Gentilezza, gratitudine, perdono, empatia, inclusione, interconnessione e interdipendenza sono le forze femminili del nuovo millennio, afferma il biologo naturalista Daniel Lumera. Queste attitudini modificano addirittura i nostri geni, ci fanno vivere più a lungo e sono la strategia evolutiva vincente rispetto alla violenza e alla competizione. Ma la gentilezza è una qualità esclusivamente femminile oppure è innata in tutto il genere umano? E se proprio non è nelle nostre corde, la si può imparare?
Per sensibilizzare la società verso i comportamenti virtuosi è sorto addirittura il World Kindness Movement, il Movimento Mondiale per la Gentilezza, costituitosi a Tokyo nel 1997 e promotore della Giornata mondiale della gentilezza che si celebra in tutto il mondo il 13 novembre.
Mi ha sempre colpito la "British politeness", una forma di educazione e garbo tipica del popolo britannico, che porta a domandare «May I help you?”» a una persona che appare in difficoltà, oppure a dire automaticamente «Sorry!» anche se siamo stati noi a essere urtati. Probabilmente ciò fa parte di uno stile di vita attento all’educazione e alla cortesia che purtroppo, almeno in Occidente, appare sempre più desueto. Parimenti sempre più rare nella nostra società sono le buone maniere, che impongono un linguaggio garbato fatto di “posso?”, “per favore”, “grazie”, “prego” e via dicendo.
Per il Buddismo, in particolare, la gentilezza non è un atto formale, è considerazione e apprezzamento della dignità del nostro prossimo. È consapevolezza dell’interconnessione che lega gli esseri umani e l’ambiente, che ci fa capire che la mia felicità non può prescindere dalla tua.
Gianrico Carofiglio, nel suo saggio Della gentilezza e del coraggio (Feltrinelli), ne dà una valenza anche politica, indicandola come «il più potente strumento per disinnescare le semplificazioni che portano all’autoritarismo e alla violenza. I populismi e i fascismi vivono dell’elementare, micidiale logica che divide il mondo in amici e nemici; prosperano usando i meccanismi di creazione dei nemici e dunque dei capri espiatori. La gentilezza come metodo per la gestione dei conflitti – anche di quelli più accesi e violenti – serve a disattivare quei meccanismi».
Alcune persone, per carattere, sono forse più inclini a compiere atti di gentilezza, a provare sincero interesse per gli altri. Ma per i più che fatica essere gentili quando si è prigionieri della mente, che manda incessantemente messaggi autoreferenziali, spesso inquinanti, che impediscono di considerare che esiste un modo migliore di comunicare! E quante volte rischiamo di apparire noncuranti, sgarbati, menefreghisti pur senza averne l’intenzione, perché siamo troppo presi dalla quotidianità, vittime di un tempo veloce che “asfalta” emozioni e sentimenti.
La pratica della gentilezza viene dal profondo, rompe il guscio del piccolo io e ci fa connettere con l’altro sprigionando empatia e rafforzando il senso di appartenenza alla nostra specie. È, in una parola, la nostra personale rivoluzione umana che Daisaku Ikeda invita a fare per contribuire a creare valore nella società.
Mi accorgo sempre della migliore qualità del mio pensiero ogni volta che recito Nam-myoho-renge-kyo, perché mi sento rigenerata, “pulita” dentro, benevola e più gentile verso le persone.
La recitazione del Daimoku, insegnano i testi buddisti, produce sempre il beneficio della pulizia dei sei sensi, uno dei quali è la mente. Ed è la mente che produce i pensieri e questi ultimi influenzano le parole e conseguentemente le azioni che compiamo ogni giorno, anche le più piccole e apparentemente insignificanti. Seduta davanti al Gohonzon mi trovo a riscoprire la nobiltà d’animo che caratterizza i miei stati vitali più elevati. Riesco così a coltivare come fiori preziosi i pensieri più belli estirpando dal giardino della mia mente le erbacce dei pensieri inquinanti. E più pratico, più divento capace di scegliere le parole giuste, più mi sento libera dal ripetere comportamenti che non mi rendono felice perché prigioniera dell’egoismo.
Pertanto, poiché voglio vivere ogni giornata felice e a mio agio, recito Daimoku con sincerità per farmi guidare sempre dalla lucidità e dalla compassione.
(Federica Tagliani)