BS 220 / 1 maggio 2022

Fermiamo la guerra con mezzi pacifici

Quarant'anni di proposte di pace / 1

«La superficie della storia è costellata di molti eventi fuorvianti, ma non dovremmo farci incantare da questi fenomeni passeggeri. Osserviamo invece attentamente la forte e profonda corrente che determina realmente la storia umana. Questa corrente non è nient’altro che la volontà della gente, e la gente del mondo non vede l’ora di arrivare a un mondo senza guerre, un mondo di pace» (Daisaku Ikeda, Proposta di pace 1988).
Quanta energia di speranza emerge sempre dalle parole del nostro maestro. Quanta inossidabile fiducia nelle possibilità di noi persone normali di cambiare gli eventi della storia, anche i più crudeli, dissennati e pericolosi. In questi 40 anni le sue Proposte di pace sono state per noi una stella polare per orientarci nel mare scuro della realtà, e per il mondo un luminoso e puntuale monito presentato ogni anno dal 1983 alle Nazioni Unite.
Nelle prossime pagine ne proponiamo alcuni estratti, ripresi dall’intero arco temporale, sul tema della pace. Seguono un’intervista a Enza Pellecchia, giurista e cultrice di studi per la pace, e un contributo del Comitato Senzatomica.

Nei numeri successivi riprenderemo l’analisi delle Proposte di pace focalizzandoci su altre tematiche ivi trattate dal presidente Ikeda, come il dramma dei profughi e degli sfollati, la crisi ambientale, la centralità dell’educazione, l’economia come strumento di potere.

 

Sono centinaia i conflitti armati, più o meno dimenticati, esplosi nel mondo dal dopoguerra, e si calcola che abbiano causato un numero di vittime superiore a quello della seconda guerra mondiale. Oggi, l’eco di una guerra più vicina ha invaso la nostra quotidianità con la sua spietatezza, gli orrori, i drammi umanitari e perfino la minaccia nucleare, e ci lascia attoniti e spaventati. Di fronte a uno scenario così apocalittico, le Proposte di pace rappresentano un materiale raro e prezioso. È un “no” alla guerra senza se e senza ma, quello di Daisaku Ikeda, che ha dedicato la vita ad affermare il potere del dialogo, della compassione e la priorità assoluta del rispetto e della sacralità della vita.

La fonte di tutti i mali


No alla guerra, no alle armi

«A molti posso sembrare angustiato dal problema della guerra. Alcuni si chiedono perché mai io ritorni su questo argomento ogni anno, perché pronunci uno dopo l’altro appelli per la pace, per quale ragione abbia continuato a richiedere alle nazioni l’abolizione dei loro ministeri della guerra, della marina e della difesa chiedendo di sostituirli con ministeri per la pace. [...]
La risposta a tali questioni è che la guerra, nel corso della storia, ha stretto l’umanità nella sua morsa: la guerra, dunque, è la fonte di tutti i mali. La guerra eleva a norma la follia, quel genere di follia che non esita a distruggere gli esseri umani come fossero insetti, riducendo a brandelli tutto ciò che è umano, producendo un flusso inarrestabile di profughi e degradando l’ambiente naturale» (D. Ikeda, Proposta di pace 1995).

Quarant'anni di conflitti in tutto il mondo

Parole puntuali e precise e tanto più nette proprio in quanto scritte mentre era in corso la sanguinosa guerra nell’area della poi dissolta Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Una brutta guerra intrisa di nazionalismi, motivazioni economiche, contrapposizioni culturali e religiose oltre che influenzata da palesi e occulti interessi esterni, iniziata nel 1991 con il conflitto per l’indipendenza slovena e conclusasi, con enormi spargimenti di sangue e di vittime, in Macedonia nel 2001.
Eppure, per tempo, Ikeda aveva affermato che «se le energie liberate dall’orgoglio etnico e dal desiderio di libertà non trovano canali adeguati, potrebbero derivarne guerre e conflitti. Per di più, l’Unione Sovietica e le nazioni dell’Est europeo lottano contro complessi problemi etnici. Il compito critico che abbiamo ora di fronte è dirottare l’energia della liberazione verso la costruzione» (Proposta di pace 1990).
La tragedia balcanica aveva raccolto il triste testimone della guerra del Golfo (1990/1991), a sua volta successiva a quella avvenuta fra Iran e Iraq (1980/1989) e a quella, breve ma pur sempre tragica, combattutasi tra Argentina e Regno Unito e ricordata come guerra delle Falkland (1982). Non che nel mondo, in quel periodo, non ci fossero altre guerre, ma erano meno seguite dai media, meno viste dai telespettatori ma altrettanto dolorose e disumane. Guerre a cui altre, più tristemente famose, seguiranno.
Assistemmo infatti inebetiti agli attacchi terroristici dell’11 settembre, che «costituiscono un assassinio di massa senza precedenti che ha privato della vita migliaia di persone. È davvero doloroso che il 2001, il primo anno del nuovo secolo, definito dalle Nazioni Unite “Anno del dialogo fra le civiltà”, sia stato segnato da una tragedia così diametralmente opposta allo spirito del dialogo, della tolleranza e della coesistenza» (Proposta di pace 2002). Attacco cui seguirà, poco dopo, il sanguinoso intervento armato occidentale in Afghanistan, giustificato come guerra al terrorismo e terminato con il ritiro delle ultime truppe statunitensi e della coalizione Nato nel maggio del 2021.
Nel mezzo, purtroppo, tanto altro. La oramai annosa crisi israelo-palestinese, il conflitto nello Yemen, quello in Siria, la questione del Kurdistan, la guerra in Etiopia. A trovarsi dichiaratamente in guerra, nel dicembre del 2021, sono Algeria, Ciad, Costa d'Avorio, Liberia, Libia, Mali, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sahara Occidentale, Somalia, Sudan e Sud Sudan. In crisi anche Burkina Faso, Etiopia, Guinea Bissau e Uganda. E ora, nel 2022, mentre scriviamo è in corso la sanguinosa invasione dell'Ucraina da parte della Federazione russa.
E allora «è essenziale mettersi al posto di chi è stato brutalmente sradicato dal conflitto e giorno dopo giorno si trova a dover affrontare scelte impossibili. Sotto la minaccia costante degli attacchi aerei, voi scegliereste di rimanere nel luogo dove vivete oppure fuggireste dal pericolo per portare la vostra famiglia molto lontano in cerca di un rifugio? Consapevoli dei pericoli potenzialmente letali di una traversata via mare, vi attacchereste anche alla remotissima possibilità di una vita migliore e andreste in cerca di una barca, o rimarreste dove siete? Se i vostri figli si ammalassero durante la fuga, usereste i pochi soldi che avete per le medicine o per il cibo per l’intera famiglia?» (Proposta di pace 2017).

Le armi nucleari

Se è assolutamente contrario a qualsiasi guerra, Ikeda lo è ancor di più nei confronti delle armi nucleari. Tant’è che all’indomani della sospensione dei negoziati Inf (Intermediate-Range Nuclear Force Treaty) e Start (Strategic Arms Reductions Treaty), siamo nel 1984, dà l’evidenza del rischio di una guerra atomica richiamando l’immagine delle lancette «dell’orologio del giorno del giudizio» il cui intervallo, nel 1983, è stato tragicamente di soli «tre minuti alla mezzanotte»; e ricordando, se non bastasse, le scene apocalittiche del film The day after. Nel richiamare, sulla base dei risultati parziali di una ricerca sovietica, i terribili esiti in termini di vite umane che rimarrebbero uccise o comunque pesantemente coinvolte all’indomani di una guerra atomica, non manca di criticare aspramente i sostenitori della teoria della deterrenza delle armi nucleari, ammonendo che «il male non sta solo nel loro schiacciante potere di distruzione e di morte ma anche nella profonda sfiducia che deriva dal loro possesso. […] La fiducia nelle armi nucleari è la negazione della fiducia nell’umanità. Più le persone si affidano alle armi, meno si fidano l’una dell’altra» (Proposta di pace 1984).
E se nelle 40 proposte sin qui presentate Ikeda cita a più riprese il suo maestro Josei Toda, che nel 1957 condannò tali armi come un “male assoluto” per la loro intrinseca minaccia contro il diritto di esistere dell’umanità, centrale diventa allora il «compito di combattere il male fondamentale che si nasconde nella profondità degli esseri umani, operando una trasformazione dell’impulso distruttivo presente in ognuno» (Proposta di pace 2003).

Un sogno realizzato

A questo proposito, Ikeda ha sempre concentrato la sua attenzione e caldeggiato i vertici sul disarmo, avanzando proposte che agli occhi di alcuni sarebbero potute apparire eccessivamente ottimistiche ma che, forti della speranza e della fiducia nell’umanità e della convergenza dei movimenti e delle Ong in tal senso, si sono col tempo dimostrate non solo praticabili ma anche realizzabili e realizzate.
Una per tutte quando scrive: «È necessario stabilire norme internazionali che proibiscano a tutti gli Stati di dotarsi di armi nucleari. […] Questi ordigni sono incompatibili con la sicurezza di tutta l’umanità, una sicurezza che si esprime attraverso la ricerca della pace e della dignità di tutti gli abitanti della terra. Questa convinzione deve costituire il fondamento di una Convenzione sulle armi nucleari. […] Lavorando a stretto contatto con altre organizzazioni non governative, come il Gruppo internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare (Ippnw) che ha lanciato la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican, alla quale la Sgi ha aderito sin dalla sua fondazione), siamo determinati a stimolare l’impegno dell’opinione pubblica mondiale per l’adozione di una Convenzione sulle armi nucleari» (Proposta di pace 2009).
L’idea lanciata allora si concretizza, poi, sotto forma di un trattato: «Il 2017 ha rappresentato un punto di svolta per la pace e il disarmo. Dopo una serie di negoziati alle Nazioni Unite, finalmente in luglio si è giunti all’adozione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw) […] una vera svolta in un campo che ha visto molte battute d’arresto e ostacoli apparentemente insormontabili» (Proposta di pace 2018). Non solo la proposta si realizza, ma ad Ican viene assegnato il Nobel per la pace 2017.

La parole della pace da costruire nel cuore

Della guerra – quella fatta con le armi, quella nel corso della quale si ammazza e si muore – tanti e tante di noi hanno solo sentito parlare, ne hanno visto le immagini alla televisione o nei film, l'hanno studiata.
Al pari dei più anziani e dei profughi che ce ne danno testimonianza diretta, Ikeda la guerra l’ha vissuta in prima persona. È per questo che afferma: «Come buddista credo profondamente che nessun individuo possa sperimentare una vera felicità o serenità fino a quando non sarà allontanato dall’umanità lo spettro della guerra. […] Ogni persona ha dentro di sé le cause che possono contribuire all’eliminazione dello squallore e della brutalità della guerra. Quando riflettiamo su tali fattori intrinseci alla nostra vita dovremmo ricordare il ben noto pensiero iscritto nel Preambolo della Costituzione dell’Unesco: “Poiché le guerre hanno origine nelle menti degli esseri umani, è nelle menti degli esseri umani che le parole in difesa della pace devono essere costruite”. Da un punto di vista buddista, il problema di come costruire tali parole in difesa della pace nel cuore di simili individui ha priorità su qualsiasi fattore sistematico esterno alla vita dell’essere umano, e rappresenta sia la sorgente sia il nucleo di ogni tentativo volto a conseguire la pace mondiale» (Proposta di pace 1995).
La guerra, quindi, non è solo quella fatta con le armi, ma anche quella che “agiamo” verso i parenti, i colleghi, i vicini, il diverso da me. È nostra responsabilità, per risolvere sia le “nostre” sia tutte le guerre, comprendere che non basta «ripetere i princìpi universali. Le nostre parole devono essere basate sullo spirito di autocontrollo, sulla volontà di imparare dall’esempio altrui e regolare di conseguenza il nostro comportamento. Esse devono incarnare quel potere morbido che può persuadere» (Proposta di pace 2004).

La diplomazia umana


Il ruolo dell'Onu e della società civile

«Un brillante raggio di speranza non paragonabile ad alcun evento visto prima»: così Daisaku Ikeda definisce l’apertura del dialogo tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, sancita nel 1987 a Washington dal trattato Inf per l’abolizione delle forze nucleari intermedie. Esattamente 30 anni prima il suo maestro Josei Toda aveva fatto la sua Dichiarazione contro gli ordigni nucleari, «e io stesso, per più di un decennio, ho rimarcato la necessità di un incontro al vertice tra americani e sovietici al fine di liberare il mondo dalla minaccia nucleare» (Proposta di pace 1988).
L’importanza della diplomazia politica viene ribadita più volte nelle Proposte di pace. Ma per arrivare a un mondo senza guerre «è necessario che i cittadini dell’intero pianeta si uniscano», afferma nel 1983 il presidente della Sgi. È nella «diplomazia della gente comune» che egli ripone la sua fiducia illimitata per cambiare il destino del mondo.
«Ogni essere umano ha il diritto di vivere umanamente. Questa convinzione ha scatenato il potere della gente, creando una marea inarrestabile», dichiara Ikeda dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, che apre la strada alla dissoluzione dell’Unione Sovietica: «Il potere della gente e la diffusione della democrazia hanno il potenziale per diventare, prima o poi, la corrente dominante della storia. […] 28 anni dopo (la mia visita a Berlino, n.d.r.), la forza tellurica della gente ha abbattuto quel tragico muro, simbolo della guerra fredda tra Est e Ovest. […] L’onda che sta sommergendo l’Europa Orientale è la tremenda energia della liberazione. Il messaggio è chiaro: nessuna autorità, per quanto potente essa sia, può andare contro il volere della gente molto a lungo» (Proposta di pace 1990).
Ikeda insomma non ha dubbi: «Se vogliamo che il movimento per un mondo libero dalla guerra diventi una marea che sommerga l’intero pianeta, esso deve avere il sostegno dell’opinione pubblica internazionale» afferma sempre nella Proposta di pace 1990. A questo proposito è di fondamentale importanza l’impegno delle organizzazioni non governative che collaborano con l’Onu: «Credo che la campagna per un mondo senza conflitti armati debba essere promossa dalle Ong registrate alle Nazioni Unite» (Ibidem).

Per una riforma delle Nazioni Unite

Dell’Onu, l’organismo mondiale che dal dopoguerra ha il compito di garantire la sicurezza internazionale, Ikeda rileva tuttavia i gravi limiti strutturali che ne ostacolano la capacità di intervento nella risoluzione dei conflitti. È sotto gli occhi di tutti, purtroppo, l’impasse del Consiglio di sicurezza nei confronti della guerra in Ucraina. «Dobbiamo prendere atto realisticamente del fatto che le Nazioni Unite, per come sono oggi, non hanno potere sufficiente a mantenere la pace mondiale. […] Prima di poter costruire un nuovo ordine internazionale, l’Onu deve essere riorganizzato e rafforzato» (Proposta di pace 1991).
Al fine di potenziare la partecipazione della società civile, Ikeda chiede innanzitutto che le organizzazioni non governative in seno alle Nazioni Unite «non abbiano semplicemente un ruolo di osservatrici, ma siano riconosciute come partner indispensabili» (Proposta di pace 2009).
È la stessa struttura dell’Onu a non rispondere più alle esigenze della società globale: «L’era dell’egemonia, del controllo del mondo da parte di un ristrettissimo numero di potenti nazioni, è superata. Tuttavia il retaggio di quell’era permane nel Consiglio di sicurezza, all’interno del quale solo i membri permanenti – le cinque principali nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale: Cina, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti – hanno potere di veto. Non è tempo di rivedere questo meccanismo?» (Proposta di pace 1991).
«Se vogliamo intensificare le funzioni di quello che dovrebbe essere un Parlamento dell’umanità, dovremmo invece consolidare e conferire pieni poteri all’Assemblea generale» (Proposta di pace 1995).
E soprattutto, ricordando il politologo statunitense Joseph Nye, che definì “potere morbido” il potere non competitivo ma cooperativo, Ikeda lancia un monito: «Non dobbiamo mai permettere a noi stessi di dimenticare che il principio fondante delle Nazioni Unite è il “potere morbido” inteso a promuovere la cooperazione e l’unione» (Ibidem).
Oggi, di fronte alla guerra in Ucraina e alla minaccia nucleare che incombe sui cittadini del mondo, il potere morbido della gente è più che mai determinante per sostenere il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw), che ha segnato una svolta storica. Saranno soprattutto «le voci unite della società civile la principale forza motrice per incrementare il supporto globale al Tpnw – afferma Ikeda nel 2021 – chiedendo alle Nazioni Unite di amplificare la voce della gente comune per far sì che il Trattato diventi un pilastro per il disarmo».

Le vie per un'educazione al dialogo


Una prassi di nonviolenza attiva

All’origine di una cultura di pace vi è un pilastro: la nonviolenza. Daisaku Ikeda, nella Proposta di pace 2001, riporta le parole del Mahatma Gandhi: «Nella nonviolenza non esiste sconfitta, mentre il risultato finale della violenza è la sconfitta certa». La pace, quindi, non è «un interludio fra due guerre, ma richiede una profonda decisione interiore da parte di ognuno, una vera e propria determinazione esistenziale a ricercare la propria intrinseca e fondamentale umanità  a trasformare tutto il proprio essere. [...] Lo sforzo risoluto di costruire "baluardi di pace" nei nostri cuori e nelle nostre menti, come si dichiara nella Costituzione dell'Unesco» (Ibidem).
Lo scopo di questo impegno è comprendere che la pace è la possibilità «per ogni persona di costruire una vita felice, dove ogni essere umano possa manifestare appieno le proprie potenzialità senza rischiare di subire minacce alla propria dignità». Senza una trasformazione profonda del cuore del singolo, capace di estendersi come un’ondata alle persone vicine e lontane, non vi è pace (Proposta di pace 2006).
Principale strumento della prassi della nonviolenza è il dialogo. In ogni Proposta di pace, dal 1983 a oggi, la sua centralità viene ribadita in tutte le sue possibili manifestazioni: potremmo dire che il dialogo "agisce" la pace. Ecco perché l’appello all’educazione ai diritti umani è sempre presente: è dall’educazione che nasce l’abitudine al dialogo, al rispetto. La tragedia delle “guerre per la pace”, come quella in Iraq (leggiamo nella Proposta del 2007), dimostrano l’urgenza di un sistema educativo che curi il formarsi, secondo le parole di Norman Cousins, di una «coscienza della specie», invece della «coscienza della tribù».
Ikeda evidenzia costantemente come la Sgi, con le sue mostre tematiche, metta a disposizione delle persone uno strumento educativo per prendere consapevolezza della portata della minaccia della guerra e della necessità di una nuova prospettiva interiore.
Le mostre (a cominciare da “Armi nucleari: minaccia al nostro mondo”, presentata dal Gruppo giovani della Soka Gakkai nel giugno del 1982 nella sede delle Nazioni Unite a New York), hanno lo scopo di stimolare l’opinione pubblica mondiale e di indicare l’importanza dei gruppi privati e delle organizzazioni non governative (Ong) nel lavoro per la pace, e della sinergia tra questi e l'Onu, a sottolineare la volontà di pace condivisa dai cittadini di tutto il pianeta.
«Spero che, come Ong facente capo alle Nazioni Unite, la Sgi in futuro intraprenda non solo l’allestimento di mostre di questo genere ma anche molte attività relative alle questioni globali» (Proposta di pace 1985).
E infatti nel tempo la Sgi ha promosso seminari, raccolte di firme sul disarmo, prestato assistenza ai rifugiati anche attraverso la raccolta di fondi, realizzato festival culturali dei giovani per la pace, conferenze internazionali degli educatori, istituito Centri per una cultura di pace nelle capitali mondiali. Alimentando così l’energia di tutte le persone che desiderano ardentemente la pace e portando l’educazione al disarmo al livello della gente comune, per trasformare la “cultura della guerra” in una “cultura della pace”.
Gli stessi membri della Sgi sono chiamati, a più riprese nelle diverse Proposte di pace, a essere buoni cittadini e cittadine che contribuiscono alla costruzione della pace nelle rispettive società, rifiutando con forza la guerra e la violenza di qualunque genere.

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