La saggezza per creare la pace e la felicità
Terza parte: Kosen-rufu e la pace mondiale - Ottava puntata
Brani scelti da testi di Daisaku Ikeda, selezione e adattamenti a cura della SGI
Pubblicato sul mensile Daibyakurenge di febbraio 2017
Una volta il presidente Ikeda, parlando a un gruppo di giovani appena laureati che stavano entrando nel mondo del lavoro, ricordò i giorni della sua gioventù: «Ho dato tutto me stesso per servire e sostenere il mio maestro, Josei Toda. È stato faticoso e allo stesso tempo veramente piacevole. Il tempo trascorso sotto la sua formazione, severa ma piena di compassione, benché il più duro della mia vita resta uno dei miei ricordi più belli. Non c'è maggior fortuna di avere un maestro che veglia su di te, al quale puoi riferire i risultati dei tuoi sforzi». Rimase brevemente in silenzio e un'atmosfera solenne pervase la stanza. Poi, battendosi leggermente il petto aggiunse: «Ma il presidente Toda adesso è qui, nel mio cuore. Per questo non ho mai paura né dubbi. Io sono un leone. La parola "leone" [giapp. shishi] si scrive con due caratteri cinesi che significano rispettivamente "maestro" e "discepolo". Coloro che basano la vita sullo spirito di maestro e discepolo sono leoni».
La via di maestro e discepolo è l'essenza stessa del Buddismo di Nichiren Daishonin. Per superare ogni difficoltà e seguire il cammino della rivoluzione umana e di kosen-rufu è necessario stabilire una salda relazione maestro-discepolo, che è fonte di ispirazione infinita. La storia della Soka Gakkai lo dimostra chiaramente. La nobile relazione maestro-discepolo, condivisa dal primo presidente della Soka Gakkai Tsunesaburo Makiguchi, dal secondo presidente Josei Toda e dal terzo presidente Daisaku Ikeda, ha inaugurato il grande cammino di kosen-rufu in Giappone e nel mondo.
Questo capitolo, il venticinquesimo, contiene le guide del presidente Ikeda sull'importanza della relazione maestro-discepolo.
Una staffetta spirituale
In occasione della pubblicazione in lingua bulgara del suo dialogo con la professoressa Axinia Djourova, storica dell'arte dell'Università di Sofia, il presidente Ikeda rilasciò una lunga intervista in cui parlò della relazione maestro-discepolo e della sua centralità, allo scopo di trasmettere nobili ideali alle generazioni future.
Ci sono differenti modi di vedere la relazione fra maestro e discepolo, o fra insegnante e allievo, che variano da persona a persona o a seconda delle istituzioni o dei paesi. Io credo che la relazione maestro-discepolo sia indispensabile per influenzare positivamente una nazione, una società e i nostri tempi con integrità, passione ed energia incrollabile.
I maestri trasmettono ai discepoli tutti gli obiettivi e tutto il bene che vorrebbero realizzare. Perché? Perché la vita è limitata e per realizzare qualcosa che abbia un valore duraturo è necessario passare il testimone alla generazione successiva, e poi a quella successiva ancora.
Quando coloro che hanno un ruolo direttivo - che siano legislatori, educatori, uomini d'affari o figure importanti in vari campi - non si comportano così ma si aggrappano alla loro posizione assumendo atteggiamenti autoritari e di autocompiacimento, si crea una situazione deleteria. Abbandonandosi a comportamenti distruttivi, tali individui diventano sempre più arroganti, guardando dall'alto in basso i loro protetti e chi dovrebbe subentrare al loro posto, e così facendo finiscono per causare la propria rovina e quella degli altri.
Ciò che dovremmo fare invece è adoperarci umilmente per mettere in grado i giovani, i nostri successori, di superarci e realizzare più di quanto abbiamo fatto noi, affermando i loro punti di forza e la loro missione. La ripetizione di questo processo è la strada per la crescita e lo sviluppo dell'umanità, è la via del progresso. Un paese, un'istituzione, una persona che dimentica questa verità di certo si ritroverà in circostanze nefaste e finirà in una situazione senza uscita.
Dobbiamo prestare maggiore attenzione alla trasmissione da una generazione all'altra del nobile tesoro della relazione maestro-discepolo, una relazione unica per gli esseri umani. Occorre rivitalizzarla e trovare modi affinché si esprima nella maniera più autentica, altrimenti l'umanità sarà condannata a ripetere in eterno le stesse sofferenze, gli stessi antagonismi, gli stessi conflitti. Questa è la mia paura, questo è il risultato che ci possiamo aspettare se permetteremo che la relazione maestro-discepolo si estingua.
Tutte le grandi rivoluzioni della storia, come per esempio la restaurazione Meiji in Giappone, sono state realizzate grazie agli sforzi congiunti di maestri e discepoli. I maestri davano inizio alla lotta per un grande ideale ma in molti casi venivano imprigionati o assassinati, oppure morivano di malattia o in battaglia prima di riuscire a raggiungere i loro obiettivi. I discepoli ereditavano le aspirazioni dei maestri e si adoperavano con tutte le forze per portarle a compimento. Non c'è cosa più bella e ispiratrice di questa staffetta spirituale, di questo passaggio del testimone a coloro che porteranno avanti la lotta.
Senza la relazione maestro-discepolo tutto ciò che intraprendiamo morirà con noi, non sarà altro che una piccola storia, la ricerca di una realizzazione individuale. Invece la relazione maestro-discepolo ci permette di vivere una vita collegata al grande flusso dell'umanità, come un fiume possente o la frazione di una corsa a staffetta senza fine.
Il Buddismo insegna la non dualità di maestro e discepolo. Non si tratta di una gerarchia in cui il maestro sta sopra e il discepolo sotto. Maestro e discepolo condividono lo stesso scopo e avanzano insieme verso la sua realizzazione. Le scritture buddiste contengono molti racconti in cui il discepolo in una vita diventa il maestro nella vita successiva.
Allo stesso tempo il maestro deve essere un leader fermo e risoluto, altrimenti l'armonia sarà distrutta. Se il maestro è fiducioso e determinato, le cose prenderanno una direzione positiva, altrimenti regnerà il caos. Maestri e discepoli sono come i corridori in una gara a staffetta, che procedono passandosi il testimone sul cammino condiviso della giustizia, della felicità e della pace per tutta l'umanità. I maestri corrono in testa per poi passare il testimone ai discepoli.
Senza maestri non si può realizzare niente di grande, per questo meritano il massimo rispetto. I discepoli mettono in pratica ciò che hanno imparato dal maestro e portano avanti l'opera che egli ha lasciato loro da realizzare nel futuro.
Il presidente Toda diceva spesso che i discepoli dovrebbero cercare di diventare più bravi dei loro maestri. Solo maestri dalla mentalità ristretta chiedono ai discepoli di seguirli e di accettare con cieca obbedienza tutto ciò che dicono. I maestri autentici esortano i discepoli a superarli e a realizzare ciò che loro stessi non sono riusciti a raggiungere. E i discepoli autentici si impegnano con serietà a farlo.
Da un'intervista in occasione dell'uscita dell'edizione bulgara del dialogo Utsukushiki Shishi no Tamashii (La bellezza di un cuore da leone), pubblicata in giapponese sul Seikyo Shimbun il 10 agosto 2000
La relazione tra maestro e discepolo è come quella tra l'ago e il filo
Il presidente Ikeda spiega con un semplice esempio che la relazione maestro-discepolo non è di tipo autoritario o gerarchico, ma è la via suprema per crescere e sviluppare il pieno potenziale umano attraverso lo sforzo condiviso di realizzare un nobile ideale.
Per risvegliarsi alla propria missione individuale in questa vita e realizzarla, promuovendo al tempo stesso il miglioramento e lo sviluppo della società, è necessario sviluppare la consapevolezza di quanto sia importante la relazione maestro-discepolo. Oggi a molti l'espressione "relazione maestro-discepolo" suona fuori moda, quasi un retaggio dell'epoca feudale, ma non è così che dovrebbe essere.
In qualsiasi campo, dall'istruzione universitaria allo sport, per diventare veramente bravi occorre un insegnante o un allenatore. Un buon istruttore accelera i nostri progressi. Cercare di imparare da soli spesso ci fa sprecare molte energie e ben presto ci ritroviamo a un punto morto senza sapere come procedere. Allo stesso modo, per vivere nella maniera più significativa e nobile ci occorre un buon istruttore o allenatore - un maestro di vita - che ci insegni i valori e l'atteggiamento fondamentale nella vita.
Non si tratta di una relazione gerarchica fra superiore e inferiore e neppure di una relazione contrattuale basata su profitto e compenso. È il legame spirituale più spontaneo e puro che ci sia, costruito su basi di fiducia reciproca, dove due individui condividono uno scopo comune. È solo attraverso questo legame da persona a persona che il potenziale umano si può veramente coltivare e sviluppare al massimo.
In questo senso incontrare un buon insegnante, un grande maestro, è la chiave per condurre la migliore vita possibile. Inoltre un nobile ideale può essere realizzato solo quando viene condiviso da un maestro e da un discepolo capace di portare avanti e realizzare la visione espressa dal maestro.
La relazione tra maestro e discepolo è come quella fra l'ago e il filo. Il maestro traccia la strada e rivela i princìpi mentre il discepolo, portando avanti l'opera del maestro, applica, sviluppa e concretizza tali princìpi. Inoltre il discepolo deve superare il maestro e questi a sua volta deve essere pronto a dare tutto, anche la propria vita, per il discepolo.
Ho sempre promesso di non risparmiare i miei sforzi, di fare qualsiasi sacrificio per aprire un futuro luminoso ai nostri giovani e costruire il palcoscenico per le loro attività.
Dal libro Watakushi no Ningengaku (Personaggi storici e società), pubblicato in giapponese nell'agosto 1988
Per sviluppare tutto il nostro potenziale: come i dieci discepoli di Shakyamuni
Attraverso l'esempio dei dieci maggiori discepoli di Shakyamuni, il presidente Ikeda spiega come gli sforzi di mettere in pratica gli insegnamenti del maestro possono aiutarci a sviluppare le nostre specificità e capacità, e a realizzare concretamente il nostro potenziale e la nostra speciale missione.
Shakyamuni aveva dieci discepoli principali che seguendo la sua guida e i suoi insegnamenti riuscirono, attraverso la pratica buddista, a sviluppare la loro personalità e a far fiorire le loro qualità, che impiegarono come "armi" nella battaglia altruistica per la propagazione del Buddismo.
Shariputra era chiamato il "primo in saggezza". In origine era seguace di un maestro non buddista e poi si unì alla comunità dei praticanti di Shakyamuni insieme a Maugdalyayana. Shariputra era un eccellente discepolo, capace di predicare gli insegnamenti al posto di Shakyamuni, ma sfortunatamente morì prima di lui.
Mahakashyapa era considerato il "primo nelle pratiche ascetiche (dhuta)". Pare che fosse una persona silenziosa e introversa ma eccellente nell'esecuzione di alcune severe pratiche disciplinari, per cui doveva avere un carattere tenace. Nonostante la sua personalità piuttosto tranquilla e riservata, svolse un ruolo cruciale nel preservare la comunità dei credenti dopo la morte di Shakyamuni.
Ananda era detto il "primo nell'ascoltare gli insegnamenti del Budda". Accompagnava sempre Shakyamuni e così udì il maggior numero dei suoi discorsi. Era un giovane molto intelligente, gentile e dai modi piacevoli, che perorava la causa delle donne che desideravano rinunciare alla vita secolare per unirsi all'ordine buddista.
Subhuti, noto come il "primo nella comprensione della dottrina della vacuità", era una persona pacifica che andava d'accordo con tutti. Era un uomo dalle infinite capacità.
Purna era chiamato il "primo nella predicazione della Legge". La sua qualità peculiare era l'eloquenza.
Maugdalyayana era il "primo nei poteri sovrannaturali", tra cui quello di poter viaggiare ovunque volesse. Mentre il suo compagno abituale Shariputra era un tipo più intellettuale, Maugdalyayana era un uomo di azione, intuitivo e passionale.
Katyayana era il "primo nei dibattiti". Era un logico rigoroso, che si dedicava a dibattere con i rappresentanti di altre confessioni religiose per illustrare gli insegnamenti di Shakyamuni.
Aniruddha era il "primo nell'intuizione divina". Una volta si addormentò mentre Shakyamuni stava predicando e questi lo rimproverò severamente. Dopo quella volta intraprese la pratica di astenersi dal sonno al punto che alla fine diventò cieco. Ma la perdita della vista fisica fu compensata dall'acquisizione dell'intuizione divina, che gli diede incredibili poteri di percezione e giudizio.
Upali era il "primo nell'osservanza dei precetti". Apparteneva a una casta inferiore e non aveva particolari talenti, ma abbracciò sinceramente gli insegnamenti di Shakyamuni. Può essere considerato un rappresentante della gente comune.
Rahula era il "primo nelle pratiche incospicue", abile in pratiche precise e molto meticolose. Era il figlio di Shakyamuni, nato prima che questi rinunciasse alla vita secolare. Rahula iniziò a praticare all'età di 15 anni e, nonostante come figlio di Shakyamuni incontrasse varie difficoltà, era molto attento e sensibile ai dettagli, e ciò gli guadagnò il rispetto di tutti.
I dieci maggiori discepoli sono descritti in diverse scritture e, dalla combinazione delle varie fonti si arriva a questa descrizione generale. Come possiamo vedere, Shakyamuni riuscì a far fiorire pienamente i talenti e le qualità uniche di questi individui così diversi.
All'inizio il nuovo gruppo buddista fondato dal giovane Shakyamuni non aveva né un luogo di raduno né un'organizzazione precisa, e non godeva dell'accettazione e della fiducia della gente. C'era solo il legame fra il maestro e i discepoli: questo fu il punto di partenza del Buddismo.
Rispondendo al messaggio che Shakyamuni aveva loro trasmesso, i discepoli iniziarono a diffondere i suoi insegnamenti.
Non appena si univano al gruppo, Shakyamuni impegnava i suoi discepoli nella propagazione: insegnava loro a uscire da soli per predicare la Legge, a intraprendere immediatamente il loro viaggio per la diffusione degli insegnamenti.
Nel Buddismo la propagazione riassume in sé tutte le forme di pratica. Non c'è niente di meglio per forgiare il carattere. Se trascuriamo questa pratica fondamentale di condividere gli insegnamenti, non possiamo coltivare noi stessi come esseri umani.
Troppo spesso i responsabili non crescono come individui e si riducono a usare il potere dell'organizzazione per manipolare i membri. È così che inizia la corruzione di un'organizzazione.
Gli assidui sforzi profusi nella propagazione sono la linfa vitale del Buddismo. Questo è l'insegnamento di Shakyamuni e la via diretta per il conseguimento della Buddità che Nichiren Daishonin, il Budda dell'Ultimo giorno della Legge, insegnò ai suoi seguaci a costo della propria vita.
I dieci maggiori discepoli non posero limiti alla loro pratica, ma vi si gettarono anima e corpo, impegnandosi al massimo per costruire l'Ordine buddista; così coltivarono le loro qualità uniche e svilupparono le loro capacità e i loro punti di forza. Si impegnarono in una lotta incessante per riuscire a mettere in pratica gli insegnamenti del maestro, impressi nel profondo del loro cuore.
I discepoli che si sforzano di rispondere al maestro mettendo in pratica ciò che ha insegnato loro vivono ogni istante come una lotta sincera, una battaglia per la Legge dalla quale si rifiutano di arretrare anche di un solo passo.
Allo stesso tempo il maestro, fornendo ai discepoli l'opportunità di agire, riesce a comprendere perfettamente tutte le loro potenzialità e capacità, non sempre visibili a uno sguardo superficiale.
Solo allenandoci e mettendo alla prova i nostri limiti possiamo riuscire a rivelare la nostra natura profonda e a far risplendere dalle profondità della vita il diamante della nostra singolare personalità. È impossibile sviluppare completamente la nostra umanità nel mondo della politica o degli affari, e anche la sola educazione ha i suoi limiti. Questo è l'autentico significato della pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin, che ci permette di lucidare e far brillare la nostra vita nella sua essenza più profonda.
Da un discorso alla Conferenza di pace e cultura della SGI Asia, Okinawa, Giappone, 21 febbraio 1999
Questa relazione è il fondamento del Buddismo di Nichiren Daishonin
Il presidente Ikeda cita vari passi tratti dagli scritti del Daishonin per spiegare che l'unità di maestro e discepolo è la strada per assicurare il flusso eterno di kosen-rufu.
Il requisito più importante per riuscire ad avanzare insieme nell'unità di "diversi corpi, stessa mente" è che ognuno di noi ponga al centro della propria vita la non dualità di maestro e discepolo. Condividere lo stesso cuore e lo stesso spirito del maestro è la chiave per far sì che un gruppo di individui diversi, come siamo noi, si unisca con un unico scopo incarnando lo spirito di "diversi corpi, stessa mente".
Ai fratelli Ikegami, discepoli che si stavano impegnando con tenacia nella pratica buddista in circostanze assai difficili, il Daishonin insegna: «Anche se posso sembrare presuntuoso nel dirlo, dovreste unirvi nel rendere onore a Nichiren. Se doveste cessare di agire in armonia, potete esser certi che non godrete più della protezione del Sutra del Loto» (Fratelli uniti nel cuore, RSND, 2, 859).
Allineare il nostro cuore a quello del maestro e approfondire la determinazione di far progredire kosen-rufu è la chiave per realizzare una salda unità di "diversi corpi, stessa mente". Ed è attraverso questa unità che possiamo attivare il folgorante potere della Legge mistica.
Vorrei leggervi qualche altro brano degli scritti del Daishonin: «Coloro che si definiscono miei discepoli e praticano il Sutra del Loto devono tutti praticare come me. Se lo faranno, Shakyamuni, Molti Tesori e tutte le emanazioni di Shakyamuni nelle dieci direzioni, come pure le dieci fanciulle demoni, li proteggeranno» (Istituire i quattro bodhisattva come oggetto di culto, RSND, 1, 869).
«[Nel Sutra del Loto è scritto:] [...] "Se starai vicino ai maestri della Legge, conseguirai rapidamente la via dell'Illuminazione. Se studierai seguendo questi maestri, vedrai Budda in numero pari alle sabbie del Gange" [cfr. SDLPE, 240]» (Sulle cinque festività stagionali, RSND, 2, 351).
«Se i credenti laici e il loro maestro non pregano con la stessa mente, le loro preghiere saranno inutili come voler accendere un fuoco sull'acqua» (Gli otto venti, RSND, 1, 706).
«Se uno dimentica il maestro originale che gli portò l'acqua della saggezza dal grande mare del Sutra del Loto e ne segue invece un altro, sicuramente sprofonderà nelle sofferenze infinite di nascita e morte» (Gli elementi essenziali per conseguire la Buddità, RSND, 1, 663).
Come affermano queste auree parole, la relazione maestro-discepolo è un importante fondamento del Buddismo di Nichiren Daishonin.
Il suo discepolo diretto e successore, Nikko Shonin, scrive: «Nell'insegnamento del Daishonin si consegue la Buddità seguendo correttamente il cammino di maestro e discepolo. Se si devia anche solo minimamente da esso allora, anche se si abbraccia il Sutra del Loto, si cadrà nell'inferno di incessante sofferenza».1
Impegnarsi nella fede con lo stesso spirito del maestro è fondamentale per conseguire la Buddità, ed è anche la strada maestra per assicurare il flusso eterno di kosen-rufu.
Come ho ribadito più volte in passato, lo spirito di non dualità di maestro e discepolo è il fattore decisivo che distingue Nikko Shonin dai cinque preti anziani che tradirono il Daishonin.
Nikko si definiva con fierezza un discepolo di Nichiren Daishonin, che riveriva come il Budda dell'Ultimo giorno della Legge. Al contrario i cinque preti anziani, temendo persecuzioni e cercando di ingraziarsi i favori delle autorità, si definivano scioccamente preti della scuola Tendai.
Inoltre i cinque preti anziani bruciarono o distrussero oggetti legati al loro maestro dei quali si vergognavano o che li mettevano in imbarazzo, come varie lettere che il Daishonin aveva scritto a persone comuni usando il linguaggio di tutti i giorni. Solo Nikko Shonin conservò accuratamente gli scritti del Daishonin nella lingua del popolo,2 con la convinzione che un giorno sarebbero stati tradotti per giungere in Cina, in India e in tutto il mondo. [Nikko Shonin dichiara che, quando fosse giunto il tempo di propagare ampiamente il Buddismo del Daishonin, i suoi testi scritti in giapponese sarebbero sicuramente stati tradotti e diffusi in tutto il mondo (cfr. GZ, 1613)]. La differenza sostanziale sta nel fatto che Nikko Shonin abbracciò fedelmente lo spirito di non dualità di maestro e discepolo mentre i cinque preti anziani non lo fecero.
Kosen-rufu è possibile quando i discepoli abbracciano lo stesso spirito del loro maestro. Senza il solido pilastro della relazione maestro-discepolo è facile farsi sviare dalle proprie emozioni e dalle tendenze dei tempi e così cedere e abbandonare la fede quando questa viene messa alla prova dalle difficoltà.
Per più di cinquant'anni dopo la morte del Daishonin Nikko portò avanti la nobile lotta di maestro e discepolo. Con l'energica determinazione di refutare l'erroneo e rivelare il vero, demolì totalmente le false asserzioni dei cinque preti anziani.
Sono trascorsi cinquant'anni dalla morte di Toda (2 aprile 1958) e io, grazie ai miei sforzi come suo discepolo diretto, sono certo di aver stabilito un modello duraturo di cosa significhi seguire il cammino di un discepolo, il cammino di un successore, il cammino della non dualità di maestro e discepolo.
Da un discorso alla riunione dei responsabili esecutivi dell'area 2 di Tokyo, 5 aprile 2008
Percorriamo il cammino del discepolo per tutta la vita
Il presidente Ikeda spiega come, secondo Nichiren Daishonin, il Buddismo in Giappone fosse degenerato poiché si era allontanato dal sentiero di maestro e discepolo, e afferma che la Soka Gakkai e i suoi primi tre presidenti hanno aperto la strada di kosen-rufu nel mondo perché hanno seguito fedelmente la strada di maestro e discepolo.
Nichiren Daishonin dichiarava apertamente che il Buddismo in Giappone era diventato corrotto e degenerato perché i discepoli non avevano più rispettato e seguito i loro maestri.
Il Gran Maestro giapponese Dengyo fondò il tempio principale della scuola buddista Tendai sul Monte Hiei [a Kyoto], che divenne il centro del Buddismo giapponese per molti secoli. Tuttavia i suoi successori furono influenzati dalla crescente popolarità degli insegnamenti della scuola della Vera parola [giunti recentemente nel paese dalla Cina] e decisero di incorporarli nella dottrina della scuola Tendai [in origine basata sul Sutra del Loto].
A proposito di uno dei successori di Dengyo, Jikaku, il Daishonin scrive: «Era convinto che il suo maestro, il Gran Maestro Dengyo, non avesse esaminato a fondo la questione, che non fosse rimasto in Cina abbastanza a lungo e che quindi avesse acquisito una comprensione approssimativa delle dottrine della Vera parola» (La scelta del tempo, RSND, 1, 511).
In altre parole questi successori pensavano di saperne di più di Dengyo. Erano tutti fieri della loro maggiore erudizione e sostanzialmente lo liquidarono come un incompetente in materia. Questi erano i sentimenti che li animavano, un segno di estrema arroganza. Così voltarono le spalle al loro maestro Dengyo e si lasciarono sviare dalla popolarità degli insegnamenti della Vera parola.
Ma in realtà Dengyo aveva denunciato gli insegnamenti della Vera parola dopo averli studiati esaurientemente e compresi a fondo. Questo è un punto importante che il Daishonin spiega in La scelta del tempo. I successori di Dengyo non riuscirono a cogliere la vera grandezza del loro maestro e così il tempio sul Monte Hiei perse il suo ruolo originale e divenne un centro degli insegnamenti della Vera parola. Il Daishonin dice che essi «si comportarono da acerrimi nemici del fondatore della loro stessa scuola, il Gran Maestro Dengyo» (Domande e risposte sull'oggetto di culto, RSND, 2, 745).
Proprio quando avrebbero dovuto confutare quegli insegnamenti errati, i discepoli di Dengyo non lo fecero. Trovarono da ridire sul loro maestro per giustificare le loro azioni, e in tal modo evitarono qualsiasi scontro o possibile persecuzione. Erano discepoli astuti che pensavano ai propri interessi.
In Cina era già successa la stessa cosa con la scuola T'ien-t'ai. Dopo la morte del fondatore erano giunte in Cina nuove scritture dall'India. Naturalmente il Gran Maestro T'ien-t'ai non le aveva potute conoscere e quindi non le aveva specificamente confutate. In seguito i suoi discepoli abbracciarono sconsideratamente la visione errata secondo la quale tali scritture erano superiori al Sutra del Loto [sul quale la scuola T'ient'ai si era basata originariamente].
In Ripagare i debiti di gratitudine3 il Daishonin afferma che questi discepoli erano stati sciocchi e codardi, che ignoravano la vera grandezza del loro maestro ed erano incapaci di esporre adeguatamente i suoi insegnamenti. E ciò, egli afferma, aveva inquinato la corrente pura dell'insegnamento corretto del Buddismo.
Mentre godevano del rispetto della gente in virtù dell'autorevolezza del loro maestro, nei loro cuori lo disdegnavano e non solo si rifiutavano di combattere gli insegnamenti falsi ma addirittura li adottavano.
Coloro che non si battono contro l'errore ne vengono contaminati, così come coloro che non combattono contro la natura demoniaca dell'autorità ne diventano vittime in prima persona.
Questo principio è affermato chiaramente negli scritti del Daishonin. Tale processo di degenerazione del Buddismo non è limitato al passato, per questo è così essenziale per noi oggi leggere attentamente gli scritti del Daishonin.
Sarebbe una terribile calamità se lo spirito dei primi due presidenti, Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, dovesse scomparire dalla Soka Gakkai. Non saremmo più in grado di realizzare kosen-rufu e avremmo completamente tradito i nostri maestri e il Daishonin.
Per questo sto guidando con decisione il nostro movimento e sto insegnando ai membri lo spirito di maestro e discepolo, determinato a continuare a vivere e ad avanzare senza essere sconfitto da niente.
Anche durante la vita del Daishonin vi furono discepoli arroganti che lo criticavano dicendo che si era attirato le persecuzioni con il suo atteggiamento sconsiderato. Questi discepoli non erano consapevoli che essere perseguitati quando si è innocenti è la prova di essere veri praticanti del Sutra del Loto.
Queste persone, dice il Daishonin, sono veramente sfortunate perché rimarranno nella condizione vitale dell'Inferno e soffriranno più dei membri delle altre scuole buddiste dell'epoca che offendevano il Sutra del Loto. Egli scrive: «Essi non solo hanno abbandonato il Sutra del Loto, ma si credono tanto saggi da poter istruire Nichiren. La cosa pietosa è che queste persone irragionevoli dovranno soffrire nell'inferno Avichi ancora più a lungo dei credenti nembutsu» (Lettera da Sado, RSND, 1, 271).
Tale è la gravità della colpa di tradire la via di maestro e discepolo. È il caso del clero della Nichiren Shoshu sotto la guida di Nikken, che ignora completamente non solo il Daishonin e Nikko ma anche tutti i successivi maestri della scuola. Si preoccupa solo del proprio benessere.
Il Buddismo del Daishonin non esiste più all'interno del clero, che ha voltato le spalle alla via di maestro e discepolo ed è diventato un acerrimo nemico del Daishonin.
Nel novembre 1941, un mese prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, mentre il Giappone era funestato dalla tempesta nazionalista e militarista Toda tenne una lezione dal titolo "Il cammino del discepolo": «Nikko Shonin non aveva il minimo desiderio di sorpassare Nichiren Daishonin. Allo stesso modo il nostro dovere è seguire fedelmente, mettere in pratica e applicare nella nostra vita quotidiana gli insegnamenti del presidente Makiguchi [...]. Makiguchi è il nostro maestro e noi siamo i suoi discepoli [...]. Che senso potrebbe avere limitarsi a imitare il suo modo di parlare? Significherebbe gettar via la preziosa essenza del suo spirito [...]. I discepoli devono seguire il cammino del discepolo. Con le parole e con le azioni noi dobbiamo dare espressione all'insegnamento del maestro nella nostra vita».4
Questo è il messaggio di Toda per noi. Può sembrare semplice, ma quando la Soka Gakkai durante la seconda guerra mondiale fu davvero perseguitata, Toda fu l'unico che lo mise in pratica. Gli altri discepoli di Makiguchi non solo abbandonarono la fede ma parlarono male di Makiguchi e di Toda.
La volubilità del cuore umano è spaventosa. Questi discepoli denunciarono il loro maestro per proteggersi. La loro fede era falsa e il loro spirito meschino e corrotto.
Mentre tutti gli altri discepoli di Makiguchi scomparvero, Toda rimase fedele alle sue convinzioni e, in occasione del terzo servizio funebre per il secondo anniversario della morte del maestro, disse: «Nella tua vasta e infinita compassione mi hai permesso di accompagnarti persino in prigione. Così ho potuto leggere con tutto il mio essere il passo del Sutra del Loto che dice: "Le persone che avevano udito la Legge dimorarono in varie terre del Budda, rinascendo di continuo insieme ai loro maestri" [SDLPE, 203]. Ho ottenuto il beneficio di conoscere la mia precedente esistenza di Bodhisattva della Terra e ho potuto comprendere con la vita una piccola parte del significato del sutra. Può esserci una felicità più grande di questa?».5
Che dichiarazione nobile! È l'espressione fondamentale del cammino di maestro e discepolo nella Soka Gakkai, del cammino del Buddismo di Nichiren Daishonin.
In netto contrasto con gli altri discepoli di Makiguchi, Toda considerava un grande onore subire persecuzioni insieme al maestro.
Quando si propaga l'insegnamento buddista corretto bisogna aspettarsi che sorgano difficoltà. Il capitolo Esortazione alla devozione del Sutra del Loto insegna: «Ci saranno molte persone ignoranti che ci malediranno e parleranno male di noi» (SDLPE, 270). Il Daishonin cita ripetutamente questo passo nei suoi scritti.
E tuttavia, nonostante ciò, quando sorgono difficoltà ci sono coloro che, terrorizzati all'idea di essere attaccati, parlano male del maestro verso il quale hanno un grande debito di gratitudine. Usano il maestro come scudo per evitare di essere presi di mira personalmente. È un comportamento davvero spregevole.
Anch'io rimasi solo a sostenere Toda e come discepolo feci tutto il possibile per assisterlo. Nella Soka Gakkai, tradizionalmente, febbraio è il mese in cui si rinnovano gli sforzi per far conoscere agli altri il Buddismo del Daishonin e tutto ebbe inizio dalla mia determinazione di rispondere al maestro Toda.
All'inizio del 1952, benché Toda fosse stato nominato presidente l'anno precedente, la Soka Gakkai non stava facendo grandi progressi nelle attività di propagazione. C'erano vari responsabili più anziani di me nella fede che pronunciavano grandi discorsi ma non producevano risultati concreti. Così Toda decise che fosse giunto il momento di affidarmi questo compito.
Si trattò di una richiesta solenne da parte del mio maestro, che io accettai senza esitare. Abbracciando con tutto il cuore il suo intento, mi misi all'opera e in breve tempo potei uscire da quella condizione di stallo e trovare una via per avanzare. Così fu tracciato il grande sentiero di kosen-rufu che ci ha condotto fino a oggi. Toda diceva sempre che se mi affidava qualcosa poteva sedersi e rilassarsi. Sapeva che alla fine ci sarei riuscito, aveva fiducia in me. Questo spirito di non dualità di maestro e discepolo è l'essenza della Soka Gakkai.
Io avevo riposto completa fiducia in Nichiren Daishonin e in Toda. Il Gohonzon, Toda e la sincerità sono i miei tre tesori. Ho sempre vinto grazie alla sincerità.
Vivere con integrità e dedicarmi alla più nobile delle cause ha attirato su di me molto disprezzo e infinite critiche. Ma io ho trionfato grazie alla fede e alla pratica buddista. Ho vinto come essere umano. Sono convinto che, dalla prospettiva del Buddismo delle tre esistenze di passato, presente e futuro, io sono il vincitore più grande di tutti.
Da un discorso alla riunione dei responsabili di Centro della Soka Gakkai, Tokyo, 3 febbraio 1998
L'importanza di cercare un buon maestro
Citando un passo degli scritti di Nichiren Daishonin, il presidente Ikeda spiega che nel Buddismo un buon maestro è colui che si impegna ad aprire la strada dell'ampia propagazione della Legge anche in mezzo alle difficoltà e alle opposizioni.
Vorrei parlarvi di uno scritto di Nichiren Daishonin, in particolare di un passo di Risposta a Sairen-bo, noto anche come La promessa di maestro e discepolo, che afferma: «Oggigiorno bisogna saper distinguere fra maestri corretti e maestri disonesti, fra buoni e cattivi maestri. Bisogna rifuggire dai maestri disonesti e cattivi e frequentare quelli corretti e buoni» (RSND, 1, 275).
Vi sono maestri buoni e maestri cattivi. «Cercate buoni maestri! Evitate quelli cattivi! Abbiate la saggezza di riconoscere la differenza. Non fatevi ingannare!»: queste erano le solenni indicazioni del Daishonin. Non dobbiamo seguire cattivi maestri; se lo facciamo saremo influenzati dal loro atteggiamento errato.
Chi è dunque il maestro corretto che dovremmo ricercare? È la persona che recita e diffonde la Legge mistica con dedizione altruistica e, al tempo stesso, si batte contro i tre potenti nemici del Buddismo.6 Possiamo riconoscere i corretti maestri della Legge dal fatto che hanno incontrato difficoltà e opposizioni come quelle descritte nel Sutra del Loto. Secondo il Daishonin è questo il punto chiave. Perciò egli critica aspramente i maestri delle varie scuole dell'epoca che pretendevano falsamente di eccellere nella comprensione e nella pratica del Sutra del Loto. In particolare osserva che nemmeno uno di loro aveva subito persecuzioni gravi come le sue.
La sua vita fu veramente un succedersi di persecuzioni. In base a false accuse fu mandato due volte in esilio e quasi giustiziato. Fu attaccato in molte occasioni e incontrò innumerevoli altre avversità. Tutto ciò in perfetto accordo con il Sutra del Loto.
Per questo motivo il Daishonin dice che gli esponenti delle altre scuole buddiste, che si davano molte arie ma non avevano mai subìto persecuzioni, non erano maestri corretti. E insiste che solo lui può essere considerato il maestro corretto perché ha effettivamente sopportato una serie di persecuzioni incessanti (cfr. Risposta a Sairen-bo, RSND, 1, 276).
Chi ha seguito direttamente Nichiren Daishonin e ha inaugurato la strada di kosen-rufu in quest'epoca corrotta dell'Ultimo giorno della Legge? E chi, in questa impresa ha incontrato calunnie, offese, odio e gelosia ancora più violenti che durante la vita del Budda, come predice il Sutra del Loto (cfr. SDLPE, 270 e SDLPE, 235)? Solo i primi tre presidenti della Soka Gakkai uniti dal legame di maestro e discepolo.
Il presidente fondatore Tsunesaburo Makiguchi fu imprigionato a causa delle sue attività per preservare la linfa vitale dell'insegnamento corretto di Nichiren Daishonin, e morì in carcere per le sue idee. Anche il secondo presidente Josei Toda fu incarcerato. Sopravvisse a due anni di intensi interrogatori in condizioni disumane dietro le sbarre, un calvario che compromise la durata della sua vita. E anch'io, come terzo presidente, finii in prigione con false imputazioni. Sono stato ricoperto da insulti e attacchi di ogni sorta, la maggior parte dei quali alimentati dalla slealtà di ex membri della Soka Gakkai le cui palesi bugie venivano subito raccolte e diffuse dai giornali scandalistici.
Tutti gli ostacoli che Makiguchi, Toda e io abbiamo incontrato sono in perfetto accordo con il Sutra del Loto e gli scritti del Daishonin. Solo noi, i primi tre presidenti, abbiamo subìto tutto l'impatto delle persecuzioni e degli attacchi, e abbiamo lottato contro i tre ostacoli e i quattro demoni e i tre potenti nemici senza deviare minimamente dagli insegnamenti del Daishonin. Voi lo sapete meglio di chiunque altro.
Toda si prese meticolosamente cura della mia formazione e mi fece sentire sempre stimato e apprezzato. Quando i suoi affari fallirono e dovette affrontare una crisi gravissima, io non pensai ad altro che a fare il massimo per sostenerlo e assisterlo, e così riuscii a liberarlo dall'enorme montagna di debiti che si erano accumulati. Se qualcuno osava parlar male del mio maestro andavo immediatamente ad affrontarlo di persona, chiunque fosse; parlavo sempre con il coraggio, la sincerità e la franchezza dei giovani, continuando tenacemente a ribadire come stavano le cose finché la persona in questione non riconosceva di essersi sbagliata sul conto di Toda.
La vera essenza della relazione maestro-discepolo nel Buddismo di Nichiren Daishonin risiede nelle preghiere e negli sforzi del discepolo per sostenere il maestro nei momenti di difficoltà.
Makiguchi e Toda avevano un solo cuore e una sola mente; e così Toda e io. Il nostro legame maestro-discepolo trascende la vita e la morte. Come erede del vero spirito di Toda io ho combattuto contro i tre potenti nemici, facendo diventare la Soka Gakkai quella grande organizzazione che è oggi. I miei due predecessori e io abbiamo tracciato la strada di maestro e discepolo Soka. Questa strada è la base. Fintanto che la Soka Gakkai porterà avanti lo spirito di maestro e discepolo dei primi tre presidenti, continuerà a svilupparsi e a prosperare per sempre e riuscirà a realizzare kosen-rufu nel mondo.
Voglio che voi, miei successori del Gruppo giovani, ereditiate lo spirito combattivo per kosen-rufu dei primi tre presidenti e vinciate in tutte le vostre imprese. Conto su di voi!
Da un discorso alla riunione dei responsabili di Centro della Soka Gakkai, Tokyo, 9 marzo 2006
Con il maestro nel cuore
Nel suo romanzo La nuova rivoluzione umana il presidente Ikeda accenna alla natura profonda della relazione maestro-discepolo. I passi seguenti descrivono come il protagonista del romanzo, Shin'ichi Yamamoto, abbia aperto la strada di kosen-rufu avendo sempre nel cuore il suo maestro e portando avanti un costante dialogo interiore con lui.
Durante la riunione, il responsabile dei giovani uomini chiese a Shin'ichi: «Con l'inizio della seconda fase di kosen-rufu la Gakkai darà il via a un movimento dalle molteplici sfaccettature che si rivolge direttamente alla società. Che cosa dovremmo tenere a mente per realizzare questo obiettivo?».
Shin'ichi rispose senza esitazione: «Seguire il sentiero di maestro e discepolo».
Notando lo sguardo perplesso del giovane, Shin'ichi replicò: «Ti stai chiedendo che cosa c'entri il legame di maestro e discepolo con tutto questo, non è vero? È come la relazione fra la forza centrifuga e quella centripeta. [...]
Sviluppare un movimento che diffonde ampiamente gli ideali del Buddismo nella società è come una forza centrifuga. Più è forte, più è importante avere una potente forza centripeta incentrata sul Buddismo. Il nucleo di questa forza centripeta è lo spirito di non dualità di maestro e discepolo. [...] Da un po' di tempo a questa parte i membri del Gruppo giovani vogliono dare prova della loro pratica buddista nella società e diventano sempre più consapevoli dell'importanza di offrire un contributo alla comunità. Tutto ciò è meraviglioso, ma se si dimentica lo scopo fondamentale di kosen-rufu e si diventa schiavi della notorietà e del successo si finisce per trascurare la fede. Se cominciate a giudicare gli altri solo sulla base della loro posizione sociale e diventate presuntuosi, vanificherete il nostro obiettivo. [...] Il sentiero di maestro e discepolo è essenziale per imboccare la vera via dell'umanesimo e del Buddismo».
La relazione tra maestro e discepolo nel Buddismo si basa sulla compassione del Budda Shakyamuni che guida i discepoli verso l'Illuminazione e sullo spirito di ricerca dei suoi seguaci che si sforzano di comprendere il suo insegnamento. In breve, si tratta di un'unità di spirito che è resa possibile soltanto da una volontà auto motivata del discepolo. Ciò appare chiaro se si esamina la relazione tra Nichiren Daishonin e Nikko Shonin, il suo discepolo e successore diretto.
Il sentiero di maestro e discepolo è severo e impegnativo, ed è la vera via per realizzare la rivoluzione umana e conseguire la Buddità in questa esistenza.
Shin'ichi esortò i giovani con forza: «Anch'io mi sono dedicato a Toda con tutto me stesso, l'ho sostenuto e ho assolto la mia missione di discepolo realizzando tutti gli obiettivi che egli mi ha indicato mostrando la prova concreta della vittoria. Se avessi permesso a me stesso di essere sconfitto, i suoi progetti sarebbero finiti nel nulla e io avrei tradito le sue aspettative. [...]
Negli ultimi anni di vita Toda mi disse: "Shin'ichi, hai realizzato tutto ciò che ti ho chiesto. Hai preso sul serio anche cose che avevo detto un po' per scherzo e le hai portate a compimento. Non mi fido delle persone che non fanno altro che parlare. Ciò che conta sono le azioni. Con te qui non ho nulla di cui preoccuparmi". [...]
Queste parole sono la mia più grande fonte di orgoglio. Descrivono cosa significa essere un vero discepolo. Nel mio cuore parlo sempre con Toda. Mi chiedo continuamente che cosa farebbe in una data situazione e che cosa mi direbbe se vedesse quello che sto facendo. Un maestro è un modello di comportamento da seguire per tutta la vita».
Dal romanzo La nuova rivoluzione umana, vol. 17, cap. "La fortezza centrale"
Vivere secondo la non dualità di maestro e discepolo significa far proprio lo spirito del maestro e avere sempre il maestro nel cuore.
Possiamo sottolineare l'importanza di percorrere il cammino di maestro e discepolo quanto vogliamo, ma se in cuor nostro non abbiamo interiorizzato lo spirito del maestro non stiamo veramente praticando il Buddismo.
Se pensiamo che il maestro sia qualcosa di esterno a noi, al di fuori della nostra portata, le sue guide e il suo esempio non potranno essere per noi un riferimento interiore. Di conseguenza potremmo finire per considerare come standard per il nostro comportamento il modo con cui il maestro ci guarda e ci valuta, cedendo alla subdola tendenza di impegnarci seriamente quando il maestro ce lo dice e rallentando gli sforzi quando siamo lasciati a noi stessi. Con un simile atteggiamento non potremo né approfondire la nostra fede né compiere la nostra rivoluzione umana.
Se i responsabili, in particolare, dovessero cadere preda di questa tendenza, lo spirito del Buddismo andrebbe perduto e il mondo puro della fede diverrebbe un regno secolare basato sul vantaggio personale e sul calcolo.
Solo se consolidiamo nel nostro cuore la grande via della non dualità di maestro e discepolo possiamo assicurarci che la Legge si diffonda per l'eternità.
Dal romanzo La nuova rivoluzione umana, vol. 25, cap. "Castello di persone di valore"
I discepoli sono essenziali
La via di maestro e discepolo è la via del Buddismo e la via della Soka. Il successo di tale cammino è deciso dagli sforzi dei discepoli.
Il fondatore della Soka Gakkai Tsunesaburo Makiguchi, un grande leone della fede che diede la vita per le sue convinzioni, anche durante le persecuzioni diceva che un flusso costante di giovani avrebbe sicuramente seguito le sue orme.
Toda successe a Makiguchi e io portai avanti l'opera di Toda. Adesso ho voi, milioni di giovani successori, e sono certo che porterete avanti la mia opera.
Vi prego di continuare a seguire con determinazione questo cammino da leoni, la strada di maestro e discepolo, forgiando legami di unità sempre più forti e profondi.
La relazione maestro-discepolo è l'essenza del Buddismo di Nichiren e il nucleo dello spirito della Soka Gakkai.
Nel suo famoso scritto Fiori e frutti il Daishonin afferma: «Se il maestro ha un buon discepolo, tutti e due otterranno il frutto della Buddità, ma se il maestro alleva un cattivo discepolo, entrambi cadranno nell'inferno. Se maestro e discepolo non hanno la stessa mente, non realizzeranno nulla» (RSND, 1, 808).
In altre parole, la relazione maestro-discepolo dipende in ultima analisi dall'impegno e dalle azioni del discepolo.
Come terzo presidente della Soka Gakkai ho realizzato tutti gli scopi e i progetti di Makiguchi e Toda. Ho sostenuto personalmente il peso di tutte le persecuzioni, mi sono battuto fino alla fine e ho vinto. Questo è il mio massimo orgoglio.
Adesso affido a voi il futuro. È il vostro turno, membri del Gruppo giovani!
Da un discorso a una riunione nazionale di responsabili del Gruppo giovani, Tokyo, 17 gennaio 1998
Note
1) Nikko, "Sado no Kuni no Hokkekoshu no Gohenji" (Risposta ai credenti della provincia di Sado), in Kamakura Ibun (Documenti del periodo Kamakura), a c. di Rizo Takeuchi, Tokyodo Shuppan, Tokyo, 1988, vol. 37, p. 25.
2) I maestri buddisti dell'epoca scrivevano quasi esclusivamente in cinese classico, invece il Daishonin usava spesso il giapponese comune, che conteneva anche la scrittura fonetica giapponese ed era più accessibile ai non eruditi. I discepoli che si preoccupavano della propria reputazione agli occhi degli altri presero le distanze da queste opere "dialettali", dimostrando un atteggiamento elitario e un disprezzo per gli sforzi compassionevoli del maestro nell'incoraggiare le persone comuni.
3) In Ripagare i debiti di gratitudine il Daishonin scrive: «Poiché T'ien-t'ai non lo aveva mai letto, i suoi successori, la cui saggezza e capacità di comprensione erano superficiali, pensarono che fosse così (cioè che quel testo fosse superiore al Sutra del Loto)» (RSND, 1, 624).
4) Josei Toda, "Deshi no Michi" (Il cammino del discepolo), in Toda Josei Zenshu (Opere complete di Josei Toda), Seikyo Shinbunsha, Tokyo, 1983, vol. 3, pp. 383-384.
5) Josei Toda, "Makiguchi Sensei Sankaiki ni" (Sul terzo servizio funebre per il presidente Makiguchi), in Toda Josei Zenshu, op. cit., p. 386.
6) Tre potenti nemici: tre tipi di persone arroganti che perseguitano coloro che propagano il Sutra del Loto nell'epoca malvagia dopo la morte del Budda Shakyamuni, descritti nella sezione conclusiva in versi del tredicesimo capitolo del sutra, Esortazione alla devozione. Il Gran Maestro cinese Miao-lo li definì: laici arroganti, preti arroganti e falsi santi arroganti.
(Traduzione di Marialuisa Cellerino)
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