BS 201 / 1 luglio 2020

Verso un secolo di salute. La saggezza per condurre una vita lunga, piena di fortuna e benefici (parte prima)

Dalla serie Il Buddismo del sole per illuminare il mondo - Lezioni di Daisaku Ikeda sugli scritti di Nichiren Daishonin

Chi affronta la malattia conseguirà la Buddità. Sconfiggiamo il demone della malattia con il ruggito del leone di Nam-myoho-renge-kyo


Pubblicato sul mensile Daibyakurenge di settembre 2019

Come sarà il XXI secolo? Quando incontrai Linus Pauling (1901-1994), famoso chimico e premio Nobel per la pace, condivisi con lui la mia idea che il XXI sarebbe stato un secolo di vita. Ed egli rispose: «Suppongo che per “secolo di vita” lei intenda un’epoca in cui si presterà maggiore attenzione agli esseri umani, alla loro felicità e alla loro salute. […] In questo senso credo anch’io che sia una buona idea considerarlo come un secolo di vita».1

Un diritto umano fondamentale
Ogni persona merita di vivere in una società pacifica e godere di felicità e buona salute. Anche le persone malate e disabili meritano di vivere dignitosamente e di essere sollevate dall’ansia e dal dolore provocato dalla malattia. Tutti gli esseri umani hanno il diritto di vivere senza sentirsi minacciati da un ambiente nocivo, dalla fame e dalle malattie infettive. Nel mondo attuale la salute, insieme alla pace, è un fattore essenziale dei diritti umani fondamentali ed è diventata una questione della massima rilevanza per la dignità della persona.
Uno degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Onu è “assicurare la salute e il benessere a tutte le persone e a tutte le età”.
Sono fermamente deciso a far sì che il XXI sia un secolo di vita e anche un secolo di salute, nel quale ogni persona possa ergersi luminosa come una nobile torre preziosa della vita.
Sin dagli albori del nostro movimento, la Soka Gakkai ha prestato la massima attenzione alla malattia, un problema umano fondamentale. Naturalmente la medicina sta compiendo grandi passi avanti nella ricerca di sintomi e cure, e di certo le competenze mediche vanno rispettate e impiegate. La scienza medica e la fede nel Buddismo di Nichiren Daishonin non sono affatto in contraddizione.
Nel Giappone del dopoguerra, mentre la Soka Gakkai stava portando una luce di speranza e di rinnovamento nella società, venne derisa come “un’accozzaglia di poveri e malati”. Ma il mio maestro Josei Toda dichiarò con fierezza: «Che c’è di male nell’essere un gruppo di poveri e malati? Una religione veramente efficace non dovrebbe aiutare coloro che soffrono di più?».
Anche secondo la morale comune disprezzare qualcuno perché è povero o malato è un comportamento disdicevole e un affronto ai diritti umani; eppure, purtroppo, molti non ne tengono conto. La malattia non solo provoca sintomi fisici, ma priva le persone della speranza, del senso di benessere e spesso anche dei mezzi di sostentamento, mettendo in uno stato di sospensione il loro futuro.
Un’autentica “religione per le persone” affronta di petto quest’energia negativa, che il Buddismo chiama “demone della malattia”, dando il coraggio e la forza di continuare a vivere e restituendo dignità.
Poiché il nostro scopo supremo è la felicità di ogni essere umano, noi della Soka Gakkai abbiamo lottato al fianco delle persone sofferenti ai margini della società, incoraggiandoci a vicenda a superare le difficoltà della vita e festeggiando insieme le nostre vittorie. Queste vicende sono l’orgoglio dei membri Soka, che vivono in base al voto di essere sempre dalla parte della gente.
Il Buddismo affronta apertamente le realtà ineluttabili dell’invecchiamento, della malattia e della morte, cercando di risolvere la sofferenza che provocano. Ogni persona desidera essere sana, vivere a lungo e trovare la felicità, e la profonda visione buddista della vita può offrire all’umanità una speranza ancora più luminosa.
Nelle prossime lezioni desidero condividere alcuni passi importanti degli scritti di Nichiren Daishonin relativi al tema della salute, a cominciare dal famoso passo tratto da La buona medicina per tutti i mali.

«La malattia di tuo marito forse è dovuta al volere del Budda; infatti il Sutra di Vimalakirti e il Sutra del Nirvana parlano di persone malate che raggiungono la Buddità, poiché la malattia stimola lo spirito di ricerca della Via» (La buona medicina per tutti i mali, RSND, 1, 833).

Il Daishonin scrisse queste calorose parole di incoraggiamento alla monaca laica Myoshin che stava prendendosi cura del marito malato, il prete laico Takahashi.
Tsunesaburo Makiguchi, il fondatore della Soka Gakkai, considerava questo passo molto importante e lo citava spesso quando incoraggiava i membri.
Le condizioni del prete laico Takahashi erano piuttosto gravi e senza dubbio la moglie doveva essere molto preoccupata. In questa lettera il Daishonin abbraccia la coppia con affetto dicendo loro che «i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo» sono «la buona medicina per i mali della gente di Jambudvipa» (SDLPE, 394) e aggiunge: «La malattia di tuo marito forse è dovuta al volere del Budda». Sono sicuro che la sua grande compassione abbia alleviato la loro angoscia e dato pace e conforto.Il Daishonin intende dire che quando siamo inaspettatamente colpiti dalla sofferenza della malattia non dovremmo guardarla con avversione, ma considerarla parte integrante della preziosa esperienza dell’essere in vita, un passo indispensabile nel viaggio verso il conseguimento della Buddità in questa esistenza e per godere della felicità eterna. Potremo riconoscere allora tale condizione come un “momento cruciale” in cui risvegliare una fede più forte che mai. Con questo spirito riusciremo a superare sicuramente le prove della malattia e a sviluppare un più profondo apprezzamento per la vita, realizzando al contempo una enorme crescita personale.

«Nascita e morte sono originariamente intrinseche nella vita»
Il sutra Vimalakirti narra dell’incontro fra un credente laico di nome Vimalakirti, che praticava la via del bodhisattva e si trovava a letto malato, e il Bodhisattva Manjushri, uno dei principali discepoli del Budda. Quando Manjushri chiede a Vimalakirti perché si sia ammalato, questi risponde: «Poiché tutti gli esseri viventi sono malati, io sono malato».The Vimalakirti Sutra, trad. di Burton Watson, Columbia University Press, New York, 1997, p. 65. E prosegue affermando: «La malattia del bodhisattva sorge dalla sua grande compassione».Ibidem, p. 66. In sostanza sta dicendo che lo spirito del bodhisattva consiste nell’assumere su di sé la malattia per condividere le sofferenze di tutti gli esseri viventi, e che ciò fa parte della pratica del bodhisattva.
Nel Sutra del Nirvana, inoltre, il Budda prende le sembianze di un ammalato; secondo il Daishonin ciò dimostra che «le persone malate raggiungono la Buddità». E anche il Sutra del Loto dice che il Budda ha qualche malattia e preoccupazione (cfr. SDLPE, 297). I Budda e i bodhisattva, proprio come tutte le persone, incarnano il principio del “mutuo possesso dei dieci mondi” e quindi non possono evitare le quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Come insegna il Daishonin, «nascita e morte sono originariamente intrinseche nella vita» (cfr. Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 117, 45). La malattia è una parte naturale dell’esistenza.
Non c’è nulla di cui vergognarsi se ci si ammala, non è in alcun modo l’effetto di qualche nostro errore. Tuttavia possono nascere dubbi e ci si può chiedere come ciò sia successo, pur praticando il Buddismo di Nichiren, o rimproverarsi di essersi ammalati proprio in un dato momento. Per questo è importante vedere le cose dalla prospettiva della fede, secondo cui la malattia è il «volere del Budda». Poiché abbracciamo il grande insegnamento di Nam-myoho-renge-kyo non vi sono sofferenze karmiche che non possiamo superare. Non è il caso di preoccuparsi o temere la malattia, ciò che conta è il nostro atteggiamento, il modo con cui la affrontiamo.

Il nobile spirito di ricercare la Via del Budda
Il Daishonin insegna che «la malattia stimola lo spirito di ricerca della Via», l’intenzione di percorrere il cammino per conseguire la Buddità. Recitando Daimoku e affrontando la malattia con la determinazione di non farci sconfiggere, possiamo espandere la nostra condizione interiore di Buddità e condurre una vita più profonda, più forte e più nobile. Sperimentiamo così il beneficio di vedere la malattia, l’invecchiamento e la morte per quelle che sono e affrontarle senza paura. Toda diceva che la malattia ha un significato profondo nella nostra vita: a proposito dell’affermazione che anche il Budda ha malattie e preoccupazioni, spiegava che se il Budda non si fosse ammalato, non avrebbe permesso a coloro che soffrivano di malattie di riconoscersi in lui e, di conseguenza, non avrebbe potuto condurli all’Illuminazione.3

Impariamo ad apprezzare profondamente la nostra vita e la nostra missione
Lo scrittore russo Lev Tolstoj (1828-1910) ebbe in varie occasioni seri problemi di salute e osservò saggiamente che «la malattia andrebbe considerata una condizione naturale della vita». Sosteneva che «nessuna malattia può impedire a una persona di fare ciò che deve fare»Lev Tolstoj, A Calendar of Wisdom, trad. di Peter Sekirin, Scribner, New York, 1997, p. 292. Edizione italiana: Lev Tol- stoj, Pensieri per ogni giorno. Un calendario di saggezza, Piano B, 2016. e che «si può realizzare il proprio scopo nella vita sia quando si è malati sia quando si è sani».Ibidem, p. 132 Quando consideriamo la malattia come una delle sofferenze connaturate alla vita possiamo apprezzare la vera ricchezza dell’esperienza di vivere. Il Buddismo considera la malattia come «una parte innata della vita» (Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 121, 56). Quando ci ammaliamo comprendiamo quanto sia importante e prezioso essere sani, e apprezziamo maggiormente la nostra vita e la nostra missione. Inoltre la determinazione, la fede e le preghiere con cui affrontiamo la malattia infondono coraggio e speranza alle persone intorno a noi. Dimostrano la nobiltà dello spirito umano. Malattia e salute sono inseparabili: nel Buddismo di Nichiren possiamo trasformare la malattia in missione.

«Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (Risposta a Kyo’o, RSND, 1, 365).5
Tantissimi membri della Soka Gakkai hanno combattuto e vinto il demone della malattia ispirandosi a questo passo di Risposta a Kyo’o.
Nella lettera, poco prima di questa frase, il Daishonin dice che sta pregando «ogni momento del giorno» (RSND, 1, 365) per la guarigione della piccola Kyo’o. E incoraggia i suoi genitori, due discepoli laici, affermando che nessuna malattia può nuocere a coloro che recitano il ruggito del leone di Nam-myoho-renge-kyo, perché saranno in grado di “domare” la malattia così come il ruggito del leone incute terrore agli altri animali.
I membri di tutto il mondo, condividendo la missione di Bodhisattva della Terra, hanno sempre risvegliato il coraggio e la determinazione di non farsi sconfiggere dal demone della malattia, come insegna il Daishonin. Non esistono tempeste di ostacoli o funzioni demoniache capaci di bloccare il sentiero diretto per il conseguimento della Buddità, il grande cammino della felicità e della vittoria di kosen-rufu e della vita. Non dobbiamo permettere a nulla di fermarci.
Finché continueremo a recitare il ruggito del leone di Nam-myoho-renge-kyo, in accordo con le parole del Daishonin «le sfortune si trasformeranno in fortuna» (RSND, 1, 366) riusciremo senza alcun dubbio a cambiare il veleno in medicina e a trasformare il nostro karma. Nulla può competere con il potere del ruggito del leone di Nam-myoho-renge-kyo recitato dai maestri e dai discepoli Soka.

Malattia e demone della malattia
Desidero ribadire che esiste una differenza fra malattia e demone della malattia.
La malattia è una sofferenza universale a cui nessuno può sfuggire. Può farci sprofondare nella disperazione, perdere la fiducia nella vita e la forza di andare avanti. Per via di questa sua funzione di “ladra di vita”, che prosciuga la vitalità delle persone, il Buddismo la considera un “demone”.
Occorre riconoscere questo aspetto demoniaco della malattia e combatterlo attraverso il potere della fede e della pratica. Dobbiamo decidere di non farci sconfiggere. Combattendolo e trionfando su di esso possiamo rivelare la nostra Buddità.
Da giovane soffrivo di tubercolosi e avevo una costituzione debole; secondo i medici non sarei arrivato a trent’anni. Mentre combattevo in prima linea per kosen-rufu come discepolo di Toda e mi adoperavo senza sosta per conseguire nuove vittorie, ero afflitto costantemente da una febbriciattola e da dolori cronici.
Mi sentivo amareggiato e frustrato, perché avrei voluto essere sano e forte.
Ricordo che Toda un giorno mi rimproverò, mentre lavoravo freneticamente per risolvere le difficoltà finanziarie che le sue aziende stavano attraversando nella recessione del dopoguerra. Avendo forse notato il mio pallore e la mia stanchezza, esclamò: «Daisaku! Tu non hai un grammo di forza vitale. Se la tua forza vitale è debole sarai sconfitto».
Mi portò davanti al Gohonzon, si sedette con me e recitò Nam-myoho-renge-kyo con una forza che sembrava letteralmente voler costringere il demone della malattia a sottomettersi. La sua recitazione era davvero il ruggito di un leone. Ispirato dal suo amore severo, sentii sorgere in me un nuovo coraggio e chiamai a raccolta la forza senza limiti di un leone all’attacco. Fu così che il mio maestro mi permise di sconfiggere il demone della malattia e forgiare una vita di salute e longevità per adempiere la mia missione per kosen-rufu. Gliene sarò eternamente grato.
Nella Raccolta degli insegnamenti orali il Daishonin spiega così il termine “ruggito del leone”: «Il “ruggito” è il suono del maestro e dei discepoli che recitano all’unisono» (BS, 116, 55). La Soka Gakkai ha superato ogni avversità grazie alle preghiere unite dei maestri e dei discepoli che recitano il ruggito del leone di Nam-myoho-renge-kyo.

Uno stato di completa felicità e libertà
Toda era sempre in prima linea nel dare consigli personali ai membri, e quando lo faceva affrontava senza mezzi termini il problema che stavano vivendo. Teneva regolarmente sessioni di domande e risposte per ascoltare le preoccupazioni delle singole persone, che spesso riguardavano la malattia. Percepiva con acutezza se chi stava ponendo la domanda era davvero determinato a sconfiggere il demone della malattia attraverso la fede, e dava guide severe a chiunque sentiva non si stesse assumendo la responsabilità della propria situazione o mostrasse segni di rassegnazione o dubbio.
Molte persone quando si ammalano si sentono estremamente vulnerabili. Recitare il ruggito del leone di Nam-myoho-renge-kyo è l’unico modo per sconfiggere le funzioni demoniache che minano la fiducia in noi stessi. Quando nella vita riecheggia il potente ruggito del leone non abbiamo niente da temere.
In Risposta a Kyo’o il Daishonin afferma anche: «Ovunque tua figlia possa saltare e giocare, non le accadrà niente di male; potrà andare in giro senza paura come il re leone» (RSND, 1, 365). Se continuiamo a recitare il ruggito del leone di Nam-myoho-renge-kyo, qualsiasi sia la malattia, la difficoltà o la disgrazia che stiamo affrontando, potremo «andare in giro senza paura come il re leone». Proveremo uno stato di completa felicità e libertà, in accordo con il passo del Sutra del Loto che dice: «Gli esseri viventi sono felici e a proprio agio» (SDLPE, 318).
Recitare così poteva essere difficile per una bambina piccola come Kyo’o. Perfino per gli adulti è difficile fare Gongyo e recitare Daimoku quando sono in ospedale o hanno una malattia grave. A volte l’unica possibilità è praticare in silenzio nel proprio cuore. Ma il ruggito del leone di Nam-myoho-renge-kyo recitato dai familiari e dai compagni di fede raggiungerà e permeerà sicuramente la vita di chi è malato. «Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» scrive il Daishonin. Dobbiamo essere profondamente convinti delle sue parole!
Nei suoi scritti il Daishonin incoraggia molti discepoli – uomini, donne, giovani e vecchi – nella lotta contro la malattia.
Alla monaca laica Toki, che si era scoraggiata a causa del protrarsi della sua malattia, scrive: «Poiché sei una devota del Sutra del Loto, non andrai incontro a una morte prematura. […] Puoi contare sul potere del Sutra del Loto [per curare la tua malattia]» (cfr. L’arco e la freccia, RSND, 1, 585). E continua: «Sii profondamente convinta che la tua malattia non può durare e che non è possibile che la tua vita non venga prolungata! Prenditi cura di te e non affliggere la tua mente» (Ibidem). La incoraggia ad andare avanti con la ferma convinzione di riuscire a sconfiggere il demone della malattia.
Quando Nanjo Tokimitsu si ammalò gravemente il Daishonin, che pure era malato, rimproverò severamente le funzioni demoniache che stavano colpendo il suo discepolo dicendo: «Voi, demoni, facendo soffrire quest’uomo, state cercando di ingoiare una spada dalla punta, o di abbracciare un gran fuoco, o di diventare acerrimi nemici dei Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze?» (La conferma del Sutra del Loto, RSND, 1, 984). Tokimitsu, incoraggiato dal fiero ruggito del leone del Daishonin, riuscì a sconfiggere del tutto il demone della malattia e visse una vita lunga, dedicata alla propria missione per kosen-rufu.
Indipendentemente dalle difficoltà e dalle sfide che la malattia ci pone, dobbiamo aver fede nel nostro potenziale e vivere appieno fino all’ultimo istante. Questa forza e questa resilienza sono la prova concreta della vittoria nel campo della salute.

Il comportamento naturale di un Budda dell’Ultimo giorno della Legge
Verso gli ultimi anni di vita, una primavera in cui era gravemente malato il Daishonin ricevette un’offerta di alghe wakame e altri doni da un discepolo che era andato a trovarlo. Nella lettera che gli scrive per esprimere la sua riconoscenza, egli afferma che quella visita e le wakame lo avevano fatto sentire così forte da poter andare a caccia di tigri e cavalcare un leone (cfr. Le tre stuoie, RSND, 2, 929).
«Grazie a te mi sento molto meglio». Immagino quanto il ringraziamento sincero del Daishonin abbia commosso e ispirato il suo discepolo.
L’esempio del Daishonin, che visse impavido fino all’ultimo istante, diede a un numero infinito di persone il coraggio di continuare a lottare. Questo è il comportamento naturale del Budda dell’Ultimo giorno della Legge.
In un certo senso possiamo dire che la storia dell’umanità sia stata una battaglia incessante fra gli esseri umani e la malattia.
Nel campo della salute e della longevità sono stati fatti enormi passi avanti, e molte malattie una volta incurabili ora possono essere trattate con successo. La dichiarazione con cui nel 1980 l’Organizzazione mondiale della sanità asserì di aver debellato il vaiolo è un luminoso esempio di uno dei grandi successi della conoscenza e dell’ingegno umano.
Ma poiché le sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte sono inevitabili, la nostra battaglia contro la malattia persiste. Molti membri della Soka Gakkai hanno continuato a lottare senza farsi sconfiggere dal demone della malattia e hanno vinto. Hanno dimostrato la dignità e il potere della loro vita accumulando tantissime preziose esperienze di vittoria.
Questo modo di vivere basato sul Buddismo di Nichiren è sicuramente un faro di speranza per i nostri tempi. Adesso più che mai le persone cercano, al livello più profondo, una luce di saggezza riguardo alla salute, una filosofia per condurre una vita sana nel vero senso della parola.
Facciamo emergere dal nostro essere la forza, la saggezza e la tenacia per continuare a vivere, mostrando allo stesso tempo compassione, coraggio e creatività. Continuiamo a progredire tenacemente da ora in poi, un passo dopo l’altro, dedicando la vita a realizzare la nostra felicità e quella degli altri.
Mia moglie Kaneko e io stiamo continuando a pregare ardentemente ogni giorno affinché tutti i nostri compagni Bodhisattva della Terra, senza eccezioni, diventino saggi campioni di salute, fortuna e felicità e godano al massimo della vita.

(Traduzione di Marialuisa Cellerino) [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]
NOTE
  1. 1. Linus Pauling e Daisaku Ikeda, A Lifelong Quest for Peace: A Dialogue, I. B. Tauris, Londra, 2009, p. 44.
  2. 2. The Vimalakirti Sutra, trad. di Burton Watson, Columbia University Press, New York, 1997, p. 65. E prosegue affermando: «La malattia del bodhisattva sorge dalla sua grande compassione».Ibidem, p. 66.
  3. 3. Cfr. Josei Toda, Toda Josei Zenshu (Opere complete di Josei Toda), vol. 2, Shimbunsha, Tokyo, 1982, p. 335.
  4. 4. Lev Tolstoj, A Calendar of Wisdom, trad. di Peter Sekirin, Scribner, New York, 1997, p. 292. Edizione italiana: Lev Tol- stoj, Pensieri per ogni giorno. Un calendario di saggezza, Piano B, 2016. e che «si può realizzare il proprio scopo nella vita sia quando si è malati sia quando si è sani».Ibidem, p. 132
  5. 5. Il Daishonin scrisse questa breve lettera nel 1273, mentre si trovava a Ichinosawa sull’isola di Sado. Lo scritto era indi- rizzato a una coppia di discepoli che lo avevano informato della grave malattia della loro bambina

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