Un ritratto del mio maestro
Il presidente Ikeda descrive le caratteristiche del suo amato maestro Josei Toda
Il mio maestro di vita Josei Toda era un uomo dal carattere eccellente. Ho ricevuto numerose lettere dai membri dei Gruppi futuro e studenti in cui mi chiedevano che tipo di persona fosse. Oggi, prima di venire qui, mi sono appuntato una serie di riflessioni su di lui, così come mi venivano, e adesso vorrei leggervele nella speranza che vi diano un'idea di com'era fatto.
Era severo. Un maestro di vita premuroso e attento. Perspicace e coraggioso. Di mente aperta. Appassionato. Intelligente.
Andava in collera davanti all'ingiustizia e all'arroganza. Si commuoveva fino alle lacrime. Coglieva con chiarezza l'essenza delle cose e degli eventi. Era un abile matematico.
Era un uomo di forte fede e dalle convinzioni salde come una roccia. Proteggeva e difendeva lealmente la Legge.
Aveva un carattere austero come il gelo autunnale e un sorriso caldo come una brezza di primavera. Sorrideva e ti offriva una tazza di sakè. Aveva un portamento regale. Dava sempre un'impressione di eccellenza.
In ogni situazione era un alleato della gente comune. Non si dimenticava mai di chi stava lottando con le sofferenze di vita e morte. Condivideva sempre i problemi e le preoccupazioni delle persone. Era al tempo stesso ottimista e pessimista. Combatteva valorosamente contro la falsità e la malvagità.
Era in grado di discernere la natura e le qualità essenziali delle persone ed era un esperto nell'aiutarle a esprimere al massimo il loro vero potenziale. Parlava apertamente e con coraggio di realizzare l'ideale del Daishonin di "adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese".
Piangeva per i poveri. Era un uomo la cui vita, da un certo punto di vista, fu una serie incessante di amare battaglie.
Godeva della felicità e delle gioie degli altri.
Odiava, più di ogni altra cosa, essere chiamato il fondatore di una religione. Era fiero di essere una persona comune e un uomo di grande fede. Ha sempre amato la gente. Cercava di comprendere l'interiorità di ogni persona. Era meticoloso e attento, generoso e spontaneo. Rigoroso nell'istruire i suoi discepoli, avrebbe dato la vita per loro.
Era un uomo dall'immensa passione. Visse con autentica saggezza e intelligenza.
Da un discorso alla Conferenza dei rappresentanti di Centro delle aree 3 e 4 di Tokyo, 25 dicembre 1986
Il mio primo incontro con il presidente Toda
L’occasione solenne in cui il diciannovenne Daisaku Ikeda, alla ricerca di una bussola che potesse guidarlo nella desolazione del dopoguerra, incontrò per la prima volta Josei Toda, il 14 agosto 1947.
Era una serata tranquilla. Le famiglie avevano già finito di cenare e in tutto il vicinato regnavano quiete e silenzio; si udivano solo i passi di alcune persone che camminavano in fretta mentre si stava facendo buio. Si stavano recando in una casa di Kojiya nell'area Kamata del quartiere Ota a Tokyo per partecipare a uno zadankai. Era il 14 agosto 1947, il fatidico giorno che cambiò per sempre il corso della mia vita, il giorno nel quale promisi a Josei Toda di unirmi alla Soka Gakkai, come poi feci dieci giorni dopo, il 24 agosto.
Quando partecipai a quella riunione avevo diciannove anni e Toda, il mio maestro, mi aspettava come un padre gentile. Fu un momento solenne e senza tempo nell'eterno flusso di passato, presente e futuro. Era il giorno in cui formulai il voto di diventare discepolo di Toda e dedicare la mia vita a kosen-rufu.
Lo zadankai di quella calda e umida sera d'estate, esattamente due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, era la rappresentazione vivente di come tante persone comuni avessero ritrovato speranza nella vita. Ma fuori, nelle strade prive di illuminazione, era buio pesto, e in molte parti di Kamata si vedevano ancora le macerie carbonizzate e spettrali lasciate dai bombardamenti. Le persone dal cuore buono, fra cui vi erano state così tante vittime, continuavano a soffrire profondamente e, pur essendo giovane, non riuscivo a smettere di chiedermi incessantemente chi fosse il responsabile di tutto quel dolore.
Ero adolescente e soffrivo di tubercolosi; alla fine della giornata una febbriciattola mi lasciava fiacco e spossato. Stavo cercando una sorta di stella polare, una bussola che mi indicasse una vita di speranza. Alcuni amici mi dissero che ci sarebbe stata una discussione sulla "filosofia della vita" e così andai, senza realmente capire di cosa si trattasse.
Penso di essere arrivato verso le otto di sera, visto che fuori era già buio. Mentre mi toglievo le scarpe sulla soglia, dall'interno risuonò una voce animata e leggermente roca. Era la prima volta che sentivo Toda parlare. Stava tenendo una lezione su Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese, un trattato in cui il Daishonin esprime la sua filosofia per la realizzazione di una società pacifica. In seguito seppi che aveva iniziato recentemente a tenere lezioni mensili su questo trattato, in aggiunta ad altre lezioni sul Sutra del Loto che duravano dall'anno precedente.
Nella lezione che tenne in quel mio primo zadankai Toda pronunciò, con tutta la passione e la determinazione di cui era capace, un sonoro monito alla società. Era un ruggito da leone che proclamava l'essenza del Buddismo del Daishonin. Toda non esponeva un Buddismo antiquato e ormai morto, bensì rivelava un grande cammino che avrebbe condotto a un futuro luminoso, un cammino ricco di convinzione e dinamismo.[...] Alla fine della lezione si accese una discussione informale. Toda masticava pasticche al mentolo e conversava in modo aperto e naturale. Non aveva niente di quell'atteggiamento condiscendente, tronfio e arrogante che caratterizzava molti leader religiosi e politici dalla dubbia sincerità. Pur essendo il nostro primo incontro, mi sentii libero di porgli tutte le domande che avevo nel cuore. Così gli chiesi, con una voce che esprimeva un'inusuale intensità: «Signore qual è il modo corretto di vivere?».
Quando scoppiò la guerra (nel 1941) avevo tredici anni e quando finì ne avevo diciassette. Il periodo più delicato della mia vita era trascorso fra le nubi oscure della guerra. In più soffrivo di tubercolosi. La guerra mi minacciava dall'esterno e la tubercolosi dall'interno; sembrava che l'ombra della morte aleggiasse sempre su di me. Poi, con la sconfitta del Giappone, la mia visione della vita e del mondo era andata completamente in frantumi.
Qual era il modo giusto di vivere? A cosa dovevo dedicare la mia vita? Erano domande che mi ponevo costantemente. Toda mi diede una risposta chiara, piena di convinzione, senza nessuno di quei giochetti intellettuali disonesti che mirano a oscurare il vero punto della questione.
Ero stanco dell'atteggiamento di sufficienza e paternalismo con il quale gli adulti si rivolgevano ai giovani, e quindi la sua sincerità mi toccò particolarmente. Non potevo sopportare i politici e gli intellettuali che prima avevano tessuto le lodi della guerra e poi, dopo la sconfitta del Giappone, senza esprimere alcun rimorso si erano improvvisamente mutati in pacifisti convinti. Il fatto che Toda fosse stato perseguitato dalle autorità militari e avesse trascorso due anni in prigione per le sue idee fu decisivo nella mia decisione di sceglierlo come maestro.
Volevo essere una persona in grado di opporsi a qualsiasi guerra futura anche se ciò avesse dovuto significare il carcere; volevo vivere da persona coraggiosa che non si piega davanti a nessun tipo di oppressione. Per questo cercavo una filosofia pratica che mi permettesse di diventare una persona così.
Ero semplicemente un giovane che cercava una strada nella vita. Sono certo che la mia totale dedizione al sentiero di maestro e discepolo mi ha permesso di condurre una vita suprema dedicata al massimo bene.
In un discorso che tenni alla Columbia University, negli USA (giugno 1996), dichiarai così la mia profonda gratitudine a Toda: «Il novantotto per cento di ciò che sono ora l'ho imparato dal mio maestro».
Fra le varie relazioni tra esseri umani, quella tra maestro e discepolo è unica. Abbracciando questo cammino possiamo migliorare noi stessi; in ciò risiede l'essenza per realizzare pienamente il nostro potenziale umano.
Finché vivrò voglio insegnare ai miei giovani successori tutto ciò che posso. Voglio affidare il futuro a loro. Spero che voi, i miei discepoli, comprendiate il mio spirito e il mio intento.
Dalla serie "Riflessioni su La nuova rivoluzione umana", pubblicato in giapponese sul Seikyo Shimbun, 14 agosto 2002
La mia formazione all'Università Toda
Dal gennaio 1949 Ikeda iniziò a lavorare nella casa editrice del suo maestro. Quando le aziende di Toda incontrarono gravi difficoltà economiche abbandonò la scuola serale che stava frequentando per dedicare tutte le energie a sostenere il suo maestro. In cambio Toda si offrì di dargli lezioni private su una vasta gamma di argomenti e sul Buddismo del Daishonin. Qui Ikeda ricorda con affetto quel periodo di istruzione in quella che ama chiamare "Università Toda".
In una gelida e ventosa giornata d'inverno del 1950 Toda mi chiese con espressione seria: «L'economia del Giappone è in condizioni caotiche e il lavoro mi assorbe sempre più tempo. Posso chiederti di lasciare la scuola?». Risposi senza un attimo di esitazione: «Certo. Sarò felice di fare qualsiasi cosa lei mi chieda». Con uno sguardo severo e al tempo stesso affettuoso mi disse: «In cambio mi assumo la responsabilità di essere il tuo insegnante personale». Poco tempo dopo iniziò a invitarmi a casa sua ogni domenica per darmi lezioni private. I corsi di questa "Università Toda", pervasi dalla luminosa energia del nostro scambio cuore a cuore, iniziavano la mattina e proseguivano per tutto il pomeriggio. Spesso Toda mi invitava anche a cena e io tornavo sempre a casa felice e pieno di entusiasmo.
Ben presto però le domeniche non bastarono più e così Toda iniziò a darmi lezioni quotidiane anche ogni mattina nel suo ufficio.
Queste lezioni presso il suo ufficio iniziarono giovedì 8 maggio 1952 e proseguirono fino al 1957. In pratica cominciarono subito dopo il primo anniversario della nomina di Toda a presidente della Soka Gakkai e continuarono quasi fino alla sua morte.
Sin dall'inizio Toda mi disse: «Ho intenzione di offrirti una vasta istruzione superiore, migliore di quella che potresti ricevere in una prestigiosa università. Molti laureati poi non ricordano ciò che hanno imparato. Al massimo rammentano le linee generali. Ma io voglio darti un'istruzione davvero completa e viva».
Le nostre lezioni duravano circa un'ora. Si svolgevano prima dell'inizio del lavoro, da poco dopo le otto fino alle 9.
Toda era molto severo sulla puntualità al lavoro. Io arrivavo sempre prima di lui, facevo un po' d'ordine e di pulizia e attendevo il suo arrivo. Egli entrava nella stanza con un breve "Ciao!" e immediatamente iniziavamo la lezione. Mi mettevo a sedere di fronte a lui e altri impiegati avvicinavano le sedie e si univano a noi.
Ogni sessione iniziava con una lettura da un libro di testo che gli studenti svolgevano a turno, accompagnata dai commenti e dalle spiegazioni di Toda.
A volte egli criticava il testo dicendo che l'argomentazione era illogica, forzata o superficiale o che quel particolare autore stava generalizzando e cercava di applicare un certo principio anche ad altri casi in maniera impropria. Il suo acume era veramente sorprendente. Non ci permetteva di prendere appunti, voleva che imprimessimo le sue parole nella nostra memoria e per spiegarcene il motivo ci raccontò questa storia.
Uno studioso giapponese di "cultura olandese" - un ramo del sapere occidentale durante il periodo Edo - era andato a Nagasaki per studiare la medicina occidentale. Aveva riempito interi quaderni, appuntandosi ogni parola dei suoi insegnanti, senza tralasciare nemmeno una virgola. Poi, nel viaggio di ritorno, la nave affondò e tutti i suoi quaderni andarono perduti. Purtroppo, essendosi concentrato interamente sul prendere appunti, nella sua testa non era rimasta alcuna informazione.
«Io - disse Toda - voglio che abbiate tutto in testa. Niente appunti». Questo metodo faceva sì che ogni lezione fosse uno sforzo davvero intenso. In seguito un amico che partecipava anche lui alle lezioni mi riferì che secondo Toda io assorbivo tutto come una spugna.
La prima materia fu economia. Poi diritto, chimica, astronomia e scienze naturali. Studiammo anche la storia giapponese e quella mondiale, i classici cinesi e infine passammo a scienze politiche.
Di solito utilizzavamo i libri di testo più recenti. Per esempio, per la chimica usavamo l'edizione giapponese della serie Il mondo della scienza e di solito, dopo pochi giorni dalla loro pubblicazione, inserivamo i nuovi volumi nelle nostre lezioni mattutine. Toda cercava di insegnarci l'importanza di essere continuamente all'avanguardia.
Quando rileggo il mio diario di quel periodo trovo molti commenti relativi a quelle lezioni. Per esempio, in data 22 dicembre 1953, quando avevo venticinque anni, scrissi: «Come potrò mai ripagare il debito di gratitudine nei confronti del mio maestro che si è sforzato di far crescere questo discepolo senza curarsi nemmeno della propria salute? Adesso è il momento di accumulare sempre più competenza, forza e capacità. Devo sviluppare l'attitudine a essere pronto per tutto quello che mi aspetta nel futuro».1
Dalla serie
"Riflessioni su La nuova rivoluzione umana", pubblicata in giapponese sul Seikyo Shimbun, 7 dicembre 1999
Lottare uniti per superare le difficoltà.
Quando, a causa delle difficoltà finanziarie delle sue aziende, Toda fu costretto a dimettersi da direttore generale della Soka Gakkai, il giovane Ikeda rimase al suo fianco impegnandosi con tutte le forze per sostenerlo e aiutarlo, determinando così le condizioni che condussero alla nomina di Toda a secondo presidente della Soka Gakkai
Nel gennaio 1951 le aziende di Toda versavano in gravi difficoltà finanziarie. Già nell'estate precedente le autorità gli avevano imposto di sospendere l'attività commerciale. Di fronte a questo rovescio della sorte, le persone che Toda aveva enormemente aiutato nel corso degli anni sparirono una dopo l'altra. Alcune se ne andarono maledicendolo, rivelando così una totale mancanza di gratitudine. In pratica io fui l'unico a rimanere al suo fianco.
Giovane com'ero, lavoravo freneticamente per ricostruire le sue imprese e spesso venivo ricoperto di insulti dai creditori e da altre persone. Non ricevevo lo stipendio per mesi e spesso non avevo abbastanza soldi per mangiare. Avrei voluto almeno godere di una salute migliore per svolgere bene il mio compito. Soffrivo, lottavo e lavoravo sodo per trovare il modo di venir fuori da quella situazione. Recitavo Daimoku intensamente e ogni notte leggevo gli scritti del Daishonin.
Dopo un'attenta riflessione, Toda decise di dare le dimissioni da direttore generale della Soka Gakkai.2 Sgomento gli chiesi: «Se lei dà le dimissioni da direttore generale, vuol dire che il prossimo direttore generale sarà il mio maestro?» Mi rispose: «No, anche se non ti creo altro che difficoltà, il tuo maestro sono io». Fu un momento indimenticabile.[...] Non amo particolarmente parlare di me, ma ritengo fondamentale che i giovani che guideranno la Soka Gakkai nel futuro sappiano esattamente come sono andate le cose.
Oggi vi racconterò qualcosa di ciò che successe in quel periodo.
Verso mezzogiorno del 6 gennaio 1951 fui chiamato a casa di Toda e mi fecero entrare nella sua stanza. Avevo appena compiuto ventitré anni. Di solito Toda traboccava di energia e sicurezza, ma quel giorno aveva un'aria smunta e completamente esausta. I suoi affari andavano di male in peggio e la situazione era davvero grave. Assunse un'espressione seria. Nella stanza eravamo solo in tre: Toda, sua moglie e io.
«Oggi devo dirti una cosa molto importante. Se mi dovesse succedere qualcosa, vorrei affidare a te la Soka Gakkai e tutte le mie aziende. Sei d'accordo ad assumerti questo incarico?». E proseguì con voce ferma: «Qualsiasi cosa accada, se tu e io rimarremo fedeli alla nostra missione verrà il giorno in cui realizzeremo il desiderio del Daishonin. Per il bene della Soka Gakkai ti chiedo di continuare ad avanzare con forza, senza curarti di ciò che dicono gli altri».
Considerai solennemente queste come le sue ultime volontà, il testamento in cui mi affidava tutto. Nel mio diario quella sera scrissi il voto che avevo formulato quel giorno, prendendo ispirazione dalla vicenda leggendaria di un padre e di un figlio dell'antico Giappone feudale: «Il signor Toda è come Masashige e io come Masatsura. La signora Toda ha pianto. Per tutta la mia vita non dimenticherò mai l'emozione, la solennità, le lacrime, il senso di missione, il legame karmico e il valore della vita che ho potuto sperimentare oggi. Si è deciso che io sarò il suo successore. È iniziato un anno burrascoso, che va avanti istante dopo istante. Superando tutte le difficoltà mi sforzerò per quest'anno sia come uomo sia come giovane».3
E mi sono sforzato con tutto me stesso per adempiere il voto che feci quel giorno al mio maestro. Rimasi completamente solo al fianco di Toda, il nostro grande maestro nella lotta per kosen-rufu, e feci tutto il possibile per sostenerlo. Questa è la storia della Soka Gakkai, questo è un vero esempio della relazione maestro-discepolo. Questo è lo spirito e il punto di partenza della Soka Gakkai.
In pratica, nessuno comprese veramente la dolorosa situazione di Toda, nemmeno gli alti responsabili. Perfino il direttore generale che lo sostituì per un certo periodo lo criticò e ne parlò male. Ma, indipendentemente da come agivano gli altri, io avevo deciso nel mio cuore che avrei assistito alla nomina di Toda a secondo presidente della Soka Gakkai e che egli avrebbe potuto guidare liberamente il movimento di kosen-rufu.
Recitavo Daimoku per Toda e per la Soka Gakkai. Recitai durante tutto il tempo di quella lotta senza quartiere. Recitavo costantemente Nam-myoho-renge-kyo, da sveglio e durante il sonno, camminando e viaggiando in macchina o in treno. Appena avevo un momento libero, recitavo.
Riposi tutta la mia fede nel potere del Daimoku e diedi tutto me stesso per vincere sui feroci attacchi che ci colpivano e sgombrare il campo affinché Toda potesse diventare il presidente della Soka Gakkai.
Infine, il 3 maggio 1951, dopo aver affrontato e superato quella bufera di dolorosi ostacoli, Toda fu nominato secondo presidente della Soka Gakkai. Il giorno di quella grandiosa cerimonia mi sussurrò con le lacrime agli occhi: «È a te che devo tutto questo. Grazie».
Verso la fine della sua vita, in una riunione a cui parteciparono i miei suoceri, pionieri della Soka Gakkai, insieme a numerosi alti responsabili, mi riferirono che Toda aveva detto: «Sono stato veramente fortunato ad avere un discepolo così bravo».
Toda, a sua volta, era stato l'unica persona che, quando Makiguchi fu arrestato per essersi opposto alle direttive del governo militarista in tempo di guerra, affrontò il carcere insieme a lui e si batté al suo fianco fino all'ultimo istante. Basta un simile discepolo per fare la differenza.
Anch'io ho dedicato la vita intera a sostenere e assistere il mio maestro. Per questo sono diventato il terzo presidente. In questa nobile battaglia di non dualità di maestro e discepolo c'è la causa fondamentale del grande sviluppo raggiunto oggi dalla Soka Gakkai. Spero che non lo dimentichiate mai.
Dalla serie "Riflessioni su La nuova rivoluzione umana", pubblicata in giapponese sul Seikyo Shimbun, 7 dicembre 1999
La non dualità di maestro e discepolo è l'anima del Buddismo di Nichiren Daishonin
Quando i discepoli condividono lo stesso spirito del maestro, verrà loro trasmesso il suo vero intento e il Buddismo rimarrà vivo e vivace.
Qual era la caratteristica distintiva di Toda? In definitiva non era altro che la sua totale dedizione a kosen-rufu, l'aver costruito e protetto la Soka Gakkai per far progredire kosen-rufu. Tutti i pensieri e le azioni di Toda furono ispirati, dall'inizio alla fine, dal suo fervido desiderio di aiutare ogni prezioso membro a diventare felice.
A volte denunciava con asprezza la corruzione e l'ingiustizia, in altre occasioni abbracciava calorosamente i membri con una compassione vasta come l'oceano. Si assunse la piena responsabilità di kosen-rufu completamente da solo, come Atlante, il titano della mitologia greca che sorreggeva il cielo.
Incontrai per la prima volta Toda nell'estate del mio diciannovesimo anno. E poco più di un anno dopo iniziai a lavorare al suo fianco [come impiegato in una delle sue aziende]. Mi adoperavo per sostenerlo con il massimo impegno, 365 giorni all'anno, dalla mattina presto alla sera tardi.
Una volta mi convocò improvvisamente alle quattro di mattina. A differenza di oggi, era difficile trovare un taxi a quell'ora, ma ebbi un colpo di fortuna e riuscii a trovarne uno, così mi precipitai da lui. Ogni giorno riservava un severo allenamento di questo genere.
Il vero valore di una persona si rivela nelle difficoltà. Io ho avuto l'opportunità di osservare con i miei occhi ogni aspetto del comportamento di Toda e ne ho inciso l'essenza nel profondo del mio essere.
Ho formulato il voto di seguirlo ovunque andasse, di impegnarmi al suo fianco, di dare la mia vita per realizzare i suoi scopi. Come discepolo ho giurato di realizzare il suo ideale e assumermi la piena responsabilità di kosen-rufu. Da quel momento cominciai a comprendere con chiarezza i pensieri e i sentimenti di Toda. Riuscii a imprimere profondamente nella mia vita la sua vera grandezza e il suo splendore. Ed ebbi la certezza che ogni sforzo che facevo era a ritmo con lo scopo e l'intento del mio maestro.
Tutto ciò che dico o faccio si basa sul suo spirito. Il Buddismo vive solo quando i cuori del maestro e del discepolo sono uniti come se fossero uno solo. Abbracciare e sostenere gli insegnamenti del maestro è il tratto distintivo di un discepolo autentico. È il nucleo della relazione maestro-discepolo.
Da un discorso a una riunione generale della regione del Kansai e della prefettura di Hyogi, 16 ottobre 1991
Riportare le proprie vittorie al maestro
In occasione della sua nomina a secondo presidente, Toda formulò il voto di realizzare 750.000 famiglie di aderenti. Questo immenso scopo fu raggiunto in soli sei anni e mezzo grazie all’impegno instancabile del presidente Ikeda.
Quando fu nominato secondo presidente della Soka Gakkai, Toda dichiarò: «Realizzerò con le mie forze lo scopo di 750.000 famiglie. Se non dovessi riuscirci, non fatemi nemmeno il funerale!». Ma a quel tempo la maggior parte dei suoi discepoli non diede importanza a questa importante dichiarazione - in cui esprimeva apertamente il grande voto a cui avrebbe dedicato la vita - e la considerò poco più di una fantasia. Il quotidiano della Soka Gakkai, il Seikyo Shimbun, non riportò neanche il comunicato. Alcuni responsabili arroganti, che pensavano di saperne più del loro maestro, ne impedirono la pubblicazione nel timore che i posteri potessero leggere nero su bianco uno scopo così irrealizzabile.
Quando Toda diventò presidente, nel maggio del 1951, l'obiettivo di propagazione mensile, anche nel caso dei capitoli più forti, arrivava al massimo a cinquanta membri. Ma io capii che la strada del discepolo è tradurre in realtà il sogno del maestro, per quanto arduo e ambizioso possa essere. Come discepolo di Toda, il suo voto diventò il mio voto, e realizzarlo la mia personale missione.
Ma nell'organizzazione le attività di propagazione non stavano decollando. Di fatto tutti, nel loro cuore, si erano arresi. I responsabili anziani non facevano che lamentarsi dello spessore del muro che avevano di fronte e ostruiva la strada della crescita.
Io però compresi che i tempi erano maturi per agire e mi lanciai sul campo di battaglia di kosen-rufu in qualità di consigliere del capitolo Kamata di Tokyo.
Tutto questo avveniva nel gelido mese di febbraio del 1952, in cui ricorreva il cinquantaduesimo compleanno di Toda.
Feci in modo che il suo messaggio arrivasse a tutti, ed esortai i membri a seguire il cammino di maestro e discepolo. Perché quando allineiamo i nostri cuori al desiderio del maestro per kosen-rufu, la saggezza e il coraggio innato dei Bodhisattva della Terra sgorgano da dentro di noi.
Cercando di rispondere al desiderio di Toda, i membri si unirono a me con determinazione rinnovata e iniziarono a darsi da fare con coraggio. I nostri sforzi crearono gioia, speranza,senso di avventura ed energia. Tutti parteciparono con entusiasmo. E con un balzo impressionante Kamata realizzò in un solo mese lo scopo mai visto di 201 nuove famiglie aderenti alla Soka Gakkai. Ci rendemmo conto che, provandoci, potevamo farcela. Avevamo fatto un passo in avanti decisivo verso lo scopo di Toda delle 750.000 famiglie. Kamata aveva trionfato. Era iniziato un grande progresso verso la vittoria a Tokyo, la mia città natale.
Il Sutra del Loto insegna che il Budda ha i poteri di «capire la Via, aprire la Via e predicare la Via» (cfr. SDLPE, 154) e anche noi che abbracciamo la Legge mistica possiamo manifestare questi poteri.
Come discepolo diretto di Toda visitai tutta Tokyo e varie zone del Giappone fra cui Joto (la parte orientale di Tokyo), Bunkyo, Sapporo, Osaka, Kansai, Yamaguchi, Chugoku, Arakawa e Katsushika. Ovunque andassi, aprivo un nuovo cammino splendente verso kosen-rufu e immancabilmente innalzavo il vessillo della vittoria di maestro e discepolo.
Ogni giorno mi si paravano davanti sfide difficilissime. Non fu affatto facile. Era una lotta per raggiungere ciò che sembrava impossibile, per realizzare un'impresa che avrebbe stupito tutti.
Quale fu la causa principale del mio successo in questa battaglia? Fu il mio cuore unito a quello del maestro. Riferivo tutto a Toda e ricevevo la sua guida. Mi è impossibile contare tutte le volte che sono sceso dal treno a Meguro, la stazione vicina a casa sua, e mi sono precipitato da lui per riferirgli gli ultimi sviluppi. Mi chiedevo continuamente cosa avrebbe fatto, cosa avrebbe detto, se mi avesse visto in quel momento. Il mio comportamento lo avrebbe reso orgoglioso?
Mentre mi sforzavo anima e corpo, a volte immaginavo dentro di me Toda che annuiva sorridendo e diceva: «Ben fatto!», o che altre volte mi incoraggiava severamente con voce possente: «Impegnati di più!».
Ogni giorno ricordavo a me stesso: «Nel Buddismo si vince e quindi la sconfitta è inaccettabile. Se fallisco, l'ideale di Toda di realizzare kosen-rufu subirà una battuta di arresto. Non devo essere sconfitto. Devo riuscire a comunicargli una vittoria».
Questa preghiera ferma e concentrata nel mio cuore diventò una fonte di forza e saggezza. I miei sforzi coraggiosi e vigorosi per adempiere il mio voto aprirono la strada e attivarono le funzioni protettrici dell'universo.
Il mio unico desiderio era rendere felice Toda e questa promessa incrollabile mi fece continuare a sforzarmi senza sosta, anno dopo anno. Avanti! Avanti! Avanti! Vittoria! Vittoria! Vittoria! Non avrò mai nessun rimpianto, perché mi sono sforzato al massimo come un vero discepolo devoto.
Grazie alla lotta condivisa di maestro e discepolo la Soka Gakkai superò vittoriosa ogni ostacolo e infine, nel dicembre 1957, raggiunse lo scopo di 750.000 famiglie. Il grande voto di Toda era stato realizzato alla lettera.
La sfida del maestro è la sfida del discepolo e la vittoria del discepolo è la vittoria del maestro. Le brillanti realizzazioni di maestro e discepolo dureranno per l'eternità.
La via di maestro e discepolo - in particolare la preghiera basata sullo spirito di non dualità - è il cuore del Buddismo di Nichiren Daishonin.
Il Daishonin scrive: «Se i credenti laici e il loro maestro non pregano con la stessa mente, le loro preghiere saranno inutili come voler accendere un fuoco sull'acqua» (Gli otto venti, RSND, 1, 706).
Intende che se i nostri cuori non sono uniti a quello del maestro, le nostre preghiere non si realizzeranno. Al contrario, se le preghiere del maestro e del discepolo sono perfettamente allineate, si realizzeranno sicuramente e renderanno possibile l'impossibile.
È questa la formula del Buddismo di Nichiren Daishonin.
Da un discorso a una conferenza di rappresentanti, Tokyo, 3 maggio 2009
Un discepolo deciso ad alzarsi da solo
Ikeda racconta come, da responsabile del Gruppo giovani, seguendo le guide e le indicazioni del presidente Toda
e facendo proprio il suo spirito, si pose all'avanguardia in tutte le attività e spalancò la strada a kosen-rufu
Nel marzo 1954 Toda mi affidò personalmente una nuova responsabilità, dicendomi: «Daisaku, è tempo che tu assuma la guida, desidero che tu divenga il responsabile di staff del Gruppo giovani. Io non ho più le energie di un tempo e vorrei affidare tutto a te».
Erano passati tre anni dalla sua nomina a secondo presidente della Soka Gakkai, che allora contava solo tremila membri, ed egli aveva intrapreso la grande sfida di espandere il movimento di kosen-rufu. Era l'ideatore di tutti i nostri progetti e della visione generale di kosen-rufu, e in quell'arco di tempo le attività di propagazione erano aumentate fino a raggiungere centomila membri. Tuttavia non si vedeva ancora la grande crescita che egli desiderava.
In quei giorni tutta la Soka Gakkai era sulle spalle di Toda. Era lui che guidava tutto, dai consigli personali alle lezioni di Gosho, dalla formazione dei giovani alle campagne di propagazione nelle varie regioni.
Se dovessimo paragonare la Soka Gakkai a una nave, Toda era contemporaneamente l'elica che la spingeva in avanti e il capitano che teneva il timone per mantenere la rotta.
Il motore, cioè la fede dei membri basata sul Gohonzon, stava accelerando. Solo quando quella forza fosse stata trasmessa all'elica, e il timone indirizzato correttamente, la nave avrebbe potuto avanzare in mezzo alle onde che si abbattevano sulla prua.
Nel tentativo di creare una nuova elica, mi affidò una carica in cui avevo la piena responsabilità di kosen-rufu e mi allenò con cura.
Il 30 marzo, il giorno della mia nomina, scrissi nel mio diario: «Man mano che assumo un ruolo sempre più centrale all'interno della Gakkai, io devo far avanzare kosen-rufu. Questa è la mia missione personale. I fiori esistono per sbocciare, quella è la loro missione. Io esisto per propagare la Legge mistica. Questa è la mia missione».
Poi, esprimendo la mia determinazione ad alzarmi e prendere parte alla grande battaglia fra il Budda e le forze demoniache, annotai questo passo del Gosho: «In definitiva a meno che non riusciamo a dimostrare che questo è l'insegnamento supremo, i disastri e le calamità continueranno inesorabilmente» (Curare la malattia, RSND, 1, 989). Nel Buddismo si vince e io incisi nel mio cuore che la mia missione era vincere.
All'inizio del 1954 Toda aveva partecipato a una riunione di responsabili giovani nella quale aveva dichiarato con forza: «Affido ai giovani il futuro della Soka Gakkai!».
Le lezioni mattutine con lui continuavano, e nella sua esortazione costante affinché studiassi avvertivo un'intensità speciale, come se mi stesse comunicando le sue ultime volontà. Fu in quel frangente che fui nominato responsabile di staff del Gruppo giovani, una delle posizioni più importanti nella Gakkai.
Decisi che la mia crescita avrebbe condotto alla crescita dei giovani, anzi allo sviluppo dell'intera Soka Gakkai. Qualsiasi cosa fosse accaduta, ero deciso a perseverare procedendo anche solo di un passo o due alla volta. Ogni giorno, appena avevo un momento libero, leggevo il Gosho. Cercavo anche di leggere più libri che potevo. Mi assunsi la piena responsabilità sia nel lavoro sia nelle attività della Soka Gakkai e mi sforzai al massimo. Ogni giorno era una lotta senza quartiere, una battaglia decisiva.
Con tutti gli impegni che avevo e la mia scarsa salute mi sentivo sempre esausto, con la febbre e sull'orlo del collasso. Ma Toda mi esortava severamente a sconfiggere le funzioni negative nella mia vita: «Quella che stai affrontando è una battaglia contro i tre ostacoli e i quattro demoni. Non c'è altra strada che mettere tutta la tua sofferenza davanti al Gohonzon e recitare con tutto il cuore per farcela».
E io feci voto di diventare forte, alzarmi e vivere con forza. Deciso a trasformare alla radice il mio karma nel corpo e nella mente, affrontai di petto e senza paura le onde tempestose che si abbattevano su di me. Dopo avermi nominato responsabile di staff del Gruppo giovani, Toda non mi diede istruzioni particolari su cosa avrei dovuto fare. Aveva allenato noi giovani ad assumerci la responsabilità e a pensare con la nostra testa.
Ero sempre concentrato su cosa accadeva sul campo. Ovunque si verificassero problemi da affrontare prendevo sempre misure per risolverli alla velocità della luce, tenendo sempre a mente la visione a lungo termine di kosen-rufu, deciso a sostenere e a proteggere i membri e permettere loro di svolgere liberamente e con piacere le attività della Soka Gakkai.
Non si combina niente di buono rimanendo seduti dietro una scrivania a elaborare strategie. I leader devono prendere posto in prima linea nell'attività, lavorare più di chiunque altro e far emergere tutta la loro saggezza per trovare soluzioni positive.
Toda mi insegnò una lezione importante sulla responsabilità: «Non puoi essere una forza motrice potente per il nostro movimento se non ricordi sempre di essere severo con te stesso e generoso e tollerante con gli altri».
In quei giorni Toda mi rimproverava spesso: per aver comunicato informazioni in ritardo, per non aver gestito adeguatamente qualche situazione e, a volte, anche per cose che non mi riguardavano direttamente.
Tutto faceva parte della sua guida severa ma piena di cuore e compassione, che mi ritengo fortunato di aver ricevuto, animata dal desiderio che i giovani si assumessero la piena responsabilità di kosen-rufu.
Alzarsi da soli, impegnarsi con questa determinazione, era l'unico modo per rispondere alle immense aspettative del nostro maestro. Così rivolsi un appello ai miei compagni del Gruppo giovani affinché decidessero di assumersi la piena responsabilità della vittoria nelle loro rispettive zone e corressero ad assistere i membri nelle situazioni in cui le attività per kosen-rufu incontravano più difficoltà, trovando il modo di trasformare completamente le cose. Mi impegnavo al massimo per essere un modello per gli altri, tracciare nuove strade e sollevare un'ondata di nuove vittorie ed espansione.
Nel maggio 1954, poco più di un mese dopo la mia nomina a responsabile di staff, si tenne una riunione di cinquemila giovani. Solo sei mesi dopo riuscimmo a raddoppiare, in una riunione a cui parteciparono diecimila giovani.
L'anno successivo (1955) conseguimmo la vittoria nel Dibattito di Otaru e un nuovo record di propagazione nella Campagna estiva di Sapporo. Nella Campagna di Osaka del 1956 stabilimmo l'indelebile record di 11.111 nuove famiglie, realizzato da un solo capitolo in un mese. A esso seguì il successo della Campagna di Yamaguchi. Ottenni una vittoria decisiva anche nell'Episodio del sindacato dei minatori di Yubari, una lotta contro le forze che perseguitavano i membri della Gakkai e minacciavano la loro libertà religiosa.
Nel 1961, l'anno successivo alla mia nomina a terzo presidente della Soka Gakkai, tenemmo un raduno a cui parteciparono centomila giovani uomini che riempirono lo Stadio nazionale (di Sendagaya, Tokyo). L'opinione pubblica era stupefatta e i media diedero ampi resoconti dell'evento.
Avevo deciso che quella riunione sarebbe stata la mia ultima impresa come responsabile di staff del Gruppo giovani e sotto gli occhi del mondo sventolai fiero il vessillo della vittoria completa.
Nessuna di quelle realizzazioni fu facile da conseguire. Ognuna richiese una lotta accanita che avrebbe spaventato chiunque, perché sembrava troppo difficile o persino impossibile. Ma come discepolo di un grande maestro, io non accettavo sconfitte.
Ogni impresa fu una battaglia per infrangere barriere, una lotta contro l'ingiustizia, un combattimento per ciò che era giusto, uno sforzo per dimostrare la missione e la grandezza del nostro movimento Soka.
Adesso è il momento che voi, membri del Gruppo giovani e miei veri discepoli, prendiate orgogliosamente il vostro posto!
Dalla serie "La luce del secolo dell'umanità", pubblicata in giapponese sul Seikyo Shimbun, 6 gennaio 2004
(Traduzione di Marialuisa Cellerino)