Lo immaginiamo, lo cerchiamo, lo viviamo, a volte lo perdiamo e non sempre lo ritroviamo, ma in ognuna di queste fasi il lavoro merita di essere vissuto con piena dignità.
Purtroppo, come sappiamo, non sempre è così. L’Italia, nonostante una crescita tendenziale, è tra i paesi europei con il tasso di occupazione più basso. In cui si evidenzia un importante divario di genere, poiché mentre il tasso di occupazione maschile è più vicino alla media europea, quello femminile è significativamente più basso (53,1% a fronte di una media europea del 66,3%), sottolineando una forte penalizzazione della fascia di età nella quale le donne devono conciliare famiglia e lavoro, spesso in assenza di adeguate strutture di assistenza. Il divario con la media europea si fa sentire anche in merito alla fascia più giovane della popolazione, che è al 34,8% in Europa e al 19,2% in Italia. E anche quando il lavoro c’è, le condizioni possono essere incredibilmente difficili e addirittura nefaste.
Nei primi nove mesi del 2025 le denunce di infortuni mortali presentate all’Inail sono state 777, registrando un aumento dei decessi in occasione di lavoro (570 casi).Dati così crudi parlano chiaro, aiutandoci a mappare la realtà. Raccontano la storia delle persone e per questo non devono essere considerati solo come un mero problema economico bensì come «una questione che minaccia prima di tutto la dignità umana», come sottolineato dalle parole dell’accademico australiano Stuart Rees: «Il diritto alla dignità del lavoro dovrebbe essere un diritto umano fondamentale per tutti i cittadini. Un numero sempre maggiore di persone si vede negare questo diritto e con esso il profondo senso di autostima che ne deriva in termini di soddisfazione per il fatto di riuscire a guadagnarsi da vivere, di realizzare qualcosa, o di dare un contributo alla società» (D. Ikeda, S. Rees, Pace, giustizia e poesia, Esperia, p. 169).
Quando la parola dignità si allontana dall’ambito del lavoro, questo diventa qualcosa di diverso, un ingranaggio disumano in cui si presta attenzione solamente all’espansione economica, all’efficienza e all’utile, tralasciando ciò che è davvero essenziale: il valore e la singolare preziosità che ogni singola persona può consegnare alla società tramite il lavoro.
Questa consapevolezza però restituisce all’essere umano un immenso potere, quello di riconoscersi a prescindere dalle circostanze quel valore, quella dignità, nella propria vita, in quanto il lavoro non definisce la persona, ma la persona può sicuramente determinare e condizionare il suo lavoro. Nella pagina a seguire Gaia ci racconta la sua profonda esperienza di riappropriazione di tale consapevolezza.
