BS 251 / 1 dicembre 2024

Eternità da sperimentare

Cosa succede quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo

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Se dovessi pensare ai momenti migliori da quando ho cominciato a praticare non sarebbero quelli più facili ma quelli più duri, in cui mi sono messa a pregare molto seriamente e mi sono sentita davvero viva. Viva, quasi felice, sveglia di fronte alle cose e alle persone. Capace e grata.
Posso dire di aver risvegliato allora la mia Buddità? Di aver percepito in me la Legge mistica? Di aver colto l’eternità della vita? Non lo so.
Ma è proprio grazie a quei momenti, a quel Daimoku, che credo di essermi avvicinata a tali verità del Buddismo così profonde e “perfette”, di averle sperimentate.
Perché, che cosa succede quando recitiamo Daimoku?
«La recitazione del Daimoku è la base di tutto l’insegnamento del Daishonin. […] Quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo con spirito di ricerca, il suo beneficio infinito si dispiega nella nostra vita. Far emergere il mondo di Buddità significa questo» (Daisaku Ikeda, BS, 119, pp. 15-16).
A noi persone dell’Ultimo giorno della Legge, che viviamo in quest’epoca così complicata, serve un mezzo diretto per risvegliarci al nostro eterno stato vitale di Buddità, alla «mistica verità che è originariamente inerente a tutti gli esseri viventi» (RSND, 1, 3). È stato Nichiren Daishonin a “istituire l’insegnamento [di Nam-myoho-renge kyo] con il quale possiamo, nella realtà quotidiana, ritornare allo stato vitale di Buddità che è in noi dal tempo senza inizio e trasformare positivamente il nostro destino” (cfr. Daisaku Ikeda, BS, 248, p. 35).
C’è una base dottrinale, lineare e affascinante, su cui poggia tale convergenza di Buddità senza tempo e vita quotidiana, categorie apparentemente antitetiche la cui compresenza possiamo sperimentare.
Nel sedicesimo capitolo del Sutra del Loto Shakyamuni fa una rivelazione fondamentale: dice che non si è illuminato durante quella esistenza, in India, sotto l’albero della bodhi, ma che Budda lo è sempre stato, dal “tempo senza inizio” (cfr. SSDL, 2, 209). Da un tempo senza coordinate spaziali e temporali, che esiste prima e al di là di qualsiasi singola esistenza.
Un modo diretto e molto efficace per far capire che l’Illuminazione del Budda non è una prerogativa della persona Shakyamuni ma si identifica con la vita universale. E che, soprattutto, non solo lui ma tutti gli esseri viventi sono Budda dall’infinito passato «e ne possono divenire consapevoli aprendo gli occhi alla grande vita universale» (cfr. SSDL, 2, 210-11).
Per Margarita Vorobyova-Desyatovskaya, studiosa del Sutra del Loto, il capitolo Durata della vita spiega la condizione vitale di fusione con il Budda e la descrive come un concetto che trascende il tempo, in cui “l’energia dell’universo diventa la propria energia”. A suo avviso, ciò che il Sutra del Loto chiama eternità è la condizione vitale nella quale si riesce a percepire questo senso di identità con l’universo (cfr. MDG, 376).
Ma cosa ci guadagniamo a percepire in noi la vita universale?
Josei Toda una volta disse che risvegliare se stessi all’eternità della vita è esattamente l’obiettivo ultimo del praticare il Buddismo di Nichiren: «Si tratta di qualcosa che devi riuscire ad acquisire con le tue esperienze. Questa realizzazione rappresenta la felicità assoluta perché si tratta di una condizione indistruttibile, che dura in eterno» (cfr. SSDL, 2, 210-11).
Sembra quasi che ripensi alla propria esperienza fatta in carcere, di cui in qualche misura siamo tutti figli e figlie. Quando, mettendo in gioco tutto il suo essere, recitando Daimoku notte e giorno, volle comprendere il significato dei versi contenuti nel prologo del Sutra del Loto che descrivono il corpo del Budda: «Fu all’improvviso. La parola “vita” attraversò la sua mente in un lampo. In quel momento sentì di aver trovato la spiegazione autentica […]: "Il termine corpo non può riferirsi altro che alla vita! […] Adesso capisco: il Budda sta parlando della vita”» (cfr. RU, 4, 9-11).
Toda riconduceva così a una categoria umanamente comprensibile e concreta qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto distante e impalpabile. «In quel breve istante di Illuminazione Toda raggiunse la soglia di uno sviluppo che avrebbe rivoluzionato la filosofia mondiale. […] Ora sentiva di aver davvero compreso che cosa fosse l’entità del Budda; era finalmente conscio del misterioso funzionamento della vita, dotata di un flusso eterno che trascendeva il passato, il presente e il futuro» (Ibidem).
Anche noi, come fece Toda, possiamo cogliere verità di tale portata, che forse non sapremmo spiegare né a noi né ad altri con un ragionamento, ma che percepiamo reali nel momento in cui, sperimentando lo stato vitale del Budda, ne sentiamo la potenza trasformativa. (Marina Marrazzi)

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