All’inizio dell’800 non c’era chi non lo riconoscesse al primo sguardo, in un salotto di Parigi o in un viale a Berlino. Si dice fosse considerato l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone, ma oggi pochi lo ricordano al di fuori dell’accademia. Eppure le sue idee appassionate hanno cambiato irreversibilmente la visione del mondo e il suo concetto di natura come sistema globale è alla base del pensiero moderno, tanto che non si immagina riflessione filosofica o scientifica che ne possa prescindere. Il suo nome, da tempo perduto nella memoria comune, resiste in alcuni luoghi del Sudamerica che lo hanno visto giovane instancabile esploratore, dalla Corrente di Humboldt che costeggia Cile e Perù alla Sierra Humboldt in Messico e al Pico Humboldt in Venezuela.
Ispirandoci alla ricchissima e suggestiva biografia della storica e scrittrice inglese Andrea Wolf (L'invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l'eroe perduto della scienza, Luiss University Press, 2017) abbiamo immaginato di incontrarlo personalmente per potervelo presentare.
«Sono molte le cose che mai mi sarei aspettato mi accadessero, durante la mia vita e dopo. Da ragazzo, frustrato dal non riuscire a soddisfare le aspettative di nostra madre e dell’insegnante che lei aveva scelto per l’istruzione mia e di mio fratello maggiore, appena potevo scappavo nelle campagne che circondavano la nostra residenza, a Tegel. Raccoglievo e disegnavo piante, animali, rocce, e tornavo con le tasche piene di sassi e di insetti. Più tardi lessi i diari di James Cook e di Louis Antoine de Bougainville, i grandi viaggiatori del ‘700, e cominciai a immaginarmi in qualche luogo lontano. Sentivo una inesplicabile attrazione verso l’ignoto, ero spinto da una “pulsione perpetua”* come se “10.000 sbirri” mi dessero la caccia.
Chi lo avrebbe detto che sarei diventato uno degli uomini più famosi del mio tempo, a lungo amico e ispiratore di Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schelling, ammirato da Henry David Thoreau, in contatto con Charles Darwin e altri scienziati, amico di Simón Bolìvar, confidente del terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson e personalmente antipatico a Napoleone, nato il mio stesso anno?».
La sua storia è così entusiasmante che le parlerei per ore, ma la finestra temporale a nostra disposizione è limitata... Un aspetto soprattutto mi colpisce: la sua capacità di leggere i fatti nel loro intimo rapporto. Lei ha collegato in un’unica “rete di vita” i fenomeni naturali, i movimenti delle civiltà e quelli dei continenti…
Avevo intuito che la natura era una “rete di vita” e non potevo guardarla con gli occhi del botanico, del geologo o dello zoologo. Ho accumulato tanti di quei risultati dalle regioni più disparate del pianeta e fatto tante di quelle domande che qualcuno avrà pensato che fossi stupido, perché chiedevo in giro “ciò che è ovvio”.
Accadde il 23 giugno 1802, che in piedi sulla vetta del Chimborazo ebbi la folgorazione: vidi la Terra come un unico grande organismo vivente dove tutto è connesso, e concepii l’audace visione di un'“unità nella varietà”. Un’idea rivoluzionaria, devo riconoscere…
Lei è stato anche tra i primi a criticare la visione antropocentrica della natura.
Non sopportavo i miei contemporanei per i quali “domare ciò che è selvaggio” era il “fondamento di ogni futuro beneficio”. Secondo me il genere umano doveva capire come agiscono le forze della natura, come quei fili differenti fossero connessi, e non limitarsi a modificare il mondo naturale a suo piacimento e beneficio. Avevo intuito che l'essere umano poteva distruggere l’ambiente, con conseguenze che avrebbero potuto essere catastrofiche…
… e aveva mostrato, da vero precursore, la relazione tra colonialismo e distruzione dell’ambiente.
Già ai miei tempi gli effetti dell’intervento umano erano “incalcolabili” e potevano diventare irreversibili se avessimo seguitato a insidiare il pianeta “con tale brutalità”.
In Venezuela avevo visto la devastazione causata dagli spagnoli per controllare le inondazioni del Rio Apure, con il risultato che il fiume ogni anno trascinava via crescenti quantitativi di terra. Sull’altopiano di Città del Messico il lago che alimentava l’irrigazione si era quasi prosciugato, inaridendo le valli sottostanti, e sulla costa venezuelana la pesca incontrollata di perle aveva praticamente distrutto le riserve di ostriche.
La sua sensibilità oltrepassava il mondo della natura…
Credo si voglia riferire al fatto che non mi sono mai stancato di condannare quello che consideravo “il peggiore di tutti i mali”: la schiavitù, strettamente connessa allo sfruttamento delle risorse naturali. La vedevo un’emanazione del colonialismo, arrivata sulla scia di quella che gli europei chiamavano “la loro civiltà”, in realtà la loro “sete di ricchezza”.
Io non la pensavo come il presidente Jefferson, convinto che i neri fossero una razza “inferiore nelle doti sia fisiche che mentali”. Esattamente come le famiglie vegetali che si adattano in maniera diversa alle rispettive condizioni geografiche e climatiche senza perdere i tratti di “una stessa specie”, ritenevo che tutti gli esseri appartenenti alla razza umana facessero parte di un’unica famiglia.
Per lei, abituato a fare almeno tre cose contemporaneamente, a parlare “alla velocità di un cavallo da corsa” e a conversare con stranieri saltando nella stessa frase dal tedesco al francese allo spagnolo all’inglese, deve essere stato difficile restare in silenzio tanto tempo… ma sappia che il mondo a lungo ha continuato a ricordarla…
Alcune notizie mi sono giunte. Ho saputo che al mio funerale il corteo si estendeva per un chilometro e mezzo. Risuonavano le campane e la famiglia reale aspettava nella Cattedrale per l’estremo saluto. Mi hanno anche detto che decine di migliaia di persone hanno celebrato il centenario della mia nascita con festeggiamenti a New York, Berlino, Città del Messico e in altre città. E che più di vent’anni dopo la mia morte Charles Darwin, che ebbi modo di incontrare ma che non riuscì a proferire parola, povero ragazzo, di fronte alla mia straripante esuberanza, mi ha definito “il più grande viaggiatore-scienziato mai esistito”.
Certo, non mi sarei aspettato di venire poi nei secoli quasi dimenticato. (Marina Marrazzi)
* Le virgolette nel testo si riferiscono a citazioni originali, riprese dalla biografia di A. Wolf.
Ispirandoci alla ricchissima e suggestiva biografia della storica e scrittrice inglese Andrea Wolf (L'invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l'eroe perduto della scienza, Luiss University Press, 2017) abbiamo immaginato di incontrarlo personalmente per potervelo presentare.
«Sono molte le cose che mai mi sarei aspettato mi accadessero, durante la mia vita e dopo. Da ragazzo, frustrato dal non riuscire a soddisfare le aspettative di nostra madre e dell’insegnante che lei aveva scelto per l’istruzione mia e di mio fratello maggiore, appena potevo scappavo nelle campagne che circondavano la nostra residenza, a Tegel. Raccoglievo e disegnavo piante, animali, rocce, e tornavo con le tasche piene di sassi e di insetti. Più tardi lessi i diari di James Cook e di Louis Antoine de Bougainville, i grandi viaggiatori del ‘700, e cominciai a immaginarmi in qualche luogo lontano. Sentivo una inesplicabile attrazione verso l’ignoto, ero spinto da una “pulsione perpetua”* come se “10.000 sbirri” mi dessero la caccia.
Chi lo avrebbe detto che sarei diventato uno degli uomini più famosi del mio tempo, a lungo amico e ispiratore di Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schelling, ammirato da Henry David Thoreau, in contatto con Charles Darwin e altri scienziati, amico di Simón Bolìvar, confidente del terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson e personalmente antipatico a Napoleone, nato il mio stesso anno?».
La sua storia è così entusiasmante che le parlerei per ore, ma la finestra temporale a nostra disposizione è limitata... Un aspetto soprattutto mi colpisce: la sua capacità di leggere i fatti nel loro intimo rapporto. Lei ha collegato in un’unica “rete di vita” i fenomeni naturali, i movimenti delle civiltà e quelli dei continenti…
Avevo intuito che la natura era una “rete di vita” e non potevo guardarla con gli occhi del botanico, del geologo o dello zoologo. Ho accumulato tanti di quei risultati dalle regioni più disparate del pianeta e fatto tante di quelle domande che qualcuno avrà pensato che fossi stupido, perché chiedevo in giro “ciò che è ovvio”.
Accadde il 23 giugno 1802, che in piedi sulla vetta del Chimborazo ebbi la folgorazione: vidi la Terra come un unico grande organismo vivente dove tutto è connesso, e concepii l’audace visione di un'“unità nella varietà”. Un’idea rivoluzionaria, devo riconoscere…
Lei è stato anche tra i primi a criticare la visione antropocentrica della natura.
Non sopportavo i miei contemporanei per i quali “domare ciò che è selvaggio” era il “fondamento di ogni futuro beneficio”. Secondo me il genere umano doveva capire come agiscono le forze della natura, come quei fili differenti fossero connessi, e non limitarsi a modificare il mondo naturale a suo piacimento e beneficio. Avevo intuito che l'essere umano poteva distruggere l’ambiente, con conseguenze che avrebbero potuto essere catastrofiche…
… e aveva mostrato, da vero precursore, la relazione tra colonialismo e distruzione dell’ambiente.
Già ai miei tempi gli effetti dell’intervento umano erano “incalcolabili” e potevano diventare irreversibili se avessimo seguitato a insidiare il pianeta “con tale brutalità”.
In Venezuela avevo visto la devastazione causata dagli spagnoli per controllare le inondazioni del Rio Apure, con il risultato che il fiume ogni anno trascinava via crescenti quantitativi di terra. Sull’altopiano di Città del Messico il lago che alimentava l’irrigazione si era quasi prosciugato, inaridendo le valli sottostanti, e sulla costa venezuelana la pesca incontrollata di perle aveva praticamente distrutto le riserve di ostriche.
La sua sensibilità oltrepassava il mondo della natura…
Credo si voglia riferire al fatto che non mi sono mai stancato di condannare quello che consideravo “il peggiore di tutti i mali”: la schiavitù, strettamente connessa allo sfruttamento delle risorse naturali. La vedevo un’emanazione del colonialismo, arrivata sulla scia di quella che gli europei chiamavano “la loro civiltà”, in realtà la loro “sete di ricchezza”.
Io non la pensavo come il presidente Jefferson, convinto che i neri fossero una razza “inferiore nelle doti sia fisiche che mentali”. Esattamente come le famiglie vegetali che si adattano in maniera diversa alle rispettive condizioni geografiche e climatiche senza perdere i tratti di “una stessa specie”, ritenevo che tutti gli esseri appartenenti alla razza umana facessero parte di un’unica famiglia.
Per lei, abituato a fare almeno tre cose contemporaneamente, a parlare “alla velocità di un cavallo da corsa” e a conversare con stranieri saltando nella stessa frase dal tedesco al francese allo spagnolo all’inglese, deve essere stato difficile restare in silenzio tanto tempo… ma sappia che il mondo a lungo ha continuato a ricordarla…
Alcune notizie mi sono giunte. Ho saputo che al mio funerale il corteo si estendeva per un chilometro e mezzo. Risuonavano le campane e la famiglia reale aspettava nella Cattedrale per l’estremo saluto. Mi hanno anche detto che decine di migliaia di persone hanno celebrato il centenario della mia nascita con festeggiamenti a New York, Berlino, Città del Messico e in altre città. E che più di vent’anni dopo la mia morte Charles Darwin, che ebbi modo di incontrare ma che non riuscì a proferire parola, povero ragazzo, di fronte alla mia straripante esuberanza, mi ha definito “il più grande viaggiatore-scienziato mai esistito”.
Certo, non mi sarei aspettato di venire poi nei secoli quasi dimenticato. (Marina Marrazzi)
* Le virgolette nel testo si riferiscono a citazioni originali, riprese dalla biografia di A. Wolf.