BS 261 / 1 ottobre 2025

La nonviolenza è l'unica strategia

Omaggio a Goffredo Fofi | saggista, attivista, giornalista, critico letterario e cinematografico

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Non bisogna mai dimenticare che si ha una sola vita a disposizione: quello che si può fare e sentire di bello lo si deve fare e sentire ora, non rinviarlo al domani. L'urgenza del vivere è una caratteristica essenziale del grande intellettuale che ci ha lasciato lo scorso luglio: una personalità eclettica, appassionata, generosa, provocatoria. Uno scomodo attivista perennemente in viaggio

Quando viene a mancare chi ha inciso significativamente sulla cultura, si palesano da più parti voci e testimonianze che marcano il rilievo di quella personalità intellettuale. È quanto è accaduto in occasione della recente scomparsa di Goffredo Fofi, 88 anni tutti passati fuori dal coro. Amico della nonviolenza, caparbio e sferzante, scomodo e forse a volte anche antipatico, ma affettuoso, generoso e sicuramente amabile. Mai banale. L’essere stato curioso di tutto ne ha fatto il suo tratto distintivo, caratteristica che riusciva a trasmettere alle tantissime persone che ha incontrato e con cui ha parlato nel corso della sua vita.
Nato nell’aprile del 1937 a Gubbio, figlio di un artigiano socialista che manteneva a stento la famiglia aggiustando biciclette ma che non faceva mancare libri, giornali e cinema, da bambino vive gli orrori della guerra e in particolare assiste a una strage di civili compiuta dai nazisti nella sua città. A soli diciotto anni parte per la Sicilia dove si unisce alle battaglie nonviolente di Danilo Dolci in favore dei “poveri cristi”, finendo poi sotto processo per le azioni di disobbedienza civile messe in atto. Ricordava quel periodo – da lui dedicato soprattutto ai piccoli siciliani in stato di deprivazione e di abbandono – insieme a quello trascorso negli anni Settanta a Napoli animando la Mensa dei bambini proletari, come quello più felice e insieme più formativo della sua vita.
Nel 1961, a ventiquattro anni, sollecitato dallo stesso Dolci, fu tra quei giovani entusiasti che collaborarono con il liberalsocialista Aldo Capitini alla preparazione della prima Marcia Perugia-Assisi. Per Capitini, il più autorevole teorico italiano della nonviolenza, nutrirà fino alla fine dei suoi giorni una vera e propria venerazione, condividendone non solo il rifiuto verso le diverse forme di prevaricazione, ma anche verso quella rassegnazione per cui il mondo è sempre andato in un certo modo e non si può pensare di migliorarlo. Tanto che Fofi trova nella concezione della “rivoluzione aperta” di Capitini una visione del mondo che non solo si oppone alla violenza ma che ha l’obiettivo di trasformare il potere e l'economia nel rispetto della natura.
In seguito, restando fedele e coerente con il suo sentire, non mancherà di “bacchettare” con un ritratto impietoso le marce Perugia-Assisi tenutesi dal 1990 in poi, definendole un gradevole ma innocuo appuntamento autunnale del fine settimana. Una sfilata allegra e simpatica folta di cartelli, slogan e canti inneggianti alla pace in una sorta di festa popolare con salsicce e chitarre. Nel suo breve pamphlet Elogio della disobbedienza civile (Edizioni nottetempo, 2015), accusa così i pacifisti di aver abbandonato lo scopo che si erano dati e che anzi «hanno cominciato molto presto a mettere al primo posto le proprie organizzazioni e il proprio benessere». Poteva permettersi una critica così feroce proprio perché condivideva il senso che Capitini assegna alla Marcia, e cioè quello di consapevolizzare le masse su quanto la pace sia in pericolo e di quanto sia necessario e urgente attuare da parte di ciascuno e della politica il metodo nonviolento: una strategia fondamentale e unica. Non un mezzo tra altri.
In linea con il suo maestro, anche Fofi non concepisce che la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano. Capitini riteneva che una realtà così fatta, con il pesce grande che mangia il pesce piccolo, non solo non merita di durare ma è una realtà provvisoria e insufficiente in cui è necessario aprirsi a una sua trasformazione profonda attraverso l’esperienza religiosa. Fofi è, per tutta la sua esistenza, lo “scomodo” attivista perennemente in viaggio su un treno in giro per la penisola che “bastona” chi dimentica tutto questo o ne sminuisce il senso fino a rendere il pacifismo un esercizio intellettuale basato in prevalenza su riti e simboli e incapace di coinvolgere al suo fianco l’appoggio popolare.
Vi sono però eccezioni: Fofi indica Alexander Langer come il più lucido fra i pacifisti, in grado di leggere e coniugare l’interdipendenza fra la necessità della pace tra esseri umani e l’armonia della natura. Nel suo Cari agli dèi (edizioni e/o, 2022), un libro dedicato ai suoi morti più cari, riserva un posto speciale proprio ad Alex, indicandolo come il più rispettabile e puro dei pacifisti che ha considerato prioritario il qui ed ora senza esercitare rinvii a un mondo futuro o ultraterreno.
Si può dire che nel corso della sua vita Fofi sia stato tante cose: educatore, saggista, attivista, giornalista e soprattutto critico letterario e cinematografico. Ma anche organizzatore culturale – quanto nessun altro in Italia – di importanti riviste come Quaderni piacentini, La Terra vista dalla Luna, Ombre Rosse, Linea d’Ombra, Lo Straniero, Gli Asini. Ha sostenuto tantissimi giovani scrittori poi diventati famosi e si è speso per tanti artisti dimostrandosi anche in questo generoso e indipendente.
Nonostante ciò, non ha mai parlato agli altri dall’alto della sua posizione. È stato invece un grande sostenitore del gruppo, quasi come una sua religione: il gruppo prevale sul singolo, sempre. Finanche nei mille giochi che conosceva o nei balli “tondi” che preferiva a quelli di coppia e, a maggior ragione, a quelli individuali in voga nelle discoteche.
Nell'introduzione a L’oppio del popolo (Elèuthera, 2019), Fofi ci ha lasciato il senso del suo testamento intellettuale scrivendo che «per uno come me, e magari più intelligente e meno sconcertato di me, la cultura appare oggi come un campo di battaglia ancora possibile. […] È un lavoro, ancora una volta, di cui devono farsi carico minoranze salde nelle loro persuasioni, convinte della necessità e dell’urgenza dell’azione».
Infine, e questo è un altro suo grande regalo, amava ripetere che non bisogna mai dimenticare che si ha una vita sola a disposizione e che quello che si può fare e sentire di bello lo si deve fare e sentire ora, non rinviarlo al domani.
(Pasquale Dioguardi)


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