Giornaliste in prima linea, due generazioni differenti, due diverse aree d’interesse, per la tv e la carta stampata. Guerre e migrazioni l’una, diritti umani e temi sociali l’altra. Discutiamo con Raffaella Cosentino, inviata di RaiNews24, e Maria Novella De Luca, inviata del quotidiano la Repubblica, del complesso e appassionante mestiere di informare.
Il vostro background. Cosa vi ha spinto a fare questo mestiere e quali aspetti avete scoperto che non immaginavate.
Raffaella: Mi viene da ridere perché in questa fase della mia vita sono in crisi totale. All’inizio mi ha spinto la voglia di viaggiare, conoscere le persone e le loro storie.
Ho iniziato all’università con un giornaletto locale come impegno antimafia in Calabria. Ancora non conoscevo il Buddismo e credevo nello strumento del giornalismo per cambiare la società. Poi, dopo aver cominciato a praticare, ho scoperto altre cose. Per esempio di essere attratta dalla sofferenza della gente e di avere delle doti di giornalismo investigativo. Di natura sono una persona che abbocca a tutto, mentre stranamente nel lavoro ho tirato fuori inchieste, notizie… Per il resto, all’inizio nel lavoro (ho cominciato a praticare in concomitanza con l’esame di Stato da professionista) ero molto influenzata da Tiziano Terzani che partì per l’Asia come freelance senza che nessuno dei giornali italiani se lo filasse. Mi colpì che fosse arrivato alla fine della sua vita per capire che con il giornalismo non avrebbe cambiato il mondo e che l’unico cambiamento possibile è quello interiore. Mi sono sentita fortunatissima di averlo capito prima, grazie a Sensei.
Maria Novella: A me piaceva scrivere, e poiché sono figlia di due giornalisti questo lavoro ha rappresentato un approdo naturale. Quello che forse non mi aspettavo era di occuparmi di cronaca, nel senso che all’inizio pensavo di scrivere di cultura o spettacoli. In realtà grazie alla pratica buddista e all’incontro con persone che hanno creduto in me mi sono trovata catapultata in quella che secondo me è l'università del giornalismo: la cronaca nazionale. E lì ho scoperto una grande passione per i fatti e soprattutto per le persone.
A differenza di Raffaella credo che il giornalismo possa cambiare la vita delle persone. A me è successo. E questo è stato il mio modo di esercitare il Buddismo nel giornalismo. Nel tempo poi sono molto cambiata anche nella professione perché facendo Gongyo e Daimoku ogni mattina ho cominciato a farmi delle domande. Per esempio se avesse senso in certi casi violare la privacy delle persone o puntare su storie estremamente torbide (da giovani scrivendo di cronaca si è spesso influenzati dallo scoop e da un certo sensazionalismo). In realtà nel tempo, alternando grandi fatti di cronaca come il delitto di Cogne e l’omicidio di Marta Russo, mi sono sempre più specializzata sul tema dei diritti umani, come le unioni civili e il fine vita, argomenti per la libertà dei quali mi sono molto battuta professionalmente.
Ci racconti una storia che ha innescato un grande cambiamento?
Maria Novella: Ce n’è una di cui sono molto fiera e riguarda Marianna Manduca. Aveva 32 anni, era mamma di tre bambini e fu uccisa in Sicilia nel 2007 con 12 coltellate dall’ex marito al quale (pensate!) il Tribunale aveva affidato i figli della coppia. Dopo l’omicidio il cugino di Marianna, Carmelo Calì, un operaio edile che viveva a Senigallia, adottò i tre bambini rimasti orfani (aveva già due figli). In una battaglia contro i giudici di Caltanisetta Carmelo ottenne in primo grado un grosso risarcimento, perché lo Stato non aveva protetto Marianna. Poi però in secondo grado sempre lo Stato decise di richiedere a quei bambini i soldi del processo di primo grado. Nel frattempo avevo preso contatto con quella famiglia e a un certo punto (il giornalismo insieme al Buddismo mi ha regalato la capacità di entrare in empatia con le persone) i figli di Marianna mi consegnarono il diario della madre, una specie di atto d’accusa dead woman walking in cui lei contava le ore prima di essere ammazzata. Un documento raro. Insomma decisi di utilizzarne alcuni stralci per scrivere un longform su Repubblica alla soglia del 25 novembre, giornata contro la violenza maschile sulle donne.
Poi capii che sarebbe stato un gran bel gesto per il presidente del Consiglio, allora Giuseppe Conte, dire all’avvocatura dello Stato di ritirare il ricorso contro quei poveri ragazzi. Alleandomi con una collega del politico gli scrivemmo una lettera dicendo: è folle alzare la bandiera contro i femminicidi e nel contempo richiedere indietro agli orfani di un femminicidio 150 mila euro! Vincemmo la battaglia: la presidenza del Consiglio decise non soltanto di ritirare il ricorso, ma di dare a quei ragazzi un risarcimento mai visto per nessun orfano di femminicidio. Ecco, il giornalismo può cambiare le cose. Sono convinta che il lavoro che Raffaella fa ogni giorno, raccontando le guerre e i migranti, le cose le cambia eccome.
Raffaella: Mentre Maria Novella parlava mi sono venute in mente alcune storie di cui mi sono occupata. Sicuramente la più importante è quella di Paola Clemente, che ha permesso la nascita dell’attuale legge sul caporalato. Morta di fatica nei campi, era una delle braccianti pugliesi sfruttate dai caporali. La vicenda era stata messa a tacere anche perché la sua famiglia non aveva la consapevolezza di poter reagire. Il cambiamento più bello infatti è stato il loro. Alla fine questa mia testardaggine (non era la storia privata di una donna morta d’infarto mentre raccoglieva l’uva nei campi, bensì una storia pubblica e politica!) ha dato forza al figlio e ha cambiato la percezione del vedovo che ho poi intervistato per Repubblica, di cui ero collaboratrice. Poi ho fatto chiudere diversi CIE, centri di identificazione ed espulsione, come quello di Lamezia Terme, che ledevano i diritti umani dei migranti. Poi ho raccontato la storia di Lassaad, un ragazzo tunisino incontrato mentre giravo il documentario EU 2013, L'ultima frontiera nel CIE di Ponte Galeria, che ora dopo anni di prigione è un migrante con regolare permesso di soggiorno.
Mentre per le storie di guerra, in Ucraina e Medioriente, sinceramente ho meno l'impressione di incidere nel concreto, però continuo. Dal punto di vista del racconto, non so quanto arrivi alle persone quello che mostriamo o se queste guerre, invece, siano diventate una sorta di abitudine. Personalmente non avevo mai visto i morti di un bombardamento in mezzo alla strada come mi è successo in Ucraina, dove l’anno scorso ho rischiato la vita tre volte, in una delle quali durante il bombardamento di Kherson mi è caduta una bomba a 20 metri. Recentemente vedendo il documentario Venti giorni a Mariupol ho pensato: «Come siamo usciti vivi da lì?». La guerra ucraina è durissima per le condizioni climatiche, per il tipo di attacco (dovunque sul territorio puoi essere colpito da droni kamikaze, missili supersonici, razzi lanciati dal mare, dagli aerei…). È una situazione completamente folle, in cui ti affezioni a questo popolo incredibilmente coraggioso che cerca di continuare a vivere, si sposa, lascia aperti ristoranti e hotel, ma non so quanto quello che noi riusciamo a raccontare arrivi poi alle persone.
Di fronte alle difficili tematiche che raccontate, quale atteggiamento metodologico adottate per evitare di cadere nella polarizzazione sempre più imperante?
Maria Novella: Posso dire di aver fatto grandi battaglie sul modo di raccontare le cose. Per esempio per quanto riguarda la violenza di genere. Noi tutte abbiamo imparato come non deve essere raccontata la violenza contro le donne. Se 30 anni fa potevo scrivere “amore malato” oggi non lo farei mai, perché anche grazie al femminismo sappiamo che il femminicidio non è mai un delitto di impeto, che il raptus non esiste ma è il prodotto di una cultura.
Però quando scrivi di un fatto di cronaca c’è sempre il tuo capo redattore – solitamente un maschio – che vuol sapere il motivo per cui la donna è stata ammazzata. Ecco, questa è una domanda contro la quale mi sono battuta per anni, perché una donna viene sempre uccisa per il motivo di essere una donna. Ma vai a farglielo capire al capo redattore che in poco spazio sul giornale deve fare un titolo per cui fino a un po' di anni fa si scriveva “L’ha uccisa perché era geloso”, “perché l’amava troppo”, “perché lei voleva separarsi”. Motivazioni che sono sì delle ragioni – sappiamo tutti che sono vere – ma nello stesso tempo non lo sono.
Inoltre raccogliendo spesso storie di sofferenza, con un forte impatto mediatico, ho imparato ad avere cura delle persone. Cioè, una donna che è stata abusata, e che in quel momento vede in te una persona a cui consegnare il suo cuore, ti racconta dei dettagli a volte così intimi che bisogna stare poi molto attenti quando si riporta tutto su carta. Perché è chiaro che quel dettaglio colpirà i lettori, ma questo è un gioco a cui io non mi presto, perché non serve indugiare nell’elemento scandalistico. La bravura di un giornalista sta anche nell’evocare quel che sta succedendo.
Ci dev’essere una sorveglianza sulla scrittura e sulla titolazione d’effetto. Non è importante raccontare che cosa le hanno fatto, quello lo raccontiamo in aula, ma sul giornale si può utilizzare un altro linguaggio. Perché il racconto di quello stupro serve per sconfiggere la violenza di genere, non per avere cinque click in più. Ma potete immaginare che battaglia è questa, soprattutto oggi sul digitale, dove ai giovani colleghi si chiede di produrre contenuti a ritmo continuo e ai quali non si insegna che le notizie vanno sempre verificate.
Raffaella: Allora, come si racconta la guerra… il linguaggio per immagini che ho scelto mi piace molto, anche se dipende da come si usa. Mi spiego: il video può essere una cosa totalmente piatta, oppure un modo per far emergere meglio l'umanità delle storie (la chiave è sempre quella!) come per esempio l’espressione del viso di una madre – in un recente pezzo che ho fatto in Medioriente – mentre mi mostra il video in cui il figlio sta morendo e i vicini tentano disperatamente di portarlo a braccio in ospedale, perché l’esercito israeliano ha impedito l’arrivo dell’ambulanza, senza poterlo salvare. Immagini che raccontano molto più di qualunque mia parola, per quanto anche dietro quelle immagini c'è il mio lavoro giornalistico: sono io che scelgo la storia, chi intervistare, cosa mettere nel montaggio del servizio. E in questo lavoro l'umanesimo buddista è il centro di tutto. Nel proporre queste storie a un pubblico che, a differenza magari di un femminicidio, si sente lontano dal campo profughi in Giordania, dal morto ammazzato del bombardamento del Donbas, il mio compito è cercare di avvicinarlo sulla base della comune umanità, perché per la rete di Indra noi buddisti sappiamo di essere tutti collegati.
Certo, c’è una fondamentale differenza nel raccontare la guerra in Ucraina e quella in Medioriente. Nella prima siamo solo da un lato e non possiamo andare nell’altro, e comunque è il lato delle vittime di un’aggressione. Nella seconda, nel conflitto tra Israele e Hamas, siamo da tutti e due i lati, anche se non possiamo andare a Gaza in maniera indipendente al momento (mi è stato proposto andare a Gaza embedded con l’esercito israeliano e ho preferito di no, a differenza dell’Ucraina in cui vado con l’esercito ucraino perché si sta difendendo dall’aggressione russa). Un giorno sono a Tel Aviv e un altro giorno a Ramallah, e posso avere le mie opinioni personali su questo conflitto – è umano – ma ci vuole rispetto per il dolore di tutti. Nel racconto non posso tacere le famiglie degli ostaggi, disperate per il dramma che stanno vivendo, così come la madre del minorenne palestinese, ammazzato dai soldati israeliani perché tirava le pietre.
Nel raccontare una guerra le questioni etiche sono infinite. Per esempio mi è capitato di andare a visitare un carcere di prigionieri russi autorizzato dagli ucraini, in cui ti viene mostrato che è rispettata la convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. Ovviamente non ho prove per dire che non sia vero, ma quanto meno devo instillare il dubbio che mi stiano facendo vedere una situazione organizzata. Soprattutto quello in Medioriente è uno scenario talmente complesso (nell’esercito israeliano ci sono soldati musulmani che combattono a Gaza come volontari) che per le nostre categorie mentali occidentali siamo al limite del comprensibile.
Vi è capitato mai di dare voce al personaggio più oscuro della vicenda?
Maria Novella: Sì, mi è capitato intervistando due maschi violenti. Interviste difficili, perché naturalmente l'autore di un delitto in un modo nell'altro tenderà sempre ad autoassolversi. Nel ruolo di intervistatrice inoltre tenderei a essere estremamente giudicante, ma siccome ogni intervista nasce da un incontro, ho dovuto fare un grosso lavoro su me stessa per trovare quella linea, fredda e di mezzo, per poter raccontare la storia di una persona sicuramente in cambiamento, ma non ancora... cambiata. È molto più difficile intervistare il personaggio negativo senza farsi prendere dal suo racconto, rispetto alla vittima verso la quale si ha naturalmente un’empatia istantanea. Ecco, intervistare l’aggressore è sempre molto più difficile.
Qualcuno ti ha mai detto che non gli era piaciuto il ritratto che ne avevi fatto? O il contrario?
Maria Novella: I due uomini che ho intervistato non sono stati felicissimi, perché in effetti si sono visti come in uno specchio. Ma non mi hanno mai smentito. Mentre dall’altra parte qualcuno mi ha detto che avrei potuto calcare la mano nel tratteggiare la loro negatività. Quindi avendo scontentato tutti ho pensato di aver fatto un ottimo lavoro.
(Monica Piccini)