Miraggio del posto fisso? Meglio capire prima qual è la vera vocazione

Intervista a Padre Nicola Preziuso

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Fondatore del Centro Educativo Murialdo (Cem)

È il 1994 quando un gruppo di volontari, riuniti attorno alla figura di padre Nicola Preziuso, parroco della chiesa Gesù Divin Lavoratore a Taranto, dà vita al Cem, Centro Educativo Murialdo, un’associazione di orientamento alla vita e al lavoro con l’obiettivo di contrastare la disoccupazione giovanile particolarmente presente al Sud. L’intuizione è quella di spostare l’attenzione dalla ricerca del “posto fisso” all’individuazione del talento di chi si avvicina al mondo del lavoro. Come? «Gli elementi determinanti – specifica l’ideatore – sono la ricerca della vocazione e il coinvolgimento dei volontari, un’enorme potenzialità (visto l’aumento del numero di pensionati!) del Terzo settore» che nello specifico mettono a disposizione dei ragazzi tempo ed esperienza in un percorso laboratoriale dove i giovani hanno modo di confrontarsi per più di un mese con diversi tipi di professioni, dal ceramista al pasticcere. Al termine del percorso, identificata la “vocazione”, rientra in gioco il Cem che si adopera per concretizzarla in un impiego o, alcune volte, in una creazione d’impresa.

Padre Nicola, come è nata l’idea del Cem?
Da quando ho cominciato ad avvicinare e coinvolgere i ragazzi del rione dell’acciaieria di questa bellissima città, il mio sguardo si è rivolto ai poveri, agli abbandonati e ai tutt’altro che innocenti, così come insegna il mio fondatore San Leonardo Murialdo, prete degli orfani e della dignità del lavoro, che a fine ‘800 fondò la Congregazione di San Giuseppe per aiutare i ragazzi poveri e l'Unione operai cattolici. Il metodo su cui si basa il Cem, quindi, non parte dalla fede, ma dalla vita. Da 43 anni infatti sono anche cappellano volontario dell’ex Ilva (lo stabilimento siderurgico di Taranto), ispirato dall’esperienza dei preti di fabbrica della Fiat di Torino che negli anni ’50 e ’60 si facevano assumere per lavorare accanto agli operai. In fabbrica ho imparato tanti valori, primo tra tutti la solidarietà, che nei posti di lavoro dove si rischia la vita, come un’acciaieria, è particolarmente sentita. Ho conosciuto anche tanti giovani e adulti che lavorano lì senza passione, solo per portare soldi a casa. Ma essendo il lavoro un elemento centrale di maturazione individuale e parte fondamentale della vita di ognuno, ventotto anni fa mi è venuta l'idea di un centro d’orientamento alla vita e al lavoro, unendo l’esperienza con i ragazzi di strada a quella nella fabbrica. Dove ho anche trovato ottimi collaboratori, gente specializzata e appassionata che dopo il lavoro insegna nei nostri laboratori meccanica, elettricità, vetrofusione.

Colpisce infatti che il vostro sia un centro di orientamento alla vita, oltre che al lavoro.
Mettere insieme vita e lavoro è il nostro elemento caratteristico, perché altrimenti saremmo un centro di formazione professionale come già ne esistono. Quando un giovane viene da noi per chiederci un lavoro, prima di offrirglielo gli chiediamo: «Sei disposto a cercare la tua vocazione?». È un tentativo di individuare insieme i talenti di ognuno, che magari sono ancora nascosti, ma che vengono fuori anche grazie alla frequentazione di quella che noi chiamiamo la “girandola degli spazi”, 100 ore di laboratorio in vari settori (pasticceria, sartoria, meccanica…). A capo di ognuno di questi spazi c'è un direttore, ovvero un volontario specializzato che funge da "guida" per le persone che ancora non hanno scoperto la propria strada. Cerchiamo anche di capire se ci siano giovani con capacità imprenditoriali, e in quel caso li aiutiamo ad aprire un negozio o ad avviare una piccola cooperativa. Quel che cerchiamo di fare è sradicare il culto del posto fisso a ogni costo.

Parliamo di numeri. A oggi quanti siete?
I volontari che insegnano nei laboratori sono una ventina. Poi ci sono le aziende sul territorio, che ormai ci conoscono e si fidano dei ragazzi che gli mandiamo per un tirocinio o un primo impiego. Sono più di un centinaio i giovani che sono passati in questi anni dal Cem, oltre all’avvio di 15 nuove imprese. Ma sinceramente più che i numeri a noi interessa aver trovato una modalità che funziona, replicabile in ogni momento e da qualsiasi organizzazione.

Avete programmi attivi con istituzioni locali?
Per un periodo abbiamo collaborato con le scuole, un’esperienza bellissima. Abbiamo seguito una classe di seconda e terza media fino ai primi due anni delle superiori, guidando gli studenti nell’orientamento pratico al lavoro. Ne abbiamo poi approfittato per educarli alla creazione d’impresa dando vita a una vera e propria cooperativa. Inoltre da cinque anni l’Uepe (Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna) si affida a noi per l’inserimento sociale degli ex detenuti nel mondo del lavoro e i risultati sono affascinanti.

Ci racconta qualche storia di chi si è rivolto al Cem?
Tre anni fa è arrivata una donna di 48 anni che aveva scontato anni di carcere. Qui ha trovato una comunità di persone che l’hanno accolta e la possibilità di ridare spazio ai suoi sogni, tra cui fare l’operatrice socio sanitaria. Inizialmente l’ostacolo principale era di natura economica, ma grazie alle donazioni dei nostri sostenitori si è potuta iscrivere al corso di formazione a Campobasso. Accompagnata ogni volta dai volontari, col permesso del giudice, è riuscita a frequentare anche le lezioni in presenza. E di recente all’esame finale ha preso il massimo dei voti!
Ma da noi arrivano anche giovani laureati insoddisfatti del lavoro che hanno già. Mi ricordo di uno in particolare che grazie ai nostri laboratori ha scoperto il talento per la ceramica. Poiché era anche portato per l’imprenditoria, lo abbiamo aiutato ad aprire un laboratorio/negozio al centro di Taranto. Si è poi trasferito a Faenza per approfondire la tecnica e oggi, a 49 anni, lavora in una cooperativa sociale sia come educatore sia come ceramista.

Anche la vostra sede racconta una storia di lotta e resilienza. Dopo aver ristrutturato una ex casa cantoniera, siete stati sfrattati e vi è stata data in concessione un'area dismessa dalla Marina Militare.
La zona era una discarica a cielo aperto, in parte contaminata da sostanze tossiche e metalli pesanti. Per la bonifica avremmo dovuto spendere circa 350 mila euro. Per fortuna avevamo letto in rete di alcune tecniche di fitodepurazione, e grazie al sostegno del Cnr, del Politecnico e dell’Università di Bari è stato avviato un progetto di fitorimedio a basso costo con la piantumazione di centinaia di pioppi e tamerici, con risultati sorprendenti.

Tutto è bene quel che finisce bene, allora.
La novità è che siamo stati nuovamente sfrattati! Non ci siamo persi d’animo e, come prima cosa, abbiamo creato un protocollo d’intesa con il Cnr e il Comune di Taranto affinché il progetto di bonifica non s’interrompesse con il nostro sfratto. Ora abbiamo trovato una villa di 365 metri quadri che stiamo acquistando grazie a una generosa raccolta fondi. Finalmente abbiamo un luogo dove poter riunire tutti i nostri laboratori e dal quale non potremo più essere mandati via. Per continuare a essere un riferimento contro la disoccupazione.

(Monica Piccini e Valeria Rotili)

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