Il tesoro di un figlio devoto

di aprile

spiegazione a cura del Dipartimento di studio

spiegazione a cura del Dipartimento di studio

(BRANO SCELTO, testo integrale: SND, 8, 121)

Titolo originale: Sennichi Ama Gohenji (Koshi takara Gosho), GZ, 1318
Scritto nel 1280, a 59 anni, da Minobu
Destinato a Sennichi Ama

[...] C'è un passo di un sutra in cui si dice che i figli sono nemici: «Gli uomini in questo mondo commettono molti peccati a causa dei loro figli»1. Nel caso delle aquile e delle aquile crestate, i genitori allevano i piccoli con grande compassione, ma i figli si rivoltano e li mangiano. I gufi, appena nati, invariabilmente divorano la madre. Questo avviene fra gli animali. Ma anche fra gli uomini, il re Virudhaka2 odiava il padre e lo detronizzò; il re Ajatashatru uccise il proprio padre; An Lu-shan3 uccise la matrigna e An Ch'ing-hsü uccise il padre An Lu-shan; An Ch'ing-hsü fu ucciso da Shih Shih-ming [che era come un figlio per lui] e Shih Shih-ming fu a sua volta ucciso dal proprio figlio Shih Ch'ao-i. C'è una buona ragione perché si dica che i figli sono nemici. Il monaco Sunakshatra4 era un figlio del signore Shakyamuni, ma cospirò con il maestro non buddista Illuminazione attraverso le austerità5 e tentò ripetutamente di uccidere il Budda suo padre.
C'è anche un sutra che dice che i figli sono un tesoro. Infatti, il sutra dice: «Per la fortuna accumulata dai loro figli e figlie, appare una gran luce che illumina l'inferno e fa sorgere la fede nei genitori»6. Ma anche se il Budda non l'avesse insegnato, possiamo vederne la prova davanti ai nostri occhi.
In India c'era una volta un gran re, il re di Parthia7. Egli aveva una passione smoderata per i cavalli e per il loro allevamento; col tempo divenne tanto esperto nell'allevamento dei cavalli che non solo sapeva trasformare un cavallo senza valore in un magnifico cavallo, ma poteva trasformare un bue in cavallo. Finalmente riuscì a trasformare persino degli uomini in cavalli e a cavalcarli. Ma i cittadini del suo stato se ne lamentavano talmente che egli decise di trasformare in cavalli solo uomini di altri paesi e, quando arrivò un mercante da un paese straniero, gli fece bere una pozione che lo fece diventare un cavallo e lo legò nelle stalle reali.
Anche in circostanze ordinarie il mercante amava moltissimo il suo paese e in modo particolare la moglie e il figlio. Perciò la sua situazione gli era intollerabile, ma non poteva tornare a casa perché il re non glielo permetteva. Inoltre, anche se fosse potuto tornare a casa, cosa avrebbe potuto fare nella sua forma presente? Non gli rimaneva che piangere giorno e notte.
L'uomo aveva un figlio il quale, passato il tempo in cui il padre era atteso di ritorno, cominciò a chiedersi se fosse stato ucciso da qualcuno o se fosse caduto ammalato. Sentendo che era suo dovere di figlio scoprire cosa fosse successo al padre, si mise in viaggio. La madre piangendo aveva protestato che già il marito non era tornato da un paese straniero e che se ora anche l'unico figlio se ne fosse andato abbandonandola, lei non sapeva come avrebbe potuto vivere. Ma il figlio era talmente preoccupato per il padre che partì per la Parthia in cerca di lui.
Quando si fermò per la notte in una piccola locanda, il proprietario gli disse: «Che tristezza! Tu sei così giovane e dal tuo viso e dal tuo portamento si capisce che sei una persona distinta. Io avevo un figlio, ma è partito per un paese straniero e non so che fine ha fatto, forse è morto laggiù. Pensando a mio figlio, mi è quasi insopportabile guardarti. Dico questo perché nel nostro paese vi è molto dolore.
Il nostro re va pazzo per i cavalli e fa uso di strane erbe: somministrando a un uomo un'erba dalle foglie strette, lo trasforma in cavallo, somministrando un'erba dalle foglie larghe, un cavallo si trasforma in uomo. Recentemente ha dato quest'erba a un mercante venuto da un paese straniero, lo ha trasformato in cavallo e lo tiene confinato segretamente nella prima delle stalle reali».
Sentendo questo, il figlio pensò che forse suo padre era stato trasformato in cavallo e chiese: «Di che colore è il manto di questo cavallo?». Il padrone della locanda rispose: «È di color nocciola con chiazze bianche sulle spalle». Sapute tutte queste cose, fece in modo di avvicinarsi al palazzo reale e di rubare l'erba dalle foglie larghe. Quando la fece mangiare al padre trasformato in cavallo, il padre ritornò al suo stato umano. Il re, meravigliato da quanto era successo, restituì il padre al figlio che aveva dimostrato tanto amore filiale, e da allora in poi smise di trasformare gli uomini in cavalli.
Chi se non un figlio poteva arrivare tanto lontano per cercare il padre? Il venerabile Maudgalyayana salvò la madre dalle sofferenze del mondo degli spiriti affamati8, e Jozo e Jogen9 persuasero il padre ad abbandonare le sue idee eretiche. Questo è il motivo per cui si dice che un buon figlio è il tesoro di un padre.
Ora il defunto Abutsu-bo era un abitante di una selvaggia isola del mare del nord del Giappone. Non di meno, preoccupato per la sua futura esistenza, prese gli ordini religiosi e pregò per la felicità nella prossima vita. Incontrando Nichiren, quest'uomo abbracciò il Sutra del Loto e nella primavera dello scorso anno divenne un Budda. Quando la volpe del monte Shita incontrò la Legge del Budda, insoddisfatta della sua vita desiderò la morte e rinacque come Taishaku10. Abutsu-bo, disgustato della vita in questo mondo impuro, è divenuto un Budda.
Suo figlio, Tokuro Moritsuna, ha seguito il suo esempio ed è diventato un sincero praticante del Sutra del Loto. L'anno scorso, il secondo giorno del settimo mese, è venuto sul monte Minobu a Hakiri nella provincia di Kai, dopo aver viaggiato mille ri11 per mari e monti con le ceneri del padre appese al collo, e le ha depositate nel luogo della pratica del Sutra del Loto. Quest'anno il primo giorno del settimo mese è tornato a Minobu per visitare la tomba del padre. Non c'è tesoro più grande di un figlio, non c'è tesoro più grande di un figlio!


Nam-myoho-renge-kyo, Nam-myoho-renge-kyo
Nichiren

Il secondo giorno del settimo mese

Note

1) Sutra Shinjikan, vol. 3.
2) Virudhaka: re di Kosala ai tempi di Shakyamuni. Il padre Prasenajit aveva sposato la serva di un signore della tribù Shakya, credendo che fosse di sangue reale. Quando Virudhaka scoprì la sua umile origine, si infuriò e giurò vendetta: si impadronì del trono e mosse guerra agli Shakya uccidendone un gran numero. Sette giorni dopo morì in un incendio scoppiato sulla nave su cui era imbarcato.
3) An Lu-shan (705-757): comandante di una provincia sotto la dinastia T'ang, divenne potente alla corte di Hsüan-tsung quando fu adottato da Yang Kuei-fei, la moglie favorita dell'imperatore. In seguito entrò in conflitto con il fratello di Yang Kuei-fei per il controllo del governo centrale, guidò una rivolta nel 755 e occupò la capitale. L'imperatore dovette fuggire e fu costretto dal malcontento dei suoi soldati a ordinare l'esecuzione di Yang Kuei-fei e di suo fratello, ritenuti responsabili della catastrofe. An Lu-shan fu ucciso dal proprio figlio a causa di una disputa sulla successione della famiglia imperiale e la stessa sorte colpì i suoi successori.
4) Sunakshatra: discepolo e, forse, figlio di Shakyamuni. Entrato nell'ordine buddista, approfondì la pratica dei quattro stadi di meditazione e lo studio delle dodici sezioni dei sutra, ma si dice che avendo sviluppato opinioni distorte sarebbe caduto vivo nell'inferno.
5) Così veniva chiamato (Illuminazione attraverso le austerità) Nirgrantha Jnataputra (in pali Nigantha Nataputta, Kutoku in giapponese) uno dei sei maestri non buddisti dell'epoca di Shakyamuni, fondatore del Giainismo.
6) Sutra Shinjikan, vol. 3. Il testo originale è stato leggermente modificato dal Daishonin.
7) Parthia: antico regno esteso dal nord-ovest dell'India alla Persia, fondato nel 248 a.C. e caduto nel 226 d.C. La storia del re che trasformava gli uomini in cavalli si trova nello Hobutsu shu (Sul tesoro), scritto da Taira no Yasuyori durante l'era Jisho (1177-1181).
8) Nel sutra Urabon si racconta che Maudgalyayana, avendo percepito con la sua visione divina che la madre defunta soffriva nel mondo di Avidità, con i suoi poteri sovrannaturali cercò di mandarle del cibo, ma questo si trasformava in fiamme accrescendo i tormenti della donna. Si rivolse allora a Shakyamuni che gli consigliò di fare offerte ai monaci nel quindicesimo giorno del settimo mese. Maudgalyayana offrì del cibo all'ordine buddista secondo le istruzioni ricevute e la madre fu sollevata dalle sue sofferenze.
9) Jozo e Jogen: figli del re Myoshogon e della regina Jotoku.
10) Questa storia è raccontata nel Maka shikan bugyoden guketsu: una volpe, inseguita da un leone, cadde incidentalmente in un pozzo secco dal quale non poteva uscire. Al terzo giorno, sul punto di morire di fame, decise di dedicarsi alla Legge buddista e recitò un verso esprimente il desiderio di espiare i propri peccati. La sua voce giunse fino al monte Sumeru e fu udita dal dio Taishaku il quale la salvò e le chiese di predicare la Legge a lui e ad altre divinità.
11) Ri: unità lineare di misura corrispondente a circa quattro chilometri. Qui indica semplicemente una grande distanza.

CENNI STORICI

Nichiren Daishonin scrisse questa lettera nell'estate del 1280, da Minobu, alla signora Sennichi Ama che era rimasta vedova.
Il marito di Sennichi Ama, Abutsu-bo Nittoku, era un ardente seguace della setta Nembutsu. Quando il Daishonin giunse a Sado, si recò a Tsukahara per avere un dibattito con lui, ma fu invece convertito. Durante tutto il periodo dell'esilio a Sado insieme alla moglie protesse il Daishonin, rifornendolo di cibo e di quanto potesse occorrergli, con grande rischio personale poiché era proibito aiutare gli esiliati. Quando il Daishonin fu perdonato e si ritirò sul monte Minobu, Abutsu-bo affrontò tre volte il lungo viaggio per visitarlo. Morì il 21 marzo del 1279 all'età di novantun anni. Il figlio Tokuro Moritsuna nello stesso anno si recò a Minobu per portarvi le ceneri del padre.
L'anno seguente Sennichi Ama, sempre preoccupata del benessere del Daishonin, inviò un'altra volta il figlio con varie offerte. Questo Gosho è la lettera di ringraziamento che il Daishonin affidò a Tokuro Moritsuna. Nella prima parte del Gosho (che qui non è riportata) afferma che leggere una sola frase del Sutra del Loto equivale a leggere tutti gli insegnamenti del Budda. Assicura Sennichi Ama che chiunque abbracci il Sutra del Loto otterrà la Buddità e che anche il suo defunto marito è sicuramente diventato un Budda. Quindi loda la devozione filiale di Tokuro Moritsuna affermando che un figlio devoto è un grande tesoro.
(Per ulteriori approfondimenti su Sennichi Ama e Abutsu-bo vedi la rubrica I discepoli di Nichiren Daishonin, Buddismo e società, n. 111, pp. 56-57).

SPIEGAZIONE

TUTTI POSSIAMO ESSERE "GENITORI"

Il desiderio di diventare genitori fa parte della natura umana. Quando nasce un figlio tutto il mondo si illumina; mai una cosa che si ripete costantemente da sempre ci appare così straordinaria e unica come il mistero della nascita.
Ciò non significa che sia un'esperienza priva di difficoltà e sofferenze.
Come per tutti i desideri, quando una coppia non riesce a realizzarlo può soffrirne, e anche quando un figlio si ammala o muore improvvisamente i genitori provano una enorme sofferenza.
Che si abbiano o meno dei figli, il desiderio di paternità e maternità in un senso più ampio viene appagato e si realizza quando, abbandonando l'idea del possesso, la nostra vita si indirizza a contribuire alla felicità di un altro giovane essere umano. Tutte le giovani vite diventano "nostre" vite e nasce la voglia di aiutare a crescere qualsivoglia bambino o bambina si incontri lungo il proprio cammino.
Gli esseri umani non possono diventare adulti da soli, hanno bisogno del sostegno dei genitori, ma anche degli insegnanti, degli amici e degli adulti in generale per svilupparsi costantemente.
Questa realtà richiama il concetto di engi o "origine dipendente"1 che, nella visione buddista, rivoluziona la prospettiva sulle relazioni umane: rende infatti evidente che nessuno diventa quello che è senza l'interazione con gli altri che ha intorno, e dà grande valore alla qualità delle interrelazioni.
In particolare la qualità di "genitore" nel Buddismo ha un'importanza fondamentale, infatti è una delle tre virtù del Budda insieme a quelle di "sovrano" e "maestro".
«Se la compassione di Nichiren è veramente grande, Nam-myoho-renge-kyo si diffonderà per diecimila anni e più, per tutta l'eternità» (L'apertura degli occhi, SND, 1, 216).
«Se la compassione di Nichiren è veramente grande» si riferisce alla virtù del genitore. Da questo punto di vista, ci spiega Daisaku Ikeda ne Il Mondo del Gosho (MDG, 2, 310), Nichiren Daishonin diffuse il suo insegnamento sopportando tutte le difficoltà animato dallo spirito del "genitore" che si preoccupa del benessere degli esseri umani come se fossero i propri figli.
La qualità intrinseca del genitore è quindi la compassione. Ikeda in un passo di La vita mistero prezioso descrive l'analogia tra l'amore materno e la compassione: «Nichiren Daishonin nella Raccolta degli insegnamenti orali (Ongi Kuden) scrisse: "La profonda compassione è come la compassione della madre per il suo piccolo, è la compassione di Nichiren e dei suoi discepoli". Forse l'analogia più importante fra la compassione buddista e l'amore materno è che entrambi sono del tutto incondizionati. Il vero amore materno è altruistico, niente, nemmeno la vita stessa della madre deve intromettersi nella crescita o nella felicità del bambino. C'è una compassione praticamente perfetta. Quando il bambino è felice, la madre è felice; quando il bambino è turbato, la madre è turbata; quando il bambino è ammalato, è la madre che soffre di più» (Sonzogno, 1995, p. 138).
Se non ci fosse alla base dell'atteggiamento dei genitori questo potente desiderio altruistico verso i figli, non si potrebbero né sostenere l'impegno e la fatica per allevarli, né sviluppare la saggezza necessaria per adottare il comportamento più adatto a ogni circostanza nel corso della loro educazione.
«La saggezza è un altro elemento chiave - dice Ikeda ne I tesori del futuro (Esperia, 2006). - Essa deriva dalla compassione».
Applicata all'educazione, continua Ikeda, la compassione significa che la madre e il padre sentiranno necessario dare una forma di disciplina ai figli e alle figlie per aiutarli a superare da sé il proprio egoismo, la causa fondamentale delle sofferenze, ma nello stesso tempo sentiranno anche di condividere con loro le sfide per affrontare le difficoltà, aiutandoli in tal modo a coltivare l'indipendenza e l'autocontrollo, cioè la forza di vivere.
In risposta agli sforzi dei genitori i figli e le figlie impareranno a loro volta ad avere un'attitudine compassionevole verso gli altri e il mondo.

I FIGLI, UN PROBLEMA...

«C'è un passo di un sutra in cui si dice che i figli sono nemici: "Gli uomini in questo mondo commettono molti peccati a causa dei loro figli" [...] C'è una buona ragione perché si dica che i figli sono nemici».

Questa frase sembra contraddire quanto si afferma sulla fortuna di avere un figlio o una figlia. Essa si riferisce al fatto che come individui i genitori e i figli condividono una relazione karmica preesistente.
Le sofferenze e le difficoltà che i genitori possono incontrare nella loro relazione con i figli non sono "colpa" dei figli, ma più profondamente sono l'effetto delle cause karmiche poste da loro stessi.
Il Buddismo di Nichiren Daishonin indica una via sicura per trasformare queste sofferenze in un'occasione di cambiamento della propria vita, un'opportunità concreta di accrescere la propria umanità e di ampliare la propria soddisfazione come genitori.
Una volta Toda diede questo incoraggiamento a un uomo il cui figlio era diventato un delinquente: «Sulla base della prospettiva buddista, il punto fondamentale è il karma dei genitori che hanno messo al mondo il figlio. È importante avere il desiderio di far crescere un individuo eccezionale. Questo atteggiamento vi permetterà di diventare un Budda. Il legame tra genitore e figlio è un legame mistico. Dalla prospettiva dell'eternità della vita, che comprende le tre esistenze di passato, presente e futuro, questo legame è veramente profondo. Un figlio offre l'opportunità di costruire una vita suprema. A seconda di come il genitore accetta ogni circostanza, il futuro sia del genitore sia del figlio differirà significativamente. Qualunque sofferenza o difficoltà possiamo incontrare, fin quando riuscirete a dire a vostro figlio: "Grazie per essere nato", sia voi che vostro figlio vi dirigerete verso la felicità» (Ibidem, p. 24).
Il genitore, oltre al fatto di aver generato biologicamente un altro essere umano, realizza questo ruolo attraverso l'interazione concreta con il proprio figlio o figlia. È una relazione e un compito che richiede molta saggezza e dedizione e in cui egli stesso si modifica e impara a sviluppare se stesso. Scrive ancora Ikeda: «Allevare i figli non è una cosa facile. Talvolta può essere davvero estenuante. Tuttavia non si può allevare nessuno se non ci si sforza al massimo. Nichiren afferma: "La vita è limitata; non dobbiamo risparmiarla". Perciò lo scopo per cui viviamo è cruciale. Credo che allevare un figlio sia il compito più nobile che un essere umano possa svolgere» (Ibidem, p. 21).
Sulle generazioni più giovani è poggiato il futuro della società nel suo insieme, questo è un punto che i genitori come anche gli educatori non dovrebbero dimenticare; allevare bene i più giovani significa anche determinare che diventino persone in grado di contribuire positivamente alla società.
«Il legame tra genitori e figli, dopo tutto, non è altro che un tipo particolare di relazione umana. Ciò che conta, alla fine, è la sincerità, non i metodi» scrive Ikeda sempre in I tesori del futuro, e sottolinea che i sentimenti dei genitori, così come la loro visione della vita, si trasmettono sicuramente ai figli, anche se può volerci del tempo.
Nichiren a questo proposito afferma: «Per esempio quando è il momento che un pulcino esce dall'uovo, il pulcino becca il guscio dall'interno e la madre becca sullo stesso punto dall'esterno. Questo perché i pensieri e i sentimenti sono interattivi» (GZ, 810).
Noi abbiamo un modo "speciale" per far arrivare il nostro cuore ai figli, ed è la recitazione del Daimoku. Il nostro fondamento è la preghiera: anche quando le parole non riescono ad aprire una comunicazione fruttuosa, quando i genitori pregano per i loro figli, i figli rispondono alla loro preghiera.
Questo potere della preghiera è spiegato da Ikeda in un suo recente editoriale intitolato La preghiera è la forza trainante per il progresso e la vittoria: «Il Buddismo di Nichiren Daishonin conferisce alla preghiera una forma concreta attraverso Gongyo, una pratica accessibile a tutti. Essa è basata sulla Legge fondamentale e più profonda della vita ed è una pratica dinamica, assolutamente connessa alla nostra realtà quotidiana. [...] Il Daimoku è la spada affilata in grado di sconfiggere tutte le funzioni demoniache, mentre la pratica di Gongyo fornisce lo slancio per portare avanti le cinque guide eterne della Soka Gakkai: fede per una famiglia armoniosa; fede perché ogni persona diventi felice; fede per superare gli ostacoli; fede per la salute e una lunga vita; fede per la vittoria assoluta» (Il nuovo rinascimento, n. 367, p. 8).

I BENEFICI DEI NOSTRI SFORZI RICADONO SUI NOSTRI FIGLI

«Ora il defunto Abutsu-bo era un abitante [...] Suo figlio, Tokuro Moritsuna, ha seguito il suo esempio ed è diventato un sincero praticante del Sutra del Loto».

Daisaku Ikeda scrive: «Spero che tutti voi della Divisione uomini diventerete un esempio e una fonte di incoraggiamento, un modello di fede per le vostre famiglie e per i vostri discendenti» (Il Gosho e la vita quotidiana, Esperia, 2006, p. 75).
È ovvio che i genitori devono dare il buon esempio, sforzarsi di diventare per i figli una buona influenza, perché i bambini nel bene e nel male sono molto influenzabili; un Gosho a tale proposito dice: «L'artemisia che cresce in mezzo alla canapa o un serpente all'interno di un tubo diverranno naturalmente dritti e chi frequenta persone buone e oneste, anche senza particolari meriti, correggerà i suoi pensieri, le sue parole, le sue azioni» (SND, 8, 250).
La nostra convinzione, alla luce di quanto insegna il Gosho, dovrebbe essere quella che attraverso la Legge mistica si ottiene la Buddità e che non c'è altro modo per aprire la strada verso la felicità eterna se non quella di recitare Nam-myoho-renge-kyo. Recitare Daimoku con questa convinzione ci fa sentire già da adesso le persone più felici. Perseverando, poi, nel mantenere la fede e condividendola con gli altri, vivremo realmente la vita migliore che si possa immaginare. Il Buddismo ci assicura che tutti i nostri sforzi diligenti mirati a sostenere la Legge mistica producono fortuna e felicità anche per i nostri figli. Nichiren afferma: «L'Illuminazione del padre e della madre significano l'Illuminazione del figlio. L'Illuminazione del figlio significa l'Illuminazione dei suoi genitori» (GZ, 813).
In molti scritti Nichiren loda e incoraggia i genitori che si preoccupavano di allevare e proteggere i figli anche in condizioni difficili, per noi oggi inimmaginabili, portando avanti la loro fede, e assicura loro che gli sforzi compiuti avrebbero arrecato benefici ai familiari viventi e defunti.
Daisaku Ikeda scrive: «Se una madre porta avanti sinceramente le sue attività buddiste, i suoi figli sicuramente emuleranno il suo spirito. D'altro canto se è riluttante a partecipare alle attività, anche i suoi figli disdegneranno la pratica. In definitiva è la madre a determinare ogni cosa. Il rapporto con i propri figli non si misura in base alla quantità di tempo che si trascorre con loro. Ciò che conta maggiormente è ciò che si ha nel cuore. Nichiren afferma: "È il cuore quello che conta"» (I tesori del futuro, p. 31).

«Non c'è tesoro più grande di un figlio, non c'è tesoro più grande di un figlio!».

Con questa frase conclusiva Nichiren Daishonin esprime una grande lode verso la coppia di genitori che con il loro esempio hanno allevato un figlio, Tokuro Moritsuna, diventato ora un sincero praticante, e ci incoraggia ad avanzare con energia ed entusiasmo gioendo della crescita dei nuovi successori, altri capaci Bodhisattva della Terra come noi.

Note
1) Engi o innen = dottrina buddista che esprime l'interdipendenza di tutte le cose. Essa spiega che nessun essere o fenomeno esiste in sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni. Ogni cosa viene a esistere in risposta a cause e condizioni. Vale a dire che niente esiste indipendentemente da altre cose né può manifestarsi in completo isolamento (da Dizionario del Buddismo, Esperia 2006).

IL PRINCIPIO DI RECIPROCITÀ DELLE RELAZIONI

Ne L'apertura degli occhi così il presidente Ikeda introduce una diversa prospettiva sulle tre virtù del Budda:
«Secondo il pensiero tradizionale, Shakyamuni era un grande Budda che possedeva le tre virtù di sovrano, maestro e genitore per il bene degli esseri viventi; ma questa visione in realtà non è corretta».
Prosegue dicendo che il Budda può manifestare queste qualità in quanto le persone comuni sono dotate del potenziale di diventare Budda e aggiunge: «Ma i veri sovrani sono quelli che aiutano i loro sudditi a diventare felici, i veri maestri sono quelli che mettono in grado i propri discepoli di crescere e svilupparsi e i veri genitori sono quelli che allevano i figli aiutandoli a diventare adulti eccellenti. Sulla base di questo secondo modello i sovrani possono manifestare il loro potere di sovrani solo perché i loro sudditi hanno la potenzialità di diventare felici, i maestri possono svolgere la loro funzione di insegnanti solo perché i loro discepoli hanno il potenziale per un meraviglioso sviluppo e i genitori possono adempiere il proprio ruolo di genitori solo perché i loro figli possono diventare uomini e donne capaci» (Buddismo e società, n. 107, pag. 44).
Il principio della reciprocità delle relazioni si applica sia al Buddismo che alla vita quotidiana, in entrambi gli ambiti la caratteristica è la centralità dell'individuo, l'intenzione di realizzare la felicità di ogni essere umano.

AL RITMO DELLA COMPASSIONE

La parola giapponese per compassione è jihi intesa come "rimuovere la sofferenza e dare la felicità". Ji di jihi esprime la volontà di trattare con benevolenza la vita degli altri e sforzarsi di fare del proprio meglio per proteggerla. Hi significa provare empatia per gli altri e sforzarsi di sradicare le cause della loro sofferenza. In altre parole, per compassione si intende sentire la sofferenza degli altri come se fosse nostra e agire di conseguenza, tirando fuori la forza per aiutarli.
«C'è indubbiamente un ritmo nell'universo. E il ritmo della vita di un individuo riecheggia il ritmo dell'universo. Credo che la vita sia espressione di una risonanza tra il macrocosmo dell'universo e il microcosmo della nostra vita. A proposito di ritmo, l'universo stesso produce un suo ritmo. È il ritmo della "compassione" che permette a tutti gli esseri viventi di crescere e progredire». Questo passo de La Saggezza del Sutra del Loto (vol. 2, p. 126) vuole ricordarci che la compassione è il modo più umanistico di vivere ed è quello che ci mette nell'orbita della vera felicità.

 

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