Nel Gosho L’eredità della Legge fondamentale della vita Nichiren Daishonin scrive a Sairen-bo: «I cinque caratteri di Myoho-renge-kyo furono trasmessi al Bodhisattva Pratiche Superiori dai due Budda Shakyamuni e Molti Tesori seduti nella Torre preziosa, perpetuando un’eredità ininterrotta sin dall’eterno passato» (RSND, 1, 189). In questo breve passo è racchiuso il senso di quella che noi chiamiamo “propagazione”, cioè la trasmissione dell’eredità della Legge, affidata a una figura – il Bodhisattva Pratiche Superiori, guida dei Bodhisattva della Terra – che ha in sé le capacità di risvegliare nelle persone la loro natura illuminata. Egli non è il più colto, il più “forte”, ma accogliendo il mandato del Budda ha deciso di vivere e agire altruisticamente; è l’esempio di una fede attiva, che crede fermamente che non vi sia distinzione alcuna tra i discepoli – noi, persone comuni – e il Budda Shakyamuni. Da questa profonda consapevolezza, alimentata costantemente dalla fede, nasce quell’unione che, come un fiume, accoglie, alimenta e si diffonde. Come scrive lo stesso Daishonin: «Che i discepoli di Nichiren, preti e laici, recitino Nam-myoho-renge-kyo con lo spirito di “diversi corpi, stessa mente”, senza alcuna distinzione fra loro, uniti come i pesci e l’acqua, questo si chiama eredità della Legge fondamentale della vita» (Ibidem, 190). Ereditare lo spirito della Legge significa, anzitutto, sentire questa unità nella diversità: tante persone con caratteristiche diverse trasmettono il pensiero del Budda, in armonia fra di loro.
In un paese come il nostro, nella cui storia sono ravvisabili tracce di imposizioni di vario tipo, non è strano che il concetto di propagazione abbia una certa familiarità con il lessico del potere. Non deve stupire perciò che a questa parola vengano talvolta accostati, in maniera quasi automatica, significati negativi. In quest’ottica l’accezione del verbo “propagare” rimanda a qualcosa di imposto.
Il termine ha, tuttavia, una storia molto bella e si sviluppa intorno a nuclei semantici interessanti. Il tema della parola nasce dall’incontro di due elementi: il prefisso pro (che indica un movimento sia vicino sia in avanti, richiamando l’idea di una relazione) e il verbo latino pangere; la radice di quest’ultimo significa “diventar solido, forte”. Da qui il verbo pango, pactum, -ere cioè fissare, piantare, ma anche stabilire un patto. La famiglia lessicale che si genera dalla radice originaria è composta da parole collegate fra loro come i rami di un albero: diversi nella forma, ma nutriti da una stessa linfa; riconosciamo, tra questi rami, non solo il verbo “propagare” o la parola “propaggine” – l’ultima nata dalla semina, potremmo dire: la spinta verso il futuro –, ma anche una parola fondamentale per l’umanità, “pace”. La pace è un patto stretto tra persone diverse ma accomunate da uno stesso scopo.
È l’insieme delle relazioni di significato a dare forza a una parola, a renderla ricca, piena e viva. La propagazione è la realizzazione della pace attraverso una trasmissione armoniosa, come la vibrazione che, sulla superficie di un lago, si propaga in cerchi sempre più ampi a partire da un unico gesto iniziale, che si amplifica e si diffonde. Spesso, invece, il mondo occidentale ha rinchiuso l’idea stessa di pace nel ristretto significato di “assenza di guerra”.
Possiamo dire che con il suo esempio il Bodhisattva Pratiche Superiori trasmetta un insegnamento che propaga la pace come pratica attiva della Legge. Ed è questo che noi leggiamo nella seconda delle preghiere silenziose, quella con cui rivolgiamo la nostra gratitudine ai maestri «per la loro totale dedizione alla propagazione della Legge». Il cuore della parola è nell’azione. (Giulietta Stirati)