Il Budda Natura

Il pensiero ambientale e la dottrina buddista 

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Tra il Buddismo e il pensiero ecologista ci sono corrispondenze profonde. Esse nascono lì dove l’individuo incontra “il vero aspetto di tutti i fenomeni”, per usare le parole di uno degli scritti più toccanti di Nichiren Daishonin.
Queste corrispondenze sono state molto esplorate. Daisaku Ikeda dedica al tema dell’ambiente un’attenzione costante, facendone argomento sempre presente nei suoi dialoghi con le più importanti personalità impegnate a portare avanti la luce di un nuovo umanesimo, nelle Proposte di pace che ogni anno formula indirizzandole all’Onu, nei tanti interventi che rivolge ai membri della Soka Gakkai, incoraggiando ogni singolo individuo a vivere in armonia con la Legge mistica. Nel libro La forza della speranza, dialogo con il premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel, si legge: «È necessario che noi esseri umani siamo più umili al cospetto della Natura. Non dovremmo mai perdere la capacità di ascoltare la sua voce e di dialogare con lei per imparare. Altrimenti, perderemo il senso essenziale della vita umana».1
Un importante scritto dal titolo “Il contributo del Buddismo al pensiero ambientale”, di Shuichi Yamamoto,2 pone il problema della crisi ambientale come un terreno sul quale siamo chiamati a verificare i princìpi spirituali che sono alla base della nostra vita. Vi si chiarisce innanzitutto che il problema ambientale si traduce in sofferenze concrete per l’essere umano. L’epidemia che stiamo attraversando, la cui diffusione è, in maniera scientificamente provata, agevolata dall’inquinamento e che ha, tra le sue indubbie cause, la distruzione della biodiversità con conseguente alterazione delle catene alimentari, ne è una prova dolorosa ed evidente. La religione nasce per rispondere alle sofferenze dell’umanità: non può quindi eludere la grave crisi ambientale che sta creando grande dolore al mondo intero.
Il medico accademico di fama mondiale Felix Unger, in un dialogo con Ikeda, sottolinea come un grande problema di questi tempi sia rappresentato da «uno stile di vita altamente secolarizzato, che dà origine a una visione assolutamente materialistica della vita».3
Tale condotta induce l’essere umano a credersi erroneamente misura del mondo e dà origine a un antropocentrismo in nome del quale si sono distrutte risorse, inquinati fiumi, alterati equilibri ecologici, determinati cambiamenti climatici e alterazioni degli equilibri ambientali. Che hanno prodotto devastazione, carestie, malattie, fenomeni di migrazione di massa. Il Buddismo, con i suoi princìpi fondamentali, pensa al mondo in termini di biocentrismo. Aurelio Peccei, economista di fama mondiale e fondatore del Club di Roma, che è stato lungimirante interlocutore di Daisaku Ikeda, descrive la condotta dell’essere umano, che non colloca la sua posizione all’interno del sistema “natura”, come un crescente fattore critico per l’equilibrio della biosfera, «quel sistema vitale strettamente interconnesso ospitato nella sottile pellicola di terra, acqua e aria che circonda il globo. Il destino delle altre specie – animali o vegetali che siano – è totalmente alla nostra mercé».4
L’antropocentrismo rappresenta, dal punto di vista del Buddismo, un difetto di visione spirituale. Il pensiero buddista interpreta, infatti, la realtà fenomenica in base al concetto di “origine dipendente”, che in giapponese si traduce con il termine engi. Nelle antiche scritture buddiste, questo principio viene espresso così:«Se questo esiste, quello esiste. Se questo è nato, quello è nato. Se questo non esiste, quello non esiste. Se questo scompare, anche quello scompare».5
Ogni cosa, ogni entità, esiste all’interno di una relazione con tutti gli altri fenomeni dell’universo. Le moderne teorie ecologiche parlano di questo principio come di una simbiosi, una specie di concerto in cui ognuno partecipa con la propria melodia. «Nel mondo tutto è mescolato con tutto, nulla è ontologicamente separato dal resto», scrive il filosofo Emanuele Coccia,6 che continua: «Tale legame, questa cospirazione universale, è del resto ciò che chiamiamo mondo». E Shuichi Yamamoto, nel saggio sopra citato, sostiene che questo concetto «è alla base di ogni altro principio buddista». Questo modo “egualitarista” di concepire gli esseri viventi, senzienti o non senzienti, ha importanti implicazioni dal punto di vista dell’ambientalismo: dire che gli esseri umani, gli altri esseri viventi, e persino il mondo inanimato sono fondamentalmente uguali dal punto di vista della “vita” significa smantellare ogni forma di prepotenza perpetrata dall’essere umano sull’ambiente. «Se la vediamo in questi termini, distruggere la Natura equivale, in ultima istanza, a distruggere la vita degli esseri umani», ci spiega Ikeda.7
Non si tratta di fare appello a salti metafisici, quanto piuttosto di cercare nella realtà fenomenica «la verità essenziale, attraverso l’osservazione continua e accurata dell’essere umano e di ciò che lo circonda».8

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