BS 214 / 1 novembre 2021

Felicità

«Non c’è vera felicità per gli esseri umani al di fuori di recitare Nam-myoho-renge-kyo. Il Sutra afferma: “E là gli esseri viventi sono felici e a proprio agio”» (Felicità in questo mondo, RSND, 1, 607)

Felici di vivere
La felicità per il Buddismo non si riferisce all’assenza di problemi o sofferenze, ma a una condizione vitale completamente libera da qualsiasi impedimento, piena di forza vitale.
Uno stato vitale in cui si gusta la vita dal profondo del cuore.
Essere felici di vivere: questa è la vera felicità.
L'espressione “felici e a proprio agio” è la traduzione dei due ideogrammi giapponesi yu raku, che significano “senza preoccupazione, divertirsi e gioia di vivere”.

Felicità assoluta e relativa
Quella descritta è una felicità assoluta, che scaturisce dal nostro stesso esistere.
Diversamente, la felicità che deriva dalla realizzazione di un desiderio o dall’appagamento di un bisogno è relativa. Relativa perché condizionata dal rapporto che abbiamo con l’ambiente. La soddisfazione che si ottiene dalla felicità relativa, pur importante, per sua natura è limitata e passeggera.

Come ottenere la felicità assoluta
«Quando veneriamo il Myoho-renge-kyo che è nella nostra vita come oggetto di culto, la natura di Budda che è in noi viene richiamata dalla nostra recitazione di Nam-myoho-renge-kyo e si manifesta» (Come coloro che inizialmente aspirano alla via…, RSND, 1, 789). Ogni volta che la nostra vita diventa un tutt’uno con la Legge mistica (secondo il principio di kyochi myogo, cfr. BS, 211, 28), il potere di Myoho-renge-kyo inizia a funzionare. Percepire questa trasformazione e gioirne è la vera felicità o felicità assoluta.

Il Daimoku è il segreto per trasformare la nostra condizione vitale
Ognuno/a, così com’è e lì dove si trova, recitando Nam-myoho-renge-kyo con fede è in grado di assaporare la gioia che emerge dalla Legge. Il coraggio, l’energia vitale e la saggezza della condizione illuminata ci permettono di sfidare le vicissitudini del mondo reale e della vita quotidiana, trasformando tutto in gioia e beneficio.

Il nostro posto nel mondo
La gioia della Legge, di cui siamo entità, non può arrivarci da fuori, va ricercata personalmente con i nostri sforzi, mettendo in azione la fede, la pratica e il desiderio della felicità di tutti gli esseri viventi.
Ciò significa scoprire il nostro insostituibile posto nel mondo nella rete di relazioni che ci lega a tutti gli esseri.
Ognuno/a è la Torre preziosa.

Dal “vero io” alla compassione del bodhisattva
Aprirsi al “vero io”, e al legame con tutte le forme di vita e non, diventa la fonte del comportamento del Bodhisattva della Terra che desidera aiutare chi non sente questo senso di pienezza e soffre.
La trasformazione della visione di ciò che si intende per “felicità”, da una condizione derivante solo dalla soddisfazione di desideri e bisogni a uno stato vitale basato sulla gioia derivante dalla Legge, condurrà anche a una radicale trasformazione del genere umano.


Far germogliare la felicità


«Non permettere mai che le avversità della vita ti preoccupino, nemmeno i santi o i saggi possono evitarle. […] Quando c’è da soffrire, soffri; quando c’è da gioire, gioisci. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Come potrebbe non essere questa la gioia senza limiti della Legge? Rafforza il potere della tua fede più che mai» (Felicità in questo mondo, RSND, 1, 607).
Cosa significa «Non permettere mai che le [inevitabili] avversità della vita ti preoccupino»? Qual è quella condizione vitale imperturbabile, torreggiante, di cui parlano i nostri maestri? Forse non soffrire?
Ma Nichiren Daishonin scrive: «Quando c’è da soffrire, soffri». Una frase che, scopriamo, letteralmente si traduce: “Quando c’è la sofferenza illuminati rispetto alla sofferenza”.
“Illuminarsi”, quindi, non respingere la sofferenza ma prenderla per mano e sviluppare un atteggiamento attivo di trasformazione. Un movimento.
“Continuare” è la chiave. «Continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo». Solo se resisti, se non ti fermi, se non smetti, potrai godere della «gioia senza limiti della Legge».
A volte “sospendere il giudizio”, evitando di trarre conclusioni affrettate o definitive, e continuare a recitare Daimoku, ci permette di aprire nuove strade. Attraverso la fede ci alleniamo a pregare per essere felici “a prescindere”, percepiamo che la nostra vita è in grado di liberarsi dall’angoscia e dalla debolezza e riusciamo a osservare le cose con calma e precisione. Impariamo così a far funzionare quella che Josei Toda definiva la “macchina per fabbricare felicità”, a ricercare e sviluppare quello stato vitale che trasforma tutto in gioia. Perché, come più volte abbiamo sperimentato, è la felicità a generare il beneficio, non viceversa.
Una felicità feconda, come indica la parola italiana che viene dal latino felix, derivante dalla stessa radice di fertile, a sua volta riconducibile al greco phyo, faccio nascere, germogliare (da cui il termine feto). Il termine felicità che troviamo nel Gosho è tradotto dal giapponese yu-raku, i cui ideogrammi stanno a significare “divertirsi e godere”. Etimi che indicano un processo, un movimento, uno slancio produttivo.
Far germogliare la nostra felicità dipende solo da noi. Il Gosho dice infatti che i nostri corpi e le nostre menti sono “Budda di gioia illimitata”, che ricevono e utilizzano tale gioia. Come spiega il presidente Ikeda: «Fino a che punto “riceviamo” e “usiamo” la gioia immensa e profonda della Legge dipende esclusivamente dalla nostra fede. È solo la fede individuale che determina se attingere dall’oceano quanto basta a riempire un bicchiere d’acqua o una piscina olimpionica, se accontentarsi o se continuare a “ricevere” e “usare” ancora e meglio questa gioia. Se in fondo al cuore, magari in un angolo nascosto, avete deciso che solo voi non riuscirete a essere felici, che solo voi non diventerete mai una persona capace, che solo i vostri problemi non si risolveranno, questo stesso fattore mentale, questo ichinen, impedisce il sorgere del beneficio» (BS, 118, 11).
«Continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo» scrive Nichiren. Mantenendo questa fiducia nella nostra preghiera coltiviamo e “proteggiamo” la nostra felicità.

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