Inventando e scrivendo insieme si superano ansia e blocchi emotivi

 Intervista a Lorenzo Calza, scrittore e sceneggiatore

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Laboratori di scrittura creativa nelle scuole e in carcere: immedesimandosi nei panni di ragazzi segnati dalla malattia o cresciuti in contesti a rischio devianza, Lorenzo Calza, 52 anni, tra gli sceneggiatori della serie a fumetti Julia - Le avventure di una criminologa («attualmente unica protagonista femminile di un fumetto italiano»), ha messo a disposizione di vari giovani il suo talento per aiutarli a tirar fuori il bello e il brutto che ciascuno si porta dentro, affiancato da educatori e psicologi. Come è stato per i ragazzi conosciuti collaborando ai progetti di rigenerazione urbana dei Giardini Luzzati, un laboratorio al centro di Genova attento oltre agli aspetti architettonici anche al benessere della comunità. In questo ambito, in pieno lockdown, Calza ha partecipato alla creazione del network di comunità GoodMorning Genova, piazza virtuale di creatività e informazione. 

Chi è la criminologa Julia e come vi siete incontrati? 
Julia Kendall (a settembre uscirà il numero 300) è consulente del dipartimento di polizia di Garden City, fantomatica città del New Jersey. Segni particolari: occhi grandi e capelli corti alla Audrey Hepburn; è una “normale” trentenne, seppur dotata di intuito e sensibilità straordinari, decisivi nel risolvere casi. Ci siamo incontrati 25 anni fa grazie a una cocente passione per i fumetti: il mio preferito fin da bambino era il western Ken Parker realizzato da Giancarlo Berardi, che è anche l’ideatore di Julia. Lo contattai per un’iniziativa culturale, diventammo amici, poi ci fu la possibilità di uno scambio anche professionale. E da Piacenza mi trasferii armi e bagagli alla volta di Genova.

Entrare nella mente di una donna. Ci è riuscito?
È un processo terapeutico: a differenza di altri mestieri, occuparmi di sceneggiatura e regia di Julia, inquadratura dopo inquadratura, mi permette di scavare dentro me stesso. Come in tutti i lavori basati sull’immedesimazione, poi, il processo di mimesi fa parte della professionalità. 

Questa capacità d’immedesimazione immagino le sia utile anche nei laboratori nelle scuole o in carcere.
Mi sono sempre avvicinato in maniera istintiva agli “ultimi”. Ricordo che alle scuole elementari – erano gli anni ’70 – quando la maestra mise a referendum il tema “portare o no il grembiule?”, a sorpresa fui l’unico della classe a perorare la causa del grembiule. Immaginavo che alcuni compagni si sarebbero sentiti imbarazzati a togliersi quella “divisa", perché sapevo che tipo di maglioni avevano sotto. Non è buonismo o pietismo, ma la voglia di nutrirsi delle cose che contano nella vita.
In anni più recenti, era il 2007, fui chiamato in un istituto professionale di Carpi a tenere una lezione, in cui non sapevo bene cosa dire a ragazze e ragazzi in una scuola circondata da una rete elettrificata perché a ricreazione si spacciava droga da fuori. Con i Teddy Boys che m’insultavano e i secchioni che prendevano appunti ho buttato lì un «inventiamoci una storia tutti insieme, così vi racconto com’è la mia professione». «Forza, sparate un nome. Pensiamo a un luogo, a una situazione». Mi sono lanciato senza rete e ho capito che grazie al processo di costruzione di un racconto potevo realizzare qualcosa di collettivo. Alla fine erano tutti attenti ad ascoltare come sarebbe andata a finire. Il valore terapeutico dell’immaginazione e della scrittura può vincere blocchi emotivi, ansia, depressione. Il mio è un lavoro molto individuale ma vorrei fosse non del tutto individualista. Ho replicato questa modalità poi anche in alcuni quartieri popolari di Piacenza, in carcere e con i ragazzi autistici, Luca in primis, che ho seguito per sei anni. Un’avventura meravigliosa da cui ho tratto il libro autoprodotto Ho imparato a fidarmi di te. 

Ci racconta dell’esperienza in carcere?
Era un laboratorio di scrittura creativa nel carcere Novate di Piacenza, ala maschile, in un progetto coordinato da un'amica educatrice e psicologa. Come nella scuola precedente, per iniziare mi sono fatto portare dei fogli bianchi chiedendo all’uditorio delle parole a caso: sono uscite fuori “viaggio", “zingari", “tossicodipendenza”. E la narrazione collettiva che ne è sorta riguardava un viaggio in Europa dove un magrebino risolveva con un inghippo linguistico un grosso guaio, relativo a una vendetta incombente.
Quando poi il laboratorio dura qualche mese c’è anche il tempo di visualizzare il tutto con i disegni. 

E con i ragazzi autistici?
Con Luca, per esempio, si è soprattutto disegnato. Mi chiamò la sua psicologa dicendo: «Ti vorrei presentare il caso di questo “Super Fumettista”». Faceva disegni immensi, delle specie di pale d’altare dove ci metteva dentro vignette e battute, oggetti e soggetti, tutti disarticolati. Era come avere a che fare con Ligabue, un super genio con una deformazione fumettistica. Con la supervisione della psicologa provai a fornire a Luca una grammatica della narrazione, sia dal punto di vista grafico sia contenutistico, che gli permettesse di organizzare meglio la sua fantasia, i suoi pensieri. La patologia era talmente grave che non siamo riusciti in alcun modo a essere risolutivi, ovviamente. Però una cosa mi gratifica anche adesso che ho perso i contatti con lui: so che disegna come ha imparato in quei sei anni, organizzando la tavola sulla base delle sei vignette della griglia base della storia del fumetto.

«Ai ragazzi bisogna parlare offrendo agganci in cui possano riconoscere possibilità di una sponda alle loro passioni», ha detto. Questo numero della rivista parla ai giovani. Che cosa vorrebbe dire loro?
Da un punto di vista professionale c’è stato un allontanamento dai giovani, nel senso che purtroppo il fumetto tradizionale è un mondo forse al tramonto. La mia era veramente una generazione fumetto-dipendente, non avevamo cellulari e videogame. Oggi tutte quelle suggestioni i ragazzi le pescano dai social o dai film delle piattaforme, che non è più cinema ma divertimentificio. Mentre invece il rapporto umano, avendo anche due figli adolescenti, lo trovo straordinario, formativo. Non sopporto quest'idea del no future. Detesto la patologizzazione di tutte le paure, che vanno vissute con spirito critico. L’idea che non c'è futuro è una scorciatoia troppo forte, la trovo una imposizione reazionaria con cui le generazioni più stagionate stanno vincolando le generazioni successive. In realtà siamo noi che biologicamente non ne abbiamo più tanto. Troverei veramente bestiale dire ai miei figli «non avete futuro», quando invece hanno tutta la vita davanti, dove – con l’impegno e la passione civile – per loro tutto è ancora possibile.

(Monica Piccini e Valeria Rotili)


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