Conflitti, povertà, fame, distruzione ambientale continuano a devastare il nostro pianeta, colpito in anni recenti da disastri naturali che hanno distrutto le fondamenta di intere società. Più la civiltà progredisce più intenso diventa l'impatto della violenza della natura. Il nostro movimento si dedica alla costruzione di una comunità globale dove ci sia dignità per ogni persona e tutti possano vivere sicuri, sulla base della filosofia buddista che si inchina di fronte al valore della vita
di Daisaku Ikeda
di Daisaku Ikeda
A partire dal 1983, mosso dal profondo desiderio di realizzare una società globale di pace e coesistenza, ho pubblicato ogni anno una proposta di pace in occasione del 26 gennaio, giorno in cui nel 1975 fu fondata la Soka Gakkai Internazionale (SGI). La presente proposta è dunque la trentesima.
In tutto il mondo i membri della SGI si dedicano - attraverso un movimento per la pace, la cultura e l'educazione - alla costruzione di una società globale in cui possa risplendere la dignità di ogni persona e tutti possano vivere sicuri. Le basi spirituali di questa impresa risiedono nella filosofia buddista, che si inchina di fronte alla vita intrinsecamente dotata di valore e dignità. In particolare, siamo ispirati dall'ardente desiderio espresso dal secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-1958): «Desidero che la parola "infelicità" non debba mai più essere usata per descrivere il mondo, o un paese, o un individuo».1
Sfortunatamente il pianeta continua a essere devastato da violenti conflitti e inquietudini sociali; molti popoli della Terra si trovano ad affrontare inaccettabili minacce alla loro vita e alla loro dignità come la povertà, la fame e la distruzione ambientale, mentre in molti luoghi si soffre ancora a causa delle violazioni dei diritti umani e delle discriminazioni. A ciò si aggiunge l'atroce spettacolo dei disastri naturali, che in un istante privano le persone della vita minando alla radice e distruggendo le fondamenta di intere società.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una serie di gravi catastrofi naturali, dal terremoto e tsunami nell'Oceano Indiano del 2004 al massiccio terremoto che ha colpito Haiti nel 2010, che hanno causato stragi di vite umane. Il Giappone è stato colpito da un terremoto e uno tsunami devastanti nel marzo dello scorso anno; altri terremoti si sono verificati in Nuova Zelanda e in Turchia; la Tailandia e le Filippine sono state sconvolte da alluvioni che hanno mietuto molte vittime e la Somalia e una parte consistente dell'Africa orientale soffrono di una grave siccità.
Vorrei offrire la mia più sentita partecipazione al dolore di tutte le popolazioni colpite da questi disastri, insieme alle mie preghiere per il riposo dei defunti e al sostegno morale alle persone che stanno lottando per la ricostruzione della propria vita e delle proprie comunità.
Il fisico giapponese Torahiko Terada (1878-1935), che sollecitò ripetutamente l'adozione di misure più efficaci nei confronti dei terremoti e degli tsunami, aveva fatto osservare che più la civiltà progredisce più intenso diventa l'impatto delle forze violente della natura.
Simbolo di ciò è la parziale fusione del nucleo della centrale nucleare di Fukushima, provocata dal terremoto e tsunami nel Tohoku dell'11 marzo 2011. La conseguente fuoriuscita di radiazioni ha contaminato una vasta zona che non si limita al territorio nazionale giapponese, e ha costretto un gran numero di persone ad abbandonare le proprie case senza sapere quando potranno farvi ritorno. Sussistono inoltre preoccupazioni riguardo agli effetti sulla salute dei bambini, sugli alimenti e sui prodotti agricoli.
L'impatto di questo duplice disastro naturale e umano non ha precedenti. Mette seriamente in discussione la dipendenza della società contemporanea dall'energia nucleare e, in termini più ampi, la portata e il ritmo dello sviluppo scientifico e tecnologico.
Nell'ottica della sicurezza umana
La vita delle persone e i loro mezzi di sussistenza sono gravemente minacciati da crisi e disastri imprevedibili che riguardano tutta la società. Bisogna saper affrontare tali eventi traumatici e proteggere con energia la vita e la dignità di uomini e donne
L'economista Amartya Sen da molto tempo richiama a gran voce l'attenzione sulle tragedie che possono investire le comunità umane senza preavviso. L'esperienza della grave carestia che colpì il Bengala, la sua terra natale, quando era ragazzo, lo ha spinto a condurre per tutta la vita ricerche socio-economiche animato dalla profonda preoccupazione per i problemi della povertà e della diseguaglianza. Ha sollecitato la promozione su scala globale di metodi e approcci per la "sicurezza umana" mirati alla protezione della vita, dei mezzi di sopravvivenza e della dignità delle persone, sottolineando in particolare i "rischi della privazione improvvisa": «Le incertezze che minacciano la sopravvivenza umana e la sicurezza della vita quotidiana, che mettono in pericolo la dignità naturale di uomini e donne, che espongono gli esseri umani alle insicurezze causate dalle malattie e dalle pestilenze, che sottopongono individui vulnerabili a una subitanea povertà causata dalla recessione economica, esigono che si presti particolare attenzione ai rischi di una privazione improvvisa».2
Il professor Sen sottolinea il fatto che non ci potrà mai essere una società autenticamente stabile e sicura a meno di non ridurre e, per quanto possibile, eliminare, le fonti di insicurezza e di minaccia al «nucleo vitale di ogni esistenza umana».3
I disastri naturali non sono le uniche minacce inattese; esse possono anche derivare dalle crisi economiche, che creano una diffusa insicurezza nella vita delle persone, o da un rapido degrado ambientale dovuto a cambiamenti climatici. Tutto ciò può potenzialmente avere un impatto sia sui paesi sviluppati sia su quelli in via di sviluppo.
Il Rapporto della Commissione sulla sicurezza umana del 2003, presieduta dal professor Sen e dalla dottoressa Sadako Ogata, afferma: «Secondo la prospettiva della sicurezza umana, quando le persone vivono crisi ripetute e disastri imprevedibili che le fanno soccombere - come la povertà estrema, le malattie, l'indebitamento oppure sconvolgimenti o disastri che riguardano tutta la società - ci dovrebbero essere delle mani pronte ad afferrarle».4
Nel settembre dello scorso anno il presidente della Banca mondiale Robert Zoellick fece notare con apprensione che il mondo era entrato in una nuova fase di pericolo e che sussisteva la preoccupazione che la reazione a catena delle crisi economiche avrebbe continuato a propagarsi da un paese all'altro. L'economia globale, stagnante sin dalla crisi finanziaria del 2008, è stata recentemente investita da una diffusa crisi del debito pubblico in Europa, partita dalla Grecia. La scorsa estate il credit rating (l'affidabilità creditizia) del debito pubblico degli Stati Uniti è stato declassato per la prima volta nella storia. Questi due eventi congiunti hanno contribuito a creare una crescente instabilità dei mercati finanziari e un ulteriore rallentamento dell'attività economica.
Secondo un recente rapporto dell'Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO, International Labour Organization), la disoccupazione riguarda quasi duecento milioni di persone nel mondo.5 In molti paesi la qualità della vita è sempre più a rischio, e l'impatto è particolarmente grave sui lavoratori più giovani, che in alcuni paesi hanno una probabilità doppia o tripla di essere disoccupati rispetto agli appartenenti ad altre fasce d'età,6 e anche quando riescono a trovare un impiego, spesso è part-time, irregolare o scarsamente retribuito. Questa condizione di insicurezza è ormai diventata un dato di fatto per i giovani in tutto il mondo.
Nelle scorse proposte avevo cercato di affrontare il tema delle distorsioni della società globale che hanno creato queste "disparità di vita" e "disparità di dignità". Mi riferisco all'inaccettabile diseguaglianza nel valore accordato alla vita e alla dignità degli esseri umani meramente in base alla società nella quale sono nati o alle circostanze in cui sono cresciuti.
Oltre a tali problemi strutturali, la vita, i mezzi di sussistenza e la dignità delle persone sono gravemente minacciati dai "rischi di una privazione improvvisa" come quelli determinati dai disastri naturali o dalle crisi economiche. È essenziale affrontarli, ed è questo l'aspetto sul quale vorrei concentrarmi e che desidero esplorare in questa proposta.
Il tormento della perdita
I disastri naturali, senza alcun preavviso, ci privano delle persone più care, della casa e di tutto ciò che ha fatto parte della nostra vita. Anche la perdita del lavoro deruba le persone del senso di scopo e della dignità dell'esistenza. In questi casi la società nel suo complesso deve saper offrire un sostegno a lungo termine
È nella natura degli eventi catastrofici distruggere in un istante le cose più preziose, necessarie e insostituibili per la vita umana. Niente è più devastante della perdita di persone che sono state parte integrante della nostra vita: il genitore che ci ha cresciuto, il compagno o la compagna con cui abbiamo condiviso gioie e dolori, il figlio o il nipote adorato, il caro amico o il vicino di casa.
Il Buddismo definisce questa condizione come l'inevitabile sofferenza di doversi separare da chi si ama. Nessuno è esente dal dolore lancinante che essa provoca.
Mi torna alla mente un episodio della vita del filosofo americano Ralph Waldo Emerson (1803-82), del quale ho amato le opere sin dalla gioventù. Nel suo diario riportò la morte del figlio di cinque anni con queste semplici parole: «Ieri sera, alle otto e quindici, la vita del mio piccolo Waldo è giunta al termine».7
Sin da giovane Emerson teneva un diario nel quale scriveva regolarmente le sue riflessioni filosofiche e letterarie. Questa commovente annotazione del doloroso evento sembra essere tutto ciò che riuscì a formulare in quel momento.
E forse ancora più indicativi della profondità del suo cordoglio sono i successivi due giorni di silenzio, quattro pagine bianche, rotto infine da questa nota: «Stamani il sole è sorto in cielo con la sua intensa luce, ma il paesaggio era macchiato da questa perdita. Perché questo bambino, pensando al quale così spesso mi sono addormentato e risvegliato, era per me l'ornamento della stella del mattino e della nuvola della sera...».8
Nel Buddismo i misteri della vita e della morte hanno sempre rivestito un interesse centrale. Nel 1276 Nichiren (1222-1282), fondatore della scuola buddista seguita dai membri della SGI, indirizzò una lettera a una credente che dopo la morte del marito aveva perso il figlio in una sciagura imprevista.
In essa egli esprime i sentimenti che immaginava si affollassero nel cuore di quella madre addolorata, consapevole che di certo stesse chiedendosi perché fosse morto suo figlio e non lei: «Perché non hanno preso te invece di tuo figlio? È crudele averti inflitto questo gran dolore lasciandoti sopravvivere».9 Con tali parole egli cerca di immedesimarsi in lei e condividere la sua sofferenza: «Sono certo che tu stessa non esiteresti a gettarti nelle fiamme o a spaccarti la testa se questo ti permettesse di rivedere ancora tuo figlio. Immaginando la tua sofferenza, le mie lacrime non cessano di scorrere».10
I disastri infliggono a un gran numero di persone, improvvisamente e senza alcun preavviso, la sofferenza della perdita di amici e di membri della famiglia. La società nel suo complesso deve essere preparata a offrire quel tipo di sostegno a lungo termine che è essenziale in questi casi.
Tragicamente i disastri distruggono anche le case, basi della vita quotidiana, e disgregano i legami all'interno della comunità. Una casa è ben di più di un semplice contenitore dei processi della vita; in essa è iscritta la storia della famiglia, ed è piena delle emozioni e delle sensazioni della vita di tutti i giorni. Racchiude quel particolare tipo di tempo che collega il passato al presente e il presente al futuro; la sua perdita crea una frattura nella storia della nostra vita.
Quando poi a essere devastate sono intere comunità, come nel caso dello tsunami che ha accompagnato il violento terremoto che ha colpito il Giappone nel marzo scorso, vengono recise in un istante le connessioni fra le persone e i luoghi. L'intensità di questa perdita cresce proporzionalmente al nostro amore e al nostro attaccamento alla comunità. E anche quando riescono a trovare un altro posto in cui vivere, le persone sono costrette ad adattarsi alla vita in un nuovo ambiente spesso senza il sostegno dei legami umani e delle relazioni che avevano costruito negli anni.
Quando penso alle penose sofferenze degli sfollati, mi tornano in mente le parole dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944): «Niente può veramente sostituire quel compagno. I vecchi amici non si creano dal niente. Niente può eguagliare il tesoro dei ricordi comuni, delle prove sopportate insieme, delle liti, delle riconciliazioni e delle emozioni generose. Non puoi piantare una ghianda al mattino con la speranza di sederti all'ombra di una quercia nel pomeriggio».11
A mio avviso il senso di queste parole, che esprimono il valore prezioso dei legami di amicizia e la tristezza provocata dalla loro perdita, si può riferire egualmente alla perdita della casa, della città o della comunità alle quali si è abituati. Questa è una realtà che dovremmo sempre tenere a mente.
Allo stesso modo, l'improvvisa distruzione della sede di lavoro deruba le persone dei propri mezzi di sostentamento e, quindi, del senso di scopo e della dignità che così tante persone traggono dal lavoro. Attualmente sto portando avanti un dialogo con il professor Stuart Rees della Sydney Peace Foundation, in Australia, sul tema della pace e della giustizia. Un aspetto di questo argomento è il problema della disoccupazione, che rappresenta una minaccia inaccettabile alla dignità umana.
Come ha scritto Rees: «Alle persone [disoccupate] viene negato quel profondo senso di autostima che deriva dal lavoro, nel senso di guadagnarsi da vivere, di avere la soddisfazione di realizzare qualcosa e di dare un contributo alla società».12
Tomio Tada (1934-2010), immunologo di fama mondiale, che all'età di sessantasette anni fu colpito da un ictus invalidante, descrisse così lo shock che provò quando si rese conto che avrebbe dovuto abbandonare il lavoro che stava svolgendo: «Da quel giorno tutto cambiò: la mia vita, i miei obiettivi, le mie gioie, la mia tristezza. Tutto fu diverso da prima».13 «E mentre ci pensavo ero sopraffatto da un intollerabile senso di perdita che mi divorava senza pietà. Dovevo abbandonare tutto».14
Il lavoro e l'impiego sono una sorta di conferma di essere necessari alla società. Grazie al costante adempimento di una funzione che noi e solo noi possiamo svolgere, il lavoro può costituire una fonte di realizzazione e di orgoglio anche se non arreca fama o riconoscimenti. Per coloro che hanno perso la casa e i beni in un disastro e devono affrontare tutte le difficoltà di vivere da sfollati, la perdita del lavoro non solo rappresenta un'interruzione delle proprie fonti di sostentamento economico ma può minare ulteriormente il senso di radicamento spirituale necessario per andare avanti.
Per questa ragione credo che sia di tutti noi la responsabilità di sostenere le persone nella ricostruzione della loro vita aiutandole a riacquisire un senso di speranza e, soprattutto se sono state costrette a cambiare residenza o lavoro, a scoprire nuovi luoghi dove ritrovare un senso di appartenenza.
Le lezioni della storia
La nostra esperienza passata è l'unica luce sul futuro (A. J. Toynbee). Le contraddizioni del mondo odierno hanno radici nei millenni che ci hanno preceduto. Il trattato di Nichiren Daishonin Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese fornisce un sistema di pensiero attraverso il quale leggere la situazione contemporanea
Cosa possiamo fare per contenere le tragedie che derivano sia dai disastri naturali sia dal complesso dei problemi mondiali? È chiaro che, se vogliamo impedire che le dimensioni della sofferenza aumentino ancora di più, se vogliamo che la parola "infelicità" non sia più impiegata per descrivere il mondo, dobbiamo sviluppare nuovi progetti e nuove risposte concrete.
E qui penso che siano importanti le parole di Arnold J. Toynbee (1899-1975), uno dei più grandi storici del ventesimo secolo: «La nostra esperienza passata è l'unica nostra luce sul futuro».15
Sono trascorsi quarant'anni da quando visitai Toynbee nella sua casa di Londra, dietro suo invito, e intraprendemmo un ampio dialogo. Un argomento sul quale ritornava sempre, sia nelle nostre conversazioni sia nei suoi scritti, riguardava le "lezioni della storia". Fondamentale nella sua visione di storico era ciò che chiamava «la contemporaneità filosofica di tutte le civiltà».16
Il suo pensiero su questo punto fu in gran parte ispirato da un'intuizione che ebbe poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando stava tenendo una lezione sulla descrizione fatta da Tucidide della guerra del Peloponneso nel V secolo a.C.: «Capii improvvisamente - racconta lo storico inglese - che le esperienze che avevamo appena avuto erano molto simili a quelle di cui parlava Tucidide all'inizio della guerra del Peloponneso. Sentii che era del tutto irrilevante che lo separassero da noi ventitre secoli. La totalità della sua esperienza è contenuta nel nostro futuro».17
Grazie a questa profonda comprensione Toynbee riuscì a leggere le lezioni di millenni di storia umana come direttamente corrisponenti alle contraddizioni del mondo di oggi. Nel nostro dialogo affermò: «Non dobbiamo permettere che le minacce alla sopravvivenza del genere umano generino in noi una reazione disfattista, passiva o indifferente».18 Non dimenticherò mai l'impressione che mi fecero queste parole.
Allo stesso modo credo che sia appropriato considerare il trattato di Nichiren Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese (giapp. Rissho ankoku ron) come un sistema di pensiero attraverso il quale inquadrare la situazione contemporanea. Nichiren lo indirizzò nel 1260 a Hojo Tokiyori (1227-1263), la più importante personalità politica dello shogunato di Kamakura.
L'opera inizia con queste dolorose considerazioni: «Negli ultimi anni si sono manifestate insolite perturbazioni nel cielo e strani fenomeni sulla terra. Carestie e pestilenze affliggono ogni angolo dell'impero e si diffondono in tutto il paese. Buoi e cavalli cadono morti per la strada e le loro ossa ricoprono le vie maestre».19
Infatti il Giappone era stato colpito da una serie di disastri che avevano ucciso moltissime persone e provocato sofferenze inaudite. Nichiren scrisse questo trattato spinto da un insopprimibile anelito a trovare un modo per alleviare la sofferenza della gente.
Il ruolo dello Stato
Secondo Nichiren Daishonin, chi è al potere dovrebbe avere come priorità il benessere e la sicurezza delle persone comuni, servendo i loro interessi e proteggendo le basi della loro esistenza
e felicità. Settecentocinquanta anni dopo, il rapporto della Commissione sulla sicurezza umana, riconoscendo le gravi carenze dello Stato e le sue responsabilità nelle minacce per la sicurezza della gente, ribadisce gli stessi concetti
Rileggendo Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese alla luce delle condizioni attuali e delle urgenze per la sicurezza umana, ci sono tre aspetti che mi colpiscono in maniera particolare.
Il primo è l'assunto filosofico che le massime priorità dello Stato devono essere il benessere e la sicurezza delle persone comuni.
Le idee esposte in questo trattato formano il nucleo della filosofia buddista di Nichiren; ne è prova il fatto che, nel corso della sua vita, egli fece ripetutamente copie manoscritte dell'opera. Esaminando le copie di suo pugno giunte fino a noi emerge un fatto importante. Per indicare i termini "terra" o "paese" Nichiren usa, oltre ai consueti caratteri cinesi - una cornice quadrata che rappresenta mura o confini all'interno della quale vi è il simbolo del re oppure di un'arma -, un carattere nel quale all'interno delle mura o dei confini sono contenuti i tratti che rappresentano il popolo, le persone comuni. Nella gran parte dei casi egli usa questo carattere, proprio per indicare che la base dello Stato è costituita dalle persone e dalla loro vita, non dall'autorità politica o dalla forza militare. Si può dire che la filosofia di Nichiren sia condensata in questa scelta dei caratteri cinesi.
In un'altra occasione egli scrisse che chi era al potere doveva essere «le mani e i piedi del popolo»,20 doveva cioè servire gli interessi delle persone comuni proteggendo le basi della loro esistenza e della loro felicità.
Scrivendo e inviando il trattato a colui che di fatto era il capo politico del suo tempo, Nichiren cercava di esprimergli le sue rimostranze convinto che una comprensione corretta della filosfia buddista avrebbe potuto dissolvere l'oscurità e la confusione in cui la società era avvolta. Non occorre dire che si trattava di un'impresa estremamente rischiosa, e infatti Nichiren fu esiliato per due volte e subì numerosi attentati alla sua vita pur non avendo commesso alcun crimine.
A settecentocinquanta anni dalla sua stesura questo testo colpisce ancora per la sua rilevanza, specialmente riguardo alle questioni inerenti alla sicurezza umana che ora suscitano tanta attenzione. A questo proposito si può citare nuovamente il Rapporto della Commissione sulla sicurezza umana del 2003: «Lo Stato rimane il garante fondamentale della sicurezza. Eppure spesso manca di adempiere ai suoi obblighi relativi alla sicurezza, e a volte diventa persino una fonte di minaccia per il suo stesso popolo. Perciò, adesso l'attenzione deve essere reindirizzata dalla sicurezza dello Stato alla sicurezza delle persone, la sicurezza umana».21
A questo proposito occorre domandarsi che scopo abbia l'esistenza dello Stato se questo, pur avendo successo in termini economici o militari, non compie sforzi per alleviare le sofferenze dei suoi cittadini e offrire sostegno alla loro ricerca di una vita dignitosa.
I disastri e le crisi portano alla luce le linee di faglia nella società che altrimenti rimarrebbero nascoste, rivelando la particolare vulnerabilità degli anziani, delle donne, dei bambini, delle persone con disabilità e di quelle emarginate dalle disparità economiche.
Sicuramente è stato così all'indomani del terremoto che ha colpito il Giappone nel marzo scorso. Se consideriamo il tremendo fardello di sofferenza che grava sulle spalle di ogni abitante delle regioni colpite, ma specialmente di queste persone più vulnerabili, è impossibile non essere costernati dall'incredibile lentezza della risposta politica.
Riconoscere la nostra interconnessione
Come dichiara Nichiren Daishonin, non possiamo sperimentare la felicità in condizioni di isolamento e neppure possiamo ignorare l'infelicità degli altri. Questa visione del mondo, consapevole della nostra profonda interdipendenza, si riflette oggigiorno nella comune responsabilità di cittadini globali che si adoperano per aiutare altri popoli a risollevarsi dopo i disastri e si impegnano per la sostenibilità a favore delle generazioni future
Il secondo aspetto del trattato di Nichiren che vorrei considerare è il suo appello per l'adozione di una visione del mondo radicata nella viva consapevolezza della nostra interconnessione. Per citare un passo nodale: «Se vi preoccupate anche solo un po' della vostra sicurezza personale, dovreste prima di tutto pregare per l'ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quadranti del paese».22 Egli esprime il concetto che, così come non possiamo sperimentare felicità e sicurezza in isolamento - godendone anche se gli altri soffrono della loro mancanza - allo stesso modo non possiamo vivere al riparo dall'infelicità e dalle minacce che affliggono gli altri.
In un mondo sempre più interdipendente, ciò che ora sembra avere un impatto, per quanto violento, soltanto locale, in realtà costituisce una potenziale minaccia su scala globale, come dimostra il problema del cambiamento climatico. E anche i rischi che al momento sembrano di lieve entità, se non vengono affrontati diventeranno problemi estremamente difficili da gestire per le generazioni future.
L'importanza di considerare la dimensione spaziale e temporale delle minacce è stata analizzata in un rapporto presentato nel 2010 all'Assemblea generale dell'ONU dal Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon: «Avendo compreso che particolari costellazioni di minacce agli individui e alle comunità si traducono in più ampie brecce nella sicurezza interna e interstati, la sicurezza umana cerca di prevenire e mitigare il verificarsi di minacce future».23
In ciò risiede il significato dell'idea buddista per la quale se non ci sono pace e sicurezza nei «quattro quadranti del paese», cioè nella società nel suo complesso, la nostra sicurezza personale o individuale si rivelerà illusoria.
Questo modo di pensare trova le sue radici nell'insegnamento buddista dell'"origine dipendente" (un'interdipendenza profonda o esistenziale). Le parole del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955) che ho citato spesso nelle mie Proposte: «Io sono me stesso più il mio ambiente; se io non lo salvo, non posso salvare me stesso» affrontano lo stesso punto, così come il suo monito a «salvare... i fenomeni, che vuol dire cercare il significato di ciò che ci circonda».24
Quando accade una tragedia, in tutto il mondo le persone di solito rispondono manifestando la loro sincera preoccupazione e offrendo sostegno materiale. Tali manifestazioni di empatia e solidarietà rappresentano un'infinita sorgente di coraggio, una vivida luce di speranza per le vittime del disastro.
Nella Raccolta degli insegnamenti orali è scritto: «Le sofferenze differenti che tutti gli esseri viventi sopportano sono tutte sofferenze personali di Nichiren».25 E in Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese Nichiren descrive un modo di vivere caratterizzato da un'intima risonanza con il dolore degli altri e dall'impegno instancabile per alleviarlo. Quando parla dei quattro quadranti del paese e della nazione, l'ambito a cui si riferisce con preoccupazione è in realtà molto più ampio in termini di spazio e di tempo, come possiamo evincere dall'uso ripetuto della parola "Jambudvipa" (termine della cosmologia tradizionale buddista che indica il mondo intero) e dai suoi riferimenti all'"illimitato futuro".
Oggi ciò si può esprimere come la determinazione di non ignorare la tragedia ovunque essa accada (dimensione spaziale) e di impedire che i lasciti negativi del presente gravino sulle generazioni future (dimensione temporale). Il primo aspetto si può intendere anche come la consapevolezza della nostra responsabilità in qualità di cittadini globali, il secondo come un impegno per la sostenibilità.
Come esseri umani condividiamo quest'unico pianeta che alla fine tramanderemo ai nostri figli. Alla base di tutte le nostre azioni ci deve essere l'indispensabile e piena consapevolezza della totalità delle dimensioni dell'interconnessione della vita.
La centralità dell'empowerment
«La sicurezza umana si deve costruire sull'energia e le aspirazioni delle persone e basarsi sulle capacità di agire per il bene proprio e degli altri», dice la Commissione sulla sicurezza umana. Ciò risuona con il pensiero di Nichiren Daishonin secondo il quale l'unica strada per uscire dal vicolo cieco in cui si trovava la società della sua epoca era che le persone credessero nelle reciproche capacità e lavorassero insieme per farle emergere
Il terzo aspetto del trattato di Nichiren che vorrei affrontare è la rilevanza che attribuisce a ciò che in termini contemporanei chiamiamo empowerment, e in particolare la sua intuizione del fatto che il massimo dell'empowerment si realizza quando attraverso il dialogo passiamo da una comune consapevolezza e preoccupazione per una situazione difficile all'impegno e alla decisione condivisa di risolverla.
Come molti altri testi o scritture buddiste, Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese è in forma di dialogo, uno scambio di domande e risposte fra un visitatore, che rappresenta l'autorità secolare, e un padrone di casa, che rappresenta il punto di vista buddista.
In apertura, un viaggiatore si ferma presso la casa dell'ospite e qui essi discutono ed esprimono la loro profonda angoscia per la serie ininterrotta di disastri che hanno colpito il paese. È questa comune preoccupazione e la determinazione di riuscire in qualche modo a riportare sotto controllo la situazione che permette loro di guardare oltre le differenze fra le rispettive posizioni e iniziare un dialogo.
Man mano che il dialogo prosegue, il padrone di casa e il suo ospite espongono francamente i loro punti di vista, basati sulle loro profonde convinzioni. Il padrone di casa, rispondendo alla rabbia e alla confusione che a tratti il suo ospite esprime, esamina scrupolosamente ogni dubbio di quest'ultimo, fino a risolverlo.
Attraverso questo drammatico incontro-scontro cuore a cuore, l'ospite infine si convince pienamente della correttezza delle affermazioni del padrone di casa ed esprime il voto emerso dalla loro preoccupazione comune: «Non basta che soltanto io creda nelle vostre parole, ma mi impegnerò ad avvisare anche gli altri dei loro errori».26
La conclusione che infine raggiungono grazie a questo processo dialogico è un potente riconoscimento della necessità di credere nelle possibilità illimitate dell'essere umano, ed è proprio questo il messaggio del Sutra del Loto che costituisce l'essenza degli insegnamenti buddisti: la fede nell'asserzione che ogni persona possiede un potenziale infinito e ha la capacità di far emergere la propria unica ed essenziale dignità.
Risvegliarsi a tale dignità può riaccendere la fiamma della speranza in una persona immersa nella più profonda disperazione, la quale, a sua volta, può accendere la speranza in un'altra persona. L'impeto di rinnovamento umano che ne risulta ha il potere di disperdere la confusione e l'oscurità che avvolgono la società.
Nuovamente, le parole della Commissione sulla sicurezza umana sono in sintonia con le idee espresse in questo antico testo: per esempio, la sicurezza umana si deve «costruire sull'energia e le aspirazioni delle persone»27 e una delle chiavi è «la capacità delle persone di agire per il proprio bene e per il bene degli altri».28
«La domanda principale di ogni attività per la sicurezza umana non dovrebbe essere: "Cosa possiamo fare?" bensì: "Quanto questa attività si basa sull'impegno e sulle capacità delle persone direttamente interessate?».29
Descrivendo il caos e la confusione del suo tempo, Nichiren deplorava il fatto che le persone comuni fossero state del tutto private del loro potere di autodeterminazione. Il susseguirsi di calamità aveva pesato gravemente sul morale della gente e molti avevano perso la voglia di vivere. Inoltre l'etica prevalente della società incoraggiava le persone a evitare di affrontare la realtà e a ricercare la tranquillità unicamente nell'ambito della vita interiore.
Secondo Nichiren gli insegnamenti che indicavano la rassegnazione o la fuga dalla realtà come via di salvezza erano l'"unico male" che annebbiava la vista delle persone, rendendole cieche al potenziale illimitato che in realtà possedevano. Per Nichiren l'unica strada percorribile per uscire dal vicolo cieco in cui si trovava la società era che le persone credessero nelle reciproche capacità e lavorassero insieme per farle emergere.
A questo proposito ricordo un episodio narrato dal filosofo austriaco Ivan Illich (1926-2002), che ci esortava a non aver paura di essere «una candela nel buio».30 Descrive la sua amicizia con un vescovo cattolico, Hélder Câmara (1909-1999), che stava lottando contro le atrocità della giunta militare brasiliana all'inizio degli anni '60. Câmara tentò di stabilire un dialogo con un generale che in seguito sarebbe diventato uno dei torturatori più crudeli del Brasile. Il suo tentativo fallì e dopo che il generale se ne fu andato il vescovo cadde in un lungo silenzio. Infine si rivolse a Illich e disse: «Tu non devi mai arrenderti. Finché una persona è viva, da qualche parte sotto la cenere è rimasto un piccolo residuo di fuoco e non abbiamo altro compito che... Tu devi soffiare... con cura, soffiare con molta cura... e soffiare... e vedere se si accende. Non devi preoccuparti se il fuoco si riaccenderà o no, tutto ciò che devi fare è soffiare».31
Su un certo piano le parole di Câmara: «Tu non devi mai arrenderti» rappresentano il tentativo di ritrovare la propria determinazione, ma allo stesso tempo comunicano l'importanza di offrire un incoraggiamento con tutto il cuore a chi si trova nel baratro della disperazione.
Lo spirito dell'empowerment consiste nel soffiare con cura su quel "piccolo residuo di fuoco" presente nell'animo sia dei nostri sostenitori che dei nostri oppositori. Credo che questa fede, questo sforzo paziente, sia stata la forza motrice delle battaglie per i diritti umani del Mahatma Gandhi (1896-1948) e di Martin Luther King jr. (1929-1968), così come di coloro che guidarono le rivoluzioni popolari nell'Europa orientale che portarono alla fine della guerra fredda e, più recentemente, del movimento per la democrazia definito "primavera araba".
Durante gli anni bui dei conflitti della guerra fredda visitai paesi comunisti come l'URSS e la Cina per promuovere scambi mirati ad allentare le tensioni e alimentare la comprensione reciproca. Mi sono anche impegnato nel dialogo con i leader intellettuali e politici di varie culture e religioni del mondo. Questi sforzi per coltivare l'amicizia al di là dei confini sono stati animati dalla convinzione che l'unica base duratura per costruire una società globale di coesistenza pacifica sta nella trasformazione di ogni singolo cuore. E ciò si può realizzare solo attraverso dialoghi e interazioni che tocchino ciascuno di noi nel profondo.
La guarigione del cuore
Per ristabilire la salute e l'equilibrio mentale delle persone occorre una vera e propria ricostruzione delle profondità della vita, che non può prescindere dal sostegno e dall'aiuto degli altri. Anche Shakyamuni, che si rivolgeva a tutti come un amico, si sforzava di comprendere il cuore e la mente di ogni persona con cui entrava in contattoper chiarire la natura essenziale della sua sofferenza e aiutarla a trovare in sé i mezzi per superarla
Dei tre aspetti del trattato di Nichiren che ho analizzato, credo che l'empowerment sia di particolare rilevanza per ristabilire la salute e l'equilibrio mentale delle persone, una vera e propria "guarigione del cuore". Questa ricostruzione mentale e spirituale è una sfida fra le più difficili, e richiede molto tempo.
Prima facevo riferimento alla dichiarazione della Commissione sulla sicurezza umana riguardo al fatto che tale sicurezza si deve «costruire sull'energia e le aspirazioni delle persone». Un'impresa che risulta difficile, se non impossibile, quando gli individui l'affrontano isolatamente; ma che diventa molto più facile quando la vita è illuminata dalla speranza. Per questo, se vogliamo usare una metafora, alle persone occorrono le funi di sicurezza dei legami cuore a cuore e i chiodi da roccia dell'incoraggiamento per continuare la scalata delle ripide scogliere della vita.
Ne sono esempio le vite dei tre personaggi che ho citato in precedenza: Emerson, Saint-Exupéry e Tada.
La vita di Emerson fu segnata non soltanto dalla perdita del figlio ma anche dalla morte prematura della prima moglie e di due fratelli. In seguito lo scrittore riuscì a giungere alla considerazione che queste numerose perdite avevano assunto «l'aspetto di una guida o di un genio»32 che gli forniva lo slancio necessario ad attuare cambiamenti positivi nel suo modo di vivere.
E anche Saint-Exupéry più tardi scrisse: «Ciò che salva un uomo è fare un passo, poi un altro passo. È sempre lo stesso passo, ma bisogna farlo [...]. Solo l'ignoto spaventa gli uomini. Ma quando un uomo ha affrontato l'ignoto, quel terrore gli è ormai noto».33
L'immunologo Tomio Tada alla fine riuscì a tornare a scrivere, e ispirandosi alla Divina Commedia di Dante appuntò queste parole: «Se la mia condizione è infernale, lasciate che scriva il mio inferno». E disse anche: «Non so cosa mi attende, ma so che rappresenterà la prova che io ho vissuto».34 Così riuscì a restituire significato alla sua vita.
Dietro ognuna di queste storie di guarigione dalla tragedia c'è sicuramente il sostegno e l'aiuto degli altri.
Il filosofo William James (1842-1910) svolse un'indagine sui sopravvissuti al terremoto che devastò San Francisco nel 1906 e osservò che quando le persone riuscivano a condividere le loro esperienze si avvertiva una netta differenza nella loro percezione della sofferenza e del senso di perdita. Anche se tale condivisione non si traduceva immediatamente nella capacità di andare avanti, riusciva però a incoraggiare le persone schiacciate dal dolore a guardare al futuro.
Con questo intento dobbiamo imparare a prestare ascolto alle parole che sgorgano da un'altra anima, a lasciare che il nostro cuore frema del dolore di un altro, a soffiare con pazienza l'alito della vita su quella piccola brace che giace nascosta nel cuore di un altro.
Come osservò il filosofo tedesco Karl Jaspers (1883-1969), il vasto corpo di insegnamenti lasciati da Shakyamuni - i sutra noti come l'insieme degli ottantamila insegnamenti - per la maggior parte riportano parole dette a singoli individui o a piccoli gruppi. Perché Shakyamuni credeva che «parlare a tutti è parlare a ogni individuo».35 Quindi i suoi insegnamenti furono esposti per rispondere a specifiche preoccupazioni e sofferenze di singole persone.
Rivolgendosi agli altri da "amico", Shakyamuni si sforzava di comprenderne il cuore e la mente per chiarire la natura essenziale della loro sofferenza e aiutarli a vedere dentro di sé il mezzo per superarla. Come dimostra la parabola dell'uomo colpito da una freccia avvelenata [vedi box], la saggezza del Buddismo non fa uso di concetti metafisici o astratti né di complicate discussioni filosofiche, ma scaturisce inesauribile dal desiderio profondo di alleviare le sofferenze di ogni singolo e specifico individuo.
Questo possiamo vederlo anche negli insegnamenti di Nichiren. Nelle lettere che indirizza ai suoi seguaci abbraccia ciascuno di loro rattristandosi per le loro difficoltà come se fossero le proprie. Le sue parole ci parlano ancora oggi dandoci importanti indicazioni su come vivere, proprio perché sono la cristallizzazione della sua preghiera piena di compassione e della sua determinazione di aiutare i suoi seguaci a vivere senza farsi sconfiggere da tali ardue prove.
LA PARABOLA DELLA FRECCIA AVVELENATA
Un giorno, un nuovo seguace pose al Budda una serie di domande metafisiche. Il Budda rispose con la parabola di un uomo che era stato colpito da una freccia avvelenata. Anche se i parenti e gli amici dell'uomo avevano cercato un medico che lo guarisse, questi si rifiutò di farsi estrarre la freccia prima di sapere chi l'aveva tirata, la sua casa, il suo nome, l'altezza, la provenienza, che tipo di arco aveva usato, di cosa era fatto, chi aveva messo le piume alla freccia e quali piume avesse usato. Prima di riuscire a ottenere tutte queste risposte, l'uomo morì. Il Budda utilizzò questa parabola per dimostrare l'insensatezza che deriva dall'ossessione per la speculazione astratta.
Con la gente
Il Buddismo insegna che indipendentemente dalle nostre circostanze individuali possiamo sempre riscoprire in noi la capacità di sostenere gli altri. L'aiuto reciproco nei periodi di crisi e l'incoraggiamento a fare insieme il primo passo per la ripresa sono le azioni più importanti perché dissolvono l'oscurità della disperazione e mettono in moto la possibilità di ricostruire dalla base un'intera comunità
Oggi in tutto il mondo i membri della SGI continuano a impegnarsi per forgiare legami cuore a cuore con i loro concittadini attraverso la pratica del dialogo da persona a persona, costruendo reti di incoraggiamento reciproco. In momenti di emergenza, come durante i disastri naturali, abbiamo aperto i nostri centri agli sfollati, abbiamo trasportato e distribuito generi di soccorso, abbiamo contribuito alla pulizia e al risanamento e ci siamo impegnati in numerose altre attività di soccorso. I singoli membri hanno continuato individualmente a incoraggiare e sostenere i loro vicini anche quando dovevano sopportare in prima persona i dolorosi effetti del disastro.
Queste azioni sono espressioni spontanee della preoccupazione per gli altri e dell'insopprimibile desiderio di aiutare. Sono un'estensione naturale delle attività religiose quotidiane basate sulla condivisione delle gioie e dei dolori delle altre persone e sulla profonda ricerca di quel tipo di felicità che si prova soltanto quando è condivisa.
Nel giugno 2011, in occasione delle consultazioni annuali dell'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ACNUR (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR), con le organizzazioni non governative (ONG), una sessione è stata dedicata al ruolo delle organizzazioni basate sulla fede (FBO, Faith-Based Organizations). Ciò dimostra la crescente attenzione nei confronti del contributo che le FBO possono dare nell'aiutare le persone colpite dalle tragedie che investono la società.
Sulla base dell'esperienza del terremoto e dello tsunami in Giappone, un rappresentante della SGI presente alla sessione ha detto nel suo discorso: «Anche in un ambiente complesso e insicuro, è l'empowerment dei sopravvissuti che sostiene e rende efficaci i soccorsi umanitari attraverso l'auto-aiuto e la partecipazione. Le FBO sono in una posizione tale da poter dare un grosso contributo in questo senso».36
Un esempio di questo tipo di empowerment è l'episodio descritto da Martin Luther King jr. di una donna anziana che stava partecipando all'azione di boicottaggio degli autobus di Montgomery (1955-56), che consisteva nel rifiuto di viaggiare sugli autobus dove era applicata la segregazione razziale. Un uomo che stava sostenendo il boicottaggio si fermò e la invitò a salire in macchina con lui, ma lei declinò l'invito e disse: «Non sto andando a piedi per me. Lo sto facendo per i miei figli e i miei nipoti».37
Nelle fasi seguenti a un disastro ci sono innumerevoli persone che pur essendo ferite fisicamente o emotivamente entrano in azione spinte dal desiderio di fare il possibile per aiutare gli amici, i familiari e le persone che vedono in difficoltà.
Il Buddismo insegna che, indipendentemente dalle nostre circostanze individuali, possiamo sempre riscoprire in noi la capacità di aiutare gli altri, e ci assicura che chi ha sofferto di più ha diritto a una maggiore felicità.
Nelle scritture buddiste si legge: «Le Torri preziose non sono altro che tutti gli esseri viventi».38 Ciò significa che la Torre preziosa di dimensioni cosmiche descritta nel Sutra del Loto (cfr. pp. 60 e seguenti) non è altro che l'essenza originale di ogni singolo essere umano. Una persona che si è risvegliata a questa dignità primordiale si impossessa di una condizione interiore indistruttibile. È un senso di dignità che nessuna minaccia o tribolazione può minare. Come affermano i sutra: «Un elefante impazzito può distruggere il vostro corpo, ma non distrugge la vostra mente».39
Man mano che sempre più persone sviluppano questa convinzione, aiutando chi è devastato dalla sofferenza a fare insieme il primo passo nel processo di ripresa, sorgeranno innumerevoli Torri preziose che metteranno in moto la ricostruzione della comunità. Questo è il principio che soggiace alla nostra fede e costituisce il fondamento di ogni attività della SGI.
Come abbiamo visto in seguito ai disastri degli ultimi anni, ci sono molti esempi in tutto il mondo di reti di sostegno reciproco nelle comunità e di attività di volontariato che coinvolgono persone di ogni estrazione sociale, che entrano in azione nel momento in cui le autorità locali sono sopraffatte dalle difficoltà. Credo che lo stesso impulso sia alla base degli aiuti e degli incoraggiamenti offerti dai popoli delle altre nazioni.
Il comportamento della gente in questi periodi di calamità dimostra l'importanza di alimentare costantemente i legami di sostegno e di instillare un'etica di aiuto reciproco. Questo è il modo migliore per rafforzare la capacità delle società di rispondere ai "rischi della privazione improvvisa".
Wangari Maathai (1940-2011), premio Nobel per la pace deceduta lo scorso anno, diede origine al movimento della Cintura verde (Green Belt, vedi box p. 22) in Kenya e in altre parti dell'Africa come un mezzo per restituire a ogni persona il proprio personale potere di contrastare la minaccia della distruzione ambientale. Il movimento incontrò numerosi ostacoli e subì vari attacchi, e molti degli alberi appena piantati furono danneggiati o distrutti. «Eppure questi alberi, come noi, sono sopravvissuti - scrisse Maathai -. Sono venute le piogge e il sole splendente e in men che non si dica gli alberi hanno ricominciato a mettere nuove foglie e nuovi germogli».40 Non dimenticheremo mai l'incoraggiamento racchiuso in queste parole.
Sosteneva che il movimento della Cintura verde era riuscito a tirar fuori le energie della gente comune perché era «strutturato in modo da evitare di spingere le persone a lavorare per gli altri ma piuttosto a lavorare con gli altri».41
Credo che lo spirito di lavorare con gli altri invece di lavorare per gli altri sia la chiave per generare quel ciclo di empowerment che si autorafforza del quale sto parlando. Questo processo, messo in moto e diretto dalle persone stesse, può dissolvere l'oscurità della disperazione e far sì che all'orizzonte sorga un sole ardente di speranza per il futuro.
IL MOVOMENTO DELLA CINTURA VERDE
È un'organizzazione laica fondata da Wangari Maathai nel 1977 mentre prestava servizio nel Consiglio nazionale delle donne del Kenya con l'idea di realizzare un programma a livello popolare per piantare alberi e contrastare così i problemi della deforestazione, dell'erosione del suolo e della mancanza di acqua nelle zone rurali del Kenya. Da allora sono stati aggiunti agli obiettivi del movimento anche l'empowerment delle donne, il patrocinio dei loro diritti, la pratica di forme corrette di sviluppo economico e il turismo ecologico. In tutta l'Africa sono stati piantati più di quaranta milioni di alberi e oltre trentamila donne hanno appreso nozioni di silvicoltura, trasformazione dei prodotti alimentari, apicoltura e altre competenze. Nel 2004 Maathai è stata la prima donna africana a ricevere il premio Nobel per la pace, per il «suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace». Il movimento della Cintura verde mira a piantare un miliardo di alberi in tutto il mondo nel prossimo decennio. (http://www.greenbeltmovement.org)
Una chiara visione del futuro
Se pensiamo alla nostra esistenza in una cornice temporale più vasta, immaginando con chiarezza i risultati che vogliamo raggiungere, potremo generare il potere necessario per superare le barriere e gli ostacoli che si interpongono alla costruzione del domani. I valori dell'umanesimo, dei diritti umani e della sostenibilità dovrebbero essere gli elementi centrali di qualsiasi visione del futuro che l'umanità arrivi a condividere
Vorrei discutere adesso di alcune proposte concrete per affrontare varie minacce che colpiscono gravemente la vita delle persone, la loro dignità e le basi della loro sopravvivenza.
Ma prima può essere utile accennare a due osservazioni di Elise Boulding (1920-2010), tra le primissime sostenitrici di una cultura di pace: l'importanza di agire avendo chiara la visione del futuro che vogliamo e il valore di pensare in termini di un quadro temporale che definisce «il presente di duecento anni».42
Riguardo al primo punto, Elise Boulding mi narrò il seguente episodio. Negli anni '60, a una riunione di accademici che studiavano gli aspetti economici del disarmo, chiese ai partecipanti che aspetto avrebbe avuto secondo loro un mondo totalmente privo di armi. E, con sua sorpresa, le risposero che non ne avevano idea e che pensavano che il loro lavoro fosse solo spiegare e convincere gli altri che il disarmo era possibile. «Come potevano dedicarsi con tutto il cuore a un movimento del quale non potevano neanche immaginare il risultato?».43
Penso che sia una domanda fondamentale. Per quanto la pace e il disarmo siano importanti, se il movimento che si sforza di realizzarli non è profondamente basato su una visione chiara e definita, non sarà in grado di generare il potere necessario per superare le barriere e gli ostacoli che la realtà presenta. Elise Boulding comprese che una visione condivisa unisce le persone e permette loro di "dedicarsi con tutto il cuore".
L'altra sua osservazione, relativa al concetto del presente di duecento anni, riguarda il vivere con la consapevolezza di un arco di tempo che va da cento anni prima di oggi fino a cento anni dopo: «Noi non viviamo solo nel presente: se il momento presente fosse tutto, saremmo schiacciati dagli eventi».44 Ma se pensiamo alla nostra esistenza in una cornice temporale più vasta, possiamo partecipare alla vita di una moltitudine di persone, dai bambini nati quest'anno agli anziani che celebrano il loro centesimo compleanno. In tal modo la studiosa ha sottolineato l'importanza di vivere con la visione di una comunità più vasta della quale noi siamo parte.
Questa idea ci permette di rivolgere i nostri pensieri a coloro che hanno vissuto varie forme di sofferenza e, allo stesso tempo, ci ispira un senso di responsabilità nel creare un futuro in cui tali sofferenze non ricadano sulle generazioni a venire.
Tenendo a mente queste idee suggerite da Elise Boulding, proporrei che i valori dell'umanitarismo, dei diritti umani e della sostenibilità fossero gli elementi centrali di qualsiasi visione del futuro che l'umanità possa condividere. La visione di un mondo che:
- rifiutando di trascurare la tragedia umana ovunque essa si verifichi, si unisca nella solidarietà per superare i pericoli;
- basandosi sull'empowerment degli individui, consideri prioritario garantire la dignità e il diritto di ogni persona a vivere in pace;
- memore delle lezioni del passato, impedisca alle generazioni che devono ancora nascere di raccogliere l'eredità negativa della storia umana, e impieghi tutte le sue energie nella trasformazione di questa eredità.
Questa è la visione che sostiene le mie proposte di pace sin dal 1983.
Quando si ha a che fare con un problema apparentemente irrisolvibile, spostare l'attenzione su una visione chiara costituisce il filo di Arianna che ci permette di trovare l'uscita del labirinto, e ci serve anche per generare approcci alternativi che portino un cambiamento.
Partendo da queste considerazioni mi concentrerò su tre questioni importanti - le calamità naturali, il degrado ambientale e la povertà, gli armamenti nucleari - ciascuna delle quali si presenta carica di fardelli e minacce per le generazioni future che più tarderemo ad affrontare più aumenteranno.
Un approccio basato sui diritti
Per ridurre i danni causati dai disastri è essenziale essere preparati a dare sostegno alle persone colpite e che le strutture istituzionali impegnate nelle attività di soccorso e protezione della dignità delle persone riservino un'attenzione costante ai diritti umani delle popolazioni coinvolte
Riguardo alla "riduzione dei rischi di disastro" (un nuovo sistema per la prevenzione delle crisi sviluppato dalla cooperazione internazionale, n.d.r.), propongo di rafforzare le strutture internazionali per il sostegno alle popolazioni colpite dai disastri, in particolare adottando un approccio basato sui diritti e regolarizzando il coinvolgimento dell'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugati (ACNUR).
Attualmente l'impegno dell'ONU nel promuovere una cooperazione internazionale per ridurre i danni causati dai disastri in un'ottica preventiva è imperniato sulla Strategia internazionale per la riduzione dei disastri (UNISDR, International Strategy for Disaster Reduction). Al tempo stesso però, data la natura imprevedibile di queste calamità, è essenziale essere preparati a dare sostegno alle persone colpite quando esse si verificano.
Voglio qui ribadire che insieme all'urgenza degli aiuti umanitari anche i diritti umani devono acquisire un'importanza centrale in ogni attività di soccorso, in particolare il diritto delle persone colpite dai disastri a vivere con dignità.
Nello specifico propongo che le attività di soccorso per i profughi e in generale per le persone colpite dai disastri, finora gestite caso per caso dall'ACNUR, siano ufficialmente incluse nel mandato di tale organizzazione. Nel corso della sua storia, l'ACNUR ha ampliato la portata e il numero dei beneficiari delle proprie attività. Oltre alla protezione dei rifugiati - il suo mandato originale - attualmente è responsabile degli aiuti agli sfollati interni (coloro che fuggono dalle proprie abitazioni a causa di conflitti, tumulti o violazioni dei diritti umani ma rimangono nel proprio paese, n.d.r.) e alle popolazioni colpite dalla guerra, così come della protezione dei richiedenti asilo e degli apolidi. L'articolo 9 del mandato dell'ACNUR ne sancisce l'impegno in attività aggiuntive che possono essere deliberate dall'Assemblea Generale dell'ONU, mentre risoluzioni successive dell'Assemblea Generale hanno posto le basi normative per tali attività.
Secondo i dati, attualmente nel mondo circa centosessanta milioni di persone subiscono l'impatto dei disastri naturali, e ogni anno centomila persone perdono la vita per questo motivo. Rispetto al 1970 sono quasi triplicati sia l'incidenza delle calamità sia il numero di persone colpite. La maggior parte delle vittime si concentra nei paesi in via di sviluppo e la spirale di disastri e povertà è una questione che dobbiamo risolvere.45
L'Alto Commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite António Guterres ha osservato: «Ogni nuovo approccio deve essere basato sui diritti, perché le esperienze dello tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano e degli altri recenti disastri hanno confermato che tali emergenze generano nuove minacce ai diritti umani delle popolazioni colpite».46
Ciò dimostra una crescente attenzione alla protezione della dignità delle persone colpite dai disastri durante tutta la fase dei soccorsi e della ripresa, anche se rimane la tendenza a considerare in qualche misura inevitabile il deterioramento delle loro condizioni di vita e di salute. Al contrario, in una situazione di disastro è ancora più importante, per le vittime, vedere pienamente tutelati i propri diritti.
Occorre prendere provvedimenti affinché l'ACNUR sia pienamente coinvolto nelle attività di soccorso in caso di calamità. Si dovrebbe istituire una struttura, ispirata ai principi dell'umanitarismo e della cultura dei diritti umani, che permetta a tale organismo di condurre le attività di soccorso al fianco delle altre organizzazioni internazionali e di fare ogni sforzo per proteggere la vita e la dignità delle persone. Bisogna creare una cultura dei diritti umani che tuteli la dignità delle persone colpite dai disastri, dalle emergenze e dall'ingiustizia sociale.
L'Assemblea Generale dell'ONU ha adottato, nel dicembre 2011, una nuova Dichiarazione sulla educazione e la formazione ai diritti umani di portata storica, che stabilisce i principi e gli obiettivi in base ai quali la comunità internazionale dovrebbe sviluppare una cultura dei diritti umani. La Dichiarazione, la cui stesura ebbe inizio nel 2007 in seguito alla decisione del Consiglio sui diritti umani dell'ONU, riflette le voci della società civile attraverso i contributi del Gruppo di lavoro delle ONG per l'educazione e l'apprendimento dei diritti umani, un organismo della Conferenza delle ONG in status Consultivo con le Nazioni Unite (CONGO), e di altre organizzazioni della società civile.
Come presidente del Gruppo di lavoro delle ONG, e allo scopo di applicare lo spirito della Dichiarazione, la SGI sta collaborando con la HREA (Human Rights Education Associates) alla coproduzione di un DVD educativo [vedi box] in collaborazione con l'Ufficio dell'Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite (OHCHR, Office of the UN High Commissioner for Human Rights).
Garantire che lo spirito della Dichiarazione sia ampiamente accettato su scala globale farà sì che le attività di soccorso condotte dai governi nazionali e locali riservino una costante attenzione ai diritti umani. La sfida principale della comunità internazionale nel ventunesimo secolo è quella di creare una cultura dei diritti umani: la SGI è impegnata a far sì che si rafforzi il contributo della società civile a tale processo.
Riguardo a ciò vorrei proporre come obiettivo prioritario della comunità internazionale quello di dare maggiore risalto al ruolo che svolgono le donne nelle varie fasi che vanno dalla riduzione dei rischi di disastro fino alla ricostruzione.
UN DVD EDUCATIVO SUI DIRITTI UMANI
La Soka Gakkai Internazionale, in collaborazione con l’organizzazione non governativa internazionale Human Rights Education Associates (Hrea), sta realizzando un Dvd per accrescere la consapevolezza del ruolo che l’educazione ai diritti umani può svolgere nell’aumentare l’empowerment della gente comune e nel diffondere una cultura dei diritti umani. Conterrà esempi tratti dall’India, dalla Turchia e dall’Australia che illustrano come tale tipo di educazione abbia contribuito a proteggere e a dare maggior potere personale a individui i cui diritti umani erano minacciati. Inoltre evidenzierà gli sviluppi dell’educazione ai diritti umani a livello internazionale, come la recente adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’educazione e la formazione a questi diritti fondamentali.
La prospettiva di genere
Le donne danno contributi fondamentali alla risoluzione dei problemi legati ai disastri, mitigandone gli effetti e lavorando per la ripresa, e hanno una spiccata capacità di far fronte in maniera costruttiva agli eventi traumatici riorganizzando positivamente la propria vita dinnanzi alle difficoltà. Occorre dare a queste speciali capacità delle donne maggiore riconoscimento
Per affrontare i disastri e altri casi di privazione improvvisa è essenziale prestare molta attenzione alla situazione di ogni individuo. Allo stesso tempo è assolutamente vitale che le persone sentano di avere il potere di trasformare le loro stesse circostanze, e qui è indispensabile mettere al centro le donne.
Secondo le ricerche, nei disastri naturali è più probabile che muoiano le donne rispetto agli uomini, e questa tendenza aumenta col crescere delle dimensioni del disastro.47 Quando si verifica una catastrofe, le donne non solo subiscono in maniera sproporzionata il fardello delle privazioni che ne conseguono, ma i loro diritti umani e la loro dignità spesso ne risultano dolorosamente minacciati. C'è chiaramente bisogno di dare maggiore riconoscimento alle speciali capacità delle donne di contribuire a mitigare gli effetti dei disastri e a lavorare per la ricostruzione, e questo deve riflettersi nei piani per affrontare le emergenze.
Il piano decennale adottato nel corso della Conferenza mondiale per la riduzione dei disastri del 2005 (Hyogo Framework for Action 2005-2015) contiene la seguente dichiarazione: «Una prospettiva di genere dovrebbe essere integrata in ogni politica, progetto o processo decisionale di gestione dei rischi di disastro».48 Sfortunatamente, come ha messo in evidenza il Rapporto valutativo globale sulla riduzione dei rischi di disastro 2011 (2011 Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction), i progressi in questo campo sono ancora insufficienti. Occorre un cambiamento e, a tal fine, penso sia necessario un mandato privo di ambiguità e legalmente vincolante.
Come esempio di ciò possiamo considerare la Risoluzione 1325 adottata dal Consiglio di sicurezza dell'ONU nell'ottobre 2000, che riafferma l'importanza di un'uguale partecipazione e di un pieno coinvolgimento delle donne in tutte le iniziative per mantenere e promuovere la pace e la sicurezza. Si tratta di un messaggio forte trasmesso alla comunità internazionale.
Oggi, a più di dieci anni dalla sua adozione, la sua piena applicazione rimane ancora una sfida e occorre un ulteriore sostegno. Ma l'esistenza della Risoluzione 1325 ha un grande significato perché è un punto di riferimento per promuovere varie iniziative in tutto il mondo.
L'ex segretario generale delle Nazioni Unite Anwarul K. Chowdhury, che svolse un ruolo indispensabile nell'adozione della Risoluzione 1325, sottolineò nel corso del nostro dialogo: «Una cultura di pace può radicarsi in maniera più forte con la partecipazione delle donne [...] Non dobbiamo dimenticare che non può esistere un mondo pacifico nel vero senso della parola se le donne vengono lasciate indietro».49 E le donne possono ricoprire un ruolo altrettanto cruciale nel campo della riduzione dei disastri e nella ripresa.
Alla luce dei danni devastanti del terremoto di Haiti del gennaio 2010 si sta sviluppando all'interno delle Nazioni Unite una crescente consapevolezza della necessità di estendere la portata della Risoluzione 1325 ai disastri naturali.
Proporrei dunque che il concetto di peacebuilding (lett. costruzione della pace) contenuto nella Risoluzione 1325 sia esplicitamente allargato per includere la riduzione dei rischi di disastro e la ripresa, oppure che si adotti una nuova risoluzione che veda fra i suoi punti centrali il ruolo delle donne in questi ambiti.
Esorto il Giappone, il paese che ha ospitato la Conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri nel corso della quale è stato adottato lo Hyogo Framework for Action, e che ha subito i gravi terremoti di Kobe, del Tohoku e di altre zone in un passato recente, a prendere l'iniziativa e impegnarsi a diventare un modello per gli altri paesi, migliorando velocemente il proprio ambiente interno con iniziative per la prevenzione dei disastri basate su questa consapevolezza di genere.
Michelle Bachelet, ex presidentessa del Cile e prima direttrice esecutiva dell'Agenzia per le donne delle Nazioni Unite fondata due anni fa (UN Women), ha posto l'accento sulla resilienza [in psicologia, capacità di far fronte in maniera costruttiva agli eventi traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, n.d.r.] e sul potenziale delle donne: «Ho visto con i miei occhi ciò che le donne, spesso anche nelle più ardue circostanze, sono capaci di realizzare per le loro famiglie e comunità, se viene data loro l'opportunità di farlo. La forza, l'industriosità e la saggezza delle donne sono fra i più grandi patrimoni dell'umanità che non sono stati ancora sfruttati. Non possiamo permetterci di aspettare altri cento anni per sbloccare questo potenziale».50
Le donne devono essere identificate come effettive agenti di cambiamento nei campi della riduzione dei rischi di disastro, della ripresa e della ricostruzione, in linea con l'analogo riconoscimento del loro ruolo nella prevenzione dei conflitti, nella loro risoluzione e nella costruzione della pace. È intollerabile consentire che esse continuino a subire i maggiori oneri nelle situazioni di disastro.
La SGI si è impegnata coerentemente per far crescere la consapevolezza della centralità delle donne in una cultura di pace e si sta impegnando ad alimentare fra la gente una maggiore coscienza dei contributi che le donne possono dare nella risoluzione di tutti i problemi legati ai disastri.
Un mondo sostenibile
Astenersi dal ricercare la propria felicità a spese di quella degli altri, fare di tutto per non lasciare in eredità alle prossime generazioni un pianeta peggiore di quello trovato da noi: questi ideali andrebbero perseguiti seguendo il proprio senso di responsabilità, spinti dal naturale desiderio di creare un futuro in cui le persone vivano bene
Il prossimo argomento che vorrei trattare riguarda l'ambiente e lo sviluppo sostenibile.
La Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (UNCSD, United Nations Conference on Sustainable Development) Rio+20 è prevista per giugno di quest'anno in Brasile, a Rio de Janeiro. Celebrando il ventesimo anniversario del Summit della Terra 1992, la Conferenza esaminerà i progressi degli ultimi vent'anni e si concentrerà su due grandi temi: un'economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e dello sradicamento della povertà, e il quadro istituzionale di uno sviluppo sostenibile.
Il concetto di economia verde è ancora molto fluido e oggetto di discussioni. Tuttavia ritengo importante evitarne una definizione troppo ristretta, che la descriva meramente come un compromesso fra gli interessi contrastanti della crescita economica e della protezione ambientale, oppure come niente più di un nuovo strumento per generare opportunità di occupazione.
Lo scorso ottobre il Programma per l'ambiente delle Nazioni Unite (UNEP, United Nations Environment Programme) ha organizzato una conferenza di giovani a Bandung, in Indonesia, dove è stata adottata una risoluzione che definisce l'economia verde come «l'unica struttura integrata veramente sostenibile che colloca il benessere umano, l'equità sociale e la protezione ambientale sullo stesso piano».51 Sono profondamente colpito dalla visione ampia e dal forte senso di responsabilità verso il futuro espressi da questi giovani.
Vorrei qui chiedere l'adozione di un insieme di misure comuni per un futuro sostenibile che facciano seguito agli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite (MDG, UN Millennium Development Goals) che coprono il periodo fino al 2015. La "bozza zero" della Conferenza Rio+20, che riassume molte delle dichiarazioni e delle analisi inviate agli organizzatori della conferenza, parla della necessità di Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG, Sustainable Development Goals). Spero che tutti i partecipanti si impegnino in un esame attento e approfondito di questo argomento, basandosi su una visione generale delle sfide interconnesse che l'umanità deve affrontare. Fino a oggi la società internazionale ha lavorato per la realizzazione degli MDG, che comprendono obiettivi quali la riduzione del numero di coloro che soffrono per povertà e fame. Gli MDG sono serviti a indirizzare e a unire gli sforzi provenienti da varie direzioni e discipline per diminuire le disparità di vita e di dignità di cui parlavo prima. Attualmente, da molti è stata richiesta l'elaborazione di un nuovo insieme di obiettivi dal 2015 in poi.
Accolgo favorevolmente il tentativo di definire tali obiettivi, e auspico che ereditino lo spirito degli MDG, ossia il desiderio di alleviare le distorsioni della nostra società globale generate dalla povertà e dalle disparità di reddito. Essi dovrebbero anche affrontare l'intera gamma delle questioni relative alla sicurezza umana che nessun paese può evitare, e unire così le persone in una impresa comune a tutta l'umanità del ventunesimo secolo.
A tal fine propongo che la Conferenza Rio+20 istituisca un gruppo di lavoro per analizzare tali obiettivi e dare inizio a un processo di dialogo. Per realizzare ciò, due sono i punti chiave: la sicurezza umana e la sostenibilità.
Come possiamo dunque intendere la sostenibilità? In termini semplici, penso che si potrebbe descrivere così: un modo di vivere nel quale ci si astiene dal ricercare la propria felicità a spese di quella degli altri; la determinazione di non lasciare in eredità alla prossima generazione il posto in cui viviamo, e il pianeta nel suo complesso, in condizioni più sporche o danneggiate di quando ci siamo arrivati noi; una società in cui il futuro non sia sacrificato ai bisogni passeggeri del presente ma vengano operate decisioni e scelte ottimali avendo in mente l'interesse dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Questi ideali non andrebbero perseguiti con un senso di costrizione o perché si deve obbedire a regole imposte dall'esterno, né come un fastidioso fardello di responsabilità. Piuttosto dovrebbero essere il risultato naturale del desiderio condiviso di cui parla l'economista John Kenneth Galbraith (1908-2006) nel nostro dialogo: il desiderio di creare «un secolo in cui le persone possano dire: "Mi piace vivere in questo mondo"».52
Ero mosso da sentimenti di questo tipo quando scrissi nella mia Proposta del 2008 che gli sforzi per realizzare gli MDG si dovevano concentrare non solo sul raggiungimento degli obiettivi ma anche nel far tornare il sorriso sul viso delle persone che ora stanno soffrendo. Ricordiamoci che non c'è bisogno di creare da zero l'etica necessaria alla realizzazione di tale visione. Essa è già espressa in molte tradizioni culturali e religiose che esprimono verità che la società contemporanea ha del tutto perso di vista. Per esempio gli Irochesi, nativi dell'America del nord, ci esortano: «Guardate sempre non solo al presente ma anche alle generazioni future, persino a coloro i cui volti si trovano ancora sotto la superficie della terra...».53
Analogamente, nelle scritture buddiste troviamo queste famose parole di Shakyamuni:
Ciò che si vede e ciò che non si vede,
Chi vive vicino e chi vive lontano,
Chi è nato e chi deve ancor nascere,
Possano tutti gli esseri viventi essere a loro agio.54
Per esplicitare l'etica che dovrebbe soggiacere a qualsiasi nuovo insieme di obiettivi da adottare dovremmo lavorare coscienziosamente, attraverso iniziative educative e di crescita di consapevolezza, in modo che essi non siano norme stabilite dall'esterno ma assumano il carattere di un voto radicato in quel tipo di apprezzamento della vita che tali enunciati esprimono.
Sarà inoltre necessario considerare attentamente problemi concreti come la povertà e le disparità di reddito, affrontare una varietà di pericoli imprevisti come i disastri naturali, arrestare la distruzione dell'ambiente naturale e umano e proteggere la biodiversità.
Nel portare avanti queste decisioni dobbiamo unire tutte le risorse di saggezza del mondo per rispondere alla domanda su quali siano lo stile di vita e il tipo di società in grado di proteggere più efficacemente la vita, i mezzi di sopravvivenza e la dignità delle persone che vivono sulla Terra, oggi e nel futuro.
Un nuovo futuro per l'energia
Anche l'uso "pacifico" dell'energia nucleare pone serie preoccupazioni per la salute delle persone e del pianeta, non solo per le difficoltà di stoccaggio e smaltimento delle scorie radioattive ma anche perché, in caso di incidenti alle centrali, a parità di dosi l'effetto sarebbe identico a quello derivante dallo scoppio di una bomba atomica. Per questo si auspica vivamente un rapido possaggio a una politica energetica non più basata sul nucleare
Le Nazioni Unite hanno definito il 2012 come Anno internazionale dell'energia sostenibile per tutti, sottolineando l'importanza della sostenibilità come elemento centrale nella riflessione sui problemi energetici. È in questo contesto che dobbiamo considerare le prospettive attuali e future riguardo alla produzione di energia nucleare.
Per ampiezza e gravità, l'incidente che si è verificato nella centrale nucleare di Fukushima, in conseguenza del terremoto e dello tsunami che hanno colpito il Giappone nel marzo scorso, si colloca nella stessa categoria dell'incidente di Three Mile Island nel 1979 e del disastro di Chernobyl nel 1986. La situazione non è ancora pienamente sotto controllo e non ci sono ancora prospettive né progetti chiari su come e dove immagazzinare le scorie e il terreno contaminati dalle emissioni radioattive, una minaccia permanente che continua a sconvolgere la vita di molte persone.
Secondo alcune stime ci vorranno circa quarant'anni per rimuovere tutto il combustibile e gli altri materiali radioattivi dal reattore, per smantellarlo completamente e disattivare in sicurezza tutto l'impianto. Vi sono questioni irrisolte su quali siano le misure più attuabili per risanare l'ambiente intorno all'impianto nelle aree pesantemente contaminate dagli agenti radioattivi. Anche gli effetti a lungo termine sulla salute umana non sono chiari, e l'insieme di tutti questi fattori costituisce un peso insormontabile per la presente generazione e per quelle future.
Per più di trent'anni ho espresso enormi preoccupazioni per le imponderabili implicazioni di un grave incidente in una centrale nucleare. Le conseguenze negative che derivano anche dal funzionamento normale e senza incidenti di questi impianti, in termini di necessità di smaltimento delle scorie radioattive, potrebbero durare centinaia e anche migliaia di anni. A tutt'oggi non è ancora stata trovata una soluzione efficace al problema dello stoccaggio di tali prodotti di scarto altamente radioattivi.
Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon ha osservato in proposito: «Come abbiamo dolorosamente appreso ancora una volta, gli incidenti nucleari non rispettano i confini. Essi pongono una minaccia diretta per la salute umana e per l'ambiente. [...] E poiché l'impatto è transnazionale, questi problemi andrebbero discussi a livello globale».55
I problemi posti dalla generazione di energia nucleare hanno effettivamente una portata tale da non poter essere efficacemente affrontati all'interno dei confini della politica energetica nazionale dei singoli paesi. Per il Giappone, che si trova in una zona geografica dove si verificano il dieci per cento dei terremoti mondiali e dove gli tsunami e la devastazione che arrecano sono realtà storiche incontrovertibili, sembra impossibile essere ottimisti riguardo alla possibilità di prevenire efficacemente questi incidenti.
Perciò auspico vivamente un rapido passaggio a una politica energetica non più basata sull'energia nucleare. Il Giappone dovrebbe collaborare con gli altri paesi che sono già all'avanguardia nell'introduzione di fonti di energia rinnovabili, e intraprendere progetti di sviluppo congiunti per realizzare riduzioni sostanziali dei costi di tali tecnologie. Dovrebbe assumersi anche la missione di promuovere innovazioni tecnologiche che possano favorire l'introduzione di nuove fonti energetiche nei paesi in via di sviluppo che attualmente sono alle prese con questo problema.
Per effettuare questa transizione è necessario prendere misure adeguate per favorire la crescita di basi industriali alternative nelle comunità che dipendono economicamente dagli impianti nucleari e che hanno contribuito a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale.
L'energia nucleare presenta molte questioni alla società internazionale ed è urgente che tutti gli Stati collaborino alla loro risoluzione. Lo scorso aprile, nel venticinquesimo anniversario del disastro di Chernobyl, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha scritto un editoriale nel quale affermava: «Perciò, dobbiamo considerare la questione della sicurezza del nucleare civile con la stessa serietà che riserviamo al problema delle armi nucleari».56
In effetti, a parità di dose, il danno alla salute umana e all'ambiente naturale che deriva dall'esposizione alla radioattività è esattamente lo stesso qualsiasi sia la fonte da cui essa proviene: l'uso effettivo di armi nucleari; l'emissione di radioattività che ne accompagna lo sviluppo, la produzione e i test; un incidente in una centrale nucleare.
In questo mezzo secolo e più dall'entrata in funzione della prima centrale nucleare in Unione Sovietica nel 1954, non solo molti reattori hanno raggiunto il termine della loro prevista durata di vita, ma il volume totale delle scorie radioattive continua ad aumentare senza sosta a un ritmo direttamente proporzionale al numero di centrali nucleari operative.
Fino a oggi l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) è stata al centro dell'impegno per la ricerca e lo sviluppo di un uso "pacifico" dell'energia nucleare, dando assistenza al funzionamento delle centrali, favorendo lo scambio del know-how scientifico e tecnologico, e impedendo che materiali e tecnologie nucleari venissero deviati verso scopi militari. La situazione globale che riguarda la produzione di energia nucleare, venuta alla ribalta in seguito all'incidente di Fukushima, rende imperativo che oltre a queste responsabilità la AIEA si assuma quella di promuovere la cooperazione internazionale riguardo alla parte finale del ciclo del combustibile nucleare.
Oltre a rafforzare ulteriormente la cooperazione internazionale per la gestione delle scorie radioattive, la AIEA deve svolgere un ruolo centrale nello sviluppo di interventi più efficaci in caso di incidenti nelle centrali nucleari e per l'eliminazione dei reattori nucleari obsolescenti.
Mettere fuori legge le armi nucleari
Le armi atomiche, come affermò Josei Toda nella sua dichiarazione del 1957, non possono in nessun caso essere accettate come male necessario, ma vanno considerate un male assoluto da rifiutare ed estirpare. Occorre dare forma concreta a un accordo legalmente vincolante per la proibizione e la messa al bando di tali ordigni, che esprima la coscienza condivisa dell'umanità
Ora vorrei suggerire alcune idee concrete per arrivare alla proibizione e all'abolizione degli armamenti nucleari.
L'incidente nucleare di Fukushima in un certo senso ricorda l'inquinamento radioattivo liberato dai test delle armi nucleari condotti a partire dagli anni '50. Quest'anno cade il cinquantacinquesimo anniversario della dichiarazione per l'abolizione delle armi nucleari pronunciata dal secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda. Il retroterra storico di quella dichiarazione era la competizione sempre più accanita fra gli Stati nucleari per sviluppare armamenti sempre più grandi e potenti.
Toda affermò: «Sebbene nel mondo stia prendendo forma un movimento per la messa al bando degli esperimenti sulle armi atomiche o nucleari, è mio desiderio andare oltre, attaccare il problema alla radice. Voglio denudare e strappare gli artigli che si celano nelle estreme profondità di simili ordigni».57 Stava esprimendo la sua convinzione del fatto che, pur essendo ovviamente essenziale proibire i test nucleari, sarebbe stato impossibile giungere a una soluzione più radicale e profonda del problema se non fossero state messe in discussione le idee sulla sicurezza nazionale che davano per scontate le sofferenze e il sacrificio di un gran numero di cittadini comuni.
Prima di questa dichiarazione Toda aveva proposto l'idea di chikyu minzokushugi, che potremmo tradurre come "nazione globale" o "unità di fondo dei popoli del mondo", e che corrisponde a quella che oggi chiamiamo "cittadinanza globale".
Essa incarnava il suo rifiuto dell'idea che fosse ammissibile sacrificare in guerra un paese, una nazione o un popolo. Attraverso la solidarietà dei cittadini comuni Toda cercava di arrivare all'abolizione della guerra.
Questa era la motivazione della dichiarazione che pronunciò nel settembre 1957, solo sei mesi prima di morire. Concentrandosi sugli armamenti nucleari, mettendo a nudo e strappando gli "artigli" che si celano dentro di loro, cercava di eliminare quello che considerava "l'unico male", l'impedimento fondamentale ai progressi su questo fronte. Egli inoltre espresse la speranza che a realizzare tale impresa sarebbero dovute essere le giovani generazioni.
Anche quando le armi nucleari non sono impiegate in un attacco vero e proprio, il processo con il quale vengono prodotte, testate e conservate produce pesanti danni e sofferenze sia agli esseri umani sia all'ambiente naturale, come dimostrò l'enorme danno prodotto dai test statunitensi della bomba a idrogeno nell'atollo di Bikini del marzo 1954 [vedi box p. 38], tre anni prima della dichiarazione di Toda. E anche la cessazione dei test non risolverebbe pienamente questi problemi, perché la decisione di possedere armi nucleari denota di per sé che si è disposti a sacrificare la vita di un gran numero di persone e la salute dell'ambiente globale in nome della sicurezza nazionale. Tale modo di pensare può giustificare qualsiasi cosa in ragione della necessità militare.
Le armi nucleari rappresentano l'incarnazione suprema di questa mentalità. Il Buddismo usa il termine "oscurità fondamentale della vita" per descrivere la sorgente più profonda dell'avidità, della collera e della stupidità, quelle spinte ingannevoli dell'animo umano dalle quali hanno origine la guerra e altre calamità. È da questo aspetto oscurato della natura umana che sorgono il disprezzo e l'odio verso gli altri e anche un atteggiamento crudele e spietato verso la vita. Anche riuscendo in qualche modo a evitare l'uso concreto delle armi nucleari, senza vincere questo impulso a non rispettare e a trascurare la vita è impossibile trasformare quel modo di pensare che produce l'infelicità e la sofferenza della guerra.
Questo era il punto che il presidente Toda cercava di sottolineare: le armi nucleari non possono, mai e poi mai, essere accettate come male necessario; vanno considerate un male assoluto da rifiutare, proibire ed estirpare.
L'aspetto della necessità militare fu una delle questioni che la Corte internazionale di giustizia (ICJ, International Court of Justice) non riuscì a risolvere nel suo storico Parere consultivo sulla legalità della minaccia o dell'uso delle armi nucleari (Advisory Opinion on the Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons) del 1996. Pur ritenendo che la minaccia o l'uso delle armi nucleari andassero considerati in linea generale illegali alla luce della Legge umanitaria internazionale, la ICJ stabilì che non era in grado di formulare un giudizio definitivo in merito a «circostanze estreme di autodifesa, nelle quali è a rischio la sopravvivenza stessa di uno Stato».58
L'accordo raggiunto all'unanimità dalla Conferenza degli Stati parti per la revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) del 2010 può essere interpretato come un modo per colmare questa lacuna legale e rafforzare la tesi a favore dell'illegalità delle armi nucleari.
Per citare la delibera finale della Conferenza: «La Conferenza esprime profonda preoccupazione per le catastrofiche conseguenze umanitarie di qualunque uso di armi nucleari e riafferma la necessità che tutti gli Stati, in ogni occasione, ottemperino sempre alla legge internazionale pertinente, inclusa la Legge umanitaria internazionale».59
La frase «tutti gli stati, in ogni occasione» indica un obbligo legale che non ammette alcuna eccezione.
Nella mia Proposta per l'abolizione degli armamenti nucleari pubblicata nel settembre 2009 (cfr. BS, 138) lanciai un appello per la creazione di un movimento che manifestasse la volontà della popolazione mondiale di mettere fuori legge le armi nucleari. Tale movimento avrebbe stabilito e messo a punto entro il 2015 una norma internazionale in base alla quale una Convenzione sulle armi nucleari (NWC, Nuclear Weapons Convention) potesse formalmente mettere al bando questi ordigni di distruzione di massa.
L'accordo raggiunto dalla Conferenza di revisione del NPT del 2010 offre un'apertura di importanza cruciale in questo senso. Occorre affrettarsi a dare inizio al processo che renda tale accordo legalmente vincolante sotto forma di trattato.
In genere il processo con il quale si generano nuove norme internazionali attraversa tre fasi:
- le limitazioni della norma in vigore diventano evidenti e ci sono richieste per l'adozione di un nuovo approccio;
- la condivisione di tale necessità si diffonde, dando impulso a una "cascata" di governi che sostengono la nuova norma;
- la nuova norma è ampiamente accettata dalla comunità internazionale, viene formalizzata e ottiene un'espressione istituzionale come strumento legalmente vincolante.
Credo che per quanto riguarda la proibizione degli armamenti nucleari ci troviamo attualmente a un punto di svolta, all'inizio del secondo stadio e appena prima dell'inizio della "cascata". Questa mia opinione è supportata dai seguenti recenti sviluppi:
- L'iniziativa della società civile, nel 1997, di redigere un modello di Convenzione sulle armi nucleari è stata seguita da una sua bozza rivista nel 2007, a dimostrazione che il processo di revisione delle misure legali necessarie per realizzare la proibizione e l'abolizione delle armi nucleari è già ben avviato.
- Dal 1996 la Malesia e altri Stati propongono annualmente, all'Assemblea Generale dell'ONU, una risoluzione in cui si chiede l'avvio di negoziati per una Convenzione sulle armi nucleari. Il supporto degli Stati membri a questa risoluzione ha continuato a crescere e l'anno scorso erano centotrenta le nazioni sostenitrici, fra cui Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Iran.
- Nel 2008 il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon ha proposto negoziati per una Convenzione sulle armi nucleari e per un insieme di strumenti separati mutuamente rinforzanti.
- La Conferenza per la Revisione del NPT del 2010 ha citato questa proposta nel suo documento finale, adottato con il consenso unanime di tutti i partecipanti.
- Anche l'Unione interparlamentare (IPU, Inter-Parliamentary Union), alla quale appartengono centocinquantanove paesi fra cui Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina, ha espresso all'unanimità il suo sostegno a questa proposta.
- I Sindaci per la pace (Mayors for Peace), a cui appartengono più di cinquemilacento città e municipalità di tutto il mondo, sta cercando attivamente di dare avvio a pre-negoziati in vista di una Convenzione sulle armi nucleari. Anche l'InterAction Council, un gruppo composto da ex capi di Stato e di governo, ha auspicato che venga stipulata una Convenzione di questo tipo.
- Nel settembre 2009 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha tenuto una speciale sessione del summit nella quale è stata adottata la Risoluzione del consiglio di sicurezza 1887 che si impegna a realizzare iniziative miranti a creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari.
- Il peggioramento della situazione del bilancio di vari paesi in conseguenza dell'attuale crisi economica ha indotto un serio ripensamento riguardo alle spese militari anche negli Stati detentori di armi nucleari, dove finalmente sono stati messi in discussione i costi di tali armamenti.
È chiaro che di per sé nessuno di questi sviluppi rappresenta un passo avanti decisivo, ma sono convinto che nel loro complesso essi costituiscano una spinta coerente e irreversibile verso l'obiettivo di un mondo finalmente libero dalle armi nucleari. Il ruolo trainante svolto dalla società civile nella stesura di una bozza di Convenzione sulle armi nucleari, e nell'impegno attivo per l'avvio di negoziati attraverso petizioni e altre iniziative, dimostra che la sorgente spirituale e normativa in grado di generare un tale trattato esiste come presenza vitale nel cuore e nella mente dei cittadini del mondo.
Ciò che occorre adesso è prendere questa consapevolezza viva e vitale - la determinazione che la tragedia provocata dalle armi nucleari non dovrà mai più ripetersi e che umanità e armi nulceari non possono coesistere - e darle forma concreta con un accordo legalmente vincolante che esprima la coscienza condivisa dell'umanità.
IL TEST STATUNITENSE SUGLI ARMAMENTI NUCLEARI NELL'ATOLLO DI BIKINI
Nell’atollo di Bikini, una delle isole Marshall, il primo marzo 1954 fu fatto esplodere dagli Stati Uniti il dispositivo nucleare più potente mai testato fino ad allora: una bomba a idrogeno circa mille volte più potente della bomba atomica sganciata su Hiroshima. Il fall-out radioattivo contaminò un’area di oceano ampia più di settemila miglia marine quadrate che comprendeva anche alcune isole abitate i cui residenti subirono gravi conseguenze per la salute a breve e a lungo termine a causa dell’esposizione alle radiazioni. Fra le persone contaminate vi furono anche i ventitré uomini dell’equipaggio della Lucky Dragon n. 5, una barca da pesca giapponese che operava nelle vicinanze, e ciò accese le proteste a livello globale contro i test nucleari. L’atollo di Bikini è tuttora inabitabile a causa della presenza di radionuclidi negli alimenti prodotti localmente.
Allargare la compagine sociale antinucleare
Dobbiamo dare avvio a negoziati concreti per realizzare una Convenzione sulle armi nucleari stabilendo un quadro per l'abolizione di tali armi in condizioni di sicurezza fisica e psicologica. Ciò permetterà agli Stati di diminuire i contrasti e fare passi concreti verso una mutua riduzione delle minacce. Per arrivare a questo occorre che un gran numero di persone in tutto il mondo capiscaquanto la presenza di arsenali atomici incida direttamente sulla loro dignità umana e su quella dei loro discendenti
Occorre un forte impegno per dare inizio a un processo a cascata che porti alla realizzazione di una Convenzione sulle armi nucleari. A tale fine sono convinto che per indirizzare l'attenzione e la volontà della popolazione mondiale, soprattutto dei giovani, verso lo scopo di un mondo senza armi nucleari, ci si debba focalizzare oltre che sullo spirito della Legge umanitaria internazionale anche sui principi dei diritti umani e della sostenibilità. Ritengo infatti che concentrarsi sui diritti umani e sulla sostenibilità chiarisca quanto sia inaccettabile il peso del mantenimento di politiche di sicurezza basate sugli armamenti nucleari - che questi vengano usati o meno - che grava sulla generazione presente e su quelle future.
La Convenzione internazionale sui diritti civili e politici del 1966 è uno dei documenti fondamentali che garantiscono i diritti umani a livello globale. Nel 1984 il Comitato per i diritti umani, con mandato di supervisione per l'applicazione della Convenzione, pubblicò un Commento generale che conteneva le seguenti dichiarazioni: «È evidente che progettare, testare, costruire, possedere e schierare armi nucleari costituisce una fra le più gravi minacce al diritto alla vita che l'umanità si trova di fronte attualmente...».
«Inoltre l'esistenza stessa e la gravità di questa minaccia genera un clima di sospetto e paura fra gli Stati, che è di per sé opposto alla promozione del rispetto universale e dell'osservanza dei diritti umani e delle libertà fondamentali in accordo con la Carta delle Nazioni Unite e la Convenzione internazionale sui diritti umani».60
Finché continueranno a esistere le armi nucleari persisterà anche la tentazione di minacciare gli altri con la supremazia della propria forza militare. Ciò produce un circolo vizioso nel quale la minaccia genera insicurezza, che a sua volta alimenta un'ulteriore espansione della capacità militare e di fatto incoraggia la proliferazione delle armi nucleari. L'impatto destabilizzante sul nostro mondo è stato ed è incalcolabile.
Siamo ora costretti a riflettere sulla portata dei miglioramenti e degli ampliamenti del benessere e delle opportunità educative che sarebbero stati possibili se l'enorme quantità di risorse materiali e umane impiegate per la produzione di armi nucleari e convenzionali fosse stata diretta a proteggere la vita umana, i mezzi di sussistenza e la dignità.
La natura del mondo in cui viviamo fu oggetto di un'incisiva critica da parte di Bertrand Russell (1872-1970), il filosofo noto, fra l'altro, per aver redatto nel 1955 insieme ad Albert Einstein (1879-1955) un appello per l'abolizione della guerra e l'eliminazione delle armi nucleari: «Il nostro mondo ha generato uno strano concetto di sicurezza e un perverso senso della moralità. Le armi sono conservate come tesori mentre i bambini sono esposti all'incenerimento».61
Spinto dal desiderio pressante di ribaltare quella situazione crudele e assurda denunciata da Russell, nella proposta che scrissi nel 2010 sostenni che, se si voleva applicare lo spirito dell'articolo 26 della Carta dell'ONU, il perseguimento del disarmo era un imperativo umanitario.
Inoltre, dal punto di vista della sostenibilità, cito Jakob Kellenberger, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, che nell'aprile del 2010 ha pubblicato il seguente monito: «Le armi nucleari sono uniche per il loro potere distruttivo, per l'indicibile sofferenza umana che causano, per l'impossibilità di controllarne gli effetti nello spazio e nel tempo, per il rischio di escalation che creano e per la minaccia che rappresentano per l'ambiente, le generazioni future e la sopravvivenza stessa dell'umanità».62
È un avvertimento urgente, che riguarda la natura disumana delle armi nucleari e la minaccia che esse rappresentano per la sostenibilità. Un messaggio che gli Stati detentori di armi nucleari devono ascoltare, insieme all'appello per l'eliminazione delle armi nucleari contenuto nella risoluzione adottata dal Consiglio dei delegati del movimento internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa nel novembre 2011.
Il nostro mondo continua a essere minacciato da più di ventimila testate nucleari. Ciò rappresenta la capacità di uccidere o ferire gravemente tutti i popoli della Terra e la loro progenie, e di distruggere l'ecosistema globale più e più volte. Ci chiediamo cosa esattamente si stia proteggendo con questa inimmaginabile capacità distruttiva. Se anche una piccola parte della popolazione di una delle nazioni combattenti dovesse sopravvivere, ciò che la attenderebbe non potrebbe essere certo chiamato futuro.
Aggiungendo alle motivazioni già espresse dalla Legge umanitaria internazionale le considerazioni relative ai diritti umani e alla sostenibilità - questioni universali che impattano su ogni essere umano vivente - possiamo allargare notevolmente i gruppi sociali attivi che stanno lavorando per un mondo senza armi nucleari.
In particolare, spero che un'enfasi su tali aspetti possa indurre un mutamento nel modo di pensare dei cittadini degli Stati detentori di armi nucleari e dei paesi i cui popoli hanno vissuto sotto l'ombrello della "deterrenza allargata" offerta da questi Stati. È determinante che arrivino a comprendere come il proseguimento delle politiche di detenzione di armi nucleari e di deterrenza rappresenti una grave violazione dei loro stessi diritti umani e una minaccia alle prospettive di un futuro sostenibile.
Dobbiamo dare avvio a negoziati concreti che culminino nella realizzazione di una Convenzione sulle armi nucleari. Un modo per farlo potrebbe essere presentare tale Convenzione come un trattato base che istituisca il quadro legale di un mondo libero dagli armamenti nucleari, accompagnato da un insieme di protocolli a esso associati. Il trattato base permetterebbe agli Stati firmatari di assumere un impegno chiaro per un mondo senza armi nucleari alla luce degli imperativi della Legge umanitaria internazionale, dei diritti umani e della sostenibilità, e di impegnarsi a evitare qualsiasi azione che comprometta la realizzazione di tale scopo o contrasti con tale principio. I protocolli separati potrebbero elencare attività vietate come lo sviluppo e la produzione di armi nucleari, il loro uso o minaccia di uso, e stabilire procedure di smantellamento e verifica.
Il punto chiave di questa proposta è stabilire un quadro che permetta a tutti i paesi di lavorare per l'impresa globale e comune a tutta l'umanità, l'abolizione delle armi nucleari, in condizioni di sicurezza fisica e psicologica.
Credo che questa formula possa far sì che gli Stati guardino oltre la loro attuale posizione sul nucleare e avanzino insieme verso lo scopo comune di un mondo libero dalle armi nucleari. Questo trattato renderebbe più facile, agli Stati che vi aderiscono, diminuire i contrasti e fare passi concreti verso una mutua riduzione delle minacce, mirando a raggiungere lo scopo che hanno concordato insieme.
Il quadro che sto proponendo potrebbe diventare la tabella di marcia per una transizione strutturale dalla minaccia reciproca alla garanzia di sicurezza reciproca. Anche nel caso in cui non fossero ratificati immediatamente i protocolli che porterebbero il trattato alla fase successiva di applicazione, si potrebbe prevenire la situazione attualmente prevalente caratterizzata da una grave mancanza di trasparenza e dalla minaccia di una proliferazione potenzialmente incontrollata. In sostituzione di tali misure si potrebbe istituire una moratoria delle armi nucleari basata su una chiara visione generale e normativa rivolta al futuro.
È essenziale che i preparativi di tutto ciò abbiano inizio il prima possibile. Le ONG e i governi più lungimiranti dovrebbero costituire un gruppo che si faccia carico di questa iniziativa, che chiamerei provvisoriamente "Gruppo di azione per una Convenzione sulle armi nucleari". La SGI è pronta ad assumere un ruolo attivo in questo processo.
Contemporaneamente alla preparazione della bozza-quadro del trattato base e allo sviluppo dei vari protocolli, sarà importante mobilitare globalmente l'opinione pubblica - spinta dall'energia e dalla passione dei giovani - per raccogliere il sostegno di un numero sempre maggiore di governi.
Sarei felice che una bozza-quadro concordata di questo trattato base per la proibizione e l'abolizione delle armi nucleari fosse stabilita, o ancor meglio firmata, entro il 2015, e propongo come sedi Hiroshima e Nagasaki.
Da diverso tempo ho esortato la comunità internazionale a convocare un vertice per l'abolizione delle armi nucleari che segni veramente il termine dell'era nucleare, da tenere a Hiroshima e Nagasaki in occasione del settantesimo anniversario del bombardamento di queste città con la partecipazione di leader nazionali e rappresentanti della società civile di tutto il mondo. E ho fatto notare che la Conferenza per la Revisione del NPT, prevista per il 2015, può costituire una buona opportunità per realizzare questo incontro.
Fino a oggi tutte le Conferenze di revisione del NPT si sono tenute a New York o a Ginevra, e ci sono difficoltà logistiche e di altro genere per un cambiamento di sede. Ma sia che assuma la forma di un vertice per l'abolizione del nucleare, sia che assuma quella di una sessione della Conferenza per la revisione del NPT, sono convinto che organizzare una simile riunione nei luoghi in cui furono fisicamente sganciate le bombe atomiche contribuirebbe a rinnovare la promessa di tutti i partecipanti - a partire dai capi di Stato e di governo presenti - di realizzare un mondo libero dalla minaccia delle armi nucleari, e a consolidare e rendere irreversibile la spinta verso questo scopo.
Negli ultimi anni l'ex segretario della Difesa USA William J. Perry, insieme all'ex segretario di stato Henry Kissinger e ad altri leader, ha pronunciato ripetuti appelli per un mondo libero dalle armi nucleari. E ha descritto così l'impressione ricevuta dalla sua visita alla Cupola della bomba atomica e al Peace Memorial Museum di Hiroshima: «Le orribili immagini delle conseguenze dei bombardamenti atomici sono adesso impresse indelebilmente nella mia mente. Ovviamente credevo di aver compreso già gli orrori delle armi nucleari. Ma vedere e sentire concretamente il terribile dolore creato da tali armi attraverso queste immagini ha reso più intensa la mia comprensione del loro enorme potere e della tragedia che possono scatenare. Questa esperienza ha rafforzato la mia determinazione che queste armi non devono mai più essere usate in alcun luogo della Terra».63 Chiunque visiti Hiroshima avrà una reazione diversa, ma sono sicuro che ognuno ne sarà toccato in maniera significativa.
In ultima analisi l'unico modo per uscire dall'attuale impasse, in cui la proliferazione continua senza sosta e lo scenario terrificante di un effettivo impiego di queste armi rimane una possibilità, è far sì che un gran numero di persone in tutto il mondo capisca che questo problema incide direttamente sulla loro vita, sulla loro dignità umana e su quella dei loro figli e dei loro nipoti.
Nel 2007, per commemorare il cinquantesimo anniversario dell'appello per l'abolizione delle armi nucleari del mio maestro Josei Toda, la SGI lanciò il Decennio delle persone comuni per l'abolizione del nucleare (People's Decade for Nuclear Abolition), allo scopo di radunare e concentrare le voci delle persone di tutto il mondo. La mostra contro le armi nucleari Da una cultura di violenza a una cultura di pace: trasformare lo spirito umano, creata come parte di questa campagna, è fino a oggi stata esposta in più di duecentoventi città di tutto il mondo.
Oltre a ciò la SGI sta collaborando alla Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN, International Campaign fot the Abolition of Nuclear Weapons) organizzata dall'associazione internazionale dei medici professionisti per la prevenzione della guerra nucleare (IPPNW, International Physicians for the Prevention of Nuclear War) per generare una solidarietà popolare a livello mondiale verso l'adozione di una Convenzione sulle armi nucleari; sta anche lavorando insieme all'agenzia di stampa Inter Press Service (IPS) in un progetto congiunto internazionale per promuovere la ricerca di proposte e idee per un mondo senza armi nucleari.
L'Istituto Toda per la pace globale e la ricerca politica, che ho fondato nel 1996, darà inizio a un progetto di ricerca a sostegno del movimento globale per l'espansione delle zone denuclearizzate (NWFZ, Nuclear-Weapon-Free Zones) come approccio locale verso la realizzazione di un mondo senza armi nucleari.
Sento sempre nel mio cuore le parole che disse il mio maestro più di mezzo secolo fa: «Chiedo a coloro che si considerano miei studenti e discepoli di ereditare lo spirito della dichiarazione che ho pronunciato oggi, e di far conoscere il suo contenuto in tutto il mondo».64
Lavorando al fianco dei giovani della SGI sono determinato ad adempiere al voto che feci al mio maestro di far sì che tutte le persone possano realizzare, grazie al loro impegno personale, un mondo senza armi nucleari. Nell'assumerci questa sfida senza precedenti, siamo decisi a collaborare con tutti coloro che condividono questa aspirazione e questo obiettivo.
Un voto condiviso
Non c'è forza più grande per risolvere le difficili questioni discusse in questa e in tutte le altre mie Proposte di pace che approfondire il senso di solidarietà fra tutti gli abitanti della Terra. Attivando la nostra energia di cittadini del mondo dal potenziale illimitato, si aprirà la strada
Nella presente proposta ho esaminato varie sfide con le quali misurarci, come la prevenzione e l'attenuazione dei disastri, la protezione dell'integrità dell'ambiente globale e la diminuzione della povertà, l'abolizione delle armi nucleari, offrendo idee concrete per la loro risoluzione. Nessuno di questi problemi può essere risolto da un giorno all'altro o senza un grande sforzo, ma sono convinto che concentrando l'attenzione e attivando l'energia dei comuni cittadini del mondo, ciascuno dei quali ha in sé un potenziale veramente illimitato, sicuramente si aprirà una strada.
Sessant'anni fa il mio maestro fece un appello a tutti gli abitanti del pianeta affinché si considerassero cittadini globali; cinque anni dopo pronunciò la dichiarazione a cui ho fatto riferimento qui, insistendo sulla necessità di proibire e abolire tutte le armi nucleari. Era fermamente convinto che oggi dobbiamo comportarci in modo da servire gli interessi degli esseri umani che vivranno fra cento o duecento anni.
Le parole piene di passione che mi comunicò e mi trasmise come suo discepolo sono state una inesauribile fonte di ispirazione, un voto che condivido e sono deciso a realizzare: «Non soltanto devi fare proposte concrete per la pace dell'umanità, devi anche lavorare in prima persona perché siano messe in pratica. E anche se non saranno pienamente o immediatamente accettate, saranno una "scintilla" dalla quale alla fine scaturirà un movimento per la pace simile a un grande fuoco. Le teorie che non si basano sulla realtà rimarranno sempre un futile esercizio. Le proposte concrete offrono la cornice per la trasformazione della realtà e possono servire a proteggere gli interessi dell'umanità».
Le Proposte di pace che ho continuato a scrivere ogni anno, dal 1983 a oggi, rappresentano lo sforzo per adempiere alla mia personale promessa al mio maestro.
Sono convinto che non vi sia forza più grande, per risolvere le difficili questioni discusse in questa e in tutte le mie Proposte, che approfondire il senso di solidarietà fra le persone di tutto il mondo. A tal fine io e i miei compagni di fede della SGI in centonovantadue aree e nazioni del mondo ci impegniamo, giorno dopo giorno, a cercare di accendere col dialogo una scintilla in grado di generare la fiamma del coraggio e della speranza.
La lotta per la pace - come quella per i diritti umani e per l'umanità - non è una di quelle imprese in cui una volta raggiunta la vetta della montagna si riesce a vedere l'obiettivo finale. Va piuttosto pensata come la creazione di un flusso ininterrotto e inarrestabile di impegno che colleghi una generazione a quella successiva, tramandandosi dall'una all'altra. Questa è la convinzione che ha sostenuto i nostri sforzi per costruire un futuro migliore per tutti.
Con questa ardente convinzione continueremo a promuovere un movimento di empowerment, un movimento per le persone e con le persone, che getti le fondamenta di una società globale di pace e coesistenza armoniosa.
Note
1) J. Toda, Toda Josei zenshu (Opere complete di Josei Toda), Seikyo Shimbunsha, Tokyo, 1981-90, vol. 3, p. 290.
2) CHS (Commission on Human Security), 2003, Human Security Now: The Report of the Commission on Human Security (Sicurezza umana ora: il Rapporto della Commissione sulla sicurezza umana), p. 8, http://ochaonline.un.org/OchaLinkClick.aspx?link=ocha&docId=1250396 (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
3) Ibidem, p. 4.
4) Ibidem, p. 78.
5) ILO (International Labour Organization) 2011, Global Employment Trends 2012: Preventing a Deeper Jobs Crisis (Le tendenze dell'occupazione globale 2012: prevenire una più profonda crisi del lavoro), http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---dcomm/---publ/documents/publication/wcms_171571.pdf (ultimo accesso 24 gennaio 2012).
6) ILO, Global Employment Trends for Youth: 2011 Update, http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_emp/---emp_elm/---trends/documents/publication/wcms_165455.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
7) R. W. Emerson, The Journals and Miscellaneous Notebooks of Ralph Waldo Emerson (Diari e taccuini di R. W. Emerson), Belknap Press/Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1960-82, vol. 8, p. 163.
8) Ibidem.
9) Lettera a Konichi-bo, RSND, 1, 591.
10) Ibidem.
11) A. de Saint-Exupéry, Wind, Sand and Stars (Vento, sabbia e stelle), trad. di Lewis Galantiére, Harcourt Inc., Orlando, Austin, New York, San Diego, London, 1992, p. 27.
12) S. Rees, G. Rodley, F. Stilwell, Beyond the Market: Alternatives to Economic Rationalism (Oltre il mercato: alternative al razonalismo economico), Pluto Press Australia, Leichhardt, 1993, p. 222.
13) T. Tada, Kamokunarukyojin (Il gigante silenzioso), Shueisha, Tokyo, 2007, p. 10.
14) Ibidem, p. 29.
15) A. J. Toynbee, Change and Habit: The Challenge of Our Time (Cambiamento e abitudine: la sfida del nostro tempo), Oxford University Press, New York and London, 1966, p. 3.
16) A. J. Toynbee, Civilization on Trial: and The World and the West, Meridian Books, New York, 1960, p. 19; cfr. edizione italiana, Civiltà al paragone, Bompiani, Milano, 2003.
17) A. J. Toynbee, P. Toynbee, Comparing Notes: A Dialogue Across a Generation (Note a confronto: un dialogo attraverso una generazione), Weidenfeld and Nicolson, London, 1963, p.19.
18) A. Toynbee, D. Ikeda, Dialoghi. L'uomo deve scegliere, Bompiani, Milano, 1988, p. 59.
19) RSND, 1, 6.
20) GZ, 171.
21) CHS, op. cit., p. 2.
22) RSND, 1, 25.
23) Assemblea generale dell'ONU 2010, Human Security: Report of the Secretary-General (Sicurezza umana: rapporto del Segretario generale), A/64/701, http://www.humansecuritygateway.com/documents/UNGA_A64701_ReportOfTheSecretaryGeneralOnHumanSecurity.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
24) J. Ortega y Gasset, Meditations on Quixote (Meditazioni sul Chisciotte), trad. di Evelyn Rugg e Diego Marín, University of Illinois Press, Urbana and Chicago, 2000, p. 45.
25) Nichiren Daishonin, Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 117, 52.
26) RSND, 1, 26.
27) CHS, op. cit., p. 4.
28) Ibidem, p. 11.
29) Ibidem, pp.11-12.
30) D. Cayley, Ivan Illich in Conversation, House of Anansi Press Inc, Toronto, 1992, p. 147.
31) Ibidem, p. 148.
32) R. W. Emerson, The Collected Works of Ralph Waldo Emerson (La raccolta delle opere di R. W. Emerson), Belknap Press/Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1971-2011, vol. 2, p. 73.
33) Saint- Exupéry, op. cit., pp. 38-39.
34) T. Tada, op. cit., p. 48.
35) K. Jaspers, Socrates, Buddha, Confucius, Jesus: The Paradigmatic Individuals (Le personalità decisive: Socrate, Budda, Confucio, Gesù), trad. di Ralph Manheim, Harcourt Brace & Co, San Diego, New York, London, 1962, p. 35; cfr. I grandi filosofi, Longanesi, 1973.
36) SGI (Soka Gakkai International), Soka Gakkai's Relief and Post-Disaster Recovery Support Activities Following the Great East Japan Earthquake on March 11, 2011 (Attività della Soka Gakkai per il soccorso e il sostegno alla ripresa successiva al disastro, in seguito al grande terremoto nel nord est del Giappone dell'11 marzo 2011), http://www.sgi.org/assets/pdf/Mr.%20Kawai's%20presentation%20at%20UNHCR.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
37) M. L. King Jr., Stride Toward Freedom: The Montgomery Story (Marcia per la libertà: la storia di Montgomery), Beacon Press, Boston, 2010, pp. 63-64.
38) Nichiren Daishonin, Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 125, 47.
39) WND, 2, 135.
40) W. M. Maathai, Unbowed: A Memoir (Indomita: una memoria), Arrow Books, London, 2008, p. 207.
41) W. M. Maathai, The Green Belt Movement: Sharing the Approach and the Experience (Il movimento della cintura verde: condividere l'approccio e l'esperienza), Lantern Books, New York, 2003, p. 72.
42) D. Ikeda, E. Boulding, Into Full Flower: Making Peace Cultures Happen (Una piena fioritura: rendere la cultura di pace una realtà), Dialogue Path Press, Cambridge, 2010, p. 113.
43) Ibidem, p. 92.
44) Ibidem, p. 113.
45) Japan, Cabinet Office, Director General for Disaster Management, 2011, Disaster Management in Japan (Gestione dei disastri in Giappone), p. 41, http://www.bousai.go.jp/1info/pdf/saigaipanf.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
46) A. Guterres, Climate Change, Natural Disasters and Human Displacement: a UNHCR Perspective (Cambiamento climatico, disastri naturali e spostamenti umani: una prospettiva dell'ACNUR), 2008, p. 7, http://www.unhcr.org/refworld/type,RESEARCH,UNHCR,,492bb6b92,0.html (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
47) E. Neumayer, T. Plümper, "The Gendered Nature of Natural Disasters: The Impact of Catastrophic Events on the Gender Gap in Life Expectancy, 1981-2002" (La natura di genere nei disastri naturali: l'impatto degli eventi catastrofici sulla disparità di genere nell'aspettativa di vita), Annals of the Association of American Geographers, 97 (3), p. 552.
48) ISDR (International Strategy for Disaster Reduction), 2005, Hyogo Framework for Action 2005-2015: Building the Resilience of Nations and Communities to Disasters (Costruire la resilienza di nazioni e comunità di fronte ai disastri), p. 4, http://www.unisdr.org/2005/wcdr/intergover/official-doc/L-docs/Hyogo-framework-for-action-english.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
49) D. Ikeda, A. K. Chowdhury, Atarashikichikyushakai no sozo e - Heiwa no bunka to Kokuren o kataru (Creare una nuova società globale - Un discorso sulle Nazioni Unite e una cultura di pace), Ushio shuppansha, Tokyo, 2011, pp. 340-341.
50) M. Bachelet, International Women's Day 2011: Time to Make the Promise of Equality a Reality: Message from UN Women Executive Director Michelle Bachelet on the occasion of International Women's Day, 8 marzo 2011 (Giornata internazionale della donna 2011: è tempo di rendere la promessa di uguaglianza una realtà), http://www.unwomen.org/2011/03/international-womens-day-2011-time-to-make-the-promise-of-equality-a-reality/ (ultimo accesso 19 dicembre 2011).
51) UNEP 2011, Young People Representing Half the Planet Campaign to Make Rio+20 a Green Economy Hit (Campagna dei giovani che rappresentano la metà del pianeta per rendere Rio+20 un successo per l'economia verde), http://www.unep.org/newscentre/default.aspx?DocumentID=2653&ArticleID=8879 (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
52) D. Ikeda, J. K. Galbraith, Ningenshugi no daiseiki o (Verso la creazione di un'era di umanesimo), Ushio shuppansha, Tokyo, 2005, p. 67.
53) Dekanawida, Gayanashagowa The Great Binding Law or Constitution of the Iroquois Nations, http://canadachannel.ca/HCO/index.php/1475_-_The_Iroquois_Constitution (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
54) The Amaravati Sangha, Karaniya Metta Sutta (Le parole del Budda sulla gentilezza amorevole), trad. 1994-2012, http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/kn/snp/snp.1.08.amar.html (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
55) Ban Ki-moon, "A Visit to Chernobyl", International Herald Tribune (Francia), 25 aprile 2011, http://www.un.org/sg/articles/articleFull.asp?TID=122&Type=Op-Ed (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
56) Ibidem.
57) J. Toda, op. cit., vol. 4, p. 565; BS, 138, 40.
58) ICJ, The Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, Advisory Opinion I. C. J. Reports 1996, p. 266, http://www.icj-cij.org/docket/files/95/7495.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
59) Assemblea Generale dell'ONU, 2010 Review Conference of the Parties to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons: Final Document, NPT/CONF.2010/50, vol. 1, p. 19, New York, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=NPT/CONF.2010/50 (VOL.I) (ultimo accesso 1 dicembre 2011).
60) UNHCR, CCPR General Comment No. 14: Article 6 (Right to Life) Nuclear Weapons and the Right to Life (Armi nucleari e diritto alla vita), 9 novembre 1984, http://www.unhcr.org/refworld/docid/453883f911.html (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
61) Citato in I. Abrams, The Words of Peace: Selections from the Speeches of the Winners of the Nobel Peace Prize (Le parole della pace: selezione dai discorsi dei premi Nobel per la pace), Newmarket Press, New York, 2008, p. 81.
62) J. Kellenberger, Bringing the Era of Nuclear Weapons to an End: Statement by Jakob Kellenberger, President of the ICRC, to the Geneva Diplomatic Corps (Far terminare l'era delle armi nucleari: dichiarazione di...), Ginevra, 20 aprile 2010, http://www.icrc.org/eng/resources/documents/statement/nuclear-weapons-statement-200410.htm (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
63) W. J. Perry, Kakunakisekai o motomete (Alla ricerca di un mondo non nucleare), trad. di Tsuyoshi Sunohara, Nihon Keizai Shuppansha, Tokyo, 2011, p. 175.
64) Toda, op. cit., vol. 4, p. 565.
(traduzione di Marialuisa Cellerino)
di Daisaku Ikeda
di Daisaku Ikeda
A partire dal 1983, mosso dal profondo desiderio di realizzare una società globale di pace e coesistenza, ho pubblicato ogni anno una proposta di pace in occasione del 26 gennaio, giorno in cui nel 1975 fu fondata la Soka Gakkai Internazionale (SGI). La presente proposta è dunque la trentesima.
In tutto il mondo i membri della SGI si dedicano - attraverso un movimento per la pace, la cultura e l'educazione - alla costruzione di una società globale in cui possa risplendere la dignità di ogni persona e tutti possano vivere sicuri. Le basi spirituali di questa impresa risiedono nella filosofia buddista, che si inchina di fronte alla vita intrinsecamente dotata di valore e dignità. In particolare, siamo ispirati dall'ardente desiderio espresso dal secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-1958): «Desidero che la parola "infelicità" non debba mai più essere usata per descrivere il mondo, o un paese, o un individuo».1
Sfortunatamente il pianeta continua a essere devastato da violenti conflitti e inquietudini sociali; molti popoli della Terra si trovano ad affrontare inaccettabili minacce alla loro vita e alla loro dignità come la povertà, la fame e la distruzione ambientale, mentre in molti luoghi si soffre ancora a causa delle violazioni dei diritti umani e delle discriminazioni. A ciò si aggiunge l'atroce spettacolo dei disastri naturali, che in un istante privano le persone della vita minando alla radice e distruggendo le fondamenta di intere società.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una serie di gravi catastrofi naturali, dal terremoto e tsunami nell'Oceano Indiano del 2004 al massiccio terremoto che ha colpito Haiti nel 2010, che hanno causato stragi di vite umane. Il Giappone è stato colpito da un terremoto e uno tsunami devastanti nel marzo dello scorso anno; altri terremoti si sono verificati in Nuova Zelanda e in Turchia; la Tailandia e le Filippine sono state sconvolte da alluvioni che hanno mietuto molte vittime e la Somalia e una parte consistente dell'Africa orientale soffrono di una grave siccità.
Vorrei offrire la mia più sentita partecipazione al dolore di tutte le popolazioni colpite da questi disastri, insieme alle mie preghiere per il riposo dei defunti e al sostegno morale alle persone che stanno lottando per la ricostruzione della propria vita e delle proprie comunità.
Il fisico giapponese Torahiko Terada (1878-1935), che sollecitò ripetutamente l'adozione di misure più efficaci nei confronti dei terremoti e degli tsunami, aveva fatto osservare che più la civiltà progredisce più intenso diventa l'impatto delle forze violente della natura.
Simbolo di ciò è la parziale fusione del nucleo della centrale nucleare di Fukushima, provocata dal terremoto e tsunami nel Tohoku dell'11 marzo 2011. La conseguente fuoriuscita di radiazioni ha contaminato una vasta zona che non si limita al territorio nazionale giapponese, e ha costretto un gran numero di persone ad abbandonare le proprie case senza sapere quando potranno farvi ritorno. Sussistono inoltre preoccupazioni riguardo agli effetti sulla salute dei bambini, sugli alimenti e sui prodotti agricoli.
L'impatto di questo duplice disastro naturale e umano non ha precedenti. Mette seriamente in discussione la dipendenza della società contemporanea dall'energia nucleare e, in termini più ampi, la portata e il ritmo dello sviluppo scientifico e tecnologico.
Nell'ottica della sicurezza umana
La vita delle persone e i loro mezzi di sussistenza sono gravemente minacciati da crisi e disastri imprevedibili che riguardano tutta la società. Bisogna saper affrontare tali eventi traumatici e proteggere con energia la vita e la dignità di uomini e donne
L'economista Amartya Sen da molto tempo richiama a gran voce l'attenzione sulle tragedie che possono investire le comunità umane senza preavviso. L'esperienza della grave carestia che colpì il Bengala, la sua terra natale, quando era ragazzo, lo ha spinto a condurre per tutta la vita ricerche socio-economiche animato dalla profonda preoccupazione per i problemi della povertà e della diseguaglianza. Ha sollecitato la promozione su scala globale di metodi e approcci per la "sicurezza umana" mirati alla protezione della vita, dei mezzi di sopravvivenza e della dignità delle persone, sottolineando in particolare i "rischi della privazione improvvisa": «Le incertezze che minacciano la sopravvivenza umana e la sicurezza della vita quotidiana, che mettono in pericolo la dignità naturale di uomini e donne, che espongono gli esseri umani alle insicurezze causate dalle malattie e dalle pestilenze, che sottopongono individui vulnerabili a una subitanea povertà causata dalla recessione economica, esigono che si presti particolare attenzione ai rischi di una privazione improvvisa».2
Il professor Sen sottolinea il fatto che non ci potrà mai essere una società autenticamente stabile e sicura a meno di non ridurre e, per quanto possibile, eliminare, le fonti di insicurezza e di minaccia al «nucleo vitale di ogni esistenza umana».3
I disastri naturali non sono le uniche minacce inattese; esse possono anche derivare dalle crisi economiche, che creano una diffusa insicurezza nella vita delle persone, o da un rapido degrado ambientale dovuto a cambiamenti climatici. Tutto ciò può potenzialmente avere un impatto sia sui paesi sviluppati sia su quelli in via di sviluppo.
Il Rapporto della Commissione sulla sicurezza umana del 2003, presieduta dal professor Sen e dalla dottoressa Sadako Ogata, afferma: «Secondo la prospettiva della sicurezza umana, quando le persone vivono crisi ripetute e disastri imprevedibili che le fanno soccombere - come la povertà estrema, le malattie, l'indebitamento oppure sconvolgimenti o disastri che riguardano tutta la società - ci dovrebbero essere delle mani pronte ad afferrarle».4
Nel settembre dello scorso anno il presidente della Banca mondiale Robert Zoellick fece notare con apprensione che il mondo era entrato in una nuova fase di pericolo e che sussisteva la preoccupazione che la reazione a catena delle crisi economiche avrebbe continuato a propagarsi da un paese all'altro. L'economia globale, stagnante sin dalla crisi finanziaria del 2008, è stata recentemente investita da una diffusa crisi del debito pubblico in Europa, partita dalla Grecia. La scorsa estate il credit rating (l'affidabilità creditizia) del debito pubblico degli Stati Uniti è stato declassato per la prima volta nella storia. Questi due eventi congiunti hanno contribuito a creare una crescente instabilità dei mercati finanziari e un ulteriore rallentamento dell'attività economica.
Secondo un recente rapporto dell'Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO, International Labour Organization), la disoccupazione riguarda quasi duecento milioni di persone nel mondo.5 In molti paesi la qualità della vita è sempre più a rischio, e l'impatto è particolarmente grave sui lavoratori più giovani, che in alcuni paesi hanno una probabilità doppia o tripla di essere disoccupati rispetto agli appartenenti ad altre fasce d'età,6 e anche quando riescono a trovare un impiego, spesso è part-time, irregolare o scarsamente retribuito. Questa condizione di insicurezza è ormai diventata un dato di fatto per i giovani in tutto il mondo.
Nelle scorse proposte avevo cercato di affrontare il tema delle distorsioni della società globale che hanno creato queste "disparità di vita" e "disparità di dignità". Mi riferisco all'inaccettabile diseguaglianza nel valore accordato alla vita e alla dignità degli esseri umani meramente in base alla società nella quale sono nati o alle circostanze in cui sono cresciuti.
Oltre a tali problemi strutturali, la vita, i mezzi di sussistenza e la dignità delle persone sono gravemente minacciati dai "rischi di una privazione improvvisa" come quelli determinati dai disastri naturali o dalle crisi economiche. È essenziale affrontarli, ed è questo l'aspetto sul quale vorrei concentrarmi e che desidero esplorare in questa proposta.
Il tormento della perdita
I disastri naturali, senza alcun preavviso, ci privano delle persone più care, della casa e di tutto ciò che ha fatto parte della nostra vita. Anche la perdita del lavoro deruba le persone del senso di scopo e della dignità dell'esistenza. In questi casi la società nel suo complesso deve saper offrire un sostegno a lungo termine
È nella natura degli eventi catastrofici distruggere in un istante le cose più preziose, necessarie e insostituibili per la vita umana. Niente è più devastante della perdita di persone che sono state parte integrante della nostra vita: il genitore che ci ha cresciuto, il compagno o la compagna con cui abbiamo condiviso gioie e dolori, il figlio o il nipote adorato, il caro amico o il vicino di casa.
Il Buddismo definisce questa condizione come l'inevitabile sofferenza di doversi separare da chi si ama. Nessuno è esente dal dolore lancinante che essa provoca.
Mi torna alla mente un episodio della vita del filosofo americano Ralph Waldo Emerson (1803-82), del quale ho amato le opere sin dalla gioventù. Nel suo diario riportò la morte del figlio di cinque anni con queste semplici parole: «Ieri sera, alle otto e quindici, la vita del mio piccolo Waldo è giunta al termine».7
Sin da giovane Emerson teneva un diario nel quale scriveva regolarmente le sue riflessioni filosofiche e letterarie. Questa commovente annotazione del doloroso evento sembra essere tutto ciò che riuscì a formulare in quel momento.
E forse ancora più indicativi della profondità del suo cordoglio sono i successivi due giorni di silenzio, quattro pagine bianche, rotto infine da questa nota: «Stamani il sole è sorto in cielo con la sua intensa luce, ma il paesaggio era macchiato da questa perdita. Perché questo bambino, pensando al quale così spesso mi sono addormentato e risvegliato, era per me l'ornamento della stella del mattino e della nuvola della sera...».8
Nel Buddismo i misteri della vita e della morte hanno sempre rivestito un interesse centrale. Nel 1276 Nichiren (1222-1282), fondatore della scuola buddista seguita dai membri della SGI, indirizzò una lettera a una credente che dopo la morte del marito aveva perso il figlio in una sciagura imprevista.
In essa egli esprime i sentimenti che immaginava si affollassero nel cuore di quella madre addolorata, consapevole che di certo stesse chiedendosi perché fosse morto suo figlio e non lei: «Perché non hanno preso te invece di tuo figlio? È crudele averti inflitto questo gran dolore lasciandoti sopravvivere».9 Con tali parole egli cerca di immedesimarsi in lei e condividere la sua sofferenza: «Sono certo che tu stessa non esiteresti a gettarti nelle fiamme o a spaccarti la testa se questo ti permettesse di rivedere ancora tuo figlio. Immaginando la tua sofferenza, le mie lacrime non cessano di scorrere».10
I disastri infliggono a un gran numero di persone, improvvisamente e senza alcun preavviso, la sofferenza della perdita di amici e di membri della famiglia. La società nel suo complesso deve essere preparata a offrire quel tipo di sostegno a lungo termine che è essenziale in questi casi.
Tragicamente i disastri distruggono anche le case, basi della vita quotidiana, e disgregano i legami all'interno della comunità. Una casa è ben di più di un semplice contenitore dei processi della vita; in essa è iscritta la storia della famiglia, ed è piena delle emozioni e delle sensazioni della vita di tutti i giorni. Racchiude quel particolare tipo di tempo che collega il passato al presente e il presente al futuro; la sua perdita crea una frattura nella storia della nostra vita.
Quando poi a essere devastate sono intere comunità, come nel caso dello tsunami che ha accompagnato il violento terremoto che ha colpito il Giappone nel marzo scorso, vengono recise in un istante le connessioni fra le persone e i luoghi. L'intensità di questa perdita cresce proporzionalmente al nostro amore e al nostro attaccamento alla comunità. E anche quando riescono a trovare un altro posto in cui vivere, le persone sono costrette ad adattarsi alla vita in un nuovo ambiente spesso senza il sostegno dei legami umani e delle relazioni che avevano costruito negli anni.
Quando penso alle penose sofferenze degli sfollati, mi tornano in mente le parole dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944): «Niente può veramente sostituire quel compagno. I vecchi amici non si creano dal niente. Niente può eguagliare il tesoro dei ricordi comuni, delle prove sopportate insieme, delle liti, delle riconciliazioni e delle emozioni generose. Non puoi piantare una ghianda al mattino con la speranza di sederti all'ombra di una quercia nel pomeriggio».11
A mio avviso il senso di queste parole, che esprimono il valore prezioso dei legami di amicizia e la tristezza provocata dalla loro perdita, si può riferire egualmente alla perdita della casa, della città o della comunità alle quali si è abituati. Questa è una realtà che dovremmo sempre tenere a mente.
Allo stesso modo, l'improvvisa distruzione della sede di lavoro deruba le persone dei propri mezzi di sostentamento e, quindi, del senso di scopo e della dignità che così tante persone traggono dal lavoro. Attualmente sto portando avanti un dialogo con il professor Stuart Rees della Sydney Peace Foundation, in Australia, sul tema della pace e della giustizia. Un aspetto di questo argomento è il problema della disoccupazione, che rappresenta una minaccia inaccettabile alla dignità umana.
Come ha scritto Rees: «Alle persone [disoccupate] viene negato quel profondo senso di autostima che deriva dal lavoro, nel senso di guadagnarsi da vivere, di avere la soddisfazione di realizzare qualcosa e di dare un contributo alla società».12
Tomio Tada (1934-2010), immunologo di fama mondiale, che all'età di sessantasette anni fu colpito da un ictus invalidante, descrisse così lo shock che provò quando si rese conto che avrebbe dovuto abbandonare il lavoro che stava svolgendo: «Da quel giorno tutto cambiò: la mia vita, i miei obiettivi, le mie gioie, la mia tristezza. Tutto fu diverso da prima».13 «E mentre ci pensavo ero sopraffatto da un intollerabile senso di perdita che mi divorava senza pietà. Dovevo abbandonare tutto».14
Il lavoro e l'impiego sono una sorta di conferma di essere necessari alla società. Grazie al costante adempimento di una funzione che noi e solo noi possiamo svolgere, il lavoro può costituire una fonte di realizzazione e di orgoglio anche se non arreca fama o riconoscimenti. Per coloro che hanno perso la casa e i beni in un disastro e devono affrontare tutte le difficoltà di vivere da sfollati, la perdita del lavoro non solo rappresenta un'interruzione delle proprie fonti di sostentamento economico ma può minare ulteriormente il senso di radicamento spirituale necessario per andare avanti.
Per questa ragione credo che sia di tutti noi la responsabilità di sostenere le persone nella ricostruzione della loro vita aiutandole a riacquisire un senso di speranza e, soprattutto se sono state costrette a cambiare residenza o lavoro, a scoprire nuovi luoghi dove ritrovare un senso di appartenenza.
Le lezioni della storia
La nostra esperienza passata è l'unica luce sul futuro (A. J. Toynbee). Le contraddizioni del mondo odierno hanno radici nei millenni che ci hanno preceduto. Il trattato di Nichiren Daishonin Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese fornisce un sistema di pensiero attraverso il quale leggere la situazione contemporanea
Cosa possiamo fare per contenere le tragedie che derivano sia dai disastri naturali sia dal complesso dei problemi mondiali? È chiaro che, se vogliamo impedire che le dimensioni della sofferenza aumentino ancora di più, se vogliamo che la parola "infelicità" non sia più impiegata per descrivere il mondo, dobbiamo sviluppare nuovi progetti e nuove risposte concrete.
E qui penso che siano importanti le parole di Arnold J. Toynbee (1899-1975), uno dei più grandi storici del ventesimo secolo: «La nostra esperienza passata è l'unica nostra luce sul futuro».15
Sono trascorsi quarant'anni da quando visitai Toynbee nella sua casa di Londra, dietro suo invito, e intraprendemmo un ampio dialogo. Un argomento sul quale ritornava sempre, sia nelle nostre conversazioni sia nei suoi scritti, riguardava le "lezioni della storia". Fondamentale nella sua visione di storico era ciò che chiamava «la contemporaneità filosofica di tutte le civiltà».16
Il suo pensiero su questo punto fu in gran parte ispirato da un'intuizione che ebbe poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando stava tenendo una lezione sulla descrizione fatta da Tucidide della guerra del Peloponneso nel V secolo a.C.: «Capii improvvisamente - racconta lo storico inglese - che le esperienze che avevamo appena avuto erano molto simili a quelle di cui parlava Tucidide all'inizio della guerra del Peloponneso. Sentii che era del tutto irrilevante che lo separassero da noi ventitre secoli. La totalità della sua esperienza è contenuta nel nostro futuro».17
Grazie a questa profonda comprensione Toynbee riuscì a leggere le lezioni di millenni di storia umana come direttamente corrisponenti alle contraddizioni del mondo di oggi. Nel nostro dialogo affermò: «Non dobbiamo permettere che le minacce alla sopravvivenza del genere umano generino in noi una reazione disfattista, passiva o indifferente».18 Non dimenticherò mai l'impressione che mi fecero queste parole.
Allo stesso modo credo che sia appropriato considerare il trattato di Nichiren Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese (giapp. Rissho ankoku ron) come un sistema di pensiero attraverso il quale inquadrare la situazione contemporanea. Nichiren lo indirizzò nel 1260 a Hojo Tokiyori (1227-1263), la più importante personalità politica dello shogunato di Kamakura.
L'opera inizia con queste dolorose considerazioni: «Negli ultimi anni si sono manifestate insolite perturbazioni nel cielo e strani fenomeni sulla terra. Carestie e pestilenze affliggono ogni angolo dell'impero e si diffondono in tutto il paese. Buoi e cavalli cadono morti per la strada e le loro ossa ricoprono le vie maestre».19
Infatti il Giappone era stato colpito da una serie di disastri che avevano ucciso moltissime persone e provocato sofferenze inaudite. Nichiren scrisse questo trattato spinto da un insopprimibile anelito a trovare un modo per alleviare la sofferenza della gente.
Il ruolo dello Stato
Secondo Nichiren Daishonin, chi è al potere dovrebbe avere come priorità il benessere e la sicurezza delle persone comuni, servendo i loro interessi e proteggendo le basi della loro esistenza
e felicità. Settecentocinquanta anni dopo, il rapporto della Commissione sulla sicurezza umana, riconoscendo le gravi carenze dello Stato e le sue responsabilità nelle minacce per la sicurezza della gente, ribadisce gli stessi concetti
Rileggendo Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese alla luce delle condizioni attuali e delle urgenze per la sicurezza umana, ci sono tre aspetti che mi colpiscono in maniera particolare.
Il primo è l'assunto filosofico che le massime priorità dello Stato devono essere il benessere e la sicurezza delle persone comuni.
Le idee esposte in questo trattato formano il nucleo della filosofia buddista di Nichiren; ne è prova il fatto che, nel corso della sua vita, egli fece ripetutamente copie manoscritte dell'opera. Esaminando le copie di suo pugno giunte fino a noi emerge un fatto importante. Per indicare i termini "terra" o "paese" Nichiren usa, oltre ai consueti caratteri cinesi - una cornice quadrata che rappresenta mura o confini all'interno della quale vi è il simbolo del re oppure di un'arma -, un carattere nel quale all'interno delle mura o dei confini sono contenuti i tratti che rappresentano il popolo, le persone comuni. Nella gran parte dei casi egli usa questo carattere, proprio per indicare che la base dello Stato è costituita dalle persone e dalla loro vita, non dall'autorità politica o dalla forza militare. Si può dire che la filosofia di Nichiren sia condensata in questa scelta dei caratteri cinesi.
In un'altra occasione egli scrisse che chi era al potere doveva essere «le mani e i piedi del popolo»,20 doveva cioè servire gli interessi delle persone comuni proteggendo le basi della loro esistenza e della loro felicità.
Scrivendo e inviando il trattato a colui che di fatto era il capo politico del suo tempo, Nichiren cercava di esprimergli le sue rimostranze convinto che una comprensione corretta della filosfia buddista avrebbe potuto dissolvere l'oscurità e la confusione in cui la società era avvolta. Non occorre dire che si trattava di un'impresa estremamente rischiosa, e infatti Nichiren fu esiliato per due volte e subì numerosi attentati alla sua vita pur non avendo commesso alcun crimine.
A settecentocinquanta anni dalla sua stesura questo testo colpisce ancora per la sua rilevanza, specialmente riguardo alle questioni inerenti alla sicurezza umana che ora suscitano tanta attenzione. A questo proposito si può citare nuovamente il Rapporto della Commissione sulla sicurezza umana del 2003: «Lo Stato rimane il garante fondamentale della sicurezza. Eppure spesso manca di adempiere ai suoi obblighi relativi alla sicurezza, e a volte diventa persino una fonte di minaccia per il suo stesso popolo. Perciò, adesso l'attenzione deve essere reindirizzata dalla sicurezza dello Stato alla sicurezza delle persone, la sicurezza umana».21
A questo proposito occorre domandarsi che scopo abbia l'esistenza dello Stato se questo, pur avendo successo in termini economici o militari, non compie sforzi per alleviare le sofferenze dei suoi cittadini e offrire sostegno alla loro ricerca di una vita dignitosa.
I disastri e le crisi portano alla luce le linee di faglia nella società che altrimenti rimarrebbero nascoste, rivelando la particolare vulnerabilità degli anziani, delle donne, dei bambini, delle persone con disabilità e di quelle emarginate dalle disparità economiche.
Sicuramente è stato così all'indomani del terremoto che ha colpito il Giappone nel marzo scorso. Se consideriamo il tremendo fardello di sofferenza che grava sulle spalle di ogni abitante delle regioni colpite, ma specialmente di queste persone più vulnerabili, è impossibile non essere costernati dall'incredibile lentezza della risposta politica.
Riconoscere la nostra interconnessione
Come dichiara Nichiren Daishonin, non possiamo sperimentare la felicità in condizioni di isolamento e neppure possiamo ignorare l'infelicità degli altri. Questa visione del mondo, consapevole della nostra profonda interdipendenza, si riflette oggigiorno nella comune responsabilità di cittadini globali che si adoperano per aiutare altri popoli a risollevarsi dopo i disastri e si impegnano per la sostenibilità a favore delle generazioni future
Il secondo aspetto del trattato di Nichiren che vorrei considerare è il suo appello per l'adozione di una visione del mondo radicata nella viva consapevolezza della nostra interconnessione. Per citare un passo nodale: «Se vi preoccupate anche solo un po' della vostra sicurezza personale, dovreste prima di tutto pregare per l'ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quadranti del paese».22 Egli esprime il concetto che, così come non possiamo sperimentare felicità e sicurezza in isolamento - godendone anche se gli altri soffrono della loro mancanza - allo stesso modo non possiamo vivere al riparo dall'infelicità e dalle minacce che affliggono gli altri.
In un mondo sempre più interdipendente, ciò che ora sembra avere un impatto, per quanto violento, soltanto locale, in realtà costituisce una potenziale minaccia su scala globale, come dimostra il problema del cambiamento climatico. E anche i rischi che al momento sembrano di lieve entità, se non vengono affrontati diventeranno problemi estremamente difficili da gestire per le generazioni future.
L'importanza di considerare la dimensione spaziale e temporale delle minacce è stata analizzata in un rapporto presentato nel 2010 all'Assemblea generale dell'ONU dal Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon: «Avendo compreso che particolari costellazioni di minacce agli individui e alle comunità si traducono in più ampie brecce nella sicurezza interna e interstati, la sicurezza umana cerca di prevenire e mitigare il verificarsi di minacce future».23
In ciò risiede il significato dell'idea buddista per la quale se non ci sono pace e sicurezza nei «quattro quadranti del paese», cioè nella società nel suo complesso, la nostra sicurezza personale o individuale si rivelerà illusoria.
Questo modo di pensare trova le sue radici nell'insegnamento buddista dell'"origine dipendente" (un'interdipendenza profonda o esistenziale). Le parole del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955) che ho citato spesso nelle mie Proposte: «Io sono me stesso più il mio ambiente; se io non lo salvo, non posso salvare me stesso» affrontano lo stesso punto, così come il suo monito a «salvare... i fenomeni, che vuol dire cercare il significato di ciò che ci circonda».24
Quando accade una tragedia, in tutto il mondo le persone di solito rispondono manifestando la loro sincera preoccupazione e offrendo sostegno materiale. Tali manifestazioni di empatia e solidarietà rappresentano un'infinita sorgente di coraggio, una vivida luce di speranza per le vittime del disastro.
Nella Raccolta degli insegnamenti orali è scritto: «Le sofferenze differenti che tutti gli esseri viventi sopportano sono tutte sofferenze personali di Nichiren».25 E in Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese Nichiren descrive un modo di vivere caratterizzato da un'intima risonanza con il dolore degli altri e dall'impegno instancabile per alleviarlo. Quando parla dei quattro quadranti del paese e della nazione, l'ambito a cui si riferisce con preoccupazione è in realtà molto più ampio in termini di spazio e di tempo, come possiamo evincere dall'uso ripetuto della parola "Jambudvipa" (termine della cosmologia tradizionale buddista che indica il mondo intero) e dai suoi riferimenti all'"illimitato futuro".
Oggi ciò si può esprimere come la determinazione di non ignorare la tragedia ovunque essa accada (dimensione spaziale) e di impedire che i lasciti negativi del presente gravino sulle generazioni future (dimensione temporale). Il primo aspetto si può intendere anche come la consapevolezza della nostra responsabilità in qualità di cittadini globali, il secondo come un impegno per la sostenibilità.
Come esseri umani condividiamo quest'unico pianeta che alla fine tramanderemo ai nostri figli. Alla base di tutte le nostre azioni ci deve essere l'indispensabile e piena consapevolezza della totalità delle dimensioni dell'interconnessione della vita.
La centralità dell'empowerment
«La sicurezza umana si deve costruire sull'energia e le aspirazioni delle persone e basarsi sulle capacità di agire per il bene proprio e degli altri», dice la Commissione sulla sicurezza umana. Ciò risuona con il pensiero di Nichiren Daishonin secondo il quale l'unica strada per uscire dal vicolo cieco in cui si trovava la società della sua epoca era che le persone credessero nelle reciproche capacità e lavorassero insieme per farle emergere
Il terzo aspetto del trattato di Nichiren che vorrei affrontare è la rilevanza che attribuisce a ciò che in termini contemporanei chiamiamo empowerment, e in particolare la sua intuizione del fatto che il massimo dell'empowerment si realizza quando attraverso il dialogo passiamo da una comune consapevolezza e preoccupazione per una situazione difficile all'impegno e alla decisione condivisa di risolverla.
Come molti altri testi o scritture buddiste, Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese è in forma di dialogo, uno scambio di domande e risposte fra un visitatore, che rappresenta l'autorità secolare, e un padrone di casa, che rappresenta il punto di vista buddista.
In apertura, un viaggiatore si ferma presso la casa dell'ospite e qui essi discutono ed esprimono la loro profonda angoscia per la serie ininterrotta di disastri che hanno colpito il paese. È questa comune preoccupazione e la determinazione di riuscire in qualche modo a riportare sotto controllo la situazione che permette loro di guardare oltre le differenze fra le rispettive posizioni e iniziare un dialogo.
Man mano che il dialogo prosegue, il padrone di casa e il suo ospite espongono francamente i loro punti di vista, basati sulle loro profonde convinzioni. Il padrone di casa, rispondendo alla rabbia e alla confusione che a tratti il suo ospite esprime, esamina scrupolosamente ogni dubbio di quest'ultimo, fino a risolverlo.
Attraverso questo drammatico incontro-scontro cuore a cuore, l'ospite infine si convince pienamente della correttezza delle affermazioni del padrone di casa ed esprime il voto emerso dalla loro preoccupazione comune: «Non basta che soltanto io creda nelle vostre parole, ma mi impegnerò ad avvisare anche gli altri dei loro errori».26
La conclusione che infine raggiungono grazie a questo processo dialogico è un potente riconoscimento della necessità di credere nelle possibilità illimitate dell'essere umano, ed è proprio questo il messaggio del Sutra del Loto che costituisce l'essenza degli insegnamenti buddisti: la fede nell'asserzione che ogni persona possiede un potenziale infinito e ha la capacità di far emergere la propria unica ed essenziale dignità.
Risvegliarsi a tale dignità può riaccendere la fiamma della speranza in una persona immersa nella più profonda disperazione, la quale, a sua volta, può accendere la speranza in un'altra persona. L'impeto di rinnovamento umano che ne risulta ha il potere di disperdere la confusione e l'oscurità che avvolgono la società.
Nuovamente, le parole della Commissione sulla sicurezza umana sono in sintonia con le idee espresse in questo antico testo: per esempio, la sicurezza umana si deve «costruire sull'energia e le aspirazioni delle persone»27 e una delle chiavi è «la capacità delle persone di agire per il proprio bene e per il bene degli altri».28
«La domanda principale di ogni attività per la sicurezza umana non dovrebbe essere: "Cosa possiamo fare?" bensì: "Quanto questa attività si basa sull'impegno e sulle capacità delle persone direttamente interessate?».29
Descrivendo il caos e la confusione del suo tempo, Nichiren deplorava il fatto che le persone comuni fossero state del tutto private del loro potere di autodeterminazione. Il susseguirsi di calamità aveva pesato gravemente sul morale della gente e molti avevano perso la voglia di vivere. Inoltre l'etica prevalente della società incoraggiava le persone a evitare di affrontare la realtà e a ricercare la tranquillità unicamente nell'ambito della vita interiore.
Secondo Nichiren gli insegnamenti che indicavano la rassegnazione o la fuga dalla realtà come via di salvezza erano l'"unico male" che annebbiava la vista delle persone, rendendole cieche al potenziale illimitato che in realtà possedevano. Per Nichiren l'unica strada percorribile per uscire dal vicolo cieco in cui si trovava la società era che le persone credessero nelle reciproche capacità e lavorassero insieme per farle emergere.
A questo proposito ricordo un episodio narrato dal filosofo austriaco Ivan Illich (1926-2002), che ci esortava a non aver paura di essere «una candela nel buio».30 Descrive la sua amicizia con un vescovo cattolico, Hélder Câmara (1909-1999), che stava lottando contro le atrocità della giunta militare brasiliana all'inizio degli anni '60. Câmara tentò di stabilire un dialogo con un generale che in seguito sarebbe diventato uno dei torturatori più crudeli del Brasile. Il suo tentativo fallì e dopo che il generale se ne fu andato il vescovo cadde in un lungo silenzio. Infine si rivolse a Illich e disse: «Tu non devi mai arrenderti. Finché una persona è viva, da qualche parte sotto la cenere è rimasto un piccolo residuo di fuoco e non abbiamo altro compito che... Tu devi soffiare... con cura, soffiare con molta cura... e soffiare... e vedere se si accende. Non devi preoccuparti se il fuoco si riaccenderà o no, tutto ciò che devi fare è soffiare».31
Su un certo piano le parole di Câmara: «Tu non devi mai arrenderti» rappresentano il tentativo di ritrovare la propria determinazione, ma allo stesso tempo comunicano l'importanza di offrire un incoraggiamento con tutto il cuore a chi si trova nel baratro della disperazione.
Lo spirito dell'empowerment consiste nel soffiare con cura su quel "piccolo residuo di fuoco" presente nell'animo sia dei nostri sostenitori che dei nostri oppositori. Credo che questa fede, questo sforzo paziente, sia stata la forza motrice delle battaglie per i diritti umani del Mahatma Gandhi (1896-1948) e di Martin Luther King jr. (1929-1968), così come di coloro che guidarono le rivoluzioni popolari nell'Europa orientale che portarono alla fine della guerra fredda e, più recentemente, del movimento per la democrazia definito "primavera araba".
Durante gli anni bui dei conflitti della guerra fredda visitai paesi comunisti come l'URSS e la Cina per promuovere scambi mirati ad allentare le tensioni e alimentare la comprensione reciproca. Mi sono anche impegnato nel dialogo con i leader intellettuali e politici di varie culture e religioni del mondo. Questi sforzi per coltivare l'amicizia al di là dei confini sono stati animati dalla convinzione che l'unica base duratura per costruire una società globale di coesistenza pacifica sta nella trasformazione di ogni singolo cuore. E ciò si può realizzare solo attraverso dialoghi e interazioni che tocchino ciascuno di noi nel profondo.
La guarigione del cuore
Per ristabilire la salute e l'equilibrio mentale delle persone occorre una vera e propria ricostruzione delle profondità della vita, che non può prescindere dal sostegno e dall'aiuto degli altri. Anche Shakyamuni, che si rivolgeva a tutti come un amico, si sforzava di comprendere il cuore e la mente di ogni persona con cui entrava in contattoper chiarire la natura essenziale della sua sofferenza e aiutarla a trovare in sé i mezzi per superarla
Dei tre aspetti del trattato di Nichiren che ho analizzato, credo che l'empowerment sia di particolare rilevanza per ristabilire la salute e l'equilibrio mentale delle persone, una vera e propria "guarigione del cuore". Questa ricostruzione mentale e spirituale è una sfida fra le più difficili, e richiede molto tempo.
Prima facevo riferimento alla dichiarazione della Commissione sulla sicurezza umana riguardo al fatto che tale sicurezza si deve «costruire sull'energia e le aspirazioni delle persone». Un'impresa che risulta difficile, se non impossibile, quando gli individui l'affrontano isolatamente; ma che diventa molto più facile quando la vita è illuminata dalla speranza. Per questo, se vogliamo usare una metafora, alle persone occorrono le funi di sicurezza dei legami cuore a cuore e i chiodi da roccia dell'incoraggiamento per continuare la scalata delle ripide scogliere della vita.
Ne sono esempio le vite dei tre personaggi che ho citato in precedenza: Emerson, Saint-Exupéry e Tada.
La vita di Emerson fu segnata non soltanto dalla perdita del figlio ma anche dalla morte prematura della prima moglie e di due fratelli. In seguito lo scrittore riuscì a giungere alla considerazione che queste numerose perdite avevano assunto «l'aspetto di una guida o di un genio»32 che gli forniva lo slancio necessario ad attuare cambiamenti positivi nel suo modo di vivere.
E anche Saint-Exupéry più tardi scrisse: «Ciò che salva un uomo è fare un passo, poi un altro passo. È sempre lo stesso passo, ma bisogna farlo [...]. Solo l'ignoto spaventa gli uomini. Ma quando un uomo ha affrontato l'ignoto, quel terrore gli è ormai noto».33
L'immunologo Tomio Tada alla fine riuscì a tornare a scrivere, e ispirandosi alla Divina Commedia di Dante appuntò queste parole: «Se la mia condizione è infernale, lasciate che scriva il mio inferno». E disse anche: «Non so cosa mi attende, ma so che rappresenterà la prova che io ho vissuto».34 Così riuscì a restituire significato alla sua vita.
Dietro ognuna di queste storie di guarigione dalla tragedia c'è sicuramente il sostegno e l'aiuto degli altri.
Il filosofo William James (1842-1910) svolse un'indagine sui sopravvissuti al terremoto che devastò San Francisco nel 1906 e osservò che quando le persone riuscivano a condividere le loro esperienze si avvertiva una netta differenza nella loro percezione della sofferenza e del senso di perdita. Anche se tale condivisione non si traduceva immediatamente nella capacità di andare avanti, riusciva però a incoraggiare le persone schiacciate dal dolore a guardare al futuro.
Con questo intento dobbiamo imparare a prestare ascolto alle parole che sgorgano da un'altra anima, a lasciare che il nostro cuore frema del dolore di un altro, a soffiare con pazienza l'alito della vita su quella piccola brace che giace nascosta nel cuore di un altro.
Come osservò il filosofo tedesco Karl Jaspers (1883-1969), il vasto corpo di insegnamenti lasciati da Shakyamuni - i sutra noti come l'insieme degli ottantamila insegnamenti - per la maggior parte riportano parole dette a singoli individui o a piccoli gruppi. Perché Shakyamuni credeva che «parlare a tutti è parlare a ogni individuo».35 Quindi i suoi insegnamenti furono esposti per rispondere a specifiche preoccupazioni e sofferenze di singole persone.
Rivolgendosi agli altri da "amico", Shakyamuni si sforzava di comprenderne il cuore e la mente per chiarire la natura essenziale della loro sofferenza e aiutarli a vedere dentro di sé il mezzo per superarla. Come dimostra la parabola dell'uomo colpito da una freccia avvelenata [vedi box], la saggezza del Buddismo non fa uso di concetti metafisici o astratti né di complicate discussioni filosofiche, ma scaturisce inesauribile dal desiderio profondo di alleviare le sofferenze di ogni singolo e specifico individuo.
Questo possiamo vederlo anche negli insegnamenti di Nichiren. Nelle lettere che indirizza ai suoi seguaci abbraccia ciascuno di loro rattristandosi per le loro difficoltà come se fossero le proprie. Le sue parole ci parlano ancora oggi dandoci importanti indicazioni su come vivere, proprio perché sono la cristallizzazione della sua preghiera piena di compassione e della sua determinazione di aiutare i suoi seguaci a vivere senza farsi sconfiggere da tali ardue prove.
LA PARABOLA DELLA FRECCIA AVVELENATA
Un giorno, un nuovo seguace pose al Budda una serie di domande metafisiche. Il Budda rispose con la parabola di un uomo che era stato colpito da una freccia avvelenata. Anche se i parenti e gli amici dell'uomo avevano cercato un medico che lo guarisse, questi si rifiutò di farsi estrarre la freccia prima di sapere chi l'aveva tirata, la sua casa, il suo nome, l'altezza, la provenienza, che tipo di arco aveva usato, di cosa era fatto, chi aveva messo le piume alla freccia e quali piume avesse usato. Prima di riuscire a ottenere tutte queste risposte, l'uomo morì. Il Budda utilizzò questa parabola per dimostrare l'insensatezza che deriva dall'ossessione per la speculazione astratta.
Con la gente
Il Buddismo insegna che indipendentemente dalle nostre circostanze individuali possiamo sempre riscoprire in noi la capacità di sostenere gli altri. L'aiuto reciproco nei periodi di crisi e l'incoraggiamento a fare insieme il primo passo per la ripresa sono le azioni più importanti perché dissolvono l'oscurità della disperazione e mettono in moto la possibilità di ricostruire dalla base un'intera comunità
Oggi in tutto il mondo i membri della SGI continuano a impegnarsi per forgiare legami cuore a cuore con i loro concittadini attraverso la pratica del dialogo da persona a persona, costruendo reti di incoraggiamento reciproco. In momenti di emergenza, come durante i disastri naturali, abbiamo aperto i nostri centri agli sfollati, abbiamo trasportato e distribuito generi di soccorso, abbiamo contribuito alla pulizia e al risanamento e ci siamo impegnati in numerose altre attività di soccorso. I singoli membri hanno continuato individualmente a incoraggiare e sostenere i loro vicini anche quando dovevano sopportare in prima persona i dolorosi effetti del disastro.
Queste azioni sono espressioni spontanee della preoccupazione per gli altri e dell'insopprimibile desiderio di aiutare. Sono un'estensione naturale delle attività religiose quotidiane basate sulla condivisione delle gioie e dei dolori delle altre persone e sulla profonda ricerca di quel tipo di felicità che si prova soltanto quando è condivisa.
Nel giugno 2011, in occasione delle consultazioni annuali dell'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ACNUR (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR), con le organizzazioni non governative (ONG), una sessione è stata dedicata al ruolo delle organizzazioni basate sulla fede (FBO, Faith-Based Organizations). Ciò dimostra la crescente attenzione nei confronti del contributo che le FBO possono dare nell'aiutare le persone colpite dalle tragedie che investono la società.
Sulla base dell'esperienza del terremoto e dello tsunami in Giappone, un rappresentante della SGI presente alla sessione ha detto nel suo discorso: «Anche in un ambiente complesso e insicuro, è l'empowerment dei sopravvissuti che sostiene e rende efficaci i soccorsi umanitari attraverso l'auto-aiuto e la partecipazione. Le FBO sono in una posizione tale da poter dare un grosso contributo in questo senso».36
Un esempio di questo tipo di empowerment è l'episodio descritto da Martin Luther King jr. di una donna anziana che stava partecipando all'azione di boicottaggio degli autobus di Montgomery (1955-56), che consisteva nel rifiuto di viaggiare sugli autobus dove era applicata la segregazione razziale. Un uomo che stava sostenendo il boicottaggio si fermò e la invitò a salire in macchina con lui, ma lei declinò l'invito e disse: «Non sto andando a piedi per me. Lo sto facendo per i miei figli e i miei nipoti».37
Nelle fasi seguenti a un disastro ci sono innumerevoli persone che pur essendo ferite fisicamente o emotivamente entrano in azione spinte dal desiderio di fare il possibile per aiutare gli amici, i familiari e le persone che vedono in difficoltà.
Il Buddismo insegna che, indipendentemente dalle nostre circostanze individuali, possiamo sempre riscoprire in noi la capacità di aiutare gli altri, e ci assicura che chi ha sofferto di più ha diritto a una maggiore felicità.
Nelle scritture buddiste si legge: «Le Torri preziose non sono altro che tutti gli esseri viventi».38 Ciò significa che la Torre preziosa di dimensioni cosmiche descritta nel Sutra del Loto (cfr. pp. 60 e seguenti) non è altro che l'essenza originale di ogni singolo essere umano. Una persona che si è risvegliata a questa dignità primordiale si impossessa di una condizione interiore indistruttibile. È un senso di dignità che nessuna minaccia o tribolazione può minare. Come affermano i sutra: «Un elefante impazzito può distruggere il vostro corpo, ma non distrugge la vostra mente».39
Man mano che sempre più persone sviluppano questa convinzione, aiutando chi è devastato dalla sofferenza a fare insieme il primo passo nel processo di ripresa, sorgeranno innumerevoli Torri preziose che metteranno in moto la ricostruzione della comunità. Questo è il principio che soggiace alla nostra fede e costituisce il fondamento di ogni attività della SGI.
Come abbiamo visto in seguito ai disastri degli ultimi anni, ci sono molti esempi in tutto il mondo di reti di sostegno reciproco nelle comunità e di attività di volontariato che coinvolgono persone di ogni estrazione sociale, che entrano in azione nel momento in cui le autorità locali sono sopraffatte dalle difficoltà. Credo che lo stesso impulso sia alla base degli aiuti e degli incoraggiamenti offerti dai popoli delle altre nazioni.
Il comportamento della gente in questi periodi di calamità dimostra l'importanza di alimentare costantemente i legami di sostegno e di instillare un'etica di aiuto reciproco. Questo è il modo migliore per rafforzare la capacità delle società di rispondere ai "rischi della privazione improvvisa".
Wangari Maathai (1940-2011), premio Nobel per la pace deceduta lo scorso anno, diede origine al movimento della Cintura verde (Green Belt, vedi box p. 22) in Kenya e in altre parti dell'Africa come un mezzo per restituire a ogni persona il proprio personale potere di contrastare la minaccia della distruzione ambientale. Il movimento incontrò numerosi ostacoli e subì vari attacchi, e molti degli alberi appena piantati furono danneggiati o distrutti. «Eppure questi alberi, come noi, sono sopravvissuti - scrisse Maathai -. Sono venute le piogge e il sole splendente e in men che non si dica gli alberi hanno ricominciato a mettere nuove foglie e nuovi germogli».40 Non dimenticheremo mai l'incoraggiamento racchiuso in queste parole.
Sosteneva che il movimento della Cintura verde era riuscito a tirar fuori le energie della gente comune perché era «strutturato in modo da evitare di spingere le persone a lavorare per gli altri ma piuttosto a lavorare con gli altri».41
Credo che lo spirito di lavorare con gli altri invece di lavorare per gli altri sia la chiave per generare quel ciclo di empowerment che si autorafforza del quale sto parlando. Questo processo, messo in moto e diretto dalle persone stesse, può dissolvere l'oscurità della disperazione e far sì che all'orizzonte sorga un sole ardente di speranza per il futuro.
IL MOVOMENTO DELLA CINTURA VERDE
È un'organizzazione laica fondata da Wangari Maathai nel 1977 mentre prestava servizio nel Consiglio nazionale delle donne del Kenya con l'idea di realizzare un programma a livello popolare per piantare alberi e contrastare così i problemi della deforestazione, dell'erosione del suolo e della mancanza di acqua nelle zone rurali del Kenya. Da allora sono stati aggiunti agli obiettivi del movimento anche l'empowerment delle donne, il patrocinio dei loro diritti, la pratica di forme corrette di sviluppo economico e il turismo ecologico. In tutta l'Africa sono stati piantati più di quaranta milioni di alberi e oltre trentamila donne hanno appreso nozioni di silvicoltura, trasformazione dei prodotti alimentari, apicoltura e altre competenze. Nel 2004 Maathai è stata la prima donna africana a ricevere il premio Nobel per la pace, per il «suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace». Il movimento della Cintura verde mira a piantare un miliardo di alberi in tutto il mondo nel prossimo decennio. (http://www.greenbeltmovement.org)
Una chiara visione del futuro
Se pensiamo alla nostra esistenza in una cornice temporale più vasta, immaginando con chiarezza i risultati che vogliamo raggiungere, potremo generare il potere necessario per superare le barriere e gli ostacoli che si interpongono alla costruzione del domani. I valori dell'umanesimo, dei diritti umani e della sostenibilità dovrebbero essere gli elementi centrali di qualsiasi visione del futuro che l'umanità arrivi a condividere
Vorrei discutere adesso di alcune proposte concrete per affrontare varie minacce che colpiscono gravemente la vita delle persone, la loro dignità e le basi della loro sopravvivenza.
Ma prima può essere utile accennare a due osservazioni di Elise Boulding (1920-2010), tra le primissime sostenitrici di una cultura di pace: l'importanza di agire avendo chiara la visione del futuro che vogliamo e il valore di pensare in termini di un quadro temporale che definisce «il presente di duecento anni».42
Riguardo al primo punto, Elise Boulding mi narrò il seguente episodio. Negli anni '60, a una riunione di accademici che studiavano gli aspetti economici del disarmo, chiese ai partecipanti che aspetto avrebbe avuto secondo loro un mondo totalmente privo di armi. E, con sua sorpresa, le risposero che non ne avevano idea e che pensavano che il loro lavoro fosse solo spiegare e convincere gli altri che il disarmo era possibile. «Come potevano dedicarsi con tutto il cuore a un movimento del quale non potevano neanche immaginare il risultato?».43
Penso che sia una domanda fondamentale. Per quanto la pace e il disarmo siano importanti, se il movimento che si sforza di realizzarli non è profondamente basato su una visione chiara e definita, non sarà in grado di generare il potere necessario per superare le barriere e gli ostacoli che la realtà presenta. Elise Boulding comprese che una visione condivisa unisce le persone e permette loro di "dedicarsi con tutto il cuore".
L'altra sua osservazione, relativa al concetto del presente di duecento anni, riguarda il vivere con la consapevolezza di un arco di tempo che va da cento anni prima di oggi fino a cento anni dopo: «Noi non viviamo solo nel presente: se il momento presente fosse tutto, saremmo schiacciati dagli eventi».44 Ma se pensiamo alla nostra esistenza in una cornice temporale più vasta, possiamo partecipare alla vita di una moltitudine di persone, dai bambini nati quest'anno agli anziani che celebrano il loro centesimo compleanno. In tal modo la studiosa ha sottolineato l'importanza di vivere con la visione di una comunità più vasta della quale noi siamo parte.
Questa idea ci permette di rivolgere i nostri pensieri a coloro che hanno vissuto varie forme di sofferenza e, allo stesso tempo, ci ispira un senso di responsabilità nel creare un futuro in cui tali sofferenze non ricadano sulle generazioni a venire.
Tenendo a mente queste idee suggerite da Elise Boulding, proporrei che i valori dell'umanitarismo, dei diritti umani e della sostenibilità fossero gli elementi centrali di qualsiasi visione del futuro che l'umanità possa condividere. La visione di un mondo che:
- rifiutando di trascurare la tragedia umana ovunque essa si verifichi, si unisca nella solidarietà per superare i pericoli;
- basandosi sull'empowerment degli individui, consideri prioritario garantire la dignità e il diritto di ogni persona a vivere in pace;
- memore delle lezioni del passato, impedisca alle generazioni che devono ancora nascere di raccogliere l'eredità negativa della storia umana, e impieghi tutte le sue energie nella trasformazione di questa eredità.
Questa è la visione che sostiene le mie proposte di pace sin dal 1983.
Quando si ha a che fare con un problema apparentemente irrisolvibile, spostare l'attenzione su una visione chiara costituisce il filo di Arianna che ci permette di trovare l'uscita del labirinto, e ci serve anche per generare approcci alternativi che portino un cambiamento.
Partendo da queste considerazioni mi concentrerò su tre questioni importanti - le calamità naturali, il degrado ambientale e la povertà, gli armamenti nucleari - ciascuna delle quali si presenta carica di fardelli e minacce per le generazioni future che più tarderemo ad affrontare più aumenteranno.
Un approccio basato sui diritti
Per ridurre i danni causati dai disastri è essenziale essere preparati a dare sostegno alle persone colpite e che le strutture istituzionali impegnate nelle attività di soccorso e protezione della dignità delle persone riservino un'attenzione costante ai diritti umani delle popolazioni coinvolte
Riguardo alla "riduzione dei rischi di disastro" (un nuovo sistema per la prevenzione delle crisi sviluppato dalla cooperazione internazionale, n.d.r.), propongo di rafforzare le strutture internazionali per il sostegno alle popolazioni colpite dai disastri, in particolare adottando un approccio basato sui diritti e regolarizzando il coinvolgimento dell'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugati (ACNUR).
Attualmente l'impegno dell'ONU nel promuovere una cooperazione internazionale per ridurre i danni causati dai disastri in un'ottica preventiva è imperniato sulla Strategia internazionale per la riduzione dei disastri (UNISDR, International Strategy for Disaster Reduction). Al tempo stesso però, data la natura imprevedibile di queste calamità, è essenziale essere preparati a dare sostegno alle persone colpite quando esse si verificano.
Voglio qui ribadire che insieme all'urgenza degli aiuti umanitari anche i diritti umani devono acquisire un'importanza centrale in ogni attività di soccorso, in particolare il diritto delle persone colpite dai disastri a vivere con dignità.
Nello specifico propongo che le attività di soccorso per i profughi e in generale per le persone colpite dai disastri, finora gestite caso per caso dall'ACNUR, siano ufficialmente incluse nel mandato di tale organizzazione. Nel corso della sua storia, l'ACNUR ha ampliato la portata e il numero dei beneficiari delle proprie attività. Oltre alla protezione dei rifugiati - il suo mandato originale - attualmente è responsabile degli aiuti agli sfollati interni (coloro che fuggono dalle proprie abitazioni a causa di conflitti, tumulti o violazioni dei diritti umani ma rimangono nel proprio paese, n.d.r.) e alle popolazioni colpite dalla guerra, così come della protezione dei richiedenti asilo e degli apolidi. L'articolo 9 del mandato dell'ACNUR ne sancisce l'impegno in attività aggiuntive che possono essere deliberate dall'Assemblea Generale dell'ONU, mentre risoluzioni successive dell'Assemblea Generale hanno posto le basi normative per tali attività.
Secondo i dati, attualmente nel mondo circa centosessanta milioni di persone subiscono l'impatto dei disastri naturali, e ogni anno centomila persone perdono la vita per questo motivo. Rispetto al 1970 sono quasi triplicati sia l'incidenza delle calamità sia il numero di persone colpite. La maggior parte delle vittime si concentra nei paesi in via di sviluppo e la spirale di disastri e povertà è una questione che dobbiamo risolvere.45
L'Alto Commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite António Guterres ha osservato: «Ogni nuovo approccio deve essere basato sui diritti, perché le esperienze dello tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano e degli altri recenti disastri hanno confermato che tali emergenze generano nuove minacce ai diritti umani delle popolazioni colpite».46
Ciò dimostra una crescente attenzione alla protezione della dignità delle persone colpite dai disastri durante tutta la fase dei soccorsi e della ripresa, anche se rimane la tendenza a considerare in qualche misura inevitabile il deterioramento delle loro condizioni di vita e di salute. Al contrario, in una situazione di disastro è ancora più importante, per le vittime, vedere pienamente tutelati i propri diritti.
Occorre prendere provvedimenti affinché l'ACNUR sia pienamente coinvolto nelle attività di soccorso in caso di calamità. Si dovrebbe istituire una struttura, ispirata ai principi dell'umanitarismo e della cultura dei diritti umani, che permetta a tale organismo di condurre le attività di soccorso al fianco delle altre organizzazioni internazionali e di fare ogni sforzo per proteggere la vita e la dignità delle persone. Bisogna creare una cultura dei diritti umani che tuteli la dignità delle persone colpite dai disastri, dalle emergenze e dall'ingiustizia sociale.
L'Assemblea Generale dell'ONU ha adottato, nel dicembre 2011, una nuova Dichiarazione sulla educazione e la formazione ai diritti umani di portata storica, che stabilisce i principi e gli obiettivi in base ai quali la comunità internazionale dovrebbe sviluppare una cultura dei diritti umani. La Dichiarazione, la cui stesura ebbe inizio nel 2007 in seguito alla decisione del Consiglio sui diritti umani dell'ONU, riflette le voci della società civile attraverso i contributi del Gruppo di lavoro delle ONG per l'educazione e l'apprendimento dei diritti umani, un organismo della Conferenza delle ONG in status Consultivo con le Nazioni Unite (CONGO), e di altre organizzazioni della società civile.
Come presidente del Gruppo di lavoro delle ONG, e allo scopo di applicare lo spirito della Dichiarazione, la SGI sta collaborando con la HREA (Human Rights Education Associates) alla coproduzione di un DVD educativo [vedi box] in collaborazione con l'Ufficio dell'Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite (OHCHR, Office of the UN High Commissioner for Human Rights).
Garantire che lo spirito della Dichiarazione sia ampiamente accettato su scala globale farà sì che le attività di soccorso condotte dai governi nazionali e locali riservino una costante attenzione ai diritti umani. La sfida principale della comunità internazionale nel ventunesimo secolo è quella di creare una cultura dei diritti umani: la SGI è impegnata a far sì che si rafforzi il contributo della società civile a tale processo.
Riguardo a ciò vorrei proporre come obiettivo prioritario della comunità internazionale quello di dare maggiore risalto al ruolo che svolgono le donne nelle varie fasi che vanno dalla riduzione dei rischi di disastro fino alla ricostruzione.
UN DVD EDUCATIVO SUI DIRITTI UMANI
La Soka Gakkai Internazionale, in collaborazione con l’organizzazione non governativa internazionale Human Rights Education Associates (Hrea), sta realizzando un Dvd per accrescere la consapevolezza del ruolo che l’educazione ai diritti umani può svolgere nell’aumentare l’empowerment della gente comune e nel diffondere una cultura dei diritti umani. Conterrà esempi tratti dall’India, dalla Turchia e dall’Australia che illustrano come tale tipo di educazione abbia contribuito a proteggere e a dare maggior potere personale a individui i cui diritti umani erano minacciati. Inoltre evidenzierà gli sviluppi dell’educazione ai diritti umani a livello internazionale, come la recente adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’educazione e la formazione a questi diritti fondamentali.
La prospettiva di genere
Le donne danno contributi fondamentali alla risoluzione dei problemi legati ai disastri, mitigandone gli effetti e lavorando per la ripresa, e hanno una spiccata capacità di far fronte in maniera costruttiva agli eventi traumatici riorganizzando positivamente la propria vita dinnanzi alle difficoltà. Occorre dare a queste speciali capacità delle donne maggiore riconoscimento
Per affrontare i disastri e altri casi di privazione improvvisa è essenziale prestare molta attenzione alla situazione di ogni individuo. Allo stesso tempo è assolutamente vitale che le persone sentano di avere il potere di trasformare le loro stesse circostanze, e qui è indispensabile mettere al centro le donne.
Secondo le ricerche, nei disastri naturali è più probabile che muoiano le donne rispetto agli uomini, e questa tendenza aumenta col crescere delle dimensioni del disastro.47 Quando si verifica una catastrofe, le donne non solo subiscono in maniera sproporzionata il fardello delle privazioni che ne conseguono, ma i loro diritti umani e la loro dignità spesso ne risultano dolorosamente minacciati. C'è chiaramente bisogno di dare maggiore riconoscimento alle speciali capacità delle donne di contribuire a mitigare gli effetti dei disastri e a lavorare per la ricostruzione, e questo deve riflettersi nei piani per affrontare le emergenze.
Il piano decennale adottato nel corso della Conferenza mondiale per la riduzione dei disastri del 2005 (Hyogo Framework for Action 2005-2015) contiene la seguente dichiarazione: «Una prospettiva di genere dovrebbe essere integrata in ogni politica, progetto o processo decisionale di gestione dei rischi di disastro».48 Sfortunatamente, come ha messo in evidenza il Rapporto valutativo globale sulla riduzione dei rischi di disastro 2011 (2011 Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction), i progressi in questo campo sono ancora insufficienti. Occorre un cambiamento e, a tal fine, penso sia necessario un mandato privo di ambiguità e legalmente vincolante.
Come esempio di ciò possiamo considerare la Risoluzione 1325 adottata dal Consiglio di sicurezza dell'ONU nell'ottobre 2000, che riafferma l'importanza di un'uguale partecipazione e di un pieno coinvolgimento delle donne in tutte le iniziative per mantenere e promuovere la pace e la sicurezza. Si tratta di un messaggio forte trasmesso alla comunità internazionale.
Oggi, a più di dieci anni dalla sua adozione, la sua piena applicazione rimane ancora una sfida e occorre un ulteriore sostegno. Ma l'esistenza della Risoluzione 1325 ha un grande significato perché è un punto di riferimento per promuovere varie iniziative in tutto il mondo.
L'ex segretario generale delle Nazioni Unite Anwarul K. Chowdhury, che svolse un ruolo indispensabile nell'adozione della Risoluzione 1325, sottolineò nel corso del nostro dialogo: «Una cultura di pace può radicarsi in maniera più forte con la partecipazione delle donne [...] Non dobbiamo dimenticare che non può esistere un mondo pacifico nel vero senso della parola se le donne vengono lasciate indietro».49 E le donne possono ricoprire un ruolo altrettanto cruciale nel campo della riduzione dei disastri e nella ripresa.
Alla luce dei danni devastanti del terremoto di Haiti del gennaio 2010 si sta sviluppando all'interno delle Nazioni Unite una crescente consapevolezza della necessità di estendere la portata della Risoluzione 1325 ai disastri naturali.
Proporrei dunque che il concetto di peacebuilding (lett. costruzione della pace) contenuto nella Risoluzione 1325 sia esplicitamente allargato per includere la riduzione dei rischi di disastro e la ripresa, oppure che si adotti una nuova risoluzione che veda fra i suoi punti centrali il ruolo delle donne in questi ambiti.
Esorto il Giappone, il paese che ha ospitato la Conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri nel corso della quale è stato adottato lo Hyogo Framework for Action, e che ha subito i gravi terremoti di Kobe, del Tohoku e di altre zone in un passato recente, a prendere l'iniziativa e impegnarsi a diventare un modello per gli altri paesi, migliorando velocemente il proprio ambiente interno con iniziative per la prevenzione dei disastri basate su questa consapevolezza di genere.
Michelle Bachelet, ex presidentessa del Cile e prima direttrice esecutiva dell'Agenzia per le donne delle Nazioni Unite fondata due anni fa (UN Women), ha posto l'accento sulla resilienza [in psicologia, capacità di far fronte in maniera costruttiva agli eventi traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, n.d.r.] e sul potenziale delle donne: «Ho visto con i miei occhi ciò che le donne, spesso anche nelle più ardue circostanze, sono capaci di realizzare per le loro famiglie e comunità, se viene data loro l'opportunità di farlo. La forza, l'industriosità e la saggezza delle donne sono fra i più grandi patrimoni dell'umanità che non sono stati ancora sfruttati. Non possiamo permetterci di aspettare altri cento anni per sbloccare questo potenziale».50
Le donne devono essere identificate come effettive agenti di cambiamento nei campi della riduzione dei rischi di disastro, della ripresa e della ricostruzione, in linea con l'analogo riconoscimento del loro ruolo nella prevenzione dei conflitti, nella loro risoluzione e nella costruzione della pace. È intollerabile consentire che esse continuino a subire i maggiori oneri nelle situazioni di disastro.
La SGI si è impegnata coerentemente per far crescere la consapevolezza della centralità delle donne in una cultura di pace e si sta impegnando ad alimentare fra la gente una maggiore coscienza dei contributi che le donne possono dare nella risoluzione di tutti i problemi legati ai disastri.
Un mondo sostenibile
Astenersi dal ricercare la propria felicità a spese di quella degli altri, fare di tutto per non lasciare in eredità alle prossime generazioni un pianeta peggiore di quello trovato da noi: questi ideali andrebbero perseguiti seguendo il proprio senso di responsabilità, spinti dal naturale desiderio di creare un futuro in cui le persone vivano bene
Il prossimo argomento che vorrei trattare riguarda l'ambiente e lo sviluppo sostenibile.
La Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (UNCSD, United Nations Conference on Sustainable Development) Rio+20 è prevista per giugno di quest'anno in Brasile, a Rio de Janeiro. Celebrando il ventesimo anniversario del Summit della Terra 1992, la Conferenza esaminerà i progressi degli ultimi vent'anni e si concentrerà su due grandi temi: un'economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e dello sradicamento della povertà, e il quadro istituzionale di uno sviluppo sostenibile.
Il concetto di economia verde è ancora molto fluido e oggetto di discussioni. Tuttavia ritengo importante evitarne una definizione troppo ristretta, che la descriva meramente come un compromesso fra gli interessi contrastanti della crescita economica e della protezione ambientale, oppure come niente più di un nuovo strumento per generare opportunità di occupazione.
Lo scorso ottobre il Programma per l'ambiente delle Nazioni Unite (UNEP, United Nations Environment Programme) ha organizzato una conferenza di giovani a Bandung, in Indonesia, dove è stata adottata una risoluzione che definisce l'economia verde come «l'unica struttura integrata veramente sostenibile che colloca il benessere umano, l'equità sociale e la protezione ambientale sullo stesso piano».51 Sono profondamente colpito dalla visione ampia e dal forte senso di responsabilità verso il futuro espressi da questi giovani.
Vorrei qui chiedere l'adozione di un insieme di misure comuni per un futuro sostenibile che facciano seguito agli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite (MDG, UN Millennium Development Goals) che coprono il periodo fino al 2015. La "bozza zero" della Conferenza Rio+20, che riassume molte delle dichiarazioni e delle analisi inviate agli organizzatori della conferenza, parla della necessità di Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG, Sustainable Development Goals). Spero che tutti i partecipanti si impegnino in un esame attento e approfondito di questo argomento, basandosi su una visione generale delle sfide interconnesse che l'umanità deve affrontare. Fino a oggi la società internazionale ha lavorato per la realizzazione degli MDG, che comprendono obiettivi quali la riduzione del numero di coloro che soffrono per povertà e fame. Gli MDG sono serviti a indirizzare e a unire gli sforzi provenienti da varie direzioni e discipline per diminuire le disparità di vita e di dignità di cui parlavo prima. Attualmente, da molti è stata richiesta l'elaborazione di un nuovo insieme di obiettivi dal 2015 in poi.
Accolgo favorevolmente il tentativo di definire tali obiettivi, e auspico che ereditino lo spirito degli MDG, ossia il desiderio di alleviare le distorsioni della nostra società globale generate dalla povertà e dalle disparità di reddito. Essi dovrebbero anche affrontare l'intera gamma delle questioni relative alla sicurezza umana che nessun paese può evitare, e unire così le persone in una impresa comune a tutta l'umanità del ventunesimo secolo.
A tal fine propongo che la Conferenza Rio+20 istituisca un gruppo di lavoro per analizzare tali obiettivi e dare inizio a un processo di dialogo. Per realizzare ciò, due sono i punti chiave: la sicurezza umana e la sostenibilità.
Come possiamo dunque intendere la sostenibilità? In termini semplici, penso che si potrebbe descrivere così: un modo di vivere nel quale ci si astiene dal ricercare la propria felicità a spese di quella degli altri; la determinazione di non lasciare in eredità alla prossima generazione il posto in cui viviamo, e il pianeta nel suo complesso, in condizioni più sporche o danneggiate di quando ci siamo arrivati noi; una società in cui il futuro non sia sacrificato ai bisogni passeggeri del presente ma vengano operate decisioni e scelte ottimali avendo in mente l'interesse dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Questi ideali non andrebbero perseguiti con un senso di costrizione o perché si deve obbedire a regole imposte dall'esterno, né come un fastidioso fardello di responsabilità. Piuttosto dovrebbero essere il risultato naturale del desiderio condiviso di cui parla l'economista John Kenneth Galbraith (1908-2006) nel nostro dialogo: il desiderio di creare «un secolo in cui le persone possano dire: "Mi piace vivere in questo mondo"».52
Ero mosso da sentimenti di questo tipo quando scrissi nella mia Proposta del 2008 che gli sforzi per realizzare gli MDG si dovevano concentrare non solo sul raggiungimento degli obiettivi ma anche nel far tornare il sorriso sul viso delle persone che ora stanno soffrendo. Ricordiamoci che non c'è bisogno di creare da zero l'etica necessaria alla realizzazione di tale visione. Essa è già espressa in molte tradizioni culturali e religiose che esprimono verità che la società contemporanea ha del tutto perso di vista. Per esempio gli Irochesi, nativi dell'America del nord, ci esortano: «Guardate sempre non solo al presente ma anche alle generazioni future, persino a coloro i cui volti si trovano ancora sotto la superficie della terra...».53
Analogamente, nelle scritture buddiste troviamo queste famose parole di Shakyamuni:
Ciò che si vede e ciò che non si vede,
Chi vive vicino e chi vive lontano,
Chi è nato e chi deve ancor nascere,
Possano tutti gli esseri viventi essere a loro agio.54
Per esplicitare l'etica che dovrebbe soggiacere a qualsiasi nuovo insieme di obiettivi da adottare dovremmo lavorare coscienziosamente, attraverso iniziative educative e di crescita di consapevolezza, in modo che essi non siano norme stabilite dall'esterno ma assumano il carattere di un voto radicato in quel tipo di apprezzamento della vita che tali enunciati esprimono.
Sarà inoltre necessario considerare attentamente problemi concreti come la povertà e le disparità di reddito, affrontare una varietà di pericoli imprevisti come i disastri naturali, arrestare la distruzione dell'ambiente naturale e umano e proteggere la biodiversità.
Nel portare avanti queste decisioni dobbiamo unire tutte le risorse di saggezza del mondo per rispondere alla domanda su quali siano lo stile di vita e il tipo di società in grado di proteggere più efficacemente la vita, i mezzi di sopravvivenza e la dignità delle persone che vivono sulla Terra, oggi e nel futuro.
Un nuovo futuro per l'energia
Anche l'uso "pacifico" dell'energia nucleare pone serie preoccupazioni per la salute delle persone e del pianeta, non solo per le difficoltà di stoccaggio e smaltimento delle scorie radioattive ma anche perché, in caso di incidenti alle centrali, a parità di dosi l'effetto sarebbe identico a quello derivante dallo scoppio di una bomba atomica. Per questo si auspica vivamente un rapido possaggio a una politica energetica non più basata sul nucleare
Le Nazioni Unite hanno definito il 2012 come Anno internazionale dell'energia sostenibile per tutti, sottolineando l'importanza della sostenibilità come elemento centrale nella riflessione sui problemi energetici. È in questo contesto che dobbiamo considerare le prospettive attuali e future riguardo alla produzione di energia nucleare.
Per ampiezza e gravità, l'incidente che si è verificato nella centrale nucleare di Fukushima, in conseguenza del terremoto e dello tsunami che hanno colpito il Giappone nel marzo scorso, si colloca nella stessa categoria dell'incidente di Three Mile Island nel 1979 e del disastro di Chernobyl nel 1986. La situazione non è ancora pienamente sotto controllo e non ci sono ancora prospettive né progetti chiari su come e dove immagazzinare le scorie e il terreno contaminati dalle emissioni radioattive, una minaccia permanente che continua a sconvolgere la vita di molte persone.
Secondo alcune stime ci vorranno circa quarant'anni per rimuovere tutto il combustibile e gli altri materiali radioattivi dal reattore, per smantellarlo completamente e disattivare in sicurezza tutto l'impianto. Vi sono questioni irrisolte su quali siano le misure più attuabili per risanare l'ambiente intorno all'impianto nelle aree pesantemente contaminate dagli agenti radioattivi. Anche gli effetti a lungo termine sulla salute umana non sono chiari, e l'insieme di tutti questi fattori costituisce un peso insormontabile per la presente generazione e per quelle future.
Per più di trent'anni ho espresso enormi preoccupazioni per le imponderabili implicazioni di un grave incidente in una centrale nucleare. Le conseguenze negative che derivano anche dal funzionamento normale e senza incidenti di questi impianti, in termini di necessità di smaltimento delle scorie radioattive, potrebbero durare centinaia e anche migliaia di anni. A tutt'oggi non è ancora stata trovata una soluzione efficace al problema dello stoccaggio di tali prodotti di scarto altamente radioattivi.
Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon ha osservato in proposito: «Come abbiamo dolorosamente appreso ancora una volta, gli incidenti nucleari non rispettano i confini. Essi pongono una minaccia diretta per la salute umana e per l'ambiente. [...] E poiché l'impatto è transnazionale, questi problemi andrebbero discussi a livello globale».55
I problemi posti dalla generazione di energia nucleare hanno effettivamente una portata tale da non poter essere efficacemente affrontati all'interno dei confini della politica energetica nazionale dei singoli paesi. Per il Giappone, che si trova in una zona geografica dove si verificano il dieci per cento dei terremoti mondiali e dove gli tsunami e la devastazione che arrecano sono realtà storiche incontrovertibili, sembra impossibile essere ottimisti riguardo alla possibilità di prevenire efficacemente questi incidenti.
Perciò auspico vivamente un rapido passaggio a una politica energetica non più basata sull'energia nucleare. Il Giappone dovrebbe collaborare con gli altri paesi che sono già all'avanguardia nell'introduzione di fonti di energia rinnovabili, e intraprendere progetti di sviluppo congiunti per realizzare riduzioni sostanziali dei costi di tali tecnologie. Dovrebbe assumersi anche la missione di promuovere innovazioni tecnologiche che possano favorire l'introduzione di nuove fonti energetiche nei paesi in via di sviluppo che attualmente sono alle prese con questo problema.
Per effettuare questa transizione è necessario prendere misure adeguate per favorire la crescita di basi industriali alternative nelle comunità che dipendono economicamente dagli impianti nucleari e che hanno contribuito a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale.
L'energia nucleare presenta molte questioni alla società internazionale ed è urgente che tutti gli Stati collaborino alla loro risoluzione. Lo scorso aprile, nel venticinquesimo anniversario del disastro di Chernobyl, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha scritto un editoriale nel quale affermava: «Perciò, dobbiamo considerare la questione della sicurezza del nucleare civile con la stessa serietà che riserviamo al problema delle armi nucleari».56
In effetti, a parità di dose, il danno alla salute umana e all'ambiente naturale che deriva dall'esposizione alla radioattività è esattamente lo stesso qualsiasi sia la fonte da cui essa proviene: l'uso effettivo di armi nucleari; l'emissione di radioattività che ne accompagna lo sviluppo, la produzione e i test; un incidente in una centrale nucleare.
In questo mezzo secolo e più dall'entrata in funzione della prima centrale nucleare in Unione Sovietica nel 1954, non solo molti reattori hanno raggiunto il termine della loro prevista durata di vita, ma il volume totale delle scorie radioattive continua ad aumentare senza sosta a un ritmo direttamente proporzionale al numero di centrali nucleari operative.
Fino a oggi l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) è stata al centro dell'impegno per la ricerca e lo sviluppo di un uso "pacifico" dell'energia nucleare, dando assistenza al funzionamento delle centrali, favorendo lo scambio del know-how scientifico e tecnologico, e impedendo che materiali e tecnologie nucleari venissero deviati verso scopi militari. La situazione globale che riguarda la produzione di energia nucleare, venuta alla ribalta in seguito all'incidente di Fukushima, rende imperativo che oltre a queste responsabilità la AIEA si assuma quella di promuovere la cooperazione internazionale riguardo alla parte finale del ciclo del combustibile nucleare.
Oltre a rafforzare ulteriormente la cooperazione internazionale per la gestione delle scorie radioattive, la AIEA deve svolgere un ruolo centrale nello sviluppo di interventi più efficaci in caso di incidenti nelle centrali nucleari e per l'eliminazione dei reattori nucleari obsolescenti.
Mettere fuori legge le armi nucleari
Le armi atomiche, come affermò Josei Toda nella sua dichiarazione del 1957, non possono in nessun caso essere accettate come male necessario, ma vanno considerate un male assoluto da rifiutare ed estirpare. Occorre dare forma concreta a un accordo legalmente vincolante per la proibizione e la messa al bando di tali ordigni, che esprima la coscienza condivisa dell'umanità
Ora vorrei suggerire alcune idee concrete per arrivare alla proibizione e all'abolizione degli armamenti nucleari.
L'incidente nucleare di Fukushima in un certo senso ricorda l'inquinamento radioattivo liberato dai test delle armi nucleari condotti a partire dagli anni '50. Quest'anno cade il cinquantacinquesimo anniversario della dichiarazione per l'abolizione delle armi nucleari pronunciata dal secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda. Il retroterra storico di quella dichiarazione era la competizione sempre più accanita fra gli Stati nucleari per sviluppare armamenti sempre più grandi e potenti.
Toda affermò: «Sebbene nel mondo stia prendendo forma un movimento per la messa al bando degli esperimenti sulle armi atomiche o nucleari, è mio desiderio andare oltre, attaccare il problema alla radice. Voglio denudare e strappare gli artigli che si celano nelle estreme profondità di simili ordigni».57 Stava esprimendo la sua convinzione del fatto che, pur essendo ovviamente essenziale proibire i test nucleari, sarebbe stato impossibile giungere a una soluzione più radicale e profonda del problema se non fossero state messe in discussione le idee sulla sicurezza nazionale che davano per scontate le sofferenze e il sacrificio di un gran numero di cittadini comuni.
Prima di questa dichiarazione Toda aveva proposto l'idea di chikyu minzokushugi, che potremmo tradurre come "nazione globale" o "unità di fondo dei popoli del mondo", e che corrisponde a quella che oggi chiamiamo "cittadinanza globale".
Essa incarnava il suo rifiuto dell'idea che fosse ammissibile sacrificare in guerra un paese, una nazione o un popolo. Attraverso la solidarietà dei cittadini comuni Toda cercava di arrivare all'abolizione della guerra.
Questa era la motivazione della dichiarazione che pronunciò nel settembre 1957, solo sei mesi prima di morire. Concentrandosi sugli armamenti nucleari, mettendo a nudo e strappando gli "artigli" che si celano dentro di loro, cercava di eliminare quello che considerava "l'unico male", l'impedimento fondamentale ai progressi su questo fronte. Egli inoltre espresse la speranza che a realizzare tale impresa sarebbero dovute essere le giovani generazioni.
Anche quando le armi nucleari non sono impiegate in un attacco vero e proprio, il processo con il quale vengono prodotte, testate e conservate produce pesanti danni e sofferenze sia agli esseri umani sia all'ambiente naturale, come dimostrò l'enorme danno prodotto dai test statunitensi della bomba a idrogeno nell'atollo di Bikini del marzo 1954 [vedi box p. 38], tre anni prima della dichiarazione di Toda. E anche la cessazione dei test non risolverebbe pienamente questi problemi, perché la decisione di possedere armi nucleari denota di per sé che si è disposti a sacrificare la vita di un gran numero di persone e la salute dell'ambiente globale in nome della sicurezza nazionale. Tale modo di pensare può giustificare qualsiasi cosa in ragione della necessità militare.
Le armi nucleari rappresentano l'incarnazione suprema di questa mentalità. Il Buddismo usa il termine "oscurità fondamentale della vita" per descrivere la sorgente più profonda dell'avidità, della collera e della stupidità, quelle spinte ingannevoli dell'animo umano dalle quali hanno origine la guerra e altre calamità. È da questo aspetto oscurato della natura umana che sorgono il disprezzo e l'odio verso gli altri e anche un atteggiamento crudele e spietato verso la vita. Anche riuscendo in qualche modo a evitare l'uso concreto delle armi nucleari, senza vincere questo impulso a non rispettare e a trascurare la vita è impossibile trasformare quel modo di pensare che produce l'infelicità e la sofferenza della guerra.
Questo era il punto che il presidente Toda cercava di sottolineare: le armi nucleari non possono, mai e poi mai, essere accettate come male necessario; vanno considerate un male assoluto da rifiutare, proibire ed estirpare.
L'aspetto della necessità militare fu una delle questioni che la Corte internazionale di giustizia (ICJ, International Court of Justice) non riuscì a risolvere nel suo storico Parere consultivo sulla legalità della minaccia o dell'uso delle armi nucleari (Advisory Opinion on the Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons) del 1996. Pur ritenendo che la minaccia o l'uso delle armi nucleari andassero considerati in linea generale illegali alla luce della Legge umanitaria internazionale, la ICJ stabilì che non era in grado di formulare un giudizio definitivo in merito a «circostanze estreme di autodifesa, nelle quali è a rischio la sopravvivenza stessa di uno Stato».58
L'accordo raggiunto all'unanimità dalla Conferenza degli Stati parti per la revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) del 2010 può essere interpretato come un modo per colmare questa lacuna legale e rafforzare la tesi a favore dell'illegalità delle armi nucleari.
Per citare la delibera finale della Conferenza: «La Conferenza esprime profonda preoccupazione per le catastrofiche conseguenze umanitarie di qualunque uso di armi nucleari e riafferma la necessità che tutti gli Stati, in ogni occasione, ottemperino sempre alla legge internazionale pertinente, inclusa la Legge umanitaria internazionale».59
La frase «tutti gli stati, in ogni occasione» indica un obbligo legale che non ammette alcuna eccezione.
Nella mia Proposta per l'abolizione degli armamenti nucleari pubblicata nel settembre 2009 (cfr. BS, 138) lanciai un appello per la creazione di un movimento che manifestasse la volontà della popolazione mondiale di mettere fuori legge le armi nucleari. Tale movimento avrebbe stabilito e messo a punto entro il 2015 una norma internazionale in base alla quale una Convenzione sulle armi nucleari (NWC, Nuclear Weapons Convention) potesse formalmente mettere al bando questi ordigni di distruzione di massa.
L'accordo raggiunto dalla Conferenza di revisione del NPT del 2010 offre un'apertura di importanza cruciale in questo senso. Occorre affrettarsi a dare inizio al processo che renda tale accordo legalmente vincolante sotto forma di trattato.
In genere il processo con il quale si generano nuove norme internazionali attraversa tre fasi:
- le limitazioni della norma in vigore diventano evidenti e ci sono richieste per l'adozione di un nuovo approccio;
- la condivisione di tale necessità si diffonde, dando impulso a una "cascata" di governi che sostengono la nuova norma;
- la nuova norma è ampiamente accettata dalla comunità internazionale, viene formalizzata e ottiene un'espressione istituzionale come strumento legalmente vincolante.
Credo che per quanto riguarda la proibizione degli armamenti nucleari ci troviamo attualmente a un punto di svolta, all'inizio del secondo stadio e appena prima dell'inizio della "cascata". Questa mia opinione è supportata dai seguenti recenti sviluppi:
- L'iniziativa della società civile, nel 1997, di redigere un modello di Convenzione sulle armi nucleari è stata seguita da una sua bozza rivista nel 2007, a dimostrazione che il processo di revisione delle misure legali necessarie per realizzare la proibizione e l'abolizione delle armi nucleari è già ben avviato.
- Dal 1996 la Malesia e altri Stati propongono annualmente, all'Assemblea Generale dell'ONU, una risoluzione in cui si chiede l'avvio di negoziati per una Convenzione sulle armi nucleari. Il supporto degli Stati membri a questa risoluzione ha continuato a crescere e l'anno scorso erano centotrenta le nazioni sostenitrici, fra cui Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Iran.
- Nel 2008 il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon ha proposto negoziati per una Convenzione sulle armi nucleari e per un insieme di strumenti separati mutuamente rinforzanti.
- La Conferenza per la Revisione del NPT del 2010 ha citato questa proposta nel suo documento finale, adottato con il consenso unanime di tutti i partecipanti.
- Anche l'Unione interparlamentare (IPU, Inter-Parliamentary Union), alla quale appartengono centocinquantanove paesi fra cui Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina, ha espresso all'unanimità il suo sostegno a questa proposta.
- I Sindaci per la pace (Mayors for Peace), a cui appartengono più di cinquemilacento città e municipalità di tutto il mondo, sta cercando attivamente di dare avvio a pre-negoziati in vista di una Convenzione sulle armi nucleari. Anche l'InterAction Council, un gruppo composto da ex capi di Stato e di governo, ha auspicato che venga stipulata una Convenzione di questo tipo.
- Nel settembre 2009 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha tenuto una speciale sessione del summit nella quale è stata adottata la Risoluzione del consiglio di sicurezza 1887 che si impegna a realizzare iniziative miranti a creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari.
- Il peggioramento della situazione del bilancio di vari paesi in conseguenza dell'attuale crisi economica ha indotto un serio ripensamento riguardo alle spese militari anche negli Stati detentori di armi nucleari, dove finalmente sono stati messi in discussione i costi di tali armamenti.
È chiaro che di per sé nessuno di questi sviluppi rappresenta un passo avanti decisivo, ma sono convinto che nel loro complesso essi costituiscano una spinta coerente e irreversibile verso l'obiettivo di un mondo finalmente libero dalle armi nucleari. Il ruolo trainante svolto dalla società civile nella stesura di una bozza di Convenzione sulle armi nucleari, e nell'impegno attivo per l'avvio di negoziati attraverso petizioni e altre iniziative, dimostra che la sorgente spirituale e normativa in grado di generare un tale trattato esiste come presenza vitale nel cuore e nella mente dei cittadini del mondo.
Ciò che occorre adesso è prendere questa consapevolezza viva e vitale - la determinazione che la tragedia provocata dalle armi nucleari non dovrà mai più ripetersi e che umanità e armi nulceari non possono coesistere - e darle forma concreta con un accordo legalmente vincolante che esprima la coscienza condivisa dell'umanità.
IL TEST STATUNITENSE SUGLI ARMAMENTI NUCLEARI NELL'ATOLLO DI BIKINI
Nell’atollo di Bikini, una delle isole Marshall, il primo marzo 1954 fu fatto esplodere dagli Stati Uniti il dispositivo nucleare più potente mai testato fino ad allora: una bomba a idrogeno circa mille volte più potente della bomba atomica sganciata su Hiroshima. Il fall-out radioattivo contaminò un’area di oceano ampia più di settemila miglia marine quadrate che comprendeva anche alcune isole abitate i cui residenti subirono gravi conseguenze per la salute a breve e a lungo termine a causa dell’esposizione alle radiazioni. Fra le persone contaminate vi furono anche i ventitré uomini dell’equipaggio della Lucky Dragon n. 5, una barca da pesca giapponese che operava nelle vicinanze, e ciò accese le proteste a livello globale contro i test nucleari. L’atollo di Bikini è tuttora inabitabile a causa della presenza di radionuclidi negli alimenti prodotti localmente.
Allargare la compagine sociale antinucleare
Dobbiamo dare avvio a negoziati concreti per realizzare una Convenzione sulle armi nucleari stabilendo un quadro per l'abolizione di tali armi in condizioni di sicurezza fisica e psicologica. Ciò permetterà agli Stati di diminuire i contrasti e fare passi concreti verso una mutua riduzione delle minacce. Per arrivare a questo occorre che un gran numero di persone in tutto il mondo capiscaquanto la presenza di arsenali atomici incida direttamente sulla loro dignità umana e su quella dei loro discendenti
Occorre un forte impegno per dare inizio a un processo a cascata che porti alla realizzazione di una Convenzione sulle armi nucleari. A tale fine sono convinto che per indirizzare l'attenzione e la volontà della popolazione mondiale, soprattutto dei giovani, verso lo scopo di un mondo senza armi nucleari, ci si debba focalizzare oltre che sullo spirito della Legge umanitaria internazionale anche sui principi dei diritti umani e della sostenibilità. Ritengo infatti che concentrarsi sui diritti umani e sulla sostenibilità chiarisca quanto sia inaccettabile il peso del mantenimento di politiche di sicurezza basate sugli armamenti nucleari - che questi vengano usati o meno - che grava sulla generazione presente e su quelle future.
La Convenzione internazionale sui diritti civili e politici del 1966 è uno dei documenti fondamentali che garantiscono i diritti umani a livello globale. Nel 1984 il Comitato per i diritti umani, con mandato di supervisione per l'applicazione della Convenzione, pubblicò un Commento generale che conteneva le seguenti dichiarazioni: «È evidente che progettare, testare, costruire, possedere e schierare armi nucleari costituisce una fra le più gravi minacce al diritto alla vita che l'umanità si trova di fronte attualmente...».
«Inoltre l'esistenza stessa e la gravità di questa minaccia genera un clima di sospetto e paura fra gli Stati, che è di per sé opposto alla promozione del rispetto universale e dell'osservanza dei diritti umani e delle libertà fondamentali in accordo con la Carta delle Nazioni Unite e la Convenzione internazionale sui diritti umani».60
Finché continueranno a esistere le armi nucleari persisterà anche la tentazione di minacciare gli altri con la supremazia della propria forza militare. Ciò produce un circolo vizioso nel quale la minaccia genera insicurezza, che a sua volta alimenta un'ulteriore espansione della capacità militare e di fatto incoraggia la proliferazione delle armi nucleari. L'impatto destabilizzante sul nostro mondo è stato ed è incalcolabile.
Siamo ora costretti a riflettere sulla portata dei miglioramenti e degli ampliamenti del benessere e delle opportunità educative che sarebbero stati possibili se l'enorme quantità di risorse materiali e umane impiegate per la produzione di armi nucleari e convenzionali fosse stata diretta a proteggere la vita umana, i mezzi di sussistenza e la dignità.
La natura del mondo in cui viviamo fu oggetto di un'incisiva critica da parte di Bertrand Russell (1872-1970), il filosofo noto, fra l'altro, per aver redatto nel 1955 insieme ad Albert Einstein (1879-1955) un appello per l'abolizione della guerra e l'eliminazione delle armi nucleari: «Il nostro mondo ha generato uno strano concetto di sicurezza e un perverso senso della moralità. Le armi sono conservate come tesori mentre i bambini sono esposti all'incenerimento».61
Spinto dal desiderio pressante di ribaltare quella situazione crudele e assurda denunciata da Russell, nella proposta che scrissi nel 2010 sostenni che, se si voleva applicare lo spirito dell'articolo 26 della Carta dell'ONU, il perseguimento del disarmo era un imperativo umanitario.
Inoltre, dal punto di vista della sostenibilità, cito Jakob Kellenberger, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, che nell'aprile del 2010 ha pubblicato il seguente monito: «Le armi nucleari sono uniche per il loro potere distruttivo, per l'indicibile sofferenza umana che causano, per l'impossibilità di controllarne gli effetti nello spazio e nel tempo, per il rischio di escalation che creano e per la minaccia che rappresentano per l'ambiente, le generazioni future e la sopravvivenza stessa dell'umanità».62
È un avvertimento urgente, che riguarda la natura disumana delle armi nucleari e la minaccia che esse rappresentano per la sostenibilità. Un messaggio che gli Stati detentori di armi nucleari devono ascoltare, insieme all'appello per l'eliminazione delle armi nucleari contenuto nella risoluzione adottata dal Consiglio dei delegati del movimento internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa nel novembre 2011.
Il nostro mondo continua a essere minacciato da più di ventimila testate nucleari. Ciò rappresenta la capacità di uccidere o ferire gravemente tutti i popoli della Terra e la loro progenie, e di distruggere l'ecosistema globale più e più volte. Ci chiediamo cosa esattamente si stia proteggendo con questa inimmaginabile capacità distruttiva. Se anche una piccola parte della popolazione di una delle nazioni combattenti dovesse sopravvivere, ciò che la attenderebbe non potrebbe essere certo chiamato futuro.
Aggiungendo alle motivazioni già espresse dalla Legge umanitaria internazionale le considerazioni relative ai diritti umani e alla sostenibilità - questioni universali che impattano su ogni essere umano vivente - possiamo allargare notevolmente i gruppi sociali attivi che stanno lavorando per un mondo senza armi nucleari.
In particolare, spero che un'enfasi su tali aspetti possa indurre un mutamento nel modo di pensare dei cittadini degli Stati detentori di armi nucleari e dei paesi i cui popoli hanno vissuto sotto l'ombrello della "deterrenza allargata" offerta da questi Stati. È determinante che arrivino a comprendere come il proseguimento delle politiche di detenzione di armi nucleari e di deterrenza rappresenti una grave violazione dei loro stessi diritti umani e una minaccia alle prospettive di un futuro sostenibile.
Dobbiamo dare avvio a negoziati concreti che culminino nella realizzazione di una Convenzione sulle armi nucleari. Un modo per farlo potrebbe essere presentare tale Convenzione come un trattato base che istituisca il quadro legale di un mondo libero dagli armamenti nucleari, accompagnato da un insieme di protocolli a esso associati. Il trattato base permetterebbe agli Stati firmatari di assumere un impegno chiaro per un mondo senza armi nucleari alla luce degli imperativi della Legge umanitaria internazionale, dei diritti umani e della sostenibilità, e di impegnarsi a evitare qualsiasi azione che comprometta la realizzazione di tale scopo o contrasti con tale principio. I protocolli separati potrebbero elencare attività vietate come lo sviluppo e la produzione di armi nucleari, il loro uso o minaccia di uso, e stabilire procedure di smantellamento e verifica.
Il punto chiave di questa proposta è stabilire un quadro che permetta a tutti i paesi di lavorare per l'impresa globale e comune a tutta l'umanità, l'abolizione delle armi nucleari, in condizioni di sicurezza fisica e psicologica.
Credo che questa formula possa far sì che gli Stati guardino oltre la loro attuale posizione sul nucleare e avanzino insieme verso lo scopo comune di un mondo libero dalle armi nucleari. Questo trattato renderebbe più facile, agli Stati che vi aderiscono, diminuire i contrasti e fare passi concreti verso una mutua riduzione delle minacce, mirando a raggiungere lo scopo che hanno concordato insieme.
Il quadro che sto proponendo potrebbe diventare la tabella di marcia per una transizione strutturale dalla minaccia reciproca alla garanzia di sicurezza reciproca. Anche nel caso in cui non fossero ratificati immediatamente i protocolli che porterebbero il trattato alla fase successiva di applicazione, si potrebbe prevenire la situazione attualmente prevalente caratterizzata da una grave mancanza di trasparenza e dalla minaccia di una proliferazione potenzialmente incontrollata. In sostituzione di tali misure si potrebbe istituire una moratoria delle armi nucleari basata su una chiara visione generale e normativa rivolta al futuro.
È essenziale che i preparativi di tutto ciò abbiano inizio il prima possibile. Le ONG e i governi più lungimiranti dovrebbero costituire un gruppo che si faccia carico di questa iniziativa, che chiamerei provvisoriamente "Gruppo di azione per una Convenzione sulle armi nucleari". La SGI è pronta ad assumere un ruolo attivo in questo processo.
Contemporaneamente alla preparazione della bozza-quadro del trattato base e allo sviluppo dei vari protocolli, sarà importante mobilitare globalmente l'opinione pubblica - spinta dall'energia e dalla passione dei giovani - per raccogliere il sostegno di un numero sempre maggiore di governi.
Sarei felice che una bozza-quadro concordata di questo trattato base per la proibizione e l'abolizione delle armi nucleari fosse stabilita, o ancor meglio firmata, entro il 2015, e propongo come sedi Hiroshima e Nagasaki.
Da diverso tempo ho esortato la comunità internazionale a convocare un vertice per l'abolizione delle armi nucleari che segni veramente il termine dell'era nucleare, da tenere a Hiroshima e Nagasaki in occasione del settantesimo anniversario del bombardamento di queste città con la partecipazione di leader nazionali e rappresentanti della società civile di tutto il mondo. E ho fatto notare che la Conferenza per la Revisione del NPT, prevista per il 2015, può costituire una buona opportunità per realizzare questo incontro.
Fino a oggi tutte le Conferenze di revisione del NPT si sono tenute a New York o a Ginevra, e ci sono difficoltà logistiche e di altro genere per un cambiamento di sede. Ma sia che assuma la forma di un vertice per l'abolizione del nucleare, sia che assuma quella di una sessione della Conferenza per la revisione del NPT, sono convinto che organizzare una simile riunione nei luoghi in cui furono fisicamente sganciate le bombe atomiche contribuirebbe a rinnovare la promessa di tutti i partecipanti - a partire dai capi di Stato e di governo presenti - di realizzare un mondo libero dalla minaccia delle armi nucleari, e a consolidare e rendere irreversibile la spinta verso questo scopo.
Negli ultimi anni l'ex segretario della Difesa USA William J. Perry, insieme all'ex segretario di stato Henry Kissinger e ad altri leader, ha pronunciato ripetuti appelli per un mondo libero dalle armi nucleari. E ha descritto così l'impressione ricevuta dalla sua visita alla Cupola della bomba atomica e al Peace Memorial Museum di Hiroshima: «Le orribili immagini delle conseguenze dei bombardamenti atomici sono adesso impresse indelebilmente nella mia mente. Ovviamente credevo di aver compreso già gli orrori delle armi nucleari. Ma vedere e sentire concretamente il terribile dolore creato da tali armi attraverso queste immagini ha reso più intensa la mia comprensione del loro enorme potere e della tragedia che possono scatenare. Questa esperienza ha rafforzato la mia determinazione che queste armi non devono mai più essere usate in alcun luogo della Terra».63 Chiunque visiti Hiroshima avrà una reazione diversa, ma sono sicuro che ognuno ne sarà toccato in maniera significativa.
In ultima analisi l'unico modo per uscire dall'attuale impasse, in cui la proliferazione continua senza sosta e lo scenario terrificante di un effettivo impiego di queste armi rimane una possibilità, è far sì che un gran numero di persone in tutto il mondo capisca che questo problema incide direttamente sulla loro vita, sulla loro dignità umana e su quella dei loro figli e dei loro nipoti.
Nel 2007, per commemorare il cinquantesimo anniversario dell'appello per l'abolizione delle armi nucleari del mio maestro Josei Toda, la SGI lanciò il Decennio delle persone comuni per l'abolizione del nucleare (People's Decade for Nuclear Abolition), allo scopo di radunare e concentrare le voci delle persone di tutto il mondo. La mostra contro le armi nucleari Da una cultura di violenza a una cultura di pace: trasformare lo spirito umano, creata come parte di questa campagna, è fino a oggi stata esposta in più di duecentoventi città di tutto il mondo.
Oltre a ciò la SGI sta collaborando alla Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN, International Campaign fot the Abolition of Nuclear Weapons) organizzata dall'associazione internazionale dei medici professionisti per la prevenzione della guerra nucleare (IPPNW, International Physicians for the Prevention of Nuclear War) per generare una solidarietà popolare a livello mondiale verso l'adozione di una Convenzione sulle armi nucleari; sta anche lavorando insieme all'agenzia di stampa Inter Press Service (IPS) in un progetto congiunto internazionale per promuovere la ricerca di proposte e idee per un mondo senza armi nucleari.
L'Istituto Toda per la pace globale e la ricerca politica, che ho fondato nel 1996, darà inizio a un progetto di ricerca a sostegno del movimento globale per l'espansione delle zone denuclearizzate (NWFZ, Nuclear-Weapon-Free Zones) come approccio locale verso la realizzazione di un mondo senza armi nucleari.
Sento sempre nel mio cuore le parole che disse il mio maestro più di mezzo secolo fa: «Chiedo a coloro che si considerano miei studenti e discepoli di ereditare lo spirito della dichiarazione che ho pronunciato oggi, e di far conoscere il suo contenuto in tutto il mondo».64
Lavorando al fianco dei giovani della SGI sono determinato ad adempiere al voto che feci al mio maestro di far sì che tutte le persone possano realizzare, grazie al loro impegno personale, un mondo senza armi nucleari. Nell'assumerci questa sfida senza precedenti, siamo decisi a collaborare con tutti coloro che condividono questa aspirazione e questo obiettivo.
Un voto condiviso
Non c'è forza più grande per risolvere le difficili questioni discusse in questa e in tutte le altre mie Proposte di pace che approfondire il senso di solidarietà fra tutti gli abitanti della Terra. Attivando la nostra energia di cittadini del mondo dal potenziale illimitato, si aprirà la strada
Nella presente proposta ho esaminato varie sfide con le quali misurarci, come la prevenzione e l'attenuazione dei disastri, la protezione dell'integrità dell'ambiente globale e la diminuzione della povertà, l'abolizione delle armi nucleari, offrendo idee concrete per la loro risoluzione. Nessuno di questi problemi può essere risolto da un giorno all'altro o senza un grande sforzo, ma sono convinto che concentrando l'attenzione e attivando l'energia dei comuni cittadini del mondo, ciascuno dei quali ha in sé un potenziale veramente illimitato, sicuramente si aprirà una strada.
Sessant'anni fa il mio maestro fece un appello a tutti gli abitanti del pianeta affinché si considerassero cittadini globali; cinque anni dopo pronunciò la dichiarazione a cui ho fatto riferimento qui, insistendo sulla necessità di proibire e abolire tutte le armi nucleari. Era fermamente convinto che oggi dobbiamo comportarci in modo da servire gli interessi degli esseri umani che vivranno fra cento o duecento anni.
Le parole piene di passione che mi comunicò e mi trasmise come suo discepolo sono state una inesauribile fonte di ispirazione, un voto che condivido e sono deciso a realizzare: «Non soltanto devi fare proposte concrete per la pace dell'umanità, devi anche lavorare in prima persona perché siano messe in pratica. E anche se non saranno pienamente o immediatamente accettate, saranno una "scintilla" dalla quale alla fine scaturirà un movimento per la pace simile a un grande fuoco. Le teorie che non si basano sulla realtà rimarranno sempre un futile esercizio. Le proposte concrete offrono la cornice per la trasformazione della realtà e possono servire a proteggere gli interessi dell'umanità».
Le Proposte di pace che ho continuato a scrivere ogni anno, dal 1983 a oggi, rappresentano lo sforzo per adempiere alla mia personale promessa al mio maestro.
Sono convinto che non vi sia forza più grande, per risolvere le difficili questioni discusse in questa e in tutte le mie Proposte, che approfondire il senso di solidarietà fra le persone di tutto il mondo. A tal fine io e i miei compagni di fede della SGI in centonovantadue aree e nazioni del mondo ci impegniamo, giorno dopo giorno, a cercare di accendere col dialogo una scintilla in grado di generare la fiamma del coraggio e della speranza.
La lotta per la pace - come quella per i diritti umani e per l'umanità - non è una di quelle imprese in cui una volta raggiunta la vetta della montagna si riesce a vedere l'obiettivo finale. Va piuttosto pensata come la creazione di un flusso ininterrotto e inarrestabile di impegno che colleghi una generazione a quella successiva, tramandandosi dall'una all'altra. Questa è la convinzione che ha sostenuto i nostri sforzi per costruire un futuro migliore per tutti.
Con questa ardente convinzione continueremo a promuovere un movimento di empowerment, un movimento per le persone e con le persone, che getti le fondamenta di una società globale di pace e coesistenza armoniosa.
Note
1) J. Toda, Toda Josei zenshu (Opere complete di Josei Toda), Seikyo Shimbunsha, Tokyo, 1981-90, vol. 3, p. 290.
2) CHS (Commission on Human Security), 2003, Human Security Now: The Report of the Commission on Human Security (Sicurezza umana ora: il Rapporto della Commissione sulla sicurezza umana), p. 8, http://ochaonline.un.org/OchaLinkClick.aspx?link=ocha&docId=1250396 (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
3) Ibidem, p. 4.
4) Ibidem, p. 78.
5) ILO (International Labour Organization) 2011, Global Employment Trends 2012: Preventing a Deeper Jobs Crisis (Le tendenze dell'occupazione globale 2012: prevenire una più profonda crisi del lavoro), http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---dcomm/---publ/documents/publication/wcms_171571.pdf (ultimo accesso 24 gennaio 2012).
6) ILO, Global Employment Trends for Youth: 2011 Update, http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_emp/---emp_elm/---trends/documents/publication/wcms_165455.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
7) R. W. Emerson, The Journals and Miscellaneous Notebooks of Ralph Waldo Emerson (Diari e taccuini di R. W. Emerson), Belknap Press/Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1960-82, vol. 8, p. 163.
8) Ibidem.
9) Lettera a Konichi-bo, RSND, 1, 591.
10) Ibidem.
11) A. de Saint-Exupéry, Wind, Sand and Stars (Vento, sabbia e stelle), trad. di Lewis Galantiére, Harcourt Inc., Orlando, Austin, New York, San Diego, London, 1992, p. 27.
12) S. Rees, G. Rodley, F. Stilwell, Beyond the Market: Alternatives to Economic Rationalism (Oltre il mercato: alternative al razonalismo economico), Pluto Press Australia, Leichhardt, 1993, p. 222.
13) T. Tada, Kamokunarukyojin (Il gigante silenzioso), Shueisha, Tokyo, 2007, p. 10.
14) Ibidem, p. 29.
15) A. J. Toynbee, Change and Habit: The Challenge of Our Time (Cambiamento e abitudine: la sfida del nostro tempo), Oxford University Press, New York and London, 1966, p. 3.
16) A. J. Toynbee, Civilization on Trial: and The World and the West, Meridian Books, New York, 1960, p. 19; cfr. edizione italiana, Civiltà al paragone, Bompiani, Milano, 2003.
17) A. J. Toynbee, P. Toynbee, Comparing Notes: A Dialogue Across a Generation (Note a confronto: un dialogo attraverso una generazione), Weidenfeld and Nicolson, London, 1963, p.19.
18) A. Toynbee, D. Ikeda, Dialoghi. L'uomo deve scegliere, Bompiani, Milano, 1988, p. 59.
19) RSND, 1, 6.
20) GZ, 171.
21) CHS, op. cit., p. 2.
22) RSND, 1, 25.
23) Assemblea generale dell'ONU 2010, Human Security: Report of the Secretary-General (Sicurezza umana: rapporto del Segretario generale), A/64/701, http://www.humansecuritygateway.com/documents/UNGA_A64701_ReportOfTheSecretaryGeneralOnHumanSecurity.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
24) J. Ortega y Gasset, Meditations on Quixote (Meditazioni sul Chisciotte), trad. di Evelyn Rugg e Diego Marín, University of Illinois Press, Urbana and Chicago, 2000, p. 45.
25) Nichiren Daishonin, Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 117, 52.
26) RSND, 1, 26.
27) CHS, op. cit., p. 4.
28) Ibidem, p. 11.
29) Ibidem, pp.11-12.
30) D. Cayley, Ivan Illich in Conversation, House of Anansi Press Inc, Toronto, 1992, p. 147.
31) Ibidem, p. 148.
32) R. W. Emerson, The Collected Works of Ralph Waldo Emerson (La raccolta delle opere di R. W. Emerson), Belknap Press/Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1971-2011, vol. 2, p. 73.
33) Saint- Exupéry, op. cit., pp. 38-39.
34) T. Tada, op. cit., p. 48.
35) K. Jaspers, Socrates, Buddha, Confucius, Jesus: The Paradigmatic Individuals (Le personalità decisive: Socrate, Budda, Confucio, Gesù), trad. di Ralph Manheim, Harcourt Brace & Co, San Diego, New York, London, 1962, p. 35; cfr. I grandi filosofi, Longanesi, 1973.
36) SGI (Soka Gakkai International), Soka Gakkai's Relief and Post-Disaster Recovery Support Activities Following the Great East Japan Earthquake on March 11, 2011 (Attività della Soka Gakkai per il soccorso e il sostegno alla ripresa successiva al disastro, in seguito al grande terremoto nel nord est del Giappone dell'11 marzo 2011), http://www.sgi.org/assets/pdf/Mr.%20Kawai's%20presentation%20at%20UNHCR.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
37) M. L. King Jr., Stride Toward Freedom: The Montgomery Story (Marcia per la libertà: la storia di Montgomery), Beacon Press, Boston, 2010, pp. 63-64.
38) Nichiren Daishonin, Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 125, 47.
39) WND, 2, 135.
40) W. M. Maathai, Unbowed: A Memoir (Indomita: una memoria), Arrow Books, London, 2008, p. 207.
41) W. M. Maathai, The Green Belt Movement: Sharing the Approach and the Experience (Il movimento della cintura verde: condividere l'approccio e l'esperienza), Lantern Books, New York, 2003, p. 72.
42) D. Ikeda, E. Boulding, Into Full Flower: Making Peace Cultures Happen (Una piena fioritura: rendere la cultura di pace una realtà), Dialogue Path Press, Cambridge, 2010, p. 113.
43) Ibidem, p. 92.
44) Ibidem, p. 113.
45) Japan, Cabinet Office, Director General for Disaster Management, 2011, Disaster Management in Japan (Gestione dei disastri in Giappone), p. 41, http://www.bousai.go.jp/1info/pdf/saigaipanf.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
46) A. Guterres, Climate Change, Natural Disasters and Human Displacement: a UNHCR Perspective (Cambiamento climatico, disastri naturali e spostamenti umani: una prospettiva dell'ACNUR), 2008, p. 7, http://www.unhcr.org/refworld/type,RESEARCH,UNHCR,,492bb6b92,0.html (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
47) E. Neumayer, T. Plümper, "The Gendered Nature of Natural Disasters: The Impact of Catastrophic Events on the Gender Gap in Life Expectancy, 1981-2002" (La natura di genere nei disastri naturali: l'impatto degli eventi catastrofici sulla disparità di genere nell'aspettativa di vita), Annals of the Association of American Geographers, 97 (3), p. 552.
48) ISDR (International Strategy for Disaster Reduction), 2005, Hyogo Framework for Action 2005-2015: Building the Resilience of Nations and Communities to Disasters (Costruire la resilienza di nazioni e comunità di fronte ai disastri), p. 4, http://www.unisdr.org/2005/wcdr/intergover/official-doc/L-docs/Hyogo-framework-for-action-english.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
49) D. Ikeda, A. K. Chowdhury, Atarashikichikyushakai no sozo e - Heiwa no bunka to Kokuren o kataru (Creare una nuova società globale - Un discorso sulle Nazioni Unite e una cultura di pace), Ushio shuppansha, Tokyo, 2011, pp. 340-341.
50) M. Bachelet, International Women's Day 2011: Time to Make the Promise of Equality a Reality: Message from UN Women Executive Director Michelle Bachelet on the occasion of International Women's Day, 8 marzo 2011 (Giornata internazionale della donna 2011: è tempo di rendere la promessa di uguaglianza una realtà), http://www.unwomen.org/2011/03/international-womens-day-2011-time-to-make-the-promise-of-equality-a-reality/ (ultimo accesso 19 dicembre 2011).
51) UNEP 2011, Young People Representing Half the Planet Campaign to Make Rio+20 a Green Economy Hit (Campagna dei giovani che rappresentano la metà del pianeta per rendere Rio+20 un successo per l'economia verde), http://www.unep.org/newscentre/default.aspx?DocumentID=2653&ArticleID=8879 (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
52) D. Ikeda, J. K. Galbraith, Ningenshugi no daiseiki o (Verso la creazione di un'era di umanesimo), Ushio shuppansha, Tokyo, 2005, p. 67.
53) Dekanawida, Gayanashagowa The Great Binding Law or Constitution of the Iroquois Nations, http://canadachannel.ca/HCO/index.php/1475_-_The_Iroquois_Constitution (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
54) The Amaravati Sangha, Karaniya Metta Sutta (Le parole del Budda sulla gentilezza amorevole), trad. 1994-2012, http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/kn/snp/snp.1.08.amar.html (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
55) Ban Ki-moon, "A Visit to Chernobyl", International Herald Tribune (Francia), 25 aprile 2011, http://www.un.org/sg/articles/articleFull.asp?TID=122&Type=Op-Ed (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
56) Ibidem.
57) J. Toda, op. cit., vol. 4, p. 565; BS, 138, 40.
58) ICJ, The Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, Advisory Opinion I. C. J. Reports 1996, p. 266, http://www.icj-cij.org/docket/files/95/7495.pdf (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
59) Assemblea Generale dell'ONU, 2010 Review Conference of the Parties to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons: Final Document, NPT/CONF.2010/50, vol. 1, p. 19, New York, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=NPT/CONF.2010/50 (VOL.I) (ultimo accesso 1 dicembre 2011).
60) UNHCR, CCPR General Comment No. 14: Article 6 (Right to Life) Nuclear Weapons and the Right to Life (Armi nucleari e diritto alla vita), 9 novembre 1984, http://www.unhcr.org/refworld/docid/453883f911.html (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
61) Citato in I. Abrams, The Words of Peace: Selections from the Speeches of the Winners of the Nobel Peace Prize (Le parole della pace: selezione dai discorsi dei premi Nobel per la pace), Newmarket Press, New York, 2008, p. 81.
62) J. Kellenberger, Bringing the Era of Nuclear Weapons to an End: Statement by Jakob Kellenberger, President of the ICRC, to the Geneva Diplomatic Corps (Far terminare l'era delle armi nucleari: dichiarazione di...), Ginevra, 20 aprile 2010, http://www.icrc.org/eng/resources/documents/statement/nuclear-weapons-statement-200410.htm (ultimo accesso 20 dicembre 2011).
63) W. J. Perry, Kakunakisekai o motomete (Alla ricerca di un mondo non nucleare), trad. di Tsuyoshi Sunohara, Nihon Keizai Shuppansha, Tokyo, 2011, p. 175.
64) Toda, op. cit., vol. 4, p. 565.
(traduzione di Marialuisa Cellerino)