Modi di dire

Per svelare trabocchetti di interpretazione

di Anna Cepollaro

Nella vita quotidiana spesso adoperiamo modi di dire per sintetizzare interi concetti, sicuri di essere compresi perché quei concetti sono già profondamente acquisiti dalla comunità cui apparteniamo. Succede anche nella pratica buddista. Senza essere necessariamente false o sbagliate, alcune di queste affermazioni possono, però, nascondere dei trabocchetti d'interpretazione. Talvolta è semplicemente l'into­nazione della voce o l'opportunità del momento a dare un senso erroneo a quello che viene detto. Prendiamo, per esempio, un dialogo tra due persone di cui una dice: «Sono malato...» e l'altra risponde: «Eh, chissà che causa hai messo!». A parte la mancanza di tatto, in linea di principio la risposta non è sbagliata: ciò che ci succede oggi è l'effetto di cause messe in precedenza, con pensieri, parole e azioni. Purtroppo la conseguenza immediata di questo uso, per così dire, superficiale della terminologia buddista è che non stiamo dando quel sostegno che evidentemente l'altra persona ci chiede. Inoltre, pur con tutte le buone intenzioni del mondo, la nostra frase può facilmente essere intesa come se stessimo guardando alla legge di causa ed effetto (riferita alle cause accumulate nel karma) come a una serie di "punizioni" meritate, cui tocca rassegnarsi. Inutile ricordare che concetti quali sacrificio, rassegnazione ed espiazione fanno parte del nostro retroterra culturale di matrice occidentale e sono, per questo, difficilmente riconoscibili. Ma è invece utile raccogliere l'invito di Nichiren Daishonin a pregare con voce sonora e con profonda fede nel Gohonzon, per vincere sulla funzione demoniaca della malattia. «Credi profondamente in questo mandala. Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (SND, 4, 149). Altro che rassegnarsi: recitare Daimoku risveglia la Buddità in noi stessi e nell'intero universo, richiamando la protezione degli shoten zenjin.
Un'altra frase che si dice molto frequentemente, sospirando, è: «Purtroppo questo è il tuo/mio karma». Come se il karma fosse una spada di Damocle che ci pende sulla testa, un destino ineluttabile, sempre in agguato, che condiziona ogni aspetto della vita, cancellando il nostro libero arbitrio e lasciandoci in balia di una storia già scritta. Ma, durante la Cerimonia nell'aria, noi Bodhisattva della Terra abbiamo assunto volontariamente il nostro karma e abbiamo promesso di propagare la Legge, grazie proprio alla vittoria sulle sofferenze. «Abili nel rispondere a difficili domande, le loro menti non conoscono la paura. Hanno coltivato con assiduità la perseveranza, sono fieri di dignità e virtù» (SDL, 292). È la paura a farci preferire un destino inamovibile, ma noi possiamo trasformare il veleno in medicina. L'unica spada è quella che brandiamo noi, quando cogliamo l'oppor­tu­nità di dimostrare il potere della nostra vita in modo da compiere la missione di aiutare gli altri a essere felici. E a vincere sulla paura.

 

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