto a concludere che non opporre resistenza alla violenza infame e unilaterale dei nazisti equivaleva ad appoggiarne la furia distruttrice.
La seconda è che il suo avallo alla decisione di produrre (anche se non di usare) armi atomiche fu frutto della paura che i nazisti avrebbero potuto produrle per primi, con conseguenze disastrose. Quando, contrariamente al suo volere, le bombe atomiche furono lanciate su Hiroshima e Nagasaki, egli rimpianse il suo coinvolgimento, descrivendolo in seguito come «l'unico grande errore della mia vita».6
La terza è che il senso di colpa e di responsabilità lo indussero, nel dopoguerra, a raddoppiare gli sforzi come pacifista e adoperarsi per l'abolizione delle armi nucleari e l'istituzione di un governo mondiale.
Credo che il filo che attraversa in maniera coerente il complesso dramma interiore della vita di Einstein sia che ciascuna di queste decisioni, difficili e rischiose, fosse la concretizzazione di un'incessante ricerca di ciò che percepiamo come "umano", del criterio universale di umanità a cui alludevamo in precedenza. L'essenza e la dimostrazione dell'umanesimo risiede a mio avviso nella battaglia, nel conflitto interiore che si genera nel perseguire il bene. Nel bel mezzo del vortice nazista, Einstein dichiarò ripetutamente: «Dobbiamo cambiare il cuore delle persone»,7 cosa che era impossibile realizzare senza questo tipo di battaglia interiore.
Il pensiero di Einstein dopo la guerra non si può forse definire nonviolento in senso stretto e tuttavia ritengo che il suo scopo ultimo avesse profondi tratti in comune con le battaglie nonviolente del Mahatma Gandhi, come si può vedere dalle lodi che Einstein nei suoi ultimi anni prodiga nei confronti di Gandhi, chiamandolo «il più grande genio politico della nostra epoca».8
Il penetrante assunto di base di Einstein, che i principi sono fatti per le persone e non le persone per i principi, è un modo semplice ma diretto di esprimere quello che potremmo considerare il punto nodale dell'umanesimo. Ma, come dimostrano le battaglie spirituali di questo grande personaggio del ventesimo secolo, niente è più difficile da mettere in pratica. Troppo spesso le religioni e le ideologie politiche hanno asservito, e in ultima analisi sacrificato, gli esseri umani a regole inderogabili e a principi astratti. Quest'inversione dell'importanza rispettiva di persone e principi deriva da una tendenza profondamente radicata nella natura umana che sembra spingerci fra le braccia del dogmatismo e del fanatismo. L'evidenza storica a questo proposito è veramente agghiacciante.

Il caso del Buddismo
Nelle scritture buddiste si legge: «Shakyamuni pensava che ciò che è superficiale fosse facile da abbracciare ma ciò che è profondo fosse difficile. Scartare il superficiale e ricercare il profondo è il comportamento di una persona di coraggio».9
Facilmente le persone sembrano perdere di vista la loro capacità di pensare e agire con coraggio per attaccarsi a qualche specifico dogma e cadervi prigioniere. È come se una debolezza intrinseca ci spingesse verso l'opzione, facile e superficiale, di credere ciecamente e incondizionatamente nei dogmi.
Ma è proprio là che ci attendono le trappole dell'estremismo, pronte a trarre vantaggio dalla debolezza e dalla stupidità insite in tutte le persone, laddove si assecondano le debolezze altrui per il proprio tornaconto o si usano altri stratagemmi per fomentare tendenze distruttive come l'odio, la rabbia, la gelosia e l'arroganza. Questo tipo di dogmatismo lavora per degradare, indebolire e ottundere lo spirito umano. È l'opposto dell'umanesimo.
La controversia tra i membri della SGI e il clero della Nichiren Shoshu, che esplose nel 1990, ne è un esempio. Se essenzialmente fu una battaglia contro i rischi dell'autoritarismo religioso, comportò anche un movimento di riforma religiosa basato sulla lotta fra umanesimo e antiumanesimo. Il direttivo della Nichiren Shoshu, nascondendosi dietro la propria presunta autorità clericale, cercò di impedire che le persone vedessero il degrado e la corruzione del clero e al tempo stesso di schiacciare e opprimere spiritualmente i credenti laici. Questo è il peggior tipo di antiumanesimo.
Per i membri della SGI, farsi piegare e sconfiggere avrebbe voluto dire rinunciare alla propria umanità. Le implicazioni di questa controversia travalicano la portata di una singola scuola buddista. In base allo spirito universale della dignità umana che ci anima, crediamo che, se avessimo ceduto su tale questione, avremmo reso un pessimo servizio all'umanità.
La prima volta che sorse il problema con il clero, l'educatore Tao Hori (1920-95, a quell'epoca rettore del Newton College di Shiga) diede la seguente analisi: «Questa è una sfida all'autoritarismo e alla concezione mendicante della fede che alligna nel cuore di ogni persona. Superandola, ciascun membro (della SGI) crescerà e progredirà in maniera impressionante».10
Negli anni successivi i membri della SGI, attraverso la lotta contro le autorità religiose corrotte, sono cresciuti sia come individui che come organizzazione, superando i propri limiti, rafforzando e temprando i propri cuori. È qualcosa di cui ritengo si possa andar fieri, e questa fierezza nasce dalla fiducia che la nostra lotta porta con sé una lotta più vasta, intrinseca alla natura stessa della civiltà, per costruire un umanesimo autentico e solido.

COSA È L'UMANESIMO ISPIRATO AL BUDDISMO

Esplorare l'umanesimo
Nella mia Proposta di tre anni fa avevo delineato alcuni punti di vista buddisti riguardo alla filosofia e alla prassi dell'umanesimo. Vorrei cogliere la presente opportunità per approfondirli ulteriormente e in particolare per affermare i tre seguenti assunti come elementi essenziali di un umanesimo ispirato al Buddismo.
1) Tutte le cose sono relative e mutevoli.
2) È essenziale sviluppare la capacità di discernere tale natura relativa e mutevole della realtà e al tempo stesso sviluppare una salda autonomia che non si faccia sopraffare da essa.
3) Sulla base di tale discernimento e autonomia occorre accettare tutto ciò che è umano senza discriminazioni, rifiutando di circoscrivere le persone o stigmatizzarle sulla base dell'ideologia, della nazionalità o dell'etnia. Bisogna decidere di ricercare attivamente ogni possibile occasione di dialogo e non permettere mai che le strade in questa direzione vengano interrotte.
I primi due assunti - sulla relatività e mutevolezza di tutte le cose e sull'importanza di sviluppare il discernimento per riconoscerle - hanno radici facilmente identificabili in concetti buddisti come quello dei "tre sigilli del Dharma" (giapp. samboin).
L'impermanenza di tutti i fenomeni (shogyo-mujo) spiega che tutte le cose, gli eventi e le esperienze, possono essere intese come un flusso ininterrotto di cambiamenti e trasformazioni. E, poiché tutto cambia, niente è dotato di esistenza fissa e indipendente, ovvero di sostanza (shoho-muga). La condizione illuminata che si consegue attraverso il pieno sviluppo della capacità di discernere questa realtà viene definito la tranquillità del nirvana (nehan-jakujo). È una descrizione del risveglio iniziale conseguito da Shakyamuni quando comprese che tutte le cose sorgono nel contesto della loro interrelazione, che la trama del mondo è tessuta dai fili della diversità, poiché tutte le cose esistono in una rete di dipendenze reciproche in cui ognuna funge da causa o nesso attraverso cui tutte le altre cose vengono all'esistenza.
Secondo il modo di intendere il Buddismo attualmente prevalente in gran parte del mondo, il terzo assunto che ho enunciato, l'impegno attivo nei confronti dell'azione e del dialogo, può apparire sorprendente. Può sembrare contrario all'immagine contemplativa genericamente associata al Buddismo per come è espresso dal principio dei tre sigilli del Dharma.
Altri antichi principi buddisti evidenziano che l'Illuminazione è al di là del potere delle parole e dell'intelletto. Quest'accento sui limiti del linguaggio - relativamente alla definizione dello scienziato e filosofo francese Albert Jacquard di «dialogo che comprende non solo parole ma anche momenti di silenzio»11 - sembrerebbe porre un accento ancor più marcato sul silenzio. L'idea del silenzio, non come vuoto o assenza ma come ricchezza feconda, è una caratteristica importante del Buddismo.
Non è affatto sorprendente che molte persone, di fronte agli evidenti vicoli ciechi della civiltà occidentale, il cui sviluppo drammatico si è sempre basato sulla centralità accordata alla razionalità e al linguaggio (logos), stiano cercando la guarigione e la salvezza in elementi che vengono considerati buddisti e che contrastano con questa visione del mondo incentrata sul linguaggio.
Ma fino a quando la capacità di usare il linguaggio rimarrà l'attributo distintivo della specie umana non potremo rimanere in silenzio e sperare di realizzare così l'ideale dell'umanesimo. In tal senso non abbiamo altra scelta che immergerci nell'umanità e buttarci concretamente nell'oceano del dialogo.

Un punto d'onore
In termini più pratici ciò significa affrontare il male e l'infelicità che sono aspetti inevitabili dell'esistenza umana. La frase di Vimalakirti «Quando gli esseri viventi sono ammalati, il bodhisattva è ammalato; quando gli esseri viventi guariscono, anche il bodhisattva guarisce»12 esprime l'altruistica risoluzione del bodhisattva di intraprendere esattamente questa impresa. È una decisione che ha un ruolo centrale nel Buddismo mahayana. La tradizione mahayana - quella tradizione che va dal Sutra del Loto fino a Nichiren e che ispira la pratica dei membri della SGI - incoraggia vigorosamente la pratica dinamica del bodhisattva, fatta di dialogo e di coinvolgimento umano. (E va osservato che, nel far questo, non nega affatto la tranquillità interiore dell'Illuminazione, ma anzi vi si basa esplicitamente).
Poiché ritengo che questa pratica dinamica sia un aspetto importante del Buddismo, nella mia conferenza all'Università di Harvard nel 1993 citai la seguente immagine di Shakyamuni «che con gioia incontrava le altre persone accostandosi a loro con un atteggiamento luminoso e accogliente».13 A mio avviso in questo dinamismo riecheggiano con grande forza i «sentimenti religiosi cosmici»14 di cui spesso parlava Einstein.
Alla luce di quanto esposto fin qui vorrei proporre le seguenti indicazioni per un umanesimo attivo. Anzitutto, quando ci rendiamo conto che tutto cambia all'interno di una cornice di interdipendenza è ovvio considerare armonia e unità come espressioni della nostra interconnessione. Ma, allo stesso modo, possiamo giungere a riconoscere anche il valore della contraddizione e del conflitto. La battaglia contro il male - una battaglia che scaturisce dallo sforzo interiore per padroneggiare le nostre stesse contraddizioni e conflitti - dovrebbe essere considerata una prova difficile ma inevitabile a cui dobbiamo sottoporci per riuscire a creare un senso di connessione più grande e profondo.
Questa connessione può essere vissuta positivamente, come un aspetto di armonia e di unità, ma anche in termini negativi, come conflitto. Poiché entrambi sono aspetti di questa interconnessione, possiamo considerarli portatori del medesimo valore. Ma proprio nella misura in cui riconosciamo che la realtà della vita è una lotta, e che attraverso questa lotta la nostra umanità si tempra e si rafforza, affrontare i conflitti con coraggio diventa ancor più vitale. Nella tradizione buddista questo viene considerato il punto d'onore del bodhisattva. Se rifiutiamo di operare discriminazioni in base a stereotipi o a limitazioni imposte, possiamo riconoscere l'unità che soggiace sia alla relazione positiva che a quella negativa, e impegnarci con tutta la nostra energia vitale in un dialogo in grado di trasformare anche il conflitto in un legame positivo. In quest'impresa risiede l'autentico contributo che può dare un umanesimo basato sul Buddismo.
Questa è stata la convinzione che ha sostenuto tutti i miei sforzi di questi anni.
Quando nel 1968 auspicai una normalizzazione delle relazioni sino-giapponesi o quando mi adoperai, come ho narrato in precedenza, per alleviare le tensioni fra Cina e Unione sovietica, ero spinto dalla fiducia che anche i conflitti più feroci non durano per sempre. Fin quando ci saranno persone che leveranno la loro voce per la pace, c'è speranza.
Nel 1996 le relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti avevano quasi toccato il fondo, specialmente dopo l'abbattimento in febbraio di due velivoli privati da parte dei jet da combattimento cubani e l'inasprimento dell'embargo economico americano nei confronti di Cuba. Anche quando in giugno visitai gli Stati Uniti e Cuba, dove ebbi un franco scambio di opinioni con il presidente Fidel Castro, ero motivato da una fede umanistica nel fatto che la relazione conflittuale fra i due paesi non fosse qualcosa di immutabile e destinato a durare indefinitamente nel futuro.
E quale prova più grande della natura relativa e mutevole della realtà è stata la caduta del muro di Berlino, forse il simbolo più evidente di una guerra fredda che sembrava destinata a durare per sempre? Ricordo quando, nell'ottobre 1961, visitai la Germania occidentale e, di fronte alla porta di Brandeburgo, espressi la convinzione, basata sulla fede nel coraggio della gente e nel suo anelito alla pace, che il muro sarebbe caduto entro trent'anni. In effetti, circa ventotto anni dopo, il muro di Berlino venne smantellato dai cittadini di entrambe le parti di quella nazione divisa.
Ho avuto per due volte il piacere di incontrare il presidente del Sud Africa Nelson Mandela, che considero un prezioso amico. A proposito del processo col quale vennero affrontate realtà che sembravano inattaccabili e fu abolito il sistema dell'apartheid egli disse: «Molti nella comunità internazionale, osservando a distanza come la nostra società smentisse i profeti di sciagura e le loro predizioni riguardo a un conflitto senza fine, hanno parlato di miracolo. Ma chi ha partecipato da vicino a questa transizione sa che è stata solamente il frutto della decisione umana».15
È un'osservazione estremamente acuta; le trasformazioni storiche che agli osservatori esterni sembrano eventi miracolosi in realtà vengono rese possibili da coloro che hanno avuto la saggezza per discernere la natura relativa e mutevole della realtà e posseduto la volontà di intraprendere azioni basate sulla visione chiara di un futuro migliore.

Guardare oltre gli stereotipi
Una delle preoccupazioni fondamentali riguardo all'attuale situazione irachena è che si complichi e cresca fino a diventare un conflitto su vasta scala fra opposte visioni del mondo, in sintesi la scintilla per uno scontro di civiltà.
Per impedire una tragedia di tali proporzioni è fondamentale non assimilare specifici impulsi verso la violenza alle tradizioni culturali di intere civiltà. Dobbiamo stare costantemente in guardia contro l'approccio deterministico e stereotipato verso gli altri, che di fatto costituisce il nucleo di tutte le filosofie estremiste, la vera e propria trappola del dogmatismo.
In ogni società, in ogni paese, in ogni civiltà, la gran maggioranza della gente rifiuta i punti di vista estremisti. È solo una piccolissima minoranza che nutre l'ambizione egemonica di imporre la propria cultura o le proprie leggi ad altri paesi.
Cinque anni fa, nel 2000, pubblicai un dialogo con Majid Theranian, di origine iraniana e professore all'Università delle Hawaii, in cui discutevamo paragonando la tradizione buddista e quella islamica.16 Tehranian notava il persistere di un diffuso pregiudizio nei confronti dell'Islam: la concezione errata che in qualche modo sia violento e minaccioso. Egli sottolineava per esempio che il vero significato del termine jihad è una lotta interiore dei singoli individui verso la propria elevazione spirituale. Parlava anche delle politiche di accoglienza nei confronti dei popoli di altre confessioni religiose all'epoca dei turchi ottomani e del fatto storicamente documentato che certe città europee come Sarajevo e Cordova godettero di un pluralismo religioso e prosperarono sotto il governo musulmano. Concordammo che al cuore della civiltà islamica non c'è intolleranza ma aspirazione all'universale e rispetto per la diversità.
Dal febbraio di quest'anno avrà inizio la pubblicazione di un dialogo a puntate fra me e Nur Yalman, professore di antropologia culturale all'Università di Harvard, di origine turca. Le realtà e la spiritualità della società islamica sono fra gli argomenti che affronteremo nel nostro dialogo, che speriamo contribuirà in qualche misura ad aprire la strada verso una civiltà globale basata sulla coesistenza pacifica di tutta l'umanità.
Nel corso degli anni ho avuto il privilegio di incontrare molte personalità provenienti dalle varie regioni del mondo islamico, Medio oriente, Asia e Africa. In questi incontri ho avvertito un anelito profondamente radicato nei confronti della pace e ciò ha rinforzato la mia fede nel fatto che la grande maggioranza dei musulmani ricerca la coesistenza armoniosa.
La SGI ha partecipato come organizzazione a una serie di dialoghi interreligiosi. Per esempio, subito dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre, ci siamo uniti ai rappresentanti di ebrei, cristiani, islamici e buddisti in un dibattito convocato dall'Accademia europea delle arti e delle scienze. Inoltre, istituti affiliati alla SGI come il Centro di ricerca di Boston per il XXI secolo e l'Istituto di filosofia orientale si sono impegnati attivamente a promuovere il dialogo interculturale e interreligioso. Tutte queste iniziative vogliono contribuire alla ricerca di un cammino verso la pace, e di prospettive che consentano la risoluzione complessiva dei problemi globali.
Il Rapporto sullo sviluppo umano 2004, pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), è incentrato sul tema della libertà culturale. Contiene intuizioni importanti sulla natura dei movimenti coercitivi che usano la violenza o le minacce per imporre le proprie opinioni agli altri o istituire una dominazione culturale. Il rapporto osserva che l'obiettivo di questi movimenti coercitivi «non è la risoluzione di problemi reali ma l'uso di problemi fittizi come slogan per mobilitare l'opinione pubblica».17
Il rapporto dimostra chiaramente l'importanza di essere ben consapevoli che la gente non è mossa a compiere atti estremi semplicemente perché appartiene a una certa religione o nazionalità: «I movimenti di dominazione culturale prendono di mira anche i membri delle loro stesse comunità, denigrando e sopprimendo le opinioni dissenzienti e mettendo in forse l'integrità e la lealtà (purezza di fede o patriottismo) delle persone».18 In altri termini, questi movimenti si volgono persino contro coloro che affermano di essere membri dello stesso gruppo, religione o nazionalità.
È per questa ragione che le misure militari unilaterali non sono una risposta efficace ai movimenti violenti ed estremisti, perché in realtà possono finire per aumentare la simpatia e il sostegno nei confronti di questi stessi movimenti all'interno della popolazione. È essenziale compiere continui sforzi per rimuovere le cause che soggiacciono all'instabilità sociale, delle cui contestazioni tali gruppi si alimentano.

L'EDUCAZIONE COME FORZA DI TRASFORMAZIONE

Educazione ai diritti umani
La chiave per far questo è l'educazione.
Quando viene impiegata nella maniera giusta (e cioè non come un mero strumento di controllo sociale come accadde per esempio nel Giappone militarista prima del 1945) l'educazione è una potente forza di trasformazione degli individui e della società nel suo complesso. L'educazione all'idea di cittadinanza globale può contribuire a trasformare la cultura di guerra che accompagna da sempre l'umanità in una cultura di pace. Essa ci sprona a realizzare il nostro autentico potenziale in quanto esseri dotati di linguaggio (homo loquens). Nel coordinamento degli sforzi in tal senso le Nazioni Unite possono svolgere un ruolo prezioso.
Il Programma mondiale per l'educazione ai diritti umani, intrapreso nel gennaio 2005, costituisce un'opportunità vitale a riguardo. La necessità di sforzi globali continui per l'educazione ai diritti umani è da molto tempo una mia preoccupazione. In una dichiarazione scritta in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l'intolleranza, che si tenne quattro anni fa a Durban, in Sud Africa, esortai a compiere sforzi in questo senso. La SGI ha lavorato con altre organizzazioni non governative (ONG), agenzie ONU e rappresentanti degli stati membri dell'ONU per incoraggiare l'adozione di questo programma. La Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani ha adottato nell'aprile 2004 una raccomandazione su tale programma, ed esso è stato ufficialmente istituito con una risoluzione dell'Assemblea generale dell'ONU nel dicembre dello stesso anno. Nei primi tre anni (2005-2007) il programma si concentrerà sull'inserimento dei diritti umani nei curricula delle scuole primarie e secondarie.
La SGI ha offerto il suo sostegno al Decennio delle Nazioni Unite per l'educazione ai diritti umani (1995-2004) con la mostra internazionale I diritti umani nel mondo contemporaneo: uno strumento per educare alla pace. E sono in corso progetti per un'altra mostra sullo stesso tema che dovrebbe tenersi in varie parti del mondo a sostegno del nuovo programma.
Il 2005 segna anche l'inizio del Decennio delle Nazioni Unite per l'educazione allo sviluppo sostenibile, tanto auspicato dalla SGI che si è adoperata per la sua realizzazione in collaborazione con altri membri della società civile internazionale. L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura (UNESCO), principale agenzia per la promozione del Decennio, ne descrive l'obiettivo come «un mondo in cui ognuno abbia l'opportunità di beneficiare dell'educazione e apprendere valori, comportamenti e stili di vita consoni a un futuro sostenibile e a una trasformazione sociale positiva».
Ovviamente tutto ciò non si limita all'educazione ambientale ma ha una portata molto più vasta. Si devono prendere in considerazione sfide globali come alleviare la povertà e realizzare la pace e, al tempo stesso, gettare le fondamenta per costruire una società globale sostenibile da poter lasciare orgogliosamente in eredità alle generazioni future.
In tale senso l'educazione ai diritti umani e quella allo sviluppo sostenibile riflettono preoccupazioni e obiettivi strettamente interrelati. La società globale dovrebbe cogliere l'importante opportunità offerta da queste due iniziative centrate sulle Nazioni Unite per tracciare un indirizzo positivo per l'umanità nel XXI secolo. Mi appello a tutte le parti in causa affinché operino per il successo di tali iniziative.

Un incontro primordiale
L'umanesimo non può essere strettamente limitato all'umano. Comprendere questo è essenziale se vogliamo adottare la pratica dell'umanesimo nelle situazioni che ci troviamo ad affrontare nel mondo contemporaneo.
Qui vorrei citare nuovamente le parole di Martin Buber, che espresse con grande intensità la sua filosofia del dialogo in Io e tu, un classico che è ancora di grande attualità a più di ottant'anni dalla sua stesura.
In quest'opera Buber usa le insolite formulazioni io-esso e io-tu per contrapporre modi differenti di relazionarsi al mondo. La distinzione fra l'ambito soggettivo e quello oggettivo - dicotomia che sta al cuore della modernità occidentale - viene interpretata come io-esso, mentre io-tu si riferisce al tipo di incontro e di relazione che sfugge a tale livello superficiale per impegnare l'intero essere in una dimensione ben più essenziale.
Buber afferma che «tutta la vita reale è incontro».19 E cerca di estirpare il falso concetto io-esso che avvolge la civiltà moderna per rivelare la realtà del tu. Secondo Buber l'io, per essere veramente, ha bisogno del contesto io-tu; l'io, per farsi tale, deve esistere per il tu.
Questa maniera di pensare ha una stretta somiglianza con l'idea buddista di origine dipendente (engi), a dimostrazione dell'universalità della visione che Buber ha del dialogo. Ascoltiamo le frasi pacate con le quali Buber si rivolge a noi:
«Sono tre le sfere in cui si costruisce il mondo della relazione.
La prima è la vita con la natura, in cui la relazione si arresta alla soglia della parola. La seconda è la vita con gli uomini, in cui la relazione diventa manifesta, in forma di parola. La terza è la vita con le essenze spirituali, in cui la relazione è muta, ma creatrice di parola».20
Il primo punto che s'impone alla nostra attenzione è la franchezza con la quale Buber affronta la nostra natura di esseri che usano il linguaggio (homo loquens). Il suo porre il linguaggio come mezzo e veicolo necessario per il dialogo è ben equilibrata, non lo sottovaluta né lo sopravvaluta. Egli evita di nutrire una fede eccessiva nel linguaggio, che spesso è uno dei fattori che soggiacciono allo sviluppo del dogmatismo e del fanatismo, e neppure lo mette in discussione, come hanno fatto più tardi molti seguaci dello strutturalismo.
Piuttosto, Buber delinea scrupolosamente l'immagine dell'homo loquens i cui poteri linguistici unici gli permettono di tessere una relazione da soggetto a soggetto (io-tu) con le persone, il mondo della natura e il divino.
A questo riguardo mi torna alla mente un racconto del romanziere di fama mondiale Chingiz Aitmatov. Aitmatov è un mio buon amico col quale, in vari incontri e scambi di opinione, ho sviluppato un dialogo che fu pubblicato alcuni anni fa col titolo (giapponese, n.d.t.) Ode al grande spirito. Un giorno Aitmatov ricevette la visita di un giornalista tedesco che stava lavorando a un progetto per la creazione di un museo nello spazio, nel quale sarebbero dovuti confluire un gran numero di elementi rappresentativi delle civiltà umana, archiviati su microfilm e altri supporti. Il giornalista aveva letto il nostro dialogo, ne era rimasto colpito e pensava di inserirlo nel museo. Così chiese ad Aitmatov una breve dichiarazione da accludere al libro. Dopo attenta riflessione Aitmatov scrisse: «C'è vita nascosta dentro le pietre. Solo noi esseri umani possiamo dare significato a tutte le cose nel cosmo attraverso il pensiero e la parola».21 Mi sto riferendo a questo quando scrivo del nostro destino di homo loquens.
La seconda osservazione che vorrei formulare riguardo all'analisi di Buber è che, pur seguendo la tradizione ebraica nel tracciare una distinzione e stabilire una gerarchia fra l'umanità e il resto della creazione divina, egli riconosce che, senza abbracciare come un tutt'uno il mondo dell'umanità e quello della natura, l'incontro fra io e tu non si può realizzare né può esservi dialogo autentico. «Quanto suona bello e giusto e pieno l'Io di Goethe! È l'Io della pura comunione con la natura».22 Mentre loda il panteistico Goethe, Buber si schiera con San Francesco d'Assisi considerato il santo patrono dell'ecologia che, nel tredicesimo secolo, conversava intimamente con gli uccelli, le piante e le rocce.
Pensando all'empasse della civiltà contemporanea, non si sottolineerà mai troppo il bisogno di abbracciare questo ideale di dialogo fra umanità e natura che Buber riconosceva con tanta acutezza. Per quanto mi riguarda, quando scatto fotografie della natura sento che sto impegnandomi in questo tipo di dialogo. La crisi dell'ambiente naturale è ben più grave adesso che al tempo di Buber e l'esigenza di questo tipo di dialogo cresce in maniera proporzionale. Anche nel lavorare per una cultura di pace dobbiamo avere un'attenzione simile nei confronti della natura.
Dirò di più: nessuno sforzo per fare del nuovo secolo un'epoca di rispetto universale dei diritti umani sarà veramente fruttuoso se non amplieremo il nostro modo di intendere tali diritti al di là della tradizione antropocentrica dell'umanesimo moderno. Per dare pieno significato ai diritti umani occorre considerare l'umanità come parte della natura, come elemento integrante dell'ambiente.

IL DIALOGO FRA UMANITA E NATURA

La natura come portatrice di diritti
Sin dalla metà del ventesimo secolo si è levato un crescente coro di voci - come documenta con precisione Roderick Nash nel suo I diritti della natura - dichiarando che i diritti non sono propri solo degli esseri umani ma che dovremmo svilupparne una concezione allargata che includa gli animali, le piante e anche la natura inanimata. La nostra epoca richiede questo modo di pensare, ed è perciò che ho insistito affinché nella costituzione giapponese venisse riflesso quest'impegno globale verso una coesistenza armoniosa con la natura.
Riconoscere la natura non come oggetto di sfruttamento ma come portatrice di diritti rappresenta un cambiamento fondamentale per la civiltà umana. Nonostante l'immensa importanza di questa transizione - o forse proprio perché può apparire di dimensioni esagerate - gli sforzi per muoversi verso la sostenibilità sono progrediti con una lentezza esasperante.
Un esempio lampante è quello delle reazioni di fronte al cambiamento del clima. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (UNFCC) fu adottata poco prima della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo (Summit della Terra), che si tenne a Rio de Janeiro nel 1992. Dopo una lunga e tortuosa procedura, la ratificazione del Protocollo di Kyoto da parte della Russia nel 2004 ne determinerà infine l'entrata in vigore nel febbraio di quest'anno (il testo risale al gennaio 2005, n.d.r.).
Il Protocollo di Kyoto stabilisce - da parte dei paesi industrializzati aderenti al trattato - una riduzione minima del cinque per cento delle emissioni di anidride carbonica e altri gas serra rispetto ai loro livelli del 1990. Ma molte questioni fondamentali devono ancora essere affrontate, fra le quali il rifiuto degli Stati Uniti, la partecipazione dei paesi in via di sviluppo e l'elaborazione di un efficace protocollo che succeda a questo dopo il 2013.
Il cambiamento del clima è uno dei punti fondamentali all'ordine del giorno del vertice dei G8, i principali paesi industrializzati, che quest'anno si terrà a Gleneagles, in Gran Bretagna, e al quale sono stati invitati sia l'India che la Cina. La partecipazione di questi due paesi è senz'altro auspicabile, e altrettanto lo sarebbero sforzi concreti per incoraggiare gli Stati Uniti a modificare la propria posizione e, al tempo stesso, per sviluppare un protocollo che possa far seguito a quello di Kyoto.
Parallelamente ai negoziati per l'applicazione della convenzione sono stati compiuti sforzi in vari paesi per istituire una cornice legale che garantisca la transizione verso una società sostenibile. L'Unione europea, per esempio, è all'avanguardia dagli anni '90, avendo adottato misure quali l'introduzione di una tassa ambientale per il controllo delle emissioni di gas serra e incentivi per l'incremento della quota delle fonti di energia rinnovabile in sostituzione dei carburanti fossili.
È stato detto che per fermare il riscaldamento globale occorrerebbe dimezzare le emissioni totali. Dobbiamo ripensare il nostro stile di vita individuale, i valori e le strutture fondamentali della civiltà contemporanea. La natura del lungo e difficile cammino verso la sostenibilità mette in evidenza ancora una volta l'importanza di agire adesso con una prospettiva a lungo termine.
L'aspetto veramente difficile, e spaventoso, della crisi ambientale è che pur essendo in grado di rilevare singoli e specifici segnali di pericolo e rispondere di conseguenza, non sappiamo predirne gli effetti a lungo termine nel contesto di un vasto sistema di interconnessioni.
Nel novembre dello scorso anno fu trasmesso in Giappone un documentario sulla crisi ambientale, Strani giorni sul pianeta Terra, che metteva in evidenza il legame tra fenomeni a prima vista privi d'interrelazione: una malattia respiratoria nei Caraibi e le tempeste di sabbia africane; gli smottamenti nelle Hawaii e i mutamenti nella flora del Sud America, a dimostrazione di quanto fossero tutti parte interconnesse di una crisi ecologica globale.
Tali nessi improbabili e conseguenze impreviste sono stati definiti "effetto farfalla": la catena di collegamenti e di rapporti causali in virtù della quale un battito d'ali di farfalla in Brasile può essere la causa di un tornado in Texas. È uno degli argomenti del mio dialogo con Victor Antonovich Sadovnichy, rettore dell'Università statale di Mosca, nel contesto delle risorse e delle questioni ambientali.23
Ripercorrendo questi ultimi anni passati, vediamo che sono stati caratterizzati da una serie di condizioni meteorologiche estreme, dall'ondata di caldo mortale che colpì l'Europa, alle inondazioni massicce in India e Bangladesh, ai tifoni che devastarono parte del Nord e del Centro America. Molti esperti ritengono che questi fenomeni siano legati a un cambiamento climatico globale.

Una mancanza d'ascolto
Nel suo libro Il marchio di Cassandra, Chingiz Aitmatov usa la seguente parabola per descrivere lo stato psicologico che prevale in molte persone: «Supponete - scrive - che in uno degli enormi ponti che attraversano la baia di San Francisco sia stato scoperto un grave difetto strutturale e che tuttavia sia ancora possibile transitarvi. È come se stessimo dicendo: "Finché il ponte regge ed è attraversabile, continuiamo pure a trasportarci i carichi sopra; in futuro qualcun altro si occuperà del problema"». 24
In quest'opera, che porta il nome della profetessa di disgrazie dell'antica Grecia, Aitmatov ritrae il lato oscuro della civiltà contemporanea. Come testimonia il fatto che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico abbia richiesto tredici anni per diventare operativa con l'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, gli sforzi internazionali sono in ritardo rispetto al rapido ritmo di degrado ecologico e, di questo passo, il divario non farà che aumentare. Occorre prestare seriamente attenzione alla profezia di Cassandra (cioè ai vari segnali di cambiamento nell'ambiente globale) e agire di conseguenza a livello internazionale, nazionale e locale, per ridirigere il cammino della civiltà umana prima che le predizioni di disastro diventino realtà.
Un altro libro, simile per titolo e argomento, è quello di Alan AtKisson Credere a Cassandra: uno sguardo ottimista a un mondo pessimista. Come indica il sottotitolo, il libro è permeato da un tono di speranza e, anche se esamina varie questioni ambientali globali, rifiuta il pessimismo apocalittico e il dogmatismo che Alvin Toffler ha criticato definendolo "eco-teocrazia",25 impegnandosi nella ricerca di una soluzione al dilemma di Cassandra.
Il libro tratta della crisi ambientale in termini di analisi dei sistemi, considerandola una "disconnessione" fra due sistemi differenti, il mondo delle faccende umane e la natura. In questo senso è un problema di cattiva comunicazione, di fallimento umano nel ricevere e interpretare correttamente i segnali di avvertimento emessi dalla natura. Il mondo degli esseri umani è capace di azione cosciente ed è questa capacità che conferisce responsabilità alla parte umana.
Possono sembrare osservazioni dettate dal buon senso comune ma ciò che mi ha colpito è stato l'uso da parte di AtKisson della terminologia della dinamica dei sistemi per evidenziare l'importanza cruciale dei cicli di retroazione e del loro mancato funzionamento come nucleo del problema. La risposta flessibile e dinamica che propone AtKisson non è altro che quella che ci aspetteremmo da un ottimista impegnato.
Termini come "comunicazione" e "retroazione" suggeriscono l'idea di un dialogo con la natura. Ma poiché, come osservava Buber, la natura si arresta «alla soglia del linguaggio»,26 il dialogo o l'incontro fra l'umanità e la natura si può realizzare solo attraverso lo sforzo sostenuto e deliberato da parte dell'umanità di stabilire coscientemente una relazione di io-tu.
Ad alcuni può sembrare strano l'uso di un linguaggio come quello dell'io-tu, che ha colorazioni spirituali se non addirittura religiose, in una discussione su come salvaguardare più efficacemente l'ambiente naturale. Ma, come suggerisce la frase «pensa globalmente, agisci localmente», si tratta di una questione che se da un lato è estremamente concreta, dall'altro deve essere vista in una prospettiva temporale che abbraccia l'intera storia della civiltà umana.
In tal senso, è cruciale che le riflessioni e gli sforzi siano continui e sostenuti, e che a loro volta questi siano radicati nella spiritualità e da essa traggano forza. In ciò la filosofia buddista può offrire una solida base. Essa ritiene che la vita sia presente universalmente sia negli esseri senzienti, come le persone e gli animali, sia negli esseri insenzienti, come le piante, le montagne, i fiumi e la terra stessa. Insegna che perfino esseri insenzienti come l'erba e gli alberi abbiano il potenziale per l'Illuminazione. 27
Se non abbiamo l'umiltà di ascoltare con attenzione i messaggi del mondo naturale e continuiamo ad affermare arrogantemente e sconsideratamente solo le preoccupazioni e i bisogni del mondo umano, i cicli di retroazione non funzioneranno e i sistemi naturali che ci sostengono crolleranno. La chiara visione di Martin Buber, il filosofo del dialogo, ha compreso a fondo le pretese pluristratificate della civiltà moderna.

Sostenere lo sforzo
A questo proposito non posso fare a meno di essere colpito dalla lungimiranza del fondatore e presidente della Soka Gakkai Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944) che, in Jinsei chirigaku (La geografia della vita umana), scritta a soli trentadue anni, definiva otto modalità di interazione spirituale fra gli esseri umani e il loro ambiente circostante: cognitiva, utilitaristica, scientifica, estetica, morale, empatica, pubblica e religiosa. Di queste, le prime cinque tendono a vedere l'ambiente puramente come un oggetto diverso da sé, come mero materiale esperienziale per accrescere la propria conoscenza del mondo. Nelle ultime tre, invece, l'ambiente è inteso come parte del mondo, esattamente come siamo noi. Makiguchi riteneva che queste forme d'interrelazione più intima con l'ambiente potessero aiutarci a sviluppare la nostra vita emotiva e la nostra personalità: «Si può ritenere che la qualità delle interazioni fra gli esseri umani e il mondo che li circonda dipenda anzitutto dalle qualità soggettive del singolo. È grazie alle nostre varie interazioni col mondo che raggiungiamo uno sviluppo pienamente equilibrato. Se così stanno le cose, il mondo che ci circonda, e in particolare la natura, è veramente la nostra luce, la nostra guida, la nostra consolatrice, e costruire una molteplicità di interazioni con la natura diventa essenziale per affrontare con successo le infinite vicissitudini della vita. Possiamo affermare che la nostra felicità nella vita è davvero proporzionale all'ampiezza e alla profondità della nostra relazione con la natura».28
Per quanto vi siano differenze minori, c'è una concordanza di fondo fra i tipi di interazione che Makiguchi definisce esperienza e la relazione io-esso di Buber, e fra le ultime tre forme di interazione e la relazione io-tu di Buber.
Quando Makiguchi descrive la natura come «la nostra luce, la nostra guida, la nostra consolatrice» sta operando una forma estremamente ardita di personificazione, un'espressione di fede nella possibilità di una relazione io-tu con la natura.
Buber, radicato nella tradizione ebraica, sceglie attentamente le parole del suo appello alla natura. Per contro Makiguchi, che vive nell'ambito culturale giapponese più animista, s'immerge a capofitto in una relazione di amicizia diretta e coraggiosa con la natura. Senza le esitazioni e i freni di Buber, Makiguchi considera direttamente la natura come una compagna.
Indipendentemente dall'approccio più o meno cauto o ardito, in entrambi troviamo un incontro e un dialogo autentico con la natura, una chiamata e una risposta che coinvolge l'intera personalità. Per questo Makiguchi afferma: «Costruire una molteplicità di interazioni con la natura è essenziale per affrontare con successo le infinite vicissitudini della vita».
Far del male alla nostra preziosa compagna di vita significa far del male a noi stessi. L'attuale condizione dell'ambiente globale va ben oltre ciò che Makiguchi poteva immaginare ai suoi tempi.
Gli esseri umani possono esistere solo in armonia con l'ambiente.

Le trappole della globalizzazione
La continua corsa verso la globalizzazione illustra il tipo di illusione di cui è preda la civiltà contemporanea. Nonostante le sue apparenti promesse, la globalizzazione di fatto dà scarsi segni di generare un nuovo costume globale. È semplicemente una forma di espansionismo economico e la sua caratteristica primaria è il mero culto della ricchezza monetaria, che potremmo definire "mammonismo [culto di Mammona = la ricchezza terrena idolatrata, n.d.r.] globale". È l'amaro risultato finale dell'oggettivazione io-esso del mondo.
Naturalmente la valuta è il prodotto della saggezza umana essenziale per facilitare un funzionamento fluido della nostra vita come esseri sociali; ma allo stesso tempo dobbiamo tenere a mente che il denaro riflette solo un insieme di accordi interni al sistema degli scambi umani e, per il mondo naturale, non è altro che cartaccia. Ovviamente questa è un'affermazione paradossale ma penso che sia fondamentale per non perdere completamente di vista la natura artificiale della moneta.
Se non abbiamo ben chiaro questo punto e cediamo alle tentazioni di Mammona distruggeremo quella convergenza sostanziale fra sistema umano e sistema naturale necessaria alla nostra sopravvivenza. La disinvolta logica del capitale genererà dissonanze e collisioni ancora maggiori fra i due sistemi e alla fine la natura ci presenterà un conto assai salato.
È per questo che devo sottolineare il bisogno di decisioni ferme, di azioni precise e di quel tipo di continuità di sforzi a cui accennavo poc'anzi. La sostenibilità è irrealizzabile senza uno sforzo sostenuto.
È con questo in mente che, nella mia proposta presentata al Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile (WSSD) del 2002, ho sottolineato il bisogno di imparare, riflettere e acquisire consapevolezza del proprio potere (to empower) come singoli individui, perché credo che questi siano tre passi critici verso un più ampio sforzo di promuovere e realizzare gli obiettivi del Decennio delle Nazioni Unite per l'educazione allo sviluppo sostenibile.
Concretamente la SGI ha allestito la mostra Semi di cambiamento: la Carta della terra e il potenziale umano (realizzata congiuntamente dalla SGI e dall'Iniziativa per la Carta della terra) in più di dieci paesi e sta progettando una nuova mostra sull'etica globale e la Carta della terra che si terrà in Giappone a partire da quest'anno.

IL RUOLO DELLE NAZIONI UNITE

Riformare e rafforzare le Nazioni Unite
Guardando al futuro, vorrei avanzare alcune proposte per espandere l'ondata dell'umanesimo al livello dei sistemi e delle istituzioni internazionali. Quest'anno ricorre il sessantesimo anniversario della fondazione delle Nazioni Unite e sessant'anni sono trascorsi anche dalla fine della seconda guerra mondiale e dal lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Tre sono i temi sui quali vorrei concentrarmi: 1. la riforma e il rafforzamento dell'ONU; 2. gli sforzi per creare fiducia e costruire la pace nella regione pacifico-asiatica; 3. le iniziative per il disarmo nucleare e la prevenzione dei conflitti.
L'anno scorso due commissioni istituite dal segretario generale dell'ONU Kofi Annan hanno presentato i loro suggerimenti per la riforma dell'ONU. Si trattava dell'Alta commissione sulle minacce e le sfide alla sicurezza globale (High-level Panel on Threats, Challenges and Change), presieduta dall'ex primo ministro tailandese Anand Panyarachunm, e della Commissione delle personalità autorevoli in tema di società civile e relazioni con le Nazioni Unite (Panel of Eminent Persons on Civil Society and United Nations Relationships), presieduta dall'ex presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso.
Il rapporto dell'Alta commissione, Un mondo più sicuro: una responsabilità comune, offre suggerimenti concreti fra cui l'ampliamento del Consiglio di Sicurezza e l'istituzione di una Commissione per la costruzione della pace. Auspica anche misure in grado di migliorare il contesto legale e istituzionale all'interno del quale le Nazioni Unite possano rispondere alle nuove minacce. Fra queste misure vi sono: la rapida conclusione di negoziati per una convenzione generale sul terrorismo, un maggiore e più efficace utilizzo del Tribunale penale internazionale (International Criminal Court, ICC) e criteri più chiari sull'uso della forza. A questo proposito, nella Proposta di pace dello scorso anno avevo fortemente auspicato la necessità di un ente di assistenza per la costruzione della pace nel periodo post-bellico e spero che il suggerimento della Commissione verrà accolto.
Il punto fondamentale del rapporto è la revisione del Consiglio di sicurezza che vedrebbe l'istituzione di un consiglio allargato in grado di riflettere meglio fattori quali la rappresentanza regionale e il grado di contributo alle Nazioni Unite. Facilitare una più ampia condivisione di responsabilità e rendere il Consiglio un organismo deliberativo con un punto di vista più globale sono tentativi lodevoli.
Il segretario generale Annan ha affermato che lo scopo dell'ONU dovrebbe essere quello di «creare un mondo con minori minacce e maggiori capacità di affrontare quelle che comunque sorgeranno».29 Oltre a una maggiore capacità di risoluzione dei problemi, ciò richiederà una maggiore attenzione alle misure preventive.
Alla luce di questi commenti del segretario generale, i suggerimenti del rapporto dell'Alta commissione in merito all'ampliamento del Consiglio di Sicurezza e all'istituzione di una nuova commissione per la costruzione della pace acquistano forse un maggiore peso in direzione della risoluzione dei problemi.
Fra le mie idee su come riformare l'ONU per soddisfare i bisogni del ventunesimo secolo, vorrei sottolineare l'impegno preventivo rispetto ai problemi globali - che è poi l'obiettivo della creazione di un mondo con minori minacce di cui parla il segretario generale - perché credo che il potere morbido del dialogo e della cooperazione sia il nucleo centrale dell'ONU e che tale potere funzioni più efficacemente in ambito preventivo, cioè nella definizione di paradigmi atti ad affrontare i problemi globali, creando strutture di collaborazione mirate alla prevenzione e così via.
Anzitutto vorrei proporre di dare un ruolo più importante al Consiglio economico e sociale dell'ONU (ECOSOC).
Oltre a offrire un sostegno alla cooperazione per lo sviluppo attraverso dibattiti e consulenze sulle questioni economiche e sociali internazionali, negli ultimi anni l'ECOSOC ha svolto un ruolo chiave nell'elaborazione di un programma di priorità per gli interventi dell'ONU, incanalando le energie verso questioni come la lotta alla povertà e la gestione degli effetti della globalizzazione.
Facendo ricorso all'esperienza accumulata fino a oggi dall'ECOSOC, spero che qualsiasi riforma e ristrutturazione dell'ONU porrà un particolare accento sull'incremento delle seguenti quattro funzioni del potere morbido: 1. identificare le questioni che la comunità internazionale deve affrontare, stabilendone le relative priorità; 2. stabilire regole e obiettivi per la cooperazione internazionale; 3. coordinare e aumentare l'efficacia delle varie attività dell'ONU; 4. raccogliere e scambiare le informazioni e le migliori procedure fra le agenzie dell'ONU.
Uno dei motivi per cui sottolineo queste funzioni è che in molti casi l'ONU si è mossa per affrontare problemi globali come la povertà e l'ambiente solo dopo che questi avevano raggiunto proporzioni drammatiche. Per abbandonare questo approccio post-facto e reinventare se stesso come organismo preventivo per la creazione di un mondo con meno minacce, l'ONU dovrà rafforzare le sue capacità in termini di potere morbido.
Quando l'ONU fu ristrutturata nel 1997, le varie agenzie furono riunite in gruppi in base alle loro specifiche missioni: pace e sicurezza, affari sociali ed economici, questioni umanitarie e sviluppo, ognuno dotato di un comitato esecutivo. Al di sopra di essi vi è il Gruppo direttivo superiore, di cui fa parte il presidente di ciascun comitato esecutivo, che si riunisce regolarmente presso il gabinetto del segretario generale.
Per poter sfruttare al meglio tali iniziative, e permettere all'ONU di svolgere le quattro funzioni di potere morbido che abbiamo appena identificato, occorre quello che potremmo definire un "comitato di coordinamento del governo globale" la cui opera sarebbe strettamente coordinata alle deliberazioni e alle iniziative decisionali dell'ECOSOC. Un gruppo di lavoro di ONG con notevoli competenze potrebbe sostenere l'attività di tale comitato; l'apporto di queste ONG e la collaborazione con esse contribuirebbero a sviluppare una comune consapevolezza dei problemi e a innalzare il profilo pubblico delle questioni rilevanti. Rendendo sempre migliore ed esteso il sistema di condivisione delle informazioni e di coordinamento delle attività, il comitato rifletterebbe la natura complessa e interrelata dei problemi globali.
Lo scopo primario di tali riforme strutturali dovrebbe essere il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG, Millennium Development Goals), affrontando quei problemi che ne mettono in forse la realizzazione entro la data stabilita del 2015. Le ricerche della Banca mondiale mostrano che la percentuale di persone che vivono in estrema povertà (con meno di un dollaro al giorno) si è quasi dimezzata dal 1981 al 2001, cioè è passata dal quaranta per cento al ventuno per cento della popolazione mondiale, con una diminuzione assoluta di 400 milioni di persone nonostante il rapido incremento demografico. Come dimostrano queste statistiche, la realizzazione degli MDG può essere difficile ma non è affatto impossibile. Ciò che occorre è semplicemente una forte determinazione da parte della comunità internazionale.
A settembre è prevista una riunione plenaria ad alto livello dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA),30 per una valutazione complessiva dell'applicazione della Dichiarazione del millennio e dei progressi verso il conseguimento degli MDG. Mi appello ai capi di stato e di governo che si riuniranno in quell'occasione affinché ribadiscano il loro impegno a liberare il nostro mondo dalla sofferenza inutile.

Il ruolo della società civile
In concomitanza con la ristrutturazione che dovrebbe far emergere le capacità dell'ONU in termini di potere morbido, vorremmo proporre alcune riforme miranti a rafforzare le relazioni fra l'ONU e la società civile.
A questo riguardo, nel rapporto Noi, i popoli: società civile, Nazioni Unite e governo globale, a cura della Commissione delle personalità autorevoli presieduta dall'ex presidente brasiliano Cardoso, vengono esposte molte idee stimolanti. Il rapporto esorta l'ONU a mobilitare e coordinare la cooperazione esterna invece di affrontare i problemi da sola; per far questo le Nazioni Unite devono diventare un'organizzazione che «guarda all'esterno»,31 capace di riunire i molti attori rilevanti rispetto a diverse questioni.
Il requisito per qualsiasi iniziativa in questo senso è indubbiamente la costruzione di un'alleanza più stretta fra Nazioni Unite e società civile, e in particolare con le ONG.
Paragonando la realtà mondiale del 1945, quando fu fondata l'ONU, a quella attuale possiamo osservare un notevole aumento sia di problemi su scala globale sia del numero di ONG mobilitate per affrontarli. Non possiamo ignorare questi importanti cambiamenti: confinare la discussione alla riforma interna delle Nazioni Unite limiterebbe gravemente i vantaggi di qualsiasi riorganizzazione.
Se le cose stanno così, occorre che le voci dei popoli del mondo possano farsi maggiormente sentire dalle Nazioni Unite. Per esempio, gli altri organi principali dell'ONU potrebbero adottare il sistema di accordare alle ONG un ruolo consultivo come fa attualmente l'ECOSOC.
Per molti anni le ONG avevano potuto assistere alle sessioni dell'UNGA e avere accesso ai documenti rilevanti, ma senza poter fare dichiarazioni in quella sede. Invece nel corso delle sessioni speciali dell'UNGA tenutesi negli anni '90, i rappresentanti delle ONG hanno potuto rivolgersi all'assemblea e partecipare alle discussioni intergovernative a livello ministeriale.
Anche in seno al Consiglio di Sicurezza, dal 1992, è in vigore una procedura detta "formula Arria"32 secondo cui un membro del Consiglio può invitare nelle riunioni informali anche rappresentanti delle ONG a riferire su questioni di comune interesse.
In base a queste esperienze bisognerebbe promuovere iniziative per garantire che il diritto di partecipare ai dibattiti come osservatori privi di diritto di voto e di proporre argomenti all'ordine del giorno - che le ONG hanno attualmente in seno all'ECOSOC - sia esteso all'UNGA e al Consiglio di Sicurezza.
Nel 1963 il presidente statunitense John F. Kennedy, rivolgendosi all'UNGA, dichiarò: «Concittadini di questo pianeta, prendiamo posizione qui, in quest'assemblea di nazioni. E vediamo se noi, in questa nostra epoca, possiamo indirizzare il mondo verso una pace giusta e duratura».33
In occasione del sessantesimo anniversario dell'ONU ricordiamo queste parole di Kennedy, riaffermando il nostro impegno ad abbracciare e sostenere lo spirito della Carta delle Nazioni Unite che si apre con le toccanti parole: «Noi, i popoli ... ». Per il bene del nostro pianeta, per il bene dell'umanità, sfruttiamo al massimo questa opportunità, usando tutta la nostra intelligenza e determinazione per affrontare l'arduo compito di riformare e rafforzare le Nazioni Unite.

L'ASIA E L'AREA DEL PACIFICO

Per un ufficio delle Nazioni Unite nell'area pacifico-asiatica
Vorrei ora suggerire alcune idee per la costruzione di fondamenta di pace e di fiducia nell'area pacifico-asiatica. Per cominciare vorrei proporre di istituirvi uno specifico ufficio dell'ONU, che segnerebbe l'inizio di un nuovo tentativo per migliorare la sicurezza umana in quella zona, e rappresenterebbe un modello per la realizzazione dello scopo delle Nazioni Unite di diminuire le minacce nel mondo.
Attualmente, oltre alla sede centrale di New York, ci sono le sedi di Ginevra, Vienna e Nairobi, tre città che ospitano vari uffici e agenzie ONU, ciascuna specializzata in un particolare ambito di problemi: diritti umani e disarmo a Ginevra, prevenzione del crimine e commercio internazionale a Vienna, ambiente e habitat umano a Nairobi.
Nella mia Proposta di pace del 1994 accennai a quanto fosse auspicabile una base ONU in Asia. Oggi vorrei ampliare quell'idea per includere anche l'area del Pacifico, che comprende paesi d'importanza cruciale per il sostegno alle attività dell'ONU come il Canada e l'Australia. Poiché molte iniziative dell'ONU sono rivolte ai bisogni specifici dei paesi asiatici, questi legami potrebbero produrre preziose sinergie.
Inoltre il Giappone, che è un paese asiatico e allo stesso tempo un paese del Pacifico, è sede dell'Università delle Nazioni Unite (UNU) le cui ricerche e attività per sviluppare nuove capacità negli ultimi anni si sono concentrate in due aree: 1. Pace e governo; 2. Ambiente e sviluppo sostenibile.
Un ufficio dell'ONU nell'area pacifico-asiatica costituirebbe un polo legato in modo organico all'UNU e ad altre istituzioni della regione, le cui energie potrebbero essere dirette alla realizzazione della sicurezza umana e di iniziative coordinate dall'ONU finalizzate alla costruzione di un governo globale che permetta alle persone di vivere esistenze sicure e realizzate. L'ECOSOC, che attualmente tiene le sue corpose sessioni di quattro settimane alternativamente a New York e a Ginevra, potrebbe prendere in considerazione di includere in tale alternanza anche la sede dell'area pacifico-asiatica.
Una possibile ubicazione di tale ufficio potrebbe essere Bangkok, che attualmente ospita la Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l'Asia e il Pacifico (UNESCAP). Un'altra potrebbe essere Okinawa in Giappone o l'isola di Cheju nella Corea del Sud. In considerazione delle sofferenze indescrivibili causate dai conflitti armati di cui sono state teatro, entrambe potrebbero essere considerate "isole di pace", le cui popolazioni nutrono forti aspirazioni verso un mondo senza guerre.
L'Istituto Toda per la pace globale e la ricerca politica sta studiando da molti anni i problemi di sicurezza umana e di governo globale come uno dei suoi progetti più importanti. Per celebrare il suo decimo anniversario, nel febbraio 2006, l'istituto prevede di ospitare una conferenza internazionale sul rafforzamento delle Nazioni Unite e il governo globale. L'Istituto Toda intende anche portare avanti un programma accelerato di ricerche, in collaborazione con altre istituzioni, che comprenda lo studio di fattibilità di un ufficio delle Nazioni Unite nell'area pacifico-asiatica.

Verso un'integrazione in Asia orientale
Il prossimo argomento che desidero affrontare riguarda la costruzione delle basi per una integrazione a livello regionale nell'Asia orientale, come quelle in vigore nell'Unione Europea (UE) e nell'Accordo di libero commercio del Nord America (NAFTA).
A partire dalla crisi economica e valutaria che colpì l'Asia orientale del 1997, c'è stata una richiesta crescente di cooperazione regionale con al centro l'Associazione delle nazioni dell'Asia sudorientale (ASEAN), al punto che attualmente si è creata una solida struttura per il dialogo intraregionale che include i dieci paesi dell'ASEAN più la Cina, il Giappone e la Corea del Nord (ASEAN+3). Su tale sfondo, nel novembre 2004, un summit di capi di governo dell'ASEAN ha deciso di tenere in Malesia, nell'autunno di quest'anno, il primo Vertice dell'Asia orientale, nel quale è prevista una serie di dibattiti che riguarderanno anche le iniziative per una maggior integrazione, con particolare riguardo all'eventuale creazione di una "comunità dell'Asia orientale".
Come persona attenta a ogni possibile opportunità per una maggiore integrazione in Asia accolgo con piacere queste iniziative, e auspico che nei vertici e in altre riunioni possa emergere l'obiettivo di costruire una comunità regionale aperta al resto del mondo e in grado di contribuire alla pace, alla stabilità e alla prosperità.
Problemi come quello dell'integrità ecologica, dello sviluppo umano e delle strategie per la gestione delle calamità possono essere affrontati nell'ambito della cooperazione intraregionale e la riuscita di tale collaborazione potrebbe alimentare la fiducia reciproca e aprire la strada alla formazione di una comunità regionale.
Per quanto riguarda l'ambiente sono già operanti strutture come la Rete per il monitoraggio dei depositi acidi (EANET) e l'Alleanza forestale asiatica (AFP), mentre potrebbero essere sviluppate ulteriori strutture cooperative per rispondere all'intera gamma dei problemi ambientali.
Nell'ambito dello sviluppo umano, due temi cruciali sono la salute e l'igiene pubblica. Il decennio che va fino al 2015 è stato chiamato Decennio internazionale di azione "Acqua per la vita"34 e spero che attraverso iniziative come l'Associazione per l'ambiente acqueo in Asia (Water Environment Partnership, WEPA) verranno compiuti sforzi per salvaguardare e gestire le risorse idriche. Inoltre, con il rapido aumento delle infezioni da HIV registrato in Asia orientale, è di vitale importanza incanalare anche le risorse per la lotta al virus.
Le strategie per mitigare gli effetti dei disastri naturali possono essere un punto importante nella cooperazione regionale. Il potente terremoto che ha devastato la storica città di Bam nell'Iran sudorientale nel dicembre 2003, o quello di intensità equivalente che ha colpito la prefettura di Niigata in Giappone nell'ottobre scorso, per non parlare dell'immane terremoto e del conseguente tsunami che ha colpito l'Oceano indiano e provocato la morte di più di 200.000 persone nel dicembre dello scorso anno, hanno messo in evidenza l'urgente bisogno di un sistema internazionale per la ricostruzione intesa nel senso più ampio.
Questo mese nella città giapponese di Kobe, a dieci anni di distanza dal terremoto che uccise più di seimila abitanti, si è tenuta la Conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri. I delegati della conferenza hanno adottato per i prossimi dieci anni il Piano d'azione di Hyogo che stabilisce una lista di cinque principali obiettivi fra cui «garantire, attraverso una forte base istituzionale, che la riduzione dei rischi di disastro sia una priorità locale e nazionale».35 Un altro risultato del convegno è stato l'accordo relativo all'istituzione di una piattaforma internazionale per sostenere la ripresa a medio e lungo termine e gli sforzi di ricostruzione delle comunità colpite dai disastri naturali.
Purtroppo è impossibile eliminare del tutto le calamità naturali. Perciò è essenziale, come ha messo in evidenza la conferenza di Kobe, promuovere iniziative che minimizzino i danni causati da tali disastri, installando sistemi di allarme anticipato e rafforzando le capacità di risposta. Spero che la nuova piattaforma internazionale per la ripresa sia operativa quanto prima, e che si possa assistere in breve tempo a progressi concreti nei diversi sistemi di cooperazione mirati alla prevenzione dei disastri, alla ripresa e alla ricostruzione in Asia. I sistemi di allarme anticipato devono avere la priorità, come è apparso tragicamente nello tsunami dell'Oceano indiano.
Come dicevo, l'Unione europea offre un modello di integrazione regionale che potrebbe a mio avviso arrecare grandi benefici all'Asia orientale. L'anno scorso, con l'allargamento dell'Unione europea che ora comprende venticinque stati membri, ha avuto concretamente inizio una nuova fase, coincisa con la firma della Costituzione europea. Si tratta di passi importanti verso la creazione di una comunità politica che trascenda il tradizionale concetto di sovranità nazionale.
Il politologo Joseph Nye, ex rettore della facoltà intitolata a John F. Kennedy dell'Università di Harvard, ha formulato la seguente analisi: «Otto dei nuovi membri sono ex-paesi comunisti che sono rimasti chiusi dietro la Cortina di ferro per quasi mezzo secolo. La loro attrazione verso l'Unione è un segno del fascino - del "potere morbido" - che esercita l'idea di unificazione europea».36
Il potere morbido è l'esatto opposto dell'uso e della minaccia della forza militare per dominare e costringere, che fino a oggi ha giocato un ruolo predominante nel plasmare la storia umana. Il potere morbido, sotto forma di dialogo e cooperazione regionale basata su un processo di costruzione di consenso graduale ma tenace, è stato l'ingrediente chiave dell'integrazione nell'Unione europea.
In Europa sono state la Francia e la Germania che, superando la loro storia di conflitti nelle due guerre mondiali, si sono adoperate per costruire relazioni di fiducia e cooperazione che sono diventate la forza trainante dell'integrazione. Allo stesso modo, legami di amicizia più stretti fra Cina, Giappone e Corea del Sud possono svolgere un ruolo trainante per aprire la strada a quel tipo di comunità unita e integrata che renderebbe impensabile l'idea di una guerra in Asia orientale.

Lo scambio fra i giovani: base per una pace duratura
Nelle conversazioni fra i capi di questi tre paesi, che si sono svolte nel novembre scorso, sono stati raggiunti accordi per una strategia di azione per la cooperazione trilaterale volta non solo a rafforzare la collaborazione nel settore della protezione ambientale e della prevenzione e gestione dei disastri, ma anche nella promozione degli scambi culturali e delle relazioni fra i popoli.
In termini di iniziative concrete, il programma Erasmus della Comunità europea offre un modello di mobilità studentesca che potrebbe essere imitato con profitto in Cina, Giappone e Corea del Sud. Erasmus consiste in una serie di programmi interuniversitari il cui obiettivo è che il dieci per cento degli studenti dei paesi aderenti possa vivere un'esperienza di studi superiori in un altro paese.
L'esperienza della UE ha evidenziato una serie di problemi da risolvere per riuscire a costruire un'infrastruttura per gli scambi studenteschi anche in Asia orientale. Per esempio assicurare fondi adeguati per lo scambio tra studenti, supportare le difficoltà inerenti allo studio in un altro paese e risolvere le incertezze riguardanti il riconoscimento delle valutazioni e delle qualifiche.
Personalmente sono sempre stato un sostenitore entusiasta dei legami che si creano attraverso le esperienze educative. I giovani sono i portatori della speranza per il nostro comune futuro e credo fermamente che i legami formati in gioventù fra persone di paesi diversi possono porre le basi per una pace duratura.
Nell'ambito del Programma per la mobilità universitaria in Asia e nel Pacifico (UMAP), sin dal 1993 si svolgono scambi di studenti e insegnanti nelle istituzioni educative superiori. Credo che questi dovrebbero essere notevolmente ampliati fino a diventare un vero e proprio programma di scambio per l'educazione giovanile che abbracci tutti i paesi asiatici. Tale programma contribuirebbe in modo sostanziale alla definizione delle fondamenta per una coesistenza pacifica a lungo termine nel continente asiatico.
Esiste già una buona base su cui costruire una rete interuniversitaria che colleghi Cina, Giappone e Corea, in grado di diventare un primo nucleo di una struttura più generale e completa. La Cina è attualmente al secondo posto dopo gli Stati Uniti nel numero di accordi di scambio con le università giapponesi, e la Corea è al terzo, mentre gli scambi con studenti cinesi che frequentano l'università o gli istituti tecnici in Giappone sono più numerosi di quelli con studenti di qualsiasi altra nazionalità. Anche in questo caso, gli studenti coreani vengono subito dopo.
Sono stato molto orgoglioso quando nel 1975 l'Università Soka fu la prima università del Giappone a istituire scambi con studenti cinesi dopo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Attualmente l'Università Soka ha accordi di scambio con novanta università in quarantun paesi di tutto il mondo, fra cui ventidue università cinesi e cinque coreane e, in previsione di un'ulteriore espansione degli scambi educativi, è in progetto l'apertura di un ufficio a Pechino entro la fine del 2005.
Dal canto suo la Soka Gakkai in Giappone si è adoperata per la creazione di legami più stretti fra i suoi giovani membri e la Federazione dei giovani di tutta la Cina (ACYF), alla quale appartengono più di 300 milioni di giovani cinesi. Da quando una delegazione guidata dall'attuale presidente Hu Jintao (che allora era a capo dell'ACYF) venne in Giappone vent'anni fa e firmò un protocollo di scambio, le visite delle delegazioni di entrambi i paesi sono proseguite regolarmente fino a quando, nel 2004, è stato siglato un nuovo accordo di scambio decennale.37
Inoltre questo è l'Anno dell'amicizia fra Giappone e Corea, in occasione dei quarant'anni trascorsi dalla normalizzazione delle relazioni fra Giappone e Corea del Sud. Si tratta di un'eccellente opportunità per sviluppare ulteriormente le relazioni di amicizia che negli ultimi anni si sono intensificate grazie all'incremento dei rapporti culturali e degli spostamenti delle persone.
La mia speranza è che il 2005 segni una nuova partenza nelle relazioni fra Cina, Giappone e Corea del Sud. Sessant'anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, guardando al futuro, dovremmo fare di tutto per sostenere e incoraggiare questi scambi fra i giovani dei nostri rispettivi paesi, basati sulla volontà di confrontarsi e sul desiderio di imparare dalle lezioni del passato.

Sostenere i Colloqui a sei
Oltre a costruire relazioni di fiducia attraverso tali programmi rivolti al futuro e altre iniziative, credo che questi tre paesi dovrebbero lavorare in stretta unità per risolvere la situazione di stallo nella questione dello sviluppo di armi nucleari nella Corea del Nord.
Il sud est asiatico ha già un Trattato di zona denuclearizzata (il trattato di Bangkok), che è entrato in vigore nel 1997, e una zona simile andrebbe creata anche nell'Asia nordorientale; i prerequisiti per realizzarla sono il successo dei negoziati fra le sei nazioni - Stati Uniti, Russia, Giappone, Cina, Corea del Nord e Corea del Sud - e la risoluzione della questione delle armi nucleari nordcoreane. Questi Colloqui a sei si svolsero per la prima volta nell'agosto 2003, mentre la seconda e la terza sessione si tennero nel 2004. Sebbene finora non abbiano dato risultati concreti, il fatto che non sia stata ancora stabilita la data per un'ulteriore convocazione sta creando preoccupazioni crescenti nella comunità internazionale.
Per uscire da questo vicolo cieco si potrebbe convertire il gruppo di lavoro finalizzato alla discussione delle specifiche procedure di smantellamento del programma nucleare nordcoreano in un organismo permanente, che potrebbe aver sede a Pechino dove i colloqui hanno avuto luogo in passato, o a New York, quartier generale delle Nazioni Unite. Il gruppo di lavoro fu creato durante la seconda tornata dei Colloqui a sei, nel febbraio 2004, e il suo ruolo fu definito nel terzo incontro di giugno, anche se deve ancora essere convocato.
Per facilitare l'operato di questo gruppo di lavoro sarebbe utile stabilire una sede per i colloqui informali nella quale invitare i paesi che hanno volontariamente rinunciato ai propri armamenti nucleari, dove potrebbe aver luogo uno scambio di opinioni allargato sulle garanzie di sicurezza nella regione.
In ogni caso, i Colloqui a sei vanno ripresi e bisogna continuare il tentativo di denuclearizzare la penisola coreana. Tali colloqui dovrebbero trasformarsi in un costruttivo forum di dialogo per edificare la pace nell'Asia nordorientale.

DISARMO NUCLEARE E COMMERCIO DI ARMI

Generare una spinta verso il disarmo nucleare
Il terzo tema che vorrei discutere riguarda i passi da compiere in direzione del disarmo nucleare e della prevenzione dei conflitti.
A tale proposito vorrei sottolineare la necessità di iniziative tempestive da parte delle potenze nucleari per ridurre e smantellare gli arsenali esistenti e rafforzare il regime di non proliferazione nucleare.
Quest'anno ricorre il sessantesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, unici casi di uso di armi nucleari in un conflitto. Ricorre anche il cinquantesimo anniversario del Manifesto Russell-Einstein, un appello internazionale per l'abolizione degli ordigni nucleari.
Solo uno degli undici firmatari di quell'appello è ancora vivo, il premio Nobel e presidente delle Conferenze Pugwash sulla scienza e gli affari mondiali, Sir Joseph Rotblat. È attualmente in preparazione la pubblicazione di una serie di dialoghi fra Rotblat e me, dove egli esprime profonda preoccupazione per la mancanza di qualsiasi sostanziale progresso verso il disarmo nucleare e deplora i nuovi programmi nucleari intrapresi dalle potenze nucleari, nonostante «l'impegno inequivocabile da parte degli stati dotati di armi nucleari a realizzare la totale eliminazione dei loro arsenali in direzione del disarmo nucleare» assunto nel documento conclusivo della Conferenza delle parti in causa per la revisione del Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari (NPT) del 2000. 38
Rivolgendosi alla 54° Conferenza Pugwash, nell'ottobre 2004, Rotblat ammonì che «la proliferazione degli armamenti nucleari non potrà essere arrestata sin quando gli Stati che posseggono armamenti nucleari si arrogheranno il diritto di possedere tali armamenti e rifiuteranno di partecipare a negoziati generali per la loro eliminazione ... ».39
Sono pienamente d'accordo. Anche se l'impegno assunto nel documento conclusivo non è legalmente vincolante, riflette il consenso degli stati che fanno parte dell'NPT, e qualsiasi azione che non ne tenga conto rischia di minare le fondamenta stesse del trattato e accelerare la tendenza verso la proliferazione nucleare.
La Conferenza per la revisione dell'NPT del 2005 è prevista per il maggio di quest'anno. Vorrei esortare i cinque stati dotati di armamenti nucleari dichiarati, che sono anche membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad avviare immediatamente l'elaborazione di un programma per il disarmo tenendo a mente quel corso di eventi che dieci anni fa portò a una estensione indefinita dell'NPT.
Negli ultimi anni le questioni relative alla non proliferazione hanno rappresentato sfide cruciali in occasione di numerosi vertici. Il Piano d'azione dei G8 per la non proliferazione, mirante a prevenire illeciti trasferimenti di materiali e tecnologie nucleari, fu adottato nel vertice di Sea Island del 2004.
È di fondamentale importanza che le potenze nucleari adottino efficaci misure per ridurre gli armamenti, affinché iniziative come il Piano d'azione dei G8 o l'Iniziativa di sicurezza sulla proliferazione guidata dagli Stati Uniti appaiano credibili e convincenti alla comunità internazionale e ispirino quella cooperazione su larga base indispensabile al loro successo.
Per molti anni i negoziati per la riduzione delle riserve di armi atomiche avevano la forma di colloqui bilaterali fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica o Russia. Ma con il recente ristagno di tale processo penso che occorra abbandonarlo e dare inizio a un nuovo processo di disarmo multilaterale.
Il fatto che per lungo tempo non vi siano state prospettive di riduzione o eliminazione di arsenali nucleari accresce il rischio di proliferazione - non solo delle armi atomiche ma anche di altre armi di distruzione di massa, con un conseguente aumento delle tensioni militari. Non proliferazione e disarmo nucleare sono inseparabili e, se progrediranno di pari passo, il nostro mondo farà un importante passo avanti verso la pace e la stabilità.
Così come gli sforzi per la non proliferazione nucleare vengono monitorati dall'Agenzia internazionale sull'energia atomica (IAEA), credo che occorra un'agenzia internazionale per vigilare sul disarmo nucleare, specializzata nella supervisione dell'adempimento a quell'«impegno inequivocabile da parte degli stati dotati di armi nucleari a realizzare la totale eliminazione dei loro arsenali», che citavamo in precedenza.
Alla Conferenza sul disarmo, da diversi anni i negoziati sul Trattato per l'eliminazione del materiale fissile (FMTC) si trovano a un punto morto. Occorre riattivarli esortando India e Pakistan - che sono entrati in possesso di armamenti nucleari al di fuori dell'NPT - e Israele a farne parte, e a impegnarsi in un regime internazionale di controllo dei materiali nucleari destinati agli armamenti.

Mettere un freno al commercio di armi
Vorrei anche fare un appello affinché si concludano prima possibile i controlli legali multilaterali sul commercio delle armi. Nella mia Proposta di pace del 1993 sottolineavo l'urgenza di porre restrizioni al commercio di armi per prevenirne il flusso nelle regioni in cui vi erano conflitti in corso o sussisteva un aumento delle tensioni, poiché ritenevo che tali restrizioni fossero un elemento primario nel processo di deistituzionalizzazione della guerra.
A livello globale cresce il coro delle voci che invocano tali limitazioni. La campagna per il Controllo delle armi fu lanciata nel 2003 per chiedere controlli legalmente vincolanti sul commercio di armi a ogni livello. Tre ONG, Amnesty International, Oxfam e la Rete d'azione internazionale sulle armi leggere, stanno lavorando congiuntamente per promuovere tale campagna che chiede ai governi di concludere, entro il prossimo anno, un trattato per limitare i trasferimenti di armi leggere.
Oggi nel mondo ci sono circa 600 milioni di armi leggere, e più di 500 mila persone vengono uccise ogni anno con armi convenzionali. Nel 2001 le Nazioni Unite hanno tenuto la Prima conferenza sul commercio illecito in tutti i suoi aspetti di armi leggere e di piccolo calibro, e hanno adottato un programma per «prevenire, combattere e sradicare» questo traffico.
Oltre a tali misure contro il commercio illegale di armi, occorre istituire il prima possibile una struttura normativa che regoli le esportazioni di armi autorizzate, data l'entità del fenomeno - il cui valore annuo oscilla attorno ai 21 miliardi di dollari - e del suo impatto.
Esportare armi nelle regioni dove la tensione è alta, sia legalmente che illegalmente, rende vana qualsiasi iniziativa per la prevenzione dei conflitti. Alimentare la corsa agli armamenti su base locale o regionale ha un impatto assai negativo sulla sicurezza umana, per non parlare del danno alle popolazioni che vivono in povertà a cui vengono sottratte risorse dei budget nazionali, stanziate per scopi militari invece che per servizi di base come l'educazione, la sanità e l'igiene pubblica di cui avrebbero disperatamente bisogno.
Secondo la Campagna per il controllo delle armi, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sono responsabili dell'ottanta per cento delle esportazioni mondiali di armi convenzionali. Negli ultimi quattro anni gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno avuto entrate dall'esportazione di armi in Africa, Asia, Medio oriente e America latina superiori a quanto hanno elargito in aiuti.
È di vitale importanza che nel ventunesimo secolo l'umanità deistituzionalizzi la guerra, e il primo passo in questa direzione deve essere quello di imparare a resistere alla tentazione di sfruttare le guerre e le lotte intestine in altri paesi per accrescere la propria influenza e i propri profitti.
Prima accennavo alla partecipazione di Cina e India nelle decisioni sul cambiamento climatico che avranno luogo durante il vertice dei G8 che si terrà a Gleneagles quest'anno. Con lo stesso spirito vorrei proporre che nel contesto strutturale dei G10 vengano discusse le linee guida per rafforzare i controlli sulle armi leggere.
Lo scorso anno ho avuto la fortuna di incontrare l'ex presidente indiano Kocheril Raman Narayanan e uno degli argomenti che abbiamo discusso è stata la crescente importanza dell'India e della Cina a livello mondiale. Oggi sarebbe virtualmente impossibile prendere in considerazione qualsiasi soluzione ai problemi globali senza coinvolgerle.
Ho sottolineato il significato di questi due paesi per il ventunesimo secolo nella mia Proposta di pace di quattro anni fa. Sono convinto che l'eredità spirituale nella quale affondano le radici la civiltà cinese e quella indiana, se giungerà a una piena fioritura nella realtà contemporanea sotto forma di potere morbido, potrà dare un grande contributo alla creazione della pace in Asia e nel mondo.
Fu quest'idea che nel 1998 ispirò la mia proposta che il vertice dei G8 si trasformasse in un "vertice di stati responsabili" con la partecipazione dell'India e della Cina.
Anche se un completo sviluppo in un vertice dei G10 potrà richiedere tempo, vorrei suggerire la discussione del problema delle armi leggere nel vertice di Gleneagles di quest'anno e, in preparazione alla seconda Conferenza sul commercio illecito in tutti i suoi aspetti delle armi leggere e di piccolo calibro prevista per il prossimo anno, di iniziare immediatamente i negoziati per un trattato che coinvolga le maggiori potenze.

Educazione al disarmo
Vorrei a questo punto sottolineare l'importanza dell'educazione al disarmo e alla non proliferazione. Negli ultimi anni viene sostenuta sempre più vivacemente la necessità di sforzi a livello di base per una crescita di consapevolezza su questi problemi, in particolare fra le giovani generazioni. Questo è essenziale se vogliamo contrastare la tendenza crescente alla proliferazione nucleare e infondere una nuova vita al processo di disarmo nucleare che attualmente è in fase di ristagno.
Nel 2001 il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha nominato un gruppo di lavoro composto da esperti di governo di dieci paesi. Il frutto delle loro deliberazioni, lo Studio delle Nazioni Unite sull'educazione al disarmo e alla non proliferazione, è stato presentato e approvato alla cinquantasettesima sessione dell'Assemblea generale nel 2002.
L'importanza dell'educazione al disarmo assunse rilevanza nella Prima sessione speciale sul disarmo dell'UNGA, nel 1978. In una proposta in dieci punti scritta in tale occasione chiesi di promuovere l'educazione al disarmo a livello di base, sottolineando il significato delle iniziative per informare l'opinione pubblica in maniera concreta e coinvolgente sulle atrocità della guerra e gli orrori delle armi nucleari.
Nel 1982 le Nazioni Unite lanciarono una campagna decennale per il disarmo mondiale. Come introduzione a essa, nel giugno di quell'anno, la SGI tenne la mostra Armi nucleari: una minaccia per il nostro mondo presso la sede centrale dell' ONU a New York, in collaborazione con il Dipartimento di pubblica informazione delle Nazioni Unite e le città di Hiroshima e Nagasaki. La mostra ha girato il mondo, visitando potenze nucleari e paesi con diverse ideologie e sistemi sociali, e ha registrato circa un milione e duecentomila visitatori.
Dopo la fine della guerra fredda abbiamo continuato a organizzare mostre di questo genere come per esempio Guerra e pace: da un secolo di guerra a un secolo di speranza e una mostra antinucleare aggiornata Armi nucleari, minaccia per l'umanità, per unire le persone nel comune anelito alla pace e generare una spinta verso un mondo senza guerre.
Nel 1998 è stata inaugurata la mostra Linus Pauling e il ventesimo secolo, che presentava la vita e le idee di Pauling, rendendo omaggio al suo contributo alla pace e alle cause umanitarie. È stata esposta negli Stati Uniti, in Giappone e in vari paesi europei, ed è stata visitata da più di un milione di persone.
La mostra su Pauling fu accolta molto favorevolmente. L'allora sottosegretario delle Nazioni Unite per gli affari del disarmo, Jayantha Dhanapala, disse che l'idea di un'educazione al disarmo, propugnata dalla mostra, concordava con quanto espresso nella risoluzione dell'Assemblea generale del 2000. La mostra fu menzionata anche nel rapporto del segretario generale dell'ONU sull'educazione al disarmo e alla non proliferazione presentato all'Assemblea generale nell'anno seguente.
Proprio perché minacce emergenti come il terrorismo hanno aumentato l'instabilità mondiale, la comunità internazionale deve operare uno sforzo congiunto per indirizzare fermamente il mondo sulla via della pace, e in questo l'educazione al disarmo e alla non proliferazione possono giocare un ruolo cruciale.
Nell'introduzione al suddetto rapporto, il segretario generale Annan osservava: «È impressionante per uno della mia generazione pensare che un'intera nuova generazione di esseri umani sta diventando adulta senza il terrore sempre presente di una catastrofe nucleare».40 E proseguiva ammonendo contro il pericolo di permettere che fra le giovani generazioni si radichi l'ignoranza e l'indifferenza rispetto ai problemi del disarmo.
In verità, se ciò dovesse accadere, non basterebbero le parole di nessun trattato a consolidare un'autentica tendenza verso la pace. In tal senso penso che occorra includere i temi del disarmo e della non proliferazione nell'educazione scolastica.
Una delle raccomandazioni contenute nel rapporto del segretario generale parlava di lezioni con la partecipazione attiva degli studenti basate «sullo studio di casi specifici che li incoraggiassero a pensare criticamente, e di conseguenza a intraprendere specifiche azioni per una trasformazione positiva a livello mondiale».41 Raccomandava inoltre di aggiungere ai programmi universitari gli studi per la pace.
A completamento dell'educazione scolastica esistono numerosi tentativi di accrescere la consapevolezza nei vari livelli della società. Dal canto suo la SGI continuerà a svolgere attività per promuovere l'educazione al disarmo e alla non proliferazione, ispirata e incoraggiata dalla dichiarazione per l'abolizione degli armamenti nucleari che pronunciò il secondo presidente della Soka Gakkai, Josei Toda (1900-58), e che egli stesso definì il più importante insegnamento per i suoi successori. 42
Nel 2005 cade il settantacinquesimo anniversario della fondazione della Soka Gakkai, che fin dai suoi inizi si è dedicata concretamente alla costruzione di una società pacifica attraverso l'educazione, come simboleggia il primo nome che assunse, Soka Kyoiku Gakkai (Società educativa per la creazione di valore), e il fatto che i suoi primi due presidenti, Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, erano educatori.
La stessa dedizione è ancora oggi il motore del nostro impegno nelle attività a sostegno delle due iniziative partite quest'anno: il Programma mondiale per l'educazione ai diritti umani e il Decennio delle Nazioni Unite per l'educazione allo sviluppo sostenibile.

CONCLUSIONI

L'eterna vittoria dell'umanità
Per concludere, in occasione della celebrazione del nostro trentesimo anniversario, vorrei riaffermare lo spirito fondamentale che anima la SGI.
In questi tre decenni i singoli membri della SGI hanno compiuto sforzi decisi e instancabili basati sulla propria fede buddista e sul senso di responsabilità come cittadini, per dare speranza e creare fiducia nelle rispettive comunità. Questi sforzi hanno permesso alla rete globale di umanesimo della SGI di espandersi da cinquantuno a centonovanta paesi.
Lo spirito che anima le nostre azioni è espresso in sintesi negli scopi e nei principi della Carta della SGI, adottata dieci anni fa, e in particolare nei seguenti punti:
- La SGI si impegna a contribuire alla pace, alla cultura e all'educazione per la felicità e il benessere di tutta l'umanità sulla base del rispetto buddista per la sacralità della vita.
- La SGI si impegna a contribuire alla promozione dell'educazione, per la ricerca della verità e lo sviluppo della cultura, affinché tutte le persone possano coltivare la propria personalità individuale e godere di vite felici e realizzate.
- La SGI si impegna a rispettare la diversità culturale e promuovere gli scambi culturali al fine di creare una società internazionale caratterizzata dalla reciproca comprensione e dall'armonia.
Sulla base di tale impegno per la pace, la cultura e l'educazione, i membri della SGI continuano ovunque a ricercare un dialogo sincero, nella famiglia, nella comunità e nella società in cui vivono, per generare un'onda globale verso la pace e la coesistenza creativa.
Ci ispira l'incrollabile fede che i presidenti Makiguchi e Toda riponevano nel potere dell'educazione di unire l'umanità per il bene e nel fatto che questa sia la via più sicura verso la realizzazione dell'eterna vittoria dell'umanità. Imprimendo nei nostri cuori il profondo spirito dei nostri maestri, riaffermiamo la nostra determinazione a far crescere una corrente di solidarietà fra cittadini consapevoli, condividendo e diffondendo un dinamico impegno per la pace e l'umanesimo.

NOTE

1) Tagore, Rabindranath, 1921, Stray Birds, London: Macmillan and Co., p. 33.
2) Buber, Martin, 1947, Between Man and Man, London: Kegan Paul, p. 40.
3) Willens, Harold, 1984, The Trimtab Factor: How Business Executives Can Help Solve the Nuclear Weapons Crisis, New York: William Morrow & Company, Inc., p. 27.
4) Takeyama, Michio, 1953, Rekishiteki ishiki ni tsuite [Sulla coscienza storica], Tokyo: Kodansha Press, p. 189.
5) Hermanns, William, 1983, Einstein and the Poet: In Search of the Cosmic Man, Brookline Village, MA: Branden Press, Inc, p. 53.
6) Clark, Ronald, 1984, Einstein: The Life and Times, New York: Avon Books, p. 752.
7) Hermanns, William, 1983, Einstein and the Poet: In Search of the Cosmic Man, Brookline Village, MA: Branden Press, Inc, p. 143.
8) Kaneko, Tsutomu, 1991, Ainshutain shokku [The Einstein Shock], vol. 2. Tokyo: Kawadeshobo Shinsha, p. 262.
9) WND, p. 402, (cfr. SND, 4, 303).
10) Seikyo Shimbun, 1991, "Konkai no mondai ni kansuru shikisha no koe" [Reazione di un lettore all'attuale controversia], di Taro Hori, 13 novembre, p. 3.
11) Jacquard, Albert, 1997, Pétite philosophie à l'usage des non-philosophes, Calmann-Lévy, p. 18.
12) Takakusu, Junjiro et al., (a cura di) 1977, Taisho shinshu daizokyo [Canone completo delle scritture buddiste di Taisho], vol. 14, p. 544. Japan: Taisho Shinshu Daizokyo Kankokai.
13) Ikeda, Daisaku, 1993, "Mahayana Buddhism and Twenty-First-Century Civilization", 24 settembre, Soka Gakkai International ("Il Buddismo mahayana e la civiltà del XXI secolo", DuemilaUno n. 43, pp. 14-19)
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14) Hermanns, William, 1983, Einstein and the Poet: In Search of the Cosmic Man, Brookline Village, MA: Branden Press, Inc, p. 117.
15) Mandela, Nelson, 2004, "Diversity: from divisive to inclusive", in UNDP Human Development Report 2004: Cultural Liberty in Today's Diverse World, New York, p. 43
http://hdr.undp.org/reports/global/2004/pdf/hdr04_complete.pdf.
16) Tehranian, Majid e Daisaku Ikeda, 2000, Civiltà globale, Un dialogo tra Islam e Buddismo, Sperling & Kupfer, 2004.
17) UNDP (United Nations Development Programme), 2004, Human Development Report 2004. Cultural Liberty in Today's Diverse World, New York: Hoechstetter Printing Co., p. 77
http://hdr.undp.org/reports/global/2004/pdf/hdr04_complete.pdf.
18) Ibidem, p. 75.19) Buber, Martin, 1923, Ich und Du, (trad. it. Io e tu, in Il principio dialogico e altri saggi, Milano: San Paolo, 1993, p. 139).
20) Ibidem, pp. 132-133.21) Aitmatov, Chingiz e Daisaku Ikeda, 1992, Meiyokaicho to Aitomatofushi tono taidan [Dialogo fra Chingiz Aitmatov e Daisaku Ikeda], Seikyo Shimbun, 7 settembre, p. 5.
22) Buber, Martin, 1923, Io e tu, cit.
23) Sadovnichy, Victor A. e Daisaku Ikeda,2004, Gaku wa hikari [La luce dell'apprendimento], Tokyo: Ushio Shuppansha, p. 236.
24) Aitmatov, Chingiz, 1996, The mark of Cassandra [Il marchio di Cassandra], [Kasandora no rakuin, Tokyo: Ushio Shuppansha, p. 239].
25) Toffler, Alvin, 1990, Powershift: Knowledge, Wealth, and Violence at the Edge of the 21st Century, New York: Bantam Books, p. 369.
26) Buber, Martin, 1923, Io e tu, cit.
27) GZ, 1339.
28) Makiguchi, Tsunesaburo, 1983, Jinsei chirigaku [La geografia della natura umana], in vol. 1 di Makiguchi Tsunesaburo zenshu [Opera completa di Tsunesaburo Makiguchi], 1:37. Tokyo: Daisan Bunmeisha; 2002, A Geography of Human Life, trad. Katsusuke Hori et al. (a cura di) Dayle M. Bethel, San Francisco: Caddo Gap Press, p. 31.
29) Kofi Annan, A New United Nations for a New Century, settembre 2004, p. 5.
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36) Nye, Joseph S. Jr., 2004, "America Confronts Old and New Europe", Commentario su Project Syndicate, maggio
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37) Soka Gakkai Newsletter, 2004, "Soka Gakkai Japan - China Youth Friendship Delegates Visit ACYF Headquarters in Beijing", 27 novembre
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39) Rotblat, Sir Joseph, 2004, "Response by professor Sir Joseph Rotblat",
intervento alla 54° Conferenza
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40) UN (United Nations), 2004b, "Disarmament and non-proliferation education - Report of the Secretary-General." A/59/178. July 23, New York
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41) Ibidem.
42) Toda, Josei, 1981, Toda Josei zenshu [Opera completa di Josei Toda], vol. 4, p. 565. Tokyo: Seikyo Shimbunsha.

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