È opinione diffusa che al mondo d’oggi per essere vincenti si debba essere più simili a squali che a farfalle. La gentilezza, per quanto ammirevole e nobile, non conviene; è piuttosto sintomo di debolezza, offre il fianco a chi tende a imporsi e ad approfittarsene; spesso ci rallenta e ci allontana dall'ottenere i risultati che vorremmo realizzare.
Ma noi buddisti la pensiamo diversamente. Per essere autenticamente gentili, per esserlo sempre, al di là delle circostanze o di chi abbiamo di fronte, occorre una forza interiore smisurata.
«La gentilezza è il fiore della forza» disse una volta José Martì, eroe rivoluzionario dell’indipendenza cubana. Il maestro Ikeda, citando queste parole, scrisse poi: «Il fiore della gentilezza sboccia a profusione nel cuore dei forti» (NR, 326).
C’è una parola giapponese che aiuta a esprimere il concetto: kokorozashi. Si traduce come "direzione del cuore, sincera intenzione". Si riferisce alla premura verso gli altri ed è la manifestazione di una condizione interiore, di uno stato vitale. In definitiva è sinonimo di fede, è la nostra fede che entra in azione. In questo caso per fede si intende riconoscere quanto sia preziosa e meravigliosa la vita di ciascuno e ciascuna di noi, in quanto Budda, offrendo ciò che di meglio abbiamo da dare.
La gentilezza origina da un cuore puro, espressione di quella che Nichiren Daishonin chiama “fragranza interna” che, come afferma Daisaku Ikeda, è «capace di ispirare fiducia e tranquillità nelle persone che ci circondano» (cfr. La mappa della felicità, 7 gennaio).
La gentilezza sboccia a profusione nel cuore dei forti e si esprime in relazione con gli altri, ma non dipende dagli altri. A volte siamo noi stessi a scivolare, dimenticandola o negandola. A volte viene messa alla prova da offese, sofferenze, delusioni, soprusi, ingiustizie. Quando tutto è buio, possiamo tener vivo un lumicino e scorgere che c’è una via che possiamo seguire. È la via di maestro e discepolo, la via del Budda.
Scrive il Daishonin: «In particolare il Sutra del Loto parla della veste della gentilezza e della pazienza, che considera la base della pratica» (Le vesti da prete, RSND, 2, 887).
Di fronte alle ingiustizie e alle azioni malvagie, che corrispondono alla negazione della dignità della vita propria e altrui, è necessario lottare perché chi non si oppone al male ne è complice. Ciò che ribalta la situazione è l'impegno di creare attivamente il bene. In questo risiede l'essenza della pratica buddista e della relazione tra maestro e discepolo.
La «veste del Tathagata», dice il Sutra del Loto, «è una mente gentile e paziente» (SDLPE, 238), e una mente gentile e paziente permette di abbracciare la Legge mistica e di affrontare soprusi, ingiustizie e incomprensioni.
Così, quando la gentilezza viene messa alla prova, se rafforziamo la fede e riusciamo a mantenere salda la direzione che abbiamo scelto, quello è il momento in cui il nostro cuore si fa ancora più forte. E il mondo più gentile.
(Mirko Lugli, Lodovico Prola)