BS 219 / 1 aprile 2022

Determinazione, molta passione e un pizzico di disubbidienza

Intervista a Florinda Saieva

immagine di copertina
A giugno 2010 nasce nel centro storico di Favara, in provincia di Agrigento, Farm Cultural Park.
Un centro culturale focalizzato sull’arte e l’innovazione che nasce dalla passione di Florinda Saieva e Andrea Bartoli per l’arte e l'architettura


Grazie alla tenacia e alla dedizione della coppia, che è riuscita a coinvolgere artisti di calibro internazionale e a promuovere progetti di vario tipo per la cittadinanza, oggi Favara è diventata famosa in tutto il mondo (citata anche dalla Lonely Planet) come un museo a cielo aperto d’avanguardia e un caso studio di rigenerazione urbana. Farm Cultural Park ha infatti avuto il merito di ridare vita a un piccolo paese dell’entroterra siciliano rigenerandolo sia dal punto di vista economico, con l’apertura di nuove attività e un nuovo turismo, sia a livello sociale, riuscendo a contrastare l’emigrazione giovanile e la criminalità.




Florinda, qual è la vostra storia?
Io sono nata a Favara e con Andrea, anche lui siciliano, fino ai primi anni Duemila abbiamo vissuto per lunghi periodi a Parigi. Poi al momento di scegliere la scuola per la nostra primogenita Carla, che oggi ha 16 anni (Viola ne ha 12), abbiamo deciso di tornare. Come consulente per il Tribunale Ecclesiastico – il mio lavoro di prima, mentre Andrea continua a fare il notaio – vedevo tantissimi matrimoni fallire per mancanza di un progetto di vita comune. Il nostro è stato tornare a Favara, perché quel che avevamo in Sicilia non l’avremmo potuto portare a Parigi, mentre era vero il contrario. Siamo tornati con una reciproca promessa: non lamentarci, e soprattutto cercare di fare qualcosa per lasciare un pezzo di mondo migliore.

La scintilla che vi ha fatto decidere per il progetto Farm Cultural Park?
Sicuramente due amici architetti, Enzo e Michele, che ci hanno fatto innamorare di un pezzo del centro storico che conoscevo poco, perché da ragazzina era mal frequentato. Poi una certa sindrome ossessiva compulsiva di cui siamo affetti – come dico scherzando a mio marito – nel trasformare gli spazi. In aggiunta alla caparbietà e all’entusiasmo. Siamo una coppia che si entusiasma facilmente e fortunatamente si scoraggia a periodi alterni. Non sopporto chi dice che le cose non si possono cambiare. Piuttosto che essere nichilisti – rispondo – almeno fate una proposta alternativa!

Come avete fatto ad avere credibilità nell'ambito culturale?
Per la qualità della proposta e la costanza: abbiamo aperto nel giugno 2010 e abbiamo chiuso solamente durante la pandemia. In ogni caso prima di aprire “Farm” avevamo organizzato diverse mostre e iniziative nel mondo dell’arte. Abbiamo cercato sempre di lavorare con persone più brave di noi che ci hanno aiutato a costruire la nostra reputazione.

Ne fanno di strada artisti e visitatori per apprezzare Favara...
L’essere lontano da tutto (gli aeroporti più vicini sono quelli di Catania e Palermo) è un problema solo perché dobbiamo mantenere alta l’aspettativa. Però la Sicilia è un luogo che affascina e il nostro visitatore è un viaggiatore più che un turista, con lo spirito giusto per affrontare la traversata.

E invece come avete coinvolto la cittadinanza?
Nella fase iniziale non c’è stato un processo di coinvolgimento vero e proprio, perché abbiamo dovuto accelerare i tempi. Pensavamo infatti di aprire nel 2012, quando nel gennaio 2010 c'è stata una tragedia: nel centro storico di Favara è crollata una palazzina e sono morte due bambine. Questo ha sconvolto i nostri piani, molti immobili sono stati abbattuti con il rischio che demolissero pure i nostri e soprattutto che non riuscissimo nel tentativo di tirar fuori la città dallo sconforto. Il coinvolgimento è avvenuto poi con l’arrivo dei primi turisti. A quel punto la gente ha iniziato a cogliere i benefici del nostro progetto, con i primi ristoranti aperti, le richieste di alloggiare da queste parti in aumento. Con il tempo, infatti, elemento fondamentale del progetto è diventata la condivisione con la comunità, senza la pretesa di dover fare per forza tutto noi. Questo ha consentito un po’ a tutti di sentirsi parte del progetto.

Un esempio di come gli artisti interagiscono con le persone?
Qualche anno fa con alcuni studenti di una facoltà di Design di Boston abbiamo fatto un progetto sui regali. Gli artisti sono andati in giro a chiedere alle persone di Favara di raccontare la storia di un regalo in particolare. Da lì è nata una serie di interviste e foto a persone in mostra da noi. Un altro lavoro molto bello è stato quello di Clémence de Grolée con gli anziani, in cui l'artista ha fatto “parlare” gli immobili risalendo ai proprietari dei vecchi stabili del centro storico intervistando chi era ancora vivo, o i figli e i nipoti. Poi le frasi più belle sono state ricamate su teli che sono stati esposti.

Farm racconta di un mondo interconnesso e globale. È una scelta strategica attirare artisti internazionali per uscire dalla burocrazia locale?
La connessione internazionale ci legittima anche con i locali. Scherzando dico sempre che l'accento straniero funziona meglio di quello locale. È strategico anche perché porta energie e progettualità nuove. È come essere connessi fisicamente così come oggi riusciamo a esserlo virtualmente.

La realtà che collabora con voi da più lontano?
Al momento è un'associazione di Melbourne, che si occupa di promuovere artisti aborigeni.

Che consiglio darebbe a chi sta cercando di realizzare qualcosa nel proprio territorio?
Se si vuole trasformare un posto bisogna trasferirsi in quel posto, viverlo fisicamente per sentirne l’energia. E da lì iniziare a fare le cose senza farsi scoraggiare. Ci vuole determinazione, una buona dose di passione e un pizzico di disubbidienza. Oggi si sente parlare di rigenerazione urbana ma dodici anni fa nemmeno noi eravamo consapevoli di quello che stavamo facendo, ne abbiamo sentito l’esigenza e ora tutti si sentono parte di questo progetto.
(Monica Piccini e Valeria Rotili)


buddismoesocieta.org