Stefano Fumarulo ha dedicato la vita alla lotta contro la mafia sia in America Latina sia in Italia. A lui si devono, tra le tante cose, la costruzione di una rete di antimafia sociale in Sudamerica e la chiusura del ghetto di Rignano (Foggia).
È scomparso di recente, a soli 38 anni.
di Flavia Famà e Maria Cristina Fraddosio
Il presidente Ikeda spiega che acquisire consapevolezza delle profonde implicazioni della morte ci permette di fatto di condurre delle vite più significative. La realtà è che possiamo essere vivi in questo momento e morire in quello successivo. Qualcuno una volta disse: "La morte non la vediamo avvicinarsi, ci prende alle spalle". In quel momento ciò che conta di più non è essere diventati dirigenti di una società o aver avuto successo negli affari, bensì come siamo vissuti e come ci siamo comportati con gli altri.1
Ci sono persone che vivono la propria vita così intensamente da lasciare un segno indelebile nella società. Una di queste si chiamava Stefano Fumarulo, nato a Bari e prematuramente scomparso a 38 anni il 12 aprile scorso.
Una vita dedicata all'antimafia sociale. Dall'America Latina alla Puglia. Laureatosi in Giurisprudenza, dopo alcune specializzazioni all'estero aveva iniziato a collaborare come ricercatore con Edgardo Buscaglia, autore e studioso internazionale. Nel 2001 erano entrambi alle Nazioni Unite. Buscaglia ricorda come la loro amicizia fosse fondata sull'etica condivisa di combattere contro alcune delle forme più estreme del male e si fosse radicata grazie alla vocazione di Stefano di servire i meno fortunati. «In questi due aspetti la vita di Stefano risplende e risplenderà sempre come soldato di pace con una vita tragicamente breve ma incredibilmente profonda». Fu proprio Buscaglia a invitarlo in Messico per far parte del gruppo delle Nazioni Unite: Stefano era presente in qualità di esperto con il compito di redigere un'indagine sulle morti nella città di Juarez. Dobbiamo a lui, assieme al suo amico e collaboratore Cesar Prieto, l'informativa attualmente disponibile. Proprio Cesar racconta che «la distanza non è mai stata un ostacolo» per la loro amicizia. «Oggi e sempre lo ricorderò come un mio grande amico e fratello. Ogni volta ci salutavamo con un "Hasta la victoria siempre!"». Qualche anno dopo, Stefano si era avvicinato a Tonio Dell'Olio, allora responsabile del settore internazionale di "Libera contro le mafie".
Tonio lo ricorda come un leader che riusciva a fare un passo indietro quando il lavoro di squadra lo richiedeva. Insieme partirono alla volta di Ciudad Ixtepec, nel Sud del Messico, per dare una mano a padre Solalinde, che aiuta i migranti in viaggio sul tetto del treno merci "La bestia", diretto negli Stati Uniti. Il sostegno a Solalinde non passò inosservato. Nel cuore della notte Tonio, Stefano e il resto del gruppo furono costretti a lasciare il luogo dove dormivano perché i narcos stavano andando a prenderli. Con lui c'era anche Carlos Cruz, che racconta: «Ci siamo resi conto che, pur avendo storie diverse, eravamo arrivati allo stesso punto di lotta contro la mafia e la delinquenza organizzata, io dalle mie origini di pandillero2 in Messico, lui da studioso».
Ha dedicato la sua vita alla realizzazione di una rete di antimafia sociale in America Latina (ALAS), costruendo ponti di memoria e di impegno anche nel nostro paese come consulente della Commissione antimafia della Camera dei Deputati e nella sua regione.
Aveva a cuore le vicende delle sparizioni forzate in Messico, ma riusciva a prendersi cura anche delle vittime innocenti delle mafie della sua città, inclusi i migranti assoldati come schiavi nelle campagne pugliesi. Daniela Marcone, vicepresidente di Libera, lo ha conosciuto nel 2008, quando Stefano faceva parte di un gruppo di giovani che Michele Emiliano, allora sindaco di Bari, individuò per svolgere delle attività di contrasto alle mafie. In quel contesto, Stefano aiutò ad organizzare la Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Daniela rammenta come già prima di quel 21 marzo si era resa conto della sua profonda umanità e professionalità. «È sempre stato al fianco dei familiari pugliesi», racconta. Era convinto che ci fosse sempre una soluzione da percorrere e che la chiave di tutto stesse nel «far seguire i fatti alle parole». Per lui «fare politica è occuparsi della gente».
Sono gli ideali di pace e di giustizia ma anche la gioia e il sorriso con cui inseguiva questi ideali, che aveva trasformato in obiettivi concreti, a contraddistinguerlo. La piccola Andria, figlia di Cesar Prieto, lo ricorda come «uno zio sempre felice».
Stefano si considerava ateo. Diceva di credere solo a San Nicola, tanto da definirsi "nicoliano". Era lungimirante. Per un anno si era dedicato a comprendere, senza alcun incarico istituzionale, i meccanismi di sfruttamento e schiavitù che caratterizzavano uno dei più noti ghetti di migranti del nostro paese, il ghetto di Rignano. «Lui voleva sconfiggere la mafia. Non accettava che si potesse agire in disaccordo con la legalità. Non accettava il compromesso». Così lo ricorda una delle persone a lui più care, Manuela Fortunato. E indica tra i personaggi che lo avevano ispirato Falcone, Borsellino, Che Guevara e Camilo Cienfugos. «Aquí no se rinde nadie» ("qui non si arrende nessuno") era una delle sue frasi preferite.
Stefano era l'uomo del fare. Era un partigiano del bene. È riuscito a realizzare ciò che nessun politico ha fatto. Si deve a lui, infatti, la lunga battaglia per chiudere il ghetto di Rignano. Lui che, a partire dal 2015 in qualità di dirigente della Regione Puglia, aveva prima denunciato alla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari l'infiltrazione mafiosa nel ghetto e, poco prima di morire, con la sua stessa automobile aveva messo in salvo i migranti.
Era composto. Un uomo di questi tempi con i valori d'altri tempi. Uno dei suoi collaboratori, Gianni Occhiofino, lo definisce «un uomo delle istituzioni impegnato in percorsi inediti di liberazione dalle oppressioni e dalle ingiustizie sociali». Votato «al pieno riconoscimento della dignità umana di ciascun essere vivente, soprattutto delle fasce più deboli, sfruttate e meno abbienti della società».
A Stefano dobbiamo anche questo articolo a quattro mani, perché sia io, Cristina, che l'ho intervistato più volte e gli ho dedicato il premio Carlo Azeglio Ciampi vinto con un'inchiesta sul caporalato, sia io, Flavia, che ho condiviso con lui l'impegno nel settore internazionale di Libera in particolare per la pace in Messico, dobbiamo a lui il nostro incontro.
Per il Buddismo di Nichiren Daishonin la morte è simile al sonno, ci fornisce quel riposo di cui abbiamo bisogno per risvegliarci di nuovo: è un "espediente" per vivere. Lo scopo della morte è far brillare la vita ancora di più. Il sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della vita del Tathagata, basandosi sull'assunto dell'eternità della vita, afferma che «la vita stessa non scompare né emerge, non ci sono né nascita né morte. Secondo questo principio, la vita è lo stato in cui la nostra esistenza si manifesta in maniera attiva e la morte lo stato in cui ritorna latente. Tali fasi di nascita e morte continuano per l'eternità».3
Grazie Stefano. A presto.
Note
1) "La vita e la morte" - Brani scelti da scritti di Daisaku Ikeda a cura della SGI - cfr. BS, 171.
2) Pandillero: membro di una pandilla, gruppo criminale organizzato.
3) op.cit., BS, 171.
È scomparso di recente, a soli 38 anni.
di Flavia Famà e Maria Cristina Fraddosio
Il presidente Ikeda spiega che acquisire consapevolezza delle profonde implicazioni della morte ci permette di fatto di condurre delle vite più significative. La realtà è che possiamo essere vivi in questo momento e morire in quello successivo. Qualcuno una volta disse: "La morte non la vediamo avvicinarsi, ci prende alle spalle". In quel momento ciò che conta di più non è essere diventati dirigenti di una società o aver avuto successo negli affari, bensì come siamo vissuti e come ci siamo comportati con gli altri.1
Ci sono persone che vivono la propria vita così intensamente da lasciare un segno indelebile nella società. Una di queste si chiamava Stefano Fumarulo, nato a Bari e prematuramente scomparso a 38 anni il 12 aprile scorso.
Una vita dedicata all'antimafia sociale. Dall'America Latina alla Puglia. Laureatosi in Giurisprudenza, dopo alcune specializzazioni all'estero aveva iniziato a collaborare come ricercatore con Edgardo Buscaglia, autore e studioso internazionale. Nel 2001 erano entrambi alle Nazioni Unite. Buscaglia ricorda come la loro amicizia fosse fondata sull'etica condivisa di combattere contro alcune delle forme più estreme del male e si fosse radicata grazie alla vocazione di Stefano di servire i meno fortunati. «In questi due aspetti la vita di Stefano risplende e risplenderà sempre come soldato di pace con una vita tragicamente breve ma incredibilmente profonda». Fu proprio Buscaglia a invitarlo in Messico per far parte del gruppo delle Nazioni Unite: Stefano era presente in qualità di esperto con il compito di redigere un'indagine sulle morti nella città di Juarez. Dobbiamo a lui, assieme al suo amico e collaboratore Cesar Prieto, l'informativa attualmente disponibile. Proprio Cesar racconta che «la distanza non è mai stata un ostacolo» per la loro amicizia. «Oggi e sempre lo ricorderò come un mio grande amico e fratello. Ogni volta ci salutavamo con un "Hasta la victoria siempre!"». Qualche anno dopo, Stefano si era avvicinato a Tonio Dell'Olio, allora responsabile del settore internazionale di "Libera contro le mafie".
Tonio lo ricorda come un leader che riusciva a fare un passo indietro quando il lavoro di squadra lo richiedeva. Insieme partirono alla volta di Ciudad Ixtepec, nel Sud del Messico, per dare una mano a padre Solalinde, che aiuta i migranti in viaggio sul tetto del treno merci "La bestia", diretto negli Stati Uniti. Il sostegno a Solalinde non passò inosservato. Nel cuore della notte Tonio, Stefano e il resto del gruppo furono costretti a lasciare il luogo dove dormivano perché i narcos stavano andando a prenderli. Con lui c'era anche Carlos Cruz, che racconta: «Ci siamo resi conto che, pur avendo storie diverse, eravamo arrivati allo stesso punto di lotta contro la mafia e la delinquenza organizzata, io dalle mie origini di pandillero2 in Messico, lui da studioso».
Ha dedicato la sua vita alla realizzazione di una rete di antimafia sociale in America Latina (ALAS), costruendo ponti di memoria e di impegno anche nel nostro paese come consulente della Commissione antimafia della Camera dei Deputati e nella sua regione.
Aveva a cuore le vicende delle sparizioni forzate in Messico, ma riusciva a prendersi cura anche delle vittime innocenti delle mafie della sua città, inclusi i migranti assoldati come schiavi nelle campagne pugliesi. Daniela Marcone, vicepresidente di Libera, lo ha conosciuto nel 2008, quando Stefano faceva parte di un gruppo di giovani che Michele Emiliano, allora sindaco di Bari, individuò per svolgere delle attività di contrasto alle mafie. In quel contesto, Stefano aiutò ad organizzare la Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Daniela rammenta come già prima di quel 21 marzo si era resa conto della sua profonda umanità e professionalità. «È sempre stato al fianco dei familiari pugliesi», racconta. Era convinto che ci fosse sempre una soluzione da percorrere e che la chiave di tutto stesse nel «far seguire i fatti alle parole». Per lui «fare politica è occuparsi della gente».
Sono gli ideali di pace e di giustizia ma anche la gioia e il sorriso con cui inseguiva questi ideali, che aveva trasformato in obiettivi concreti, a contraddistinguerlo. La piccola Andria, figlia di Cesar Prieto, lo ricorda come «uno zio sempre felice».
Stefano si considerava ateo. Diceva di credere solo a San Nicola, tanto da definirsi "nicoliano". Era lungimirante. Per un anno si era dedicato a comprendere, senza alcun incarico istituzionale, i meccanismi di sfruttamento e schiavitù che caratterizzavano uno dei più noti ghetti di migranti del nostro paese, il ghetto di Rignano. «Lui voleva sconfiggere la mafia. Non accettava che si potesse agire in disaccordo con la legalità. Non accettava il compromesso». Così lo ricorda una delle persone a lui più care, Manuela Fortunato. E indica tra i personaggi che lo avevano ispirato Falcone, Borsellino, Che Guevara e Camilo Cienfugos. «Aquí no se rinde nadie» ("qui non si arrende nessuno") era una delle sue frasi preferite.
Stefano era l'uomo del fare. Era un partigiano del bene. È riuscito a realizzare ciò che nessun politico ha fatto. Si deve a lui, infatti, la lunga battaglia per chiudere il ghetto di Rignano. Lui che, a partire dal 2015 in qualità di dirigente della Regione Puglia, aveva prima denunciato alla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari l'infiltrazione mafiosa nel ghetto e, poco prima di morire, con la sua stessa automobile aveva messo in salvo i migranti.
Era composto. Un uomo di questi tempi con i valori d'altri tempi. Uno dei suoi collaboratori, Gianni Occhiofino, lo definisce «un uomo delle istituzioni impegnato in percorsi inediti di liberazione dalle oppressioni e dalle ingiustizie sociali». Votato «al pieno riconoscimento della dignità umana di ciascun essere vivente, soprattutto delle fasce più deboli, sfruttate e meno abbienti della società».
A Stefano dobbiamo anche questo articolo a quattro mani, perché sia io, Cristina, che l'ho intervistato più volte e gli ho dedicato il premio Carlo Azeglio Ciampi vinto con un'inchiesta sul caporalato, sia io, Flavia, che ho condiviso con lui l'impegno nel settore internazionale di Libera in particolare per la pace in Messico, dobbiamo a lui il nostro incontro.
Per il Buddismo di Nichiren Daishonin la morte è simile al sonno, ci fornisce quel riposo di cui abbiamo bisogno per risvegliarci di nuovo: è un "espediente" per vivere. Lo scopo della morte è far brillare la vita ancora di più. Il sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della vita del Tathagata, basandosi sull'assunto dell'eternità della vita, afferma che «la vita stessa non scompare né emerge, non ci sono né nascita né morte. Secondo questo principio, la vita è lo stato in cui la nostra esistenza si manifesta in maniera attiva e la morte lo stato in cui ritorna latente. Tali fasi di nascita e morte continuano per l'eternità».3
Grazie Stefano. A presto.
Note
1) "La vita e la morte" - Brani scelti da scritti di Daisaku Ikeda a cura della SGI - cfr. BS, 171.
2) Pandillero: membro di una pandilla, gruppo criminale organizzato.
3) op.cit., BS, 171.