Gijo-bo
Gijo-bo
di Marina Marrazzi
Quando si videro per la prima volta Nichiren era poco più che un bambino, e si chiamava Zennichimaro. Aveva dodici anni il piccolo futuro Daishonin quando entrò nel tempio Seicho-ji per studiare, visto che come figlio di pescatori non si poteva permettere altra istruzione se non in un tempio buddista. Forse si sono notati per la prima volta leggendo seduti all'ombra nel giardino del tempio, o hanno incrociato lo sguardo passando per le larghe scale che portavano alla sala principale, la più luminosa.
O forse neppure lui, tra i preti anziani del tempio, aveva ancora fatto caso a quel bambino gracile, che a sedici anni, quattro anni dopo l'inizio della sua formazione, aveva deciso di prendere i voti sotto la guida del maestro nembutsu Dozen-bo, diventando il prete Zesho-bo-rencho.
Certo è che Gijo-bo negli anni a seguire sarebbe diventato qualcuno molto vicino a Nichiren, legato a lui dalla comune reverenza nei confronti dell'anziano maestro, diventando suo seguace, aiutandolo a mettersi in salvo da un agguato mortale, ma restando per tutta la vita un devoto in incognita, prete di un tempio "eretico".
Seguendo il filo sottile che abbozza i tratti di questo discepolo negli anni, attraverso le parole del Daishonin nelle lettere a lui scritte, scopriamo intanto che queste sono almeno cinque, tra quelle giunte fino a noi, ma che una soltanto è stata indirizzata solo a lui. In tutte le altre vicino al suo nome figura anche quello di un altro condiscepolo anziano, Joken-bo, che nel 1253 venne coinvolto con Gijo-bo dal comune maestro nell'aiutare Nichiren a fuggire dal tempio attraverso un sentiero segreto. Volevano sottrarlo a un'aggressione comandata dal reggente Tojo Kakenobu, inferocito dal fatto che il Daishonin aveva proclamato pubblicamente che Nam-myoho-renge-kyo era l'unico insegnamento capace di condurre le persone all'Illuminazione nell'Ultimo giorno della Legge.
Di certo in quel giorno di aprile del 1253, quando Nichiren assunse questo nome con cui il mondo intero lo avrebbe conosciuto, il più maturo Gijo-bo, nei precedenti anni della formazione riverito da lui come un maestro, cominciò a guardarlo con gli occhi del discepolo.
E di certo con questa disposizione d'animo ricevette e lesse la prima lettera (L'erudito Shan-wu-wei, SND, 6, 29) che Nichiren scrisse a lui e Joken-bo per lodare il vecchio comune maestro, in seguito alla notizia che Dozen-bo si era avvicinato al Sutra del Loto e aveva scolpito una statua del Budda Shakyamuni pur non rinnegando del tutto il Nembutsu. E chissà quali pensieri avranno attraversato la sua mente, se lo avrà colto un soffio di turbamento leggendo le parole del Daishonin che nella lettera addita gli errori delle sette più importanti, la Shingon e la Jodo, e racconta la storia di Shan-wu-wei, l'erudito che conosce tutti gli insegnamenti buddisti ma cade nei cattivi sentieri quando si allontana da Shakyamuni e dal Sutra del Loto. Lui, che in un altro scritto era stato additato da Nichiren fra i discepoli che «credono con il cuore ma non con il corpo», perché pur praticando privatamente Nam-myoho-renge-kyo, era rimasto ufficialmente prete di un tempio dove si praticavano diverse dottrine buddiste.
Di lì a tre anni ricevette lo scritto che porta il suo nome (Lettera a Gijo-bo, SND, 5, 3), in risposta a una sua domanda che immaginiamo profonda, visto il tenore di questa lettera che Nichiren gli invia da Sado. Il Gosho, conosciuto anche con il sottotitolo Il mondo del Budda si trova nella nostra mente, riassume concisamente gli stessi principi che il Daishonin aveva esposto nel trattato Il vero Oggetto di culto, uno dei suoi scritti più importanti, completato solo un mese prima. E termina con queste parole: «Desiderare di vedere il Budda con unica mente è concentrare la mente nel vedere il Budda, e se si vede la propria mente si vede il Budda. [...] Il Budda afferma che dobbiamo diventare padroni della nostra mente e non lasciare che la mente sia la nostra padrona [Sutra del Nirvana]. Per questo ti ho sempre esortato a dedicare il tuo corpo e a non risparmiare la tua vita per il Sutra del Loto».
Le altre tre lettere Nichiren le scrisse tutte dal monte Minobu, dove si era ritirato nel 1274, e che lasciò solo otto anni dopo, pochi mesi prima di morire.
Il Daishonin aveva oramai attraversato il periodo più difficile della sua vita, culminato con la fallita condanna a morte e l'esilio a Sado, e ora si dedicava quasi interamente allo studio, tenendo lezioni sul Sutra del Loto e su altri argomenti per formare discepoli capaci di diffondere il suo insegnamento in prima persona. Sentite il tono delle prime righe della Lettera ai preti del Seicho-ji scritta l'11 gennaio 1276, quasi un messaggio familiare rivolto a compagni di studio, i preti di quel luogo che un tempo era stato casa sua: «Auguriamoci reciprocamente un buon anno e una grande fortuna. L'anno passato nessuno è venuto a trovarmi; deve essere accaduto qualcosa che ve l'ha impedito. Se avete occasione di venire, prendete in prestito per me dal prete Ise-ko il Jujushin ron [Trattato sui dieci stadi della mente scritto verso l'830 da Kobo, fondatore della setta Shingon in Giappone], lo Hizo Hoyaku [riassunto in tre volumi del Jujushin ron], il Nikyo ron [Confronto degli insegnamenti esoterici ed essoterici scritto da Kobo dove si sostiene la superiorità degli insegnamenti esoterici] e altri commentari della setta Shingon. Mi servono per confutare le proteste dei preti Shingon. Inoltre, portatemi anche il primo e il secondo volume del Maka shikan e, se sono disponibili, il Toshun [commento dello Hokke mongu di T'ien-t'ai, scritto da Chih-tu] e il Fusho ki [commento di Miao-lo dello Hokke mongu]. Fatevi prestare da Kanchi-bo, il discepolo di Enchi-bo, il Shuyo shu [raccolta delle dottrine fondamentali di una setta buddista, qui indica una raccolta delle dottrine Tendai] e gli altri importanti testi che, a quanto si dice, sono in suo possesso. Ditegli che li restituirò il prima possibile. Quest'anno sarà definitivamente risolta la questione di quali dottrine buddiste sono giuste e quali sbagliate» (SND, 5, 7).
Con i due scritti successivi si palesa ancora di più quella sorta di profondo intreccio o rispecchiamento reciproco tra maestro e discepolo che lega Nichiren a Dozen-bo, sua prima guida e in seguito suo sostenitore, nonché ai due preti veterani, un tempo suoi superiori e ora suoi seguaci.
Quando nel 1276 muore l'anziano Dozen-bo, per Nichiren è l'occasione di rivolgersi ancora a chi poteva condividere i suoi sinceri sentimenti per il vecchio maestro che lo aveva accompagnato nei primi passi dentro il Buddismo senza mai abbracciare il suo insegnamento, pur difendendolo e appoggiandolo, e nei confronti del quale continua a provare una riconoscenza infinita. Nasce così il Gosho Ripagare i debiti di gratitudine, uno dei dieci trattati maggiori. Dopo aver esposto diffusamente a Gijo-bo e Joken-bo il significato degli sforzi da lui fatti per diffondere la Legge mistica di Nam-myoho-renge-kyo del Sutra del Loto, conclude: «Come il fiore torna alla radice e l'essenza della pianta rimane nella terra, il beneficio di cui ho parlato si accumulerà sicuramente nella vita dello scomparso Dozen-bo» (SND, 2, 115).
Un filo sottile, impercettibile allo sguardo superficiale e insospettabile per un cuore distratto, lega al di là del tempo le persone che hanno condiviso crescita e ricerca sincera. Dopo due anni, in occasione del secondo anniversario della morte del maestro, Nichiren torna sullo stesso tema: «Se un albero ha radici profonde i rami e le foglie non avvizziscono. Se c'è acqua nella sorgente il fiume non è asciutto. Senza legna il fuoco si spegne. Senza la terra le piante non crescono. Nichiren è come la pianta e il suo maestro è come la terra. Se io, Nichiren, sono diventato il devoto del Sutra del Loto e tutti parlano del prete Nichiren sia bene che male non lo devo forse al defunto maestro Dozen-bo? [...] La pianticella del riso cresce generando fiori e semi, ma il seme rimesso nella terra sicuramente germoglia di nuovo e produce altri fiori e semi. Così i meriti che Nichiren ha acquistato propagando il Sutra del Loto ritorneranno sicuramente a Dozen-bo. Che cosa sublime!» (I fiori e i semi, SND, 4, 33).
Non suonano, queste, come parole adatte per incoraggiare un prete veterano, seguace in incognita, che non era mai riuscito a gettare il cuore oltre l'ostacolo, a sentirsi abbracciato all'interno di una comunità di credenti diversi ma uniti da una stessa profonda intenzione? Chissà se lui le ha mai lette pensando così.
Le lettere di Nichiren Daishonin indirizzate a Gijo-bo tradotte in italiano
Lettera a Gijo-bo
(e indirizzate a Gijo-bo e Joken-bo:)
L'erudito Shan-wu-wei
Lettera ai preti del Seicho-ji
Ripagare i debiti di gratitudine
I fiori e i semi
Gijo-bo
di Marina Marrazzi
Quando si videro per la prima volta Nichiren era poco più che un bambino, e si chiamava Zennichimaro. Aveva dodici anni il piccolo futuro Daishonin quando entrò nel tempio Seicho-ji per studiare, visto che come figlio di pescatori non si poteva permettere altra istruzione se non in un tempio buddista. Forse si sono notati per la prima volta leggendo seduti all'ombra nel giardino del tempio, o hanno incrociato lo sguardo passando per le larghe scale che portavano alla sala principale, la più luminosa.
O forse neppure lui, tra i preti anziani del tempio, aveva ancora fatto caso a quel bambino gracile, che a sedici anni, quattro anni dopo l'inizio della sua formazione, aveva deciso di prendere i voti sotto la guida del maestro nembutsu Dozen-bo, diventando il prete Zesho-bo-rencho.
Certo è che Gijo-bo negli anni a seguire sarebbe diventato qualcuno molto vicino a Nichiren, legato a lui dalla comune reverenza nei confronti dell'anziano maestro, diventando suo seguace, aiutandolo a mettersi in salvo da un agguato mortale, ma restando per tutta la vita un devoto in incognita, prete di un tempio "eretico".
Seguendo il filo sottile che abbozza i tratti di questo discepolo negli anni, attraverso le parole del Daishonin nelle lettere a lui scritte, scopriamo intanto che queste sono almeno cinque, tra quelle giunte fino a noi, ma che una soltanto è stata indirizzata solo a lui. In tutte le altre vicino al suo nome figura anche quello di un altro condiscepolo anziano, Joken-bo, che nel 1253 venne coinvolto con Gijo-bo dal comune maestro nell'aiutare Nichiren a fuggire dal tempio attraverso un sentiero segreto. Volevano sottrarlo a un'aggressione comandata dal reggente Tojo Kakenobu, inferocito dal fatto che il Daishonin aveva proclamato pubblicamente che Nam-myoho-renge-kyo era l'unico insegnamento capace di condurre le persone all'Illuminazione nell'Ultimo giorno della Legge.
Di certo in quel giorno di aprile del 1253, quando Nichiren assunse questo nome con cui il mondo intero lo avrebbe conosciuto, il più maturo Gijo-bo, nei precedenti anni della formazione riverito da lui come un maestro, cominciò a guardarlo con gli occhi del discepolo.
E di certo con questa disposizione d'animo ricevette e lesse la prima lettera (L'erudito Shan-wu-wei, SND, 6, 29) che Nichiren scrisse a lui e Joken-bo per lodare il vecchio comune maestro, in seguito alla notizia che Dozen-bo si era avvicinato al Sutra del Loto e aveva scolpito una statua del Budda Shakyamuni pur non rinnegando del tutto il Nembutsu. E chissà quali pensieri avranno attraversato la sua mente, se lo avrà colto un soffio di turbamento leggendo le parole del Daishonin che nella lettera addita gli errori delle sette più importanti, la Shingon e la Jodo, e racconta la storia di Shan-wu-wei, l'erudito che conosce tutti gli insegnamenti buddisti ma cade nei cattivi sentieri quando si allontana da Shakyamuni e dal Sutra del Loto. Lui, che in un altro scritto era stato additato da Nichiren fra i discepoli che «credono con il cuore ma non con il corpo», perché pur praticando privatamente Nam-myoho-renge-kyo, era rimasto ufficialmente prete di un tempio dove si praticavano diverse dottrine buddiste.
Di lì a tre anni ricevette lo scritto che porta il suo nome (Lettera a Gijo-bo, SND, 5, 3), in risposta a una sua domanda che immaginiamo profonda, visto il tenore di questa lettera che Nichiren gli invia da Sado. Il Gosho, conosciuto anche con il sottotitolo Il mondo del Budda si trova nella nostra mente, riassume concisamente gli stessi principi che il Daishonin aveva esposto nel trattato Il vero Oggetto di culto, uno dei suoi scritti più importanti, completato solo un mese prima. E termina con queste parole: «Desiderare di vedere il Budda con unica mente è concentrare la mente nel vedere il Budda, e se si vede la propria mente si vede il Budda. [...] Il Budda afferma che dobbiamo diventare padroni della nostra mente e non lasciare che la mente sia la nostra padrona [Sutra del Nirvana]. Per questo ti ho sempre esortato a dedicare il tuo corpo e a non risparmiare la tua vita per il Sutra del Loto».
Le altre tre lettere Nichiren le scrisse tutte dal monte Minobu, dove si era ritirato nel 1274, e che lasciò solo otto anni dopo, pochi mesi prima di morire.
Il Daishonin aveva oramai attraversato il periodo più difficile della sua vita, culminato con la fallita condanna a morte e l'esilio a Sado, e ora si dedicava quasi interamente allo studio, tenendo lezioni sul Sutra del Loto e su altri argomenti per formare discepoli capaci di diffondere il suo insegnamento in prima persona. Sentite il tono delle prime righe della Lettera ai preti del Seicho-ji scritta l'11 gennaio 1276, quasi un messaggio familiare rivolto a compagni di studio, i preti di quel luogo che un tempo era stato casa sua: «Auguriamoci reciprocamente un buon anno e una grande fortuna. L'anno passato nessuno è venuto a trovarmi; deve essere accaduto qualcosa che ve l'ha impedito. Se avete occasione di venire, prendete in prestito per me dal prete Ise-ko il Jujushin ron [Trattato sui dieci stadi della mente scritto verso l'830 da Kobo, fondatore della setta Shingon in Giappone], lo Hizo Hoyaku [riassunto in tre volumi del Jujushin ron], il Nikyo ron [Confronto degli insegnamenti esoterici ed essoterici scritto da Kobo dove si sostiene la superiorità degli insegnamenti esoterici] e altri commentari della setta Shingon. Mi servono per confutare le proteste dei preti Shingon. Inoltre, portatemi anche il primo e il secondo volume del Maka shikan e, se sono disponibili, il Toshun [commento dello Hokke mongu di T'ien-t'ai, scritto da Chih-tu] e il Fusho ki [commento di Miao-lo dello Hokke mongu]. Fatevi prestare da Kanchi-bo, il discepolo di Enchi-bo, il Shuyo shu [raccolta delle dottrine fondamentali di una setta buddista, qui indica una raccolta delle dottrine Tendai] e gli altri importanti testi che, a quanto si dice, sono in suo possesso. Ditegli che li restituirò il prima possibile. Quest'anno sarà definitivamente risolta la questione di quali dottrine buddiste sono giuste e quali sbagliate» (SND, 5, 7).
Con i due scritti successivi si palesa ancora di più quella sorta di profondo intreccio o rispecchiamento reciproco tra maestro e discepolo che lega Nichiren a Dozen-bo, sua prima guida e in seguito suo sostenitore, nonché ai due preti veterani, un tempo suoi superiori e ora suoi seguaci.
Quando nel 1276 muore l'anziano Dozen-bo, per Nichiren è l'occasione di rivolgersi ancora a chi poteva condividere i suoi sinceri sentimenti per il vecchio maestro che lo aveva accompagnato nei primi passi dentro il Buddismo senza mai abbracciare il suo insegnamento, pur difendendolo e appoggiandolo, e nei confronti del quale continua a provare una riconoscenza infinita. Nasce così il Gosho Ripagare i debiti di gratitudine, uno dei dieci trattati maggiori. Dopo aver esposto diffusamente a Gijo-bo e Joken-bo il significato degli sforzi da lui fatti per diffondere la Legge mistica di Nam-myoho-renge-kyo del Sutra del Loto, conclude: «Come il fiore torna alla radice e l'essenza della pianta rimane nella terra, il beneficio di cui ho parlato si accumulerà sicuramente nella vita dello scomparso Dozen-bo» (SND, 2, 115).
Un filo sottile, impercettibile allo sguardo superficiale e insospettabile per un cuore distratto, lega al di là del tempo le persone che hanno condiviso crescita e ricerca sincera. Dopo due anni, in occasione del secondo anniversario della morte del maestro, Nichiren torna sullo stesso tema: «Se un albero ha radici profonde i rami e le foglie non avvizziscono. Se c'è acqua nella sorgente il fiume non è asciutto. Senza legna il fuoco si spegne. Senza la terra le piante non crescono. Nichiren è come la pianta e il suo maestro è come la terra. Se io, Nichiren, sono diventato il devoto del Sutra del Loto e tutti parlano del prete Nichiren sia bene che male non lo devo forse al defunto maestro Dozen-bo? [...] La pianticella del riso cresce generando fiori e semi, ma il seme rimesso nella terra sicuramente germoglia di nuovo e produce altri fiori e semi. Così i meriti che Nichiren ha acquistato propagando il Sutra del Loto ritorneranno sicuramente a Dozen-bo. Che cosa sublime!» (I fiori e i semi, SND, 4, 33).
Non suonano, queste, come parole adatte per incoraggiare un prete veterano, seguace in incognita, che non era mai riuscito a gettare il cuore oltre l'ostacolo, a sentirsi abbracciato all'interno di una comunità di credenti diversi ma uniti da una stessa profonda intenzione? Chissà se lui le ha mai lette pensando così.
Le lettere di Nichiren Daishonin indirizzate a Gijo-bo tradotte in italiano
Lettera a Gijo-bo
(e indirizzate a Gijo-bo e Joken-bo:)
L'erudito Shan-wu-wei
Lettera ai preti del Seicho-ji
Ripagare i debiti di gratitudine
I fiori e i semi