Beep, notifica del mio cellulare: «Vane, cosa significa avere uno stato vitale alto? Cioè, ho dei dubbi, perché alcune volte noto che viene inteso come sorridere sempre o avere una visione edulcorata e non realistica delle situazioni e quindi mi viene il dubbio di cosa sia veramente… lo stato vitale del Budda, intendo».
(Succede mentre mi arrovello su come organizzare questo breve articolo che vorrei consegnare stasera, sorrido pensando alla sincronicità degli eventi anche nelle piccole cose, e rispondo).
«Intanto diciamoci cosa non è. Per esempio non è l'umore, si può essere molto su di giri e non avere una condizione vitale ampia (o stato vitale alto). Non è neppure sorridere sempre, né essere allegri, insomma non ha a che fare con l’umore che abbiamo nelle varie circostanze. Non è neppure qualcosa che deriva dall’esterno, non è la gioia che proviamo quando succede qualcosa di bello, né la soddisfazione che sentiamo quando risolviamo un problema».
«Ma immagino vada di pari passo».
«No, non per forza, semmai un’elevata condizione vitale è a monte, riguarda la percezione di una connessione con il resto per cui nulla ci è estraneo. È la consapevolezza che tutto è Myoho-renge-kyo, che tu includi tutto e tutto include te. Perciò, mentre reciti Daimoku tutto muta al tuo mutare. Questa condizione vitale percepita è la libertà del Budda. Ed è fonte di gioia, la gioia che deriva dalla Legge, cioè da questa connessione. Che non per forza è essere allegri o spensierati o senza sofferenza. È percepire l'eterno scorrere della vita e farne parte».
«Ma ora mi viene un dubbio, allora che cosa vuol dire "recitare Daimoku fino a quando non senti gioia"? Perché può essere fuorviante».
«Si tratta della gioia derivante dalla Legge, cioè sentire quella connessione col tutto che ti rende profonda e leggera la vita. Quel sorriso che sboccia quando recitando Daimoku senti la sofferenza scorrere, come tutto il resto. Quando percepisci che tu puoi includere ogni cosa e non esserne sopraffatta.
È qualcosa che è più simile alla saggezza. È una condizione che comprende, sia nel senso di capire sia nel senso di abbracciare e contenere, includere tutto. In questa condizione vitale sono compresi anche i punti di vista altrui, per esempio, che non necessariamente diventano il tuo, ma sono possibili, comprensibili, compatibili con visioni differenti. Per questo in quella condizione vitale succede di individuare visioni, strade, parole, gesti che non riuscivamo a trovare e che ci permettono di trasformare le situazioni. Perché accediamo a un punto di vista “panoramico” sulla vita e sugli eventi.
In un passaggio, che ho ritrovato, de I capitoli Hoben e Juryo, Daisaku Ikeda riporta un brano del filosofo svizzero Carl Hilty: “Anziché irritarci perché la rosa ha le spine, dovremmo rallegrarci del fatto che una pianta spinosa abbia la rosa”.
E Ikeda commenta: “A seconda del modo di guardarle, le cose cambiano totalmente e anche la situazione più sgradevole può diventare fantastica. […]
Quando siamo nel grande stato vitale del Budda, noi, le persone che ci circondano e la nostra terra, tutto si illumina di speranza e di felicità per il potere di Nam-myoho-renge-kyo, il principio dinamico del cambiamento” (Esperia, p. 241).
Questa mi sembra una prospettiva più chiara della condizione vitale che possiamo sperimentare recitando Daimoku con libertà».
«Quindi posso cambiare la mia condizione vitale in ogni istante anche senza per forza diventare allegra… ma saggia, inclusiva, empatica, connessa con il tutto. Mi piace molto di più così!».
«Eh sì anche a me, ora vado che devo scrivere l’articolo, grazie per lo scambio, è stato prezioso».
(Vanessa Donaggio)