26 gennaio 2014
Per celebrare il 26 gennaio, anniversario della fondazione della Soka Gakkai Internazionale (SGI), desidero offrire alcune riflessioni per reindirizzare le correnti di pensiero del XXI secolo verso una speranza, una solidarietà e una pace di maggiore respiro, per costruire una società globale sostenibile in cui la dignità di ogni individuo brilli del proprio splendore.
L'anno appena trascorso è stato testimone di alcuni sviluppi che hanno fatto ben sperare, come determinati segni di ripresa dell'economia mondiale e una tendenza alla riduzione delle spese militari. Allo stesso tempo, tuttavia, conflitti nazionali e internazionali hanno provocato crisi umanitarie di gravità sempre maggiore, mentre disastri naturali e fenomeni climatici estremi hanno causato enormi sofferenze in numerosi luoghi del mondo. Particolarmente preoccupante è stata la guerra civile tutt'ora in corso in Siria, ormai al suo quarto anno. Questo brutale conflitto ha costretto più di due milioni e trecentomila persone a cercare rifugio in altre nazioni e ha generato sei milioni e mezzo di profughi in tutta la Siria.1 Si deve compiere ogni sforzo per raggiungere al più presto il cessate-il-fuoco, affinché chi ne ha bisogno possa ricevere assistenza umanitaria e siano portate avanti negoziazioni per una risoluzione pacifica del conflitto.
Nel novembre dello scorso anno le Filippine sono state colpite dal più grave e violento tifone della storia, che ha provocato più di seimila morti e costretto oltre quattro milioni di vittime a lasciare la propria casa.2 La comunità internazionale deve intensificare il suo impegno per rispondere a simili crisi umanitarie, evitare un ulteriore peggioramento della situazione e recare sollievo agli sfollati e a chi ha subito danni di diversa natura.
Oltre alla necessità di migliorare tali capacità di intervento esterno, e alla luce della crescente frequenza di disastri naturali e di eventi climatici estremi occorsa negli ultimi anni, sempre più spesso viene sottolineata l'importanza di potenziare la resilienza delle società umane - per prepararsi alle minacce, gestire le crisi e facilitare la ripresa.
La resilienza, come si sa, è un termine derivato dalla fisica che descrive l'elasticità o capacità di un materiale di tornare alla sua forma originale dopo essere stato sottoposto a una sollecitazione esterna. Per analogia, il termine resilienza è stato in seguito usato in diversi campi per esprimere la capacità delle società di riprendersi da gravi scosse, come una distruzione ambientale o una crisi economica. Nel caso dei disastri naturali, migliorare la resilienza significa rafforzare le capacità sotto ogni aspetto: dall'impegno per evitare e mitigare il danno alle disposizioni di aiuto verso le persone colpite, al supporto al processo spesso lungo e laborioso della ripresa.
A questo fine sono naturalmente importanti le politiche e le risposte delle istituzioni, come il rafforzamento della resistenza sismica delle strutture e il rinnovamento delle infrastrutture antiquate. Ma anche l'elemento umano costituisce un fattore critico. Come hanno scritto gli autori americani Andrew Zolli e Ann Marie Healy, «nei nostri viaggi, laddove abbiamo trovato una forte resilienza sociale, abbiamo trovato anche forti comunità».3
Dobbiamo riconoscere l'importanza di alimentare quotidianamente il "capitale sociale" di interconnessione e le reti tra le persone che vivono in una località. Più di qualunque altra cosa, contano la volontà stessa e la vitalità della popolazione che vive nella comunità.
La resilienza è uno degli argomenti del dialogo che sto attualmente conducendo con il professor Kevin P. Clements, ricercatore e attivista per la pace. Entrambi concordiamo sul fatto che non è sufficiente reagire a posteriori, come spesso avviene con i disastri naturali; è necessario effettuare una trasformazione della base stessa della società, trasformando la cultura della guerra in una cultura della pace, come ci hanno invitato a fare le Nazioni Unite.
Per rendere concrete le molte possibilità insite nel concetto di resilienza, dobbiamo allargare e riformulare il significato che attribuiamo a questo termine. La resilienza, in altre parole, non va intesa semplicemente come la nostra capacità di prepararci e reagire alle minacce, bensì come realizzazione di un futuro pieno di speranza, radicato nel desiderio naturale delle persone di lavorare insieme a obiettivi comuni e di percepire in maniera tangibile il progresso verso tali obiettivi. La resilienza dovrebbe essere vista come un elemento integrante del progetto, condiviso dall'umanità, di creazione del futuro, progetto al quale chiunque in qualunque luogo può partecipare, e che getta basi solide per una società globale sostenibile.
Quando penso a questa sfida, mi vengono in mente le parole del grande storico del XX secolo Arnold J. Toynbee (1889-1975): «Non siamo destinati a far ripetere la storia; è possibile imprimere alla storia, attraverso i nostri sforzi e in relazione alla nostra situazione personale, una svolta nuova e senza precedenti».4
Per me, questa è la sfida della creazione di valore: il processo con cui ogni persona, nel proprio rispettivo ruolo e con le proprie capacità, si impegna a creare quel valore che sta solo a lei realizzare per apportare beneficio ai concittadini, alla società tutta e al futuro.
In occasione del Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile (WSSD) del 2002 ho sottolineato che un'attenzione rinnovata all'umanità, che riconsideri ed estenda le capacità innate della nostra vita, è l'elemento chiave che consente un cambiamento efficace e un empowerment su scala globale.
Questo è ciò che noi nella SGI chiamiamo rivoluzione umana. L'elemento centrale è l'empowerment che fa scaturire possibilità illimitate da ogni individuo. In tal senso, il pieno significato della rivoluzione umana non si realizza se essa rimane confinata a un cambiamento nella vita interiore. Al contrario, il coraggio e la speranza che sorgono da questa trasformazione interiore devono mettere le persone in grado di affrontare e superare persino le realtà più insolubili, in un processo di creazione di valore che alla fine trasforma la società intera. Il costante accumulo di cambiamenti a livello individuale e collettivo traccia per il genere umano il percorso verso il superamento dei problemi generali che deve fronteggiare.
Mentre tale processo di trasformazione globale avanza, torna il sorriso sul volto di coloro che si sono ritrovati immersi nella sofferenza. Le persone, così dotate di empowerment, possono realizzare completamente tutte le loro potenzialità, spontaneamente unite e solidali di fronte ai problemi globali. La sfida della creazione di valore consiste nel collegare i piani micro e macro, l'individuo e la società, in modo da rafforzare la trasformazione positiva a entrambi i livelli.
In questa proposta mi concentrerò su tre aspetti della creazione di valore, attraverso i quali possiamo non solo migliorare la resilienza sociale, ma anche consentire il progresso verso una società globale sostenibile:
- una creazione di valore che consideri sempre la speranza come punto di partenza;
- una creazione di valore realizzata da persone che lavorano insieme per risolvere i problemi;
- una creazione di valore che faccia scaturire la parte migliore di ognuno di noi.
CREAZIONE DI VALORE FONDATA SULLA SPERANZA
Il 2 aprile 2013 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato lo storico Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty, ATT). Tale trattato, che regolerà il commercio internazionale di armi convenzionali - da quelle piccole fino ai carri armati, agli aerei da combattimento e alle navi militari - costituisce il primo caso di regolamentazione globale legalmente vincolante nel commercio di armi.
Ancora una volta gli sforzi congiunti e concertati di organizzazioni non governative (ONG) hanno svolto un ruolo importante nel processo che ha condotto all'adozione del trattato, come è stato il caso del Trattato di messa al bando delle mine (Mine Ban Treaty) e della Convenzione sulle munizioni a grappolo (Convention on Cluster Munitions). Sono esempi ispiratori di come sia possibile dare alla storia "una svolta nuova e senza precedenti" quando la società civile si prende per mano nello sforzo di realizzare una missione chiara.
Negli anni ho più volte sottolineato il bisogno di realizzare una piattaforma internazionale per regolare il commercio di armi. In tal senso spero fortemente che il Trattato sul commercio delle armi entri in vigore e venga implementato appena possibile.
ll commercio senza restrizioni e la proliferazione di armi hanno contribuito ad atrocità indicibili e a gravi violazioni dei diritti umani. Il nostro pianeta continua a essere tormentato da brutali conflitti, disordini e violenze sociali perpetrati da gruppi armati o dal crimine organizzato; ogni giorno un numero incalcolabile di persone viene privato della vita o subisce seri danni fisici e mentali.
Due anni fa Malala Yousafzai è stata colpita alla testa da un cecchino talebano per aver parlato a favore dell'istruzione femminile nel suo paese di origine, il Pakistan. Nonostante abbia subìto ferite quasi mortali, si è miracolosamente ripresa e da allora ha continuato a parlare in favore dei diritti delle donne e dell'istruzione femminile. Nel suo discorso alla sede delle Nazioni Unite a New York, il 12 luglio dell'anno scorso, ha espresso così la sua incrollabile determinazione: «Niente è cambiato nella mia vita tranne un fatto: debolezza, paura e disperazione sono svanite; sono nate forza, potere e coraggio. [...] Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni sono le stesse, le mie speranze sono le stesse, i miei sogni sono gli stessi».5
Nonostante le costanti minacce che riceve, Malala persevera nella sua lotta mossa dal fervente desiderio che innumerevoli donne e bambini che continuano a subire abusi, violenza e oppressione riescano ad alzarsi in piedi e a prendere la parola.
Quando le persone sono esposte a calamità e sciagure - pericoli inattesi come i disastri naturali e le crisi economiche, o pericoli persistenti come l'oppressione politica e le violazioni dei diritti umani - corrono il rischio di cedere alla disperazione schiacciate dalla paura, dalla sofferenza e dal dolore. Tuttavia, se abbandoniamo la speranza e ci facciamo paralizzare dall'impotenza, non solo permettiamo ai problemi di perdurare ma possiamo anche involontariamente contribuire alla proliferazione di problemi simili in un altro luogo.
Lo psicologo austriaco Viktor E. Frankl (1905-97), noto per aver scritto il libro Alla ricerca di un significato della vita sulle sue esperienze nei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale, sosteneva che la sofferenza acquista significato quando viene sopportata per il bene di altre persone, per un obiettivo più grande - solo allora si può trovare in se stessi la luce dell'umanità e disperdere l'oscurità della disperazione.6 Sottolineava l'importanza dell'atteggiamento e della maniera con cui affrontiamo i colpi crudeli dell'inevitabile destino: gli esseri umani, finché non esalano l'ultimo respiro, hanno la capacità innata di scoprire e afferrare il significato della vita.7 Frankl definiva "valore attitudinale" (Einstellungswerte) questa azione di chiamare a raccolta le risorse dello spirito umano in risposta alla sventura. In altre parole, se si riesce a essere all'altezza della sfida di resistere alle più terribili sofferenze e situazioni, alimentando la fede nel profondo significato della vita, si può trasformare la tragedia personale in un trionfo per l'umanità. Questa è l'opera della creazione di valore.
Nello stesso periodo in cui Frankl stava lottando per sopravvivere nei campi di sterminio, il presidente fondatore della Soka Gakkai Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944) fu arrestato e imprigionato per aver rifiutato di sottomettersi al controllo del pensiero imposto dal governo militarista giapponese. Il concetto di Frankl di valore attitudinale, in quanto focalizzato sulle capacità dello spirito umano, trova eco nel pensiero di Makiguchi, il quale considerava che scopo dell'educazione fosse coltivare ciò che definiva "il valore caratteriale" (jinkaku kachi).
Il termine "soka" - creazione di valore - usato nel titolo dell'opera principale di Makiguchi Soka kyoikugaku taikei (Il sistema pedagogico per la creazione di valore, di cui l'anno prossimo cadrà l'ottantacinquesimo anniversario della prima pubblicazione) derivò da una discussione con Josei Toda (1900-58), il discepolo a lui più vicino. Toda era un educatore, come Makiguchi, e dopo la guerra divenne il secondo presidente della Soka Gakkai. Makiguchi descriveva la persona che possiede valore caratteriale come quel tipo di individuo di cui si cerca sempre la presenza e che viene apprezzato nei periodi di crisi, anche se in generale potrebbe anche non attirare molta attenzione. Simili persone fungono sempre da forza unificatrice nella società.8
L'ex presidente sudafricano Nelson Mandela, che si è spento l'anno scorso, esprimeva proprio questo valore caratteriale. La sua vita funse da faro di speranza e coraggio per la popolazione di tutto il mondo.
Il presidente Mandela venne incarcerato per essersi opposto al famigerato sistema di discriminazione razziale noto come apartheid. Durante i suoi ventisette anni di prigionia, da cui uscì trionfante, affrontò periodi di disperazione quasi completa. A un certo punto fu informato della morte di sua madre e poco dopo ebbe la notizia che sua moglie era stata sottoposta a fermo e che il figlio maggiore era morto in un "incidente". Tuttavia, anche in circostanze così estreme, non si lasciò sconfiggere. In una lettera a un amico scrisse: «La speranza è un'arma potente anche quando forse non rimane nient'altro».9
Alcuni anni dopo, alla nipote appena nata diede il nome di Zaziwe, speranza, quella speranza che era stata sua fedele compagna per i diecimila difficili giorni trascorsi in prigione. In seguito scrisse: «Ero convinto che questa bambina avrebbe fatto parte di una nuova generazione di sudafricani per i quali l'apartheid sarebbe stato un ricordo lontano: questo era il mio sogno».10 Giurò di lottare fino al giorno in cui quel sogno sarebbe diventato realtà, sopportando tutto con spirito tenace.
Ricordo con affetto le due occasioni in cui ho avuto il privilegio di parlare con il presidente Mandela: ci scambiammo opinioni su come costruire una società in cui tutte le persone fossero trattate con dignità e rispetto, una causa che entrambi custodivamo nel cuore mentre percorrevamo i nostri personali sentieri di vita. Rimasi particolarmente colpito dalla sua convinta asserzione che l'abolizione dell'apartheid, che apriva un nuovo capitolo nel corso della storia, non fosse in alcun modo un risultato personale ma piuttosto il culmine degli sforzi tenaci di innumerevoli persone. Credo che tale convinzione sia ben espressa in queste parole, tratte da un discorso che tenne nel maggio del 1994, poco prima che fosse annunciata la sua elezione a presidente del Sudafrica: «Avete mostrato una determinazione davvero serena e paziente nel rivendicare come vostra questa nazione, e ora sentite la gioia di poter proclamare ad alta voce dalle cime dei tetti: liberi finalmente! Liberi finalmente».11
Mi verrebbe da dire che le qualità che il presidente Mandela manifestava rappresentano la speranza radicata nel valore caratteriale, una capacità che non è limitata a individui straordinari, ma che può essere realizzata da qualsiasi persona. Da parte sua Frankl definiva la speranza espressa dal valore attitudinale come la nostra capacità di scegliere di trovare senso anche nelle circostanze più difficili fino all'ultimo istante di vita. La sfida della creazione di valore è permeata, e deriva, da entrambi questi aspetti della speranza.
Il potere della speranza
La filosofia buddista adottata dai membri della SGI - nello specifico, quella del riformatore buddista del XIII secolo Nichiren (1222-82) - stimola le persone a vivere con quel senso di determinazione che si può formulare come impegno a realizzare un voto, una promessa profondamente sentita. Tale filosofia incoraggia le persone a considerare l'ambiente circostante come l'arena in cui realizzare la propria missione nella vita, anche quando si trovano assediate da grandi difficoltà, e ad aspirare a realizzare storie personali che diventeranno fonte di speranza duratura.
Questo è il modo di vivere, il modo di intendere la vita che Nichiren insegnava ai suoi seguaci. Anche nel contesto delle strutture politiche e sociali del Giappone feudale, egli proclamò ad alta voce la libertà spirituale in quanto diritto inviolabile, asserendo: «Anche se, poiché sono nato nel dominio del governante, sembra che io lo segua nelle azioni, non lo seguirò mai nel mio cuore».12
A quel tempo il Giappone era tormentato da una serie di disastri naturali - tra cui terremoti e tifoni, carestie ed epidemie - che inflissero immense sofferenze alla popolazione e portarono a grandi perdite in termini di vite umane. Nichiren, determinato ad alleviare quell'angoscia, ammonì più volte le autorità del potere militare esortandole a correggere il loro modo di pensare e di governare.
Come conseguenza della sua ferma opposizione ai potenti, Nichiren incorse in agguati armati, fu condannato a morte ed esiliato due volte. Tuttavia, come dimostra con le parole «nemmeno una volta ho pensato di ritirarmi»,13 rimase imperturbabile di fronte a queste persecuzioni e perseverò nei suoi sforzi di alleviare la sofferenza della gente.
All'epoca di Nichiren, tra le numerose persone sull'orlo della disperazione la cui vita era stata distrutta dalle calamità che devastavano il paese, stavano guadagnando consenso tre principali visioni dell'esistenza umana, che spingevano alla fuga dalla realtà o alla sua negazione, e alla sottomissione passiva al destino. Nichiren condannava simili modi di pensare e offriva il suo incoraggiamento sincero alle persone sofferenti, dichiarando: «È come chi cade al suolo, che si rialza appoggiandosi al suolo stesso».14 Cercava così di risvegliare ogni persona al proprio potere innato, che l'avrebbe messa in grado di superare anche la situazione più tragica.
La prima di queste scuole di pensiero promuoveva un approccio di evasione dalla realtà che portava le persone a credere di poter ottenere la felicità in qualche regno remoto distaccato dalle aspre difficoltà della loro esistenza concreta. Nichiren respingeva con energia questa idea, sottolineando che il luogo in cui ci troviamo in questo preciso momento è quello in cui affrontiamo la realtà e trasformiamo la nostra vita: «Non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta soltanto nella bontà o malvagità della nostra mente».15
La disponibilità ad affrontare le difficoltà fa sgorgare negli esseri umani il potere di trasformare persino un luogo di tragedia in un palcoscenico dove realizzare la propria missione. Nichiren incoraggiava i suoi discepoli a vivere sfidando direttamente i problemi, restituendo così, grazie al loro esempio, la speranza a coloro si trovavano in situazioni analoghe.
La seconda scuola di pensiero che Nichiren criticava spingeva le persone a negare la realtà, generando in loro un atteggiamento di distacco che le portava a rinchiudersi in un mondo privato e a isolarsi dalle terribili tragedie quotidiane. È vero che in alcune scritture buddiste possiamo trovare insegnamenti in cui Shakyamuni (560-480 a.C.) esponeva vie per distaccarsi dagli attaccamenti mondani che provocano sofferenza e illusione; tuttavia tali scritture erano utilizzate come "espedienti" per sollevare temporaneamente dal dolore chi si trovava immerso nell'infelicità. Secondo Nichiren erano insegnamenti provvisori che non rappresentavano pienamente l'intento di Shakyamuni; quando spiegava il passo del capitolo del Sutra del Loto sul Bodhisattva Re della Medicina che dice: «Questo sutra può liberare gli esseri viventi dalle sofferenze e dai tormenti»,16suggeriva di interpretare la parola «liberare» come «percepire la vera natura di».17 Allontanare il pensiero dai problemi presenti come se non esistessero non fa che rimandare l'inevitabile compito di affrontarli in un altro momento nel futuro, facendoli inasprire e peggiorare. Al contrario, Nichiren consigliava uno stile di vita in cui si affrontano le realtà dolorose, se ne identificano le cause e si cerca il modo di risolverle. Credeva che grazie a questo processo le persone potessero creare una società in cui si potesse godere di una pace e di una felicità anche maggiori di prima dell'insorgere della tragedia.
La terza scuola di pensiero che Nichiren criticava aspramente era quella che incoraggiava le persone a sottomettersi passivamente alla realtà, inducendole ad accettare come immutabili condizioni intollerabili. Nel condannare questo approccio, egli sosteneva che gli esseri umani sono capaci di raccogliere una forza interiore direttamente proporzionale alla confusione e alla difficoltà che affrontano. Spiegò questa sua convinzione usando l'analogia dei fiori di loto che sbocciano nello stagno melmoso: proprio come i fiori di loto escono incontaminati dal fango, gli esseri umani hanno il potere di liberare il loro potenziale in precedenza non sfruttato anche se si trovano immersi nelle difficoltà della vita quotidiana. Confrontandoci con una realtà costellata di ostacoli e confusione, in lotta con un problema dopo l'altro, possiamo trasformare ognuna di queste difficoltà in un nutrimento che rafforza e rivitalizza la nostra esistenza. Nichiren cercò di ispirare i suoi seguaci a condurre uno stile di vita splendente come un sole di speranza e a realizzare un cambiamento significativo nella società.
Nel mondo odierno la gente tende a distogliere lo sguardo dalle questioni più pressanti, e questo atteggiamento diventa tanto più marcato quanto più seri sono i problemi. Anche tra coloro che sono consapevoli, ad esempio, della minaccia rappresentata dalle armi nucleari o dai rischi della distruzione ambientale, molti sono inclini ad arrendersi senza tentare di opporsi, convinti che i loro sforzi sarebbero inutili. Spezzare le catene della negatività, dell'impotenza e dell'apatia richiede più di ogni altra cosa un profondo senso di missione e di impegno basati su un voto personale. Il presidente Mandela sostenne questa idea per tutta la vita, e nella sua autobiografia espresse il suo sincero richiamo: «Credo che le persone non siano capaci di non agire, di non parlare, di non reagire all'ingiustizia, di non protestare contro l'oppressione, di non impegnarsi a creare una buona società e una buona vita secondo il loro punto di vista».18 Lo stesso sentimento è chiaro nelle parole di Wangari Maathai, la fondatrice del Green Belt Movement (movimento della cintura verde), che esprimono la promessa che ha guidato costantemente le sue azioni: «Siamo chiamati ad assistere la Terra per guarirne le ferite».19
Il riferimento ai fiori di loto nell'acqua fangosa in origine fu usato nel Sutra del Loto per descrivere l'apparizione dei Bodhisattva della Terra, che giurarono a Shakyamuni di utilizzare la propria vita per il bene delle persone immerse nella disperazione e di essere pronti a nascere in epoche di confusione e agitazione sociale per onorare tale impegno.
Vivere dedicandosi alla realizzazione di una promessa o di un voto è radicalmente diverso dall'attendere passivamente che altri prendano l'iniziativa o dallo sperare lamentosamente in un cambiamento. Non si tratta di quel tipo di promessa che viene abbandonata quando le condizioni rendono difficile onorarla, ma è piuttosto un'impresa che portiamo a compimento con tutto il nostro essere, perseguendola contro ogni avversità e tribolazione a prescindere dal tempo necessario per realizzarla, a riprova che stiamo conducendo un'esistenza significativa.
I membri della SGI aspirano a vivere la propria esistenza come Bodhisattva della Terra, e cioè a condurre una vita dedicata al compimento di un voto, qualcosa che Nichiren identificava come un aspetto essenziale della pratica buddista. Impegnarsi per realizzare il proprio voto personale permette di rendersi conto della propria forza interiore, creando valore positivo anche nelle circostanze più impegnative. Questo modo di vivere significa anche stare al fianco delle persone che soffrono cercando di costruire la felicità per sé e per gli altri, sostenendosi e incoraggiandosi a vicenda.
Su un piano sociale la SGI, in quanto rappresentante della società civile, ha costantemente sostenuto le Nazioni Unite e le sue varie attività indirizzate ai problemi globali, che sono causa di pressante preoccupazione. Nel dicembre del 1989, durante una riunione con i sottosegretari delle Nazioni Unite Rafiuddin Ahmed e Jan Mårtenson, ho espresso la determinazione che motiva il nostro impegno nel sostenere l'organizzazione mondiale con queste parole: «La filosofia buddista che insegna la pace, l'uguaglianza e la compassione è aderente allo spirito delle Nazioni Unite. Di conseguenza, sostenere le Nazioni Unite è per noi inevitabile, altrimenti tradiremmo la nostra missione di praticanti buddisti».20
Visioni e obiettivi così ampi non possono necessariamente essere realizzati nell'arco della vita di una persona. Tuttavia, come testimoniano gli esempi di Nelson Mandela e di Wangari Maathai, chi ha vissuto con un senso di missione e di voto nel profondo del suo essere può continuare a ispirare gli altri anche dopo la morte, perché la sua esistenza risplenderà come un esempio eterno per coloro che seguiranno le sue orme. Sulla base dello stesso principio Nichiren esortava i suoi discepoli a trionfare sulle avversità della vita dichiarando: «Potrebbe forse esserci una storia più splendida della vostra, che sarà raccontata dalle generazioni future?».21
Il potere della speranza, che è a disposizione di qualunque persona in qualunque circostanza e che può ispirare le generazioni future, deve costituire la base dell'impegno a creare valore, e ritengo che possa fornire sicuramente una piattaforma su cui unire le forze per affrontare le minacce e i problemi seri che l'umanità ha davanti a sé. E credo che diventerà un ponte verso la creazione di una società dove tutte le persone possano godere di pace e coesistenza armoniosa.
Malala Yousafzai
Malala Yousafzai è nata il 12 luglio 1997 a Mingora in Pakistan. Da bambina è diventata sostenitrice dell'istruzione femminile di fronte alla soppressione dei diritti delle donne da parte dei talebani. Questo ha causato il pronunciamento di una minaccia di morte talebana contro di lei e il 9 ottobre 2012 un cecchino ha tentato di assassinarla mentre tornava a casa da scuola. Il 12 luglio 2013, nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Malala ha parlato all'Assemblea dei giovani delle Nazioni Unite e li ha esortati: «Prendiamo i libri e le penne. Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione». Nello stesso anno ha ottenuto la candidatura al premio Nobel per la pace.
CREAZIONE DI VALORE DI PERSONE CHE LAVORANO INSIEME PER RISOLVERE I PROBLEMI
Il secondo aspetto della creazione di valore che desidero considerare è come essa porti le persone a unirsi per risolvere i problemi. Nel recente progredire della ricerca sulla natura della resilienza, è diventata più chiara l'importanza di un certo numero di fattori. Zolli e Healy ad esempio descrivono così le loro conclusioni: «Le comunità resilienti spesso si sono basate [...] su reti informali, radicate in una profonda fiducia, per affrontare e sanare il disordine. Gli sforzi intrapresi per imporre la resilienza dall'alto spesso falliscono, ma quando quegli stessi sforzi sono parte integrante delle relazioni che mediano la vita quotidiana delle persone, la resilienza può fiorire».22
La difficoltà comunque è la costante erosione del capitale sociale, il tessuto intrecciato delle relazioni umane, perché è questo tessuto che costituisce il luogo necessario per sviluppare reti di rapporti radicati nella fiducia profonda che media l'esistenza quotidiana delle persone. Esso svolge la funzione cruciale di "cuscinetto", senza il quale gli individui risultano direttamente esposti all'impatto delle varie minacce e sfide che la società nel suo insieme si trova ad affrontare. Se manca questo capitale sociale, le persone sono costrette ad affrontare quelle stesse minacce in una condizione di isolamento, che si tratti di un allontanamento dovuto alla disperazione o alla ferrea determinazione di dare priorità al benessere personale.
Il filosofo dell'economia Serge Latouche ha invocato la creazione di una società più umana (una "società decente"), che aiuti a ristabilire la dignità di chi è stato lasciato indietro dalla spietata competizione economica, e a tale scopo sottolinea l'importanza di un'etica di convivialità, il semplice godimento della compagnia altrui.23
Gli insegnamenti buddisti contengono una frase in cui questo concetto trova riscontro: «"Gioia" significa che se stessi e gli altri insieme provano gioia».24 La visione che dobbiamo porre al centro della società contemporanea è quella in cui, grazie alla condivisione della gioia, possiamo creare un mondo caratterizzato più per la luce calda della dignità che per il freddo bagliore della ricchezza, un mondo di empatia contraddistinto dal deciso rifiuto di abbandonare coloro che patiscono le sofferenze più profonde.
Realizzare questo cambiamento di base nella società potrebbe essere difficile in ogni circostanza, e può sembrarci praticamente impossibile se consideriamo l'evidenza di legami sempre più superficiali tra le persone a tutti i livelli. Per superare questa visione pessimistica ritengo che dobbiamo riaffermare la nostra fiducia nella vera natura della società umana, e forse nessuno ha espresso questo concetto in maniera più appropriata di Martin Luther King (1929-68) quando lottava per la dignità degli esseri umani: «Siamo tutti presi in una rete ineludibile di mutualità, legati in un singolo indumento del destino. [...] Siamo fatti per vivere insieme».25
Il concetto buddista di "origine dipendente" fa eco a questo richiamo di King. Per quanto possano apparire tenui le nostre relazioni in superficie, ciò non cambia il fatto che il mondo sia intessuto dei profondi legami e collegamenti di un'esistenza con l'altra. È ciò che rende sempre possibile, per noi, compiere quell'azione in grado di generare onde di effetti positivi nell'insieme delle nostre connessioni.
La scrittrice Rebecca Solnit, che si è recata sui luoghi dei disastri in tutto il mondo, dichiara che «le costellazioni di solidarietà, altruismo e inventiva si trovano all'interno di molti di noi e riappaiono in questi momenti. Le persone sanno cosa fare di fronte a un disastro».26 La domanda chiave allora diventa: come possiamo aiutare e incoraggiare le persone a far emergere, dall'interno dei processi della normale vita quotidiana, queste capacità che, a eccezione di quei periodi di crisi, rimangono di solito nascoste?
Nell'aprile del 2012 Rebecca Solnit fu intervistata dal Seikyo Shimbun, il giornale della Soka Gakkai in Giappone. Secondo la sua opinione le condizioni che spingono con maggiore probabilità le persone a impegnarsi in attività di mutuo soccorso di fronte al disastro sono «sentirsi parte di una comunità, sentire di avere una voce, una rappresentanza, di poter partecipare».27
Queste condizioni sono nello stesso tempo cruciali per richiamare - sia in tempi di crisi che in assenza di essa - quell'aspetto di umanità a cui King si riferiva dicendo che siamo fatti per vivere insieme. E sono le condizioni per creare una sempre maggiore solidarietà nell'agire verso la risoluzione dei problemi.
A tale proposito mi torna in mente uno scambio di battute tra il secondo Segretario Generale delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjöld (1905-61), e un suo amico di vecchia data, il romanziere americano John Steinbeck (1902-68). Quando durante una cena Steinbeck gli chiese cosa potesse fare per sostenere lui e le Nazioni Unite, Hammarskjöld rispose: «Siediti per terra e parla con le persone. È la cosa più importante».28
Per me tali parole incarnano lo spirito di quest'uomo coraggioso, che ha lavorato incessantemente per la risoluzione di conflitti in tutto il mondo senza farsi scoraggiare dalle difficoltà, e che continua a essere rispettato in qualità di coscienza delle Nazioni Unite. Furono pronunciate qualche settimana prima che Hammarskjöld partisse per negoziare una tregua in Congo, viaggio che si concluse con l'incidente aereo che gli costò la vita.
Queste semplici parole trasmettono la sua convinzione che pur quando si ha a che fare con problemi che le Nazioni Unite o l'umanità nel suo complesso devono fronteggiare, anche il viaggio più lungo inizia con un singolo passo, che è quello di intavolare una conversazione schietta con le persone nel nostro ambiente circostante - il luogo in cui abbiamo calato l'ancora della nostra vita - e di intraprendere con loro un'azione concertata. Ciò mette in luce il ruolo inestimabile che svolge il dialogo nel rendere ogni individuo capace di sentirsi parte di una comunità. Allo stesso tempo non serve essere rigidi o sovraccaricare di aspettative l'atto di dialogare, con l'idea ad esempio che, una volta iniziato, non possa terminare se non quando si sia raggiunta una risoluzione definitiva. Come suggerisce il tono caldo delle parole di Hammarskjöld, il significato del dialogo si trova nel suo svolgersi, nella condivisione dei pensieri e nel godimento della compagnia reciproca.
Da parte mia considero i molti scambi che ho condiviso con altre persone - conversazioni grazie alle quali siamo arrivati a conoscerci profondamente - come una fonte di gioia senza confronti. Per tutti noi allargare la cerchia del dialogo all'interno della nostra comunità significa espandere lo spazio di conforto e sicurezza, l'ambito nel quale sappiamo di essere accettati e di avere un posto. Inoltre il dialogo ha il potere di aiutare le persone a superare le barriere, le rende capaci di riunirsi intorno a preoccupazioni comuni. La gioia di scoprire attraverso il dialogo che ci sono altre persone che fanno propria la nostra stessa aspirazione alimenta spontaneamente la solidarietà nella risoluzione di quei problemi. Le possibilità davvero illimitate di ogni individuo possono manifestarsi pienamente solo grazie alla nostra connessione e ai nostri sforzi di collaborazione. Questa solidarietà, sviluppata attraverso il dialogo, rende possibile il tipo di scambio aperto grazie al quale possiamo individuare i mezzi per uscire dai vicoli ciechi che inevitabilmente incontriamo. In questo modo siamo in grado di celebrare ogni apparentemente piccola vittoria mentre continuiamo a procedere verso il nostro obiettivo.
Quanto all'altra condizione che Rebecca Solnit menziona - la consapevolezza di avere un ruolo attivo da svolgere in una comunità - niente è più importante di lavorare con altre persone per superare la sofferenza comune.
Al momento presente sono impegnato in un dialogo con il professor Ernst Ulrich von Weizsäcker, ambientalista e copresidente del Club di Roma. Tra gli argomenti che abbiamo esaminato c'è l'idea dell'"impegno automotivato" (Eigenarbeit), che egli definisce come l'insieme di azioni spontanee intraprese per il bene di chi si trova nel nostro ambiente più vicino o per le future generazioni. L'importanza di questo concetto sta nel fatto che non indica semplicemente l'adoperarsi per altri ma include l'idea di formare e creare un io migliore, aprendo la possibilità di un circolo virtuoso.
La dignità umana non risplende isolata ma acquista pieno fulgore grazie ai nostri sforzi di gettare un ponte che colleghi le rive opposte dell'io e dell'altro. Negli insegnamenti del Buddismo troviamo queste parole: «Se si accende un fuoco per gli altri, si illuminerà anche la propria strada».29 Le azioni intraprese per illuminare la dignità degli altri inevitabilmente generano la luce che rivela i nostri aspetti più nobili. Per quanto sia difficile la nostra situazione o profonda la nostra angoscia, conserviamo sempre la capacità di accendere la fiamma dell'incoraggiamento: questa luce disperde non solo l'oscurità della sofferenza altrui, ma anche quella che avvolge il nostro cuore. Questo è un messaggio essenziale del Buddismo.
Sono sicuro che le attività delle comunità, le imprese dei volontari e delle ONG, come anche le semplici azioni di chi soffre in prima persona dirette verso altri in situazione di bisogno, possono tutte generare una spirale crescente di gioia. Insieme al tipo di dialogo menzionato in precedenza, questi sforzi possono portarci verso la creazione di una società in cui la dignità di tutte le persone sia pienamente realizzata. Come ha sottolineato Helen Clark, amministratrice del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP): «Che grande differenza ci sarebbe se tutti i sette miliardi di persone nel mondo lavorassero insieme per trovare delle soluzioni ai nostri problemi comuni!».30
La base per fare una differenza davvero significativa nell'impegno per risolvere i problemi che le nostre comunità e l'intera umanità hanno di fronte va trovata nella solidarietà costruita sulla condivisione della gioia con gli altri. La sfida che abbiamo davanti è quella di trovare strade per creare un valore fondato su tale solidarietà.
Il Club di Roma
Il Club di Roma fu fondato nel 1968 da Aurelio Peccei, un industriale italiano, e da Alexander King, uno scienziato scozzese. È un'associazione di persone provenienti da vari settori che condividono la preoccupazione per il futuro dell'umanità e per il pianeta, interessate a contribuire in modo sistematico, interdisciplinare e olistico al miglioramento del mondo. Salì alla ribalta mondiale con la relazione del 1972, I limiti dello sviluppo, che esplorava l'interazione tra la crescita esponenziale dello sviluppo e la finitezza delle risorse, e ha continuato a pubblicare relazioni approfondite anche negli anni successivi. Del Club di Roma possono far parte fino a cento membri a pieno titolo, che rappresentano attualmente più di trenta nazioni in cinque continenti.
CREAZIONE DI VALORE CHE FA EMERGERE LA PARTE MIGLIORE DI OGNUNO
L'ultimo aspetto che desidero esaminare è la creazione di valore che richiama e risveglia la parte migliore in ognuno di noi. Quest'anno ricorre il centesimo anniversario dello scoppio della prima guerra mondiale, un evento che, tra le altre cose, segnò l'inizio di una profonda trasformazione della natura del conflitto bellico soprattutto per l'aumento crescente di attacchi indiscriminati alla popolazione civile, grazie alla potenza della produzione industriale che consentiva di sferrare offensive su grandi distanze, a prescindere dai limiti geografici. La distinzione tra la vera linea di combattimento e il "fronte interno" ne risultava attenuata, e gli attacchi contro la popolazione civile assunsero la forma di bombardamenti aerei delle città e di guerra sottomarina senza confini.
Nello stesso tempo venivano impiegati strumenti sempre più spietati per infliggere danni al nemico. Vista l'enorme portata della guerra e l'imperativo prioritario di riportare la vittoria nelle singole battaglie nel modo più rapido ed efficiente, i combattenti iniziarono a usare gas velenosi e altre armi particolarmente crudeli e inumane.
Queste strategie furono l'inevitabile risultato dell'idea di guerra totale, in cui tutto il peso delle risorse umane e materiali di una nazione viene impiegato per sopraffare il nemico. Il risultato fu che la prima guerra mondiale vide numerosi morti tra i civili, come anche massicce perdite militari. Questa tendenza si accentuò ulteriormente nella seconda guerra mondiale, in cui furono stimati trentaquattro milioni di morti tra i civili rispetto ai diciassette milioni di vittime tra i soldati.31
A partire dalla prima guerra mondiale, quindi, il conflitto è diventato sempre più indiscriminato. La massima manifestazione di questa tendenza sono le armi nucleari, che incarnano la disposizione a sterminare l'intera popolazione nemica. Altro simbolo di questa tendenza sono gli aeromobili senza pilota, o droni. Questa nuova categoria di armi, la forma più altamente evoluta di attacco militare a grande distanza, è diventata il centro del dibattito all'interno della comunità internazionale.
Gli attacchi per mezzo di droni - attacchi pilotati da remoto per eliminare membri di organizzazioni terroristiche, gruppi armati o elementi considerati comunque una minaccia - sono una forma di esecuzione condotta al di fuori dell'ambito di una normale procedura giudiziaria, in cui all'accusato non è lasciata la possibilità di contrapporre una difesa legale. Sono un presupposto all'inevitabilità del "danno collaterale", un termine asettico per indicare la morte di civili innocenti che hanno la sfortuna di trovarsi nell'area presa a bersaglio. Queste caratteristiche hanno suscitato una preoccupazione crescente, e l'anno scorso è stata condotta, su richiesta del Consiglio dei Diritti Umani (HRC) delle Nazioni Unite, una speciale indagine proprio sugli attacchi per mezzo di droni.
Sia le armi nucleari che i droni hanno in comune il disprezzo per lo spirito delle norme umanitarie e dei diritti umani. A livello più profondo, entrambi sono radicati nell'atteggiamento "eliminazionista" di chi considera inaccettabile consentire a coloro che sono stati giudicati nemici di continuare a vivere e userà ogni mezzo e infliggerà qualunque forma di morte o distruzione per raggiungere il suo scopo.
Che tipo di impatto provoca sullo spirito umano una biforcazione tanto radicale tra bene e male? La filosofa morale Sissela Bok analizza un saggio del poeta Stephen Spender (1909-95) sulla sua esperienza nella guerra civile spagnola. In questo saggio Spender scrive: «Quando vedevo fotografie di bambini trucidati dai fascisti provavo una furiosa compassione. Quando i sostenitori di Franco parlavano di atrocità rosse, provavo semplicemente indignazione per il fatto che la gente dovesse raccontare bugie di quel genere. [...] Gradualmente ho acquisito orrore per il modo in cui la mia stessa mente lavorava. Mi fu chiaro che se non fossi riuscito a interessarmi con imparzialità di tutti i bambini uccisi, in realtà non mi sarei mai potuto interessare di nessuno di loro».32
In altre parole, secondo Bok, «la sua percezione era stata distorta dall'intensità della sua preoccupazione per le vite in pericolo di coloro che si trovavano dalla sua parte del conflitto, e dal suo orrore e dalla sua diffidenza verso le tattiche fasciste. Aveva perso qualunque preoccupazione per i figli della fazione fascista ed era arrivato a considerare ogni riferimento alla loro sofferenza alla stregua di pura propaganda».33
L'idea che la propria fazione avesse il monopolio del bene e che gli oppositori fossero la vera incarnazione del male fu il fulcro dello scontro ideologico che divise il mondo durante tutta la guerra fredda, e dopo oltre due decenni dalla fine di quel conflitto continua ancora a persistere sotto varie forme. Lo vediamo ad esempio nelle dichiarazioni secondo cui coloro che praticano una particolare religione rappresentano un pericolo che assume le sembianze della minaccia del terrorismo, o nell'accettazione di discorsi e atti criminali dettati dall'odio e diretti verso una particolare etnia o cultura a causa di timori di instabilità sociale, o nella tendenza a limitare la libertà della popolazione e ad anteporre la sorveglianza ai diritti umani in nome della sicurezza nazionale.
Pur riconoscendo la legittimità delle preoccupazioni riguardanti il terrorismo, l'instabilità sociale o la sicurezza nazionale, finché il nostro impegno a farvi fronte avrà radice in una visione del mondo che suddivide la popolazione nelle categorie rigide di bene e male, l'inevitabile risultato sarà quello di alimentare ulteriormente le fiamme della paura e della diffidenza, con il conseguente inasprirsi delle divisioni all'interno della società.
Troppo spesso chi è convinto della propria bontà finisce per manifestare quelle stesse caratteristiche - disprezzo per l'umanità e i diritti umani, ad esempio - che trova così ripugnanti in coloro che etichetta come malvagi.
Ancora una volta dobbiamo imparare da Nelson Mandela, dalle parole che rivolse al mondo nel momento in cui diventò presidente: «Ci impegniamo a liberare tutta la nostra gente dalla persistente schiavitù dovuta alla miseria, alla privazione, alla sofferenza, al genere e ad altre forme di discriminazione. Mai, mai e poi mai dovrà ripetersi che questa bella terra sperimenti l'oppressione di una fazione sull'altra».34
L'impegno per affrontare la minaccia del terrorismo, la sfida dell'instabilità sociale e le legittime preoccupazioni sulla sicurezza deve rimanere radicato nel principio secondo cui è inaccettabile qualunque forma di oppressione esercitata contro altre persone. Solo allora i nostri tentativi di riparare il tessuto sfilacciato della società produrranno i risultati desiderati.
Il principio buddista del "mutuo possesso dei dieci mondi" può suggerire un modo di pensare che va oltre la biforcazione radicale tra bene e male. Esso insegna che anche coloro che stanno sperimentando uno stato vitale positivo (bene) portano ancora dentro di sé il potenziale per un intento e un'azione malvagia, e ci ammonisce a stare in guardia contro le tendenze che ci influenzano in quella direzione. Allo stesso tempo insegna che anche lo stato vitale più distruttivo (male) non è una condizione fissa e immutabile; tutte le persone in qualsiasi momento possiedono la capacità di manifestare il bene grazie a un cambiamento fondamentale della loro determinazione interiore.
Nella letteratura buddista il primo caso viene illustrato dalla parabola del bramano che mendica l'occhio. In una vita passata Shariputra - uno dei dieci discepoli più importanti di Shakyamuni -, impegnato nelle pratiche del bodhisattva che consistevano nel mettersi altruisticamente al servizio dei bisogni degli altri, incontrò un bramano che gli chiese un occhio. Quando Shariputra assecondò quella richiesta estrema, il bramano non solo mancò di ringraziarlo, ma gettò l'occhio per terra e lo calpestò, dichiarando di essere disgustato dal suo odore. Inorridito, Shariputra decise che condurre alla salvezza persone come quel bramano sarebbe stato troppo per lui; di conseguenza abbandonò quella pratica dopo averla esercitata per molto tempo.
Il messaggio chiave di questa parabola non è la grande difficoltà di offrire il proprio occhio a un'altra persona, ma il fatto che Shariputra fu incapace di tollerare il rifiuto della propria offerta. Nel momento in cui vide il proprio occhio calpestato per terra, il centro di gravità della sua vita passò da un'altruistica preoccupazione per gli altri a una ricerca isolata della propria Illuminazione. Di conseguenza precipitò in una dolorosa oscurità di egoismo per un periodo di tempo incredibilmente lungo.
Nichiren cita questa storia innanzitutto per sottolineare la vulnerabilità di tutte le persone alle influenze negative. Poi, stimolando i suoi discepoli a formulare un «grande voto»,35 pone l'accento sulla necessità di rinnovare costantemente l'impegno a operare per la felicità degli altri come strumento per contrastare quella stessa vulnerabilità.
La trasformazione interiore vissuta dal re Ashoka, governante dell'antica India (304-232 a.C.), illustra la proposizione inversa: che il potenziale del bene esiste anche nel cuore di coloro che compiono azioni malvagie.
In qualità di regnante dell'impero Maurya, Ashoka dichiarò guerra allo Stato di Kalinga, e lo conquistò intorno al 261 a.C.. La guerra aveva lasciato dietro di sé centomila morti e centocinquantamila prigionieri, e i lamenti dei sopravvissuti riempivano l'aria alzandosi dalle rovine fumanti. Di fronte a questo spettacolo di sofferenza infernale, Ashoka provò i tormenti di un rimorso pungente, si pentì della propria crudeltà e giurò di non dichiarare più guerra. Nei decenni successivi del suo regno inviò messaggeri di pace nelle altre nazioni incoraggiando scambi culturali, e fece erigere in tutto il paese colonne di pietra che portavano incisi degli editti come l'ammonizione contro l'omicidio.
Nel corso di un dialogo che ho svolto con lo studioso indiano Neelakanta Radhakrishnan, noto per la sua ricerca sulla vita e le idee di Mahatma Gandhi, egli ha dichiarato: «Nel suo intimo Ashoka si trasformò da temuto tiranno a governante pacifico. Gandhi vedeva un Ashoka dentro ogni essere umano, quindi tutti sono capaci della stessa riforma interiore».36
Questo esempio tratto dalla storia, unito alla sua lotta incessante contro il male interiore, consentì a Gandhi di dichiarare la propria «fede eterna nella capacità reattiva della natura umana»37 e mantenere il suo impegno per la nonviolenza (ahimsa). Di conseguenza fu in grado non solo di proseguire il proprio cammino, ma di portare con sé i suoi oppositori.38
L'insegnamento del mutuo possesso dei dieci mondi ci incoraggia a evitare di etichettare gli altri come malvagi, condannandoli o rifiutandoli. Ci stimola al contrario a uno stile di vita in cui ci impegniamo a contrastare quei mali sociali di cui siamo in qualche modo tutti complici. Per fare questo è vitale non perdere mai di vista il nostro stesso potenziale malvagio, mentre ci impegniamo a tirare fuori il meglio dalla vita nostra e altrui.
Considerare nostro nemico un intero gruppo perché al suo interno alcune persone sono orientate alla violenza e all'intolleranza può solo peggiorare la situazione e accelerare la spirale dell'odio. Dobbiamo invece unirci superando le differenze per creare un'opposizione chiara e universale nei confronti di tutti gli atti di intolleranza o violenza. L'impegno della SGI per costruire una cultura di pace e una cultura dei diritti umani - obiettivi promossi dalle Nazioni Unite - deriva dalla convinzione che esse possono contribuire ad alimentare questo tipo di società umana.
In qualità di uno degli eredi del pensiero di Gandhi e di leader nella lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, Martin Luther King sottolineò che i tre principali ostacoli all'ottenimento della libertà non erano gli attacchi diretti degli intolleranti, bensì le persone «più devote all'ordine che alla giustizia», «il terribile silenzio delle persone buone» e «l'indolenza dei compiacenti».39
Il vero significato di una cultura dei diritti umani non si esaurisce nel mettere in guardia contro gli atteggiamenti che hanno l'effetto di promuovere mali sociali, ma risiede nella creazione di una società in cui ognuno di noi abbia il potere di far scaturire la propria innata bontà e di impegnarsi attivamente per proteggere i diritti di tutti. Insieme possiamo lavorare per promuovere e rafforzare il godimento dei diritti umani in tutta la società.
Il Consiglio dei diritti umani ha determinato che la terza fase (2015-19) del Programma mondiale per l'educazione ai diritti umani sarà focalizzata sui professionisti dei media e sui giornalisti. L'attenzione si concentrerà sull'educazione e sulla formazione in termini di uguaglianza e non discriminazione, nell'ottica della lotta contro gli stereotipi e la violenza, nonché sulla promozione del rispetto per la diversità. La SGI ha costantemente sostenuto il Programma mondiale sin dai suoi inizi nel 2005; continueremo a sostenerne l'impegno, lavorando con i principali enti delle Nazioni Unite e le altre ONG. E procederemo ulteriormente nella sfida per la creazione di quel valore che cerca di far emergere la parte migliore di ognuno di noi.
La guerra civile spagnola
La guerra civile spagnola (1936-39) fu una rivolta militare contro il governo repubblicano da parte di una fazione ribelle che si definiva nazionalista, costituita principalmente da proprietari terrieri e uomini d'affari, e sostenuta dall'Italia fascista e dalla Germania nazista. I repubblicani, che erano fedeli alla costituita Repubblica di Spagna, comprendevano lavoratori urbani, braccianti agricoli e la classe media istruita, ed erano sostenuti dall'Unione Sovietica e dalle Brigate Internazionali, che attirarono molti giovani idealisti dal resto d'Europa e dall'America. Fu per molti aspetti un segnale e un preludio delle forze che si sarebbero scontrate nella seconda guerra mondiale. La guerra fu vinta dai nazionalisti e il loro leader, Francisco Franco (1892-1975), governò la Spagna per i trentasei anni successivi.
EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA GLOBALE
Ora vorrei offrire alcune proposte incentrate su tre aree chiave, fondamentali per realizzare una società globale sostenibile in cui risplenda la dignità di ogni singola persona.
La prima riguarda l'educazione, con particolare attenzione ai giovani. Ho parlato in precedenza della sfida della creazione di valore da parte della gente e per la gente riferendomi alla visione del futuro dello storico Arnold Toynbee: «È possibile imprimere alla storia, attraverso i nostri sforzi e in relazione alla nostra situazione personale, una svolta nuova e senza precedenti». L'istruzione è la fonte principale dell'empowerment che permette alle persone di intraprendere tale sfida.
Quando incontrai Nelson Mandela a Tokyo, nell'ottobre del 1990, ci concentrammo sull'educazione e lo sviluppo dei giovani, considerandoli gli elementi centrali per l'avvio di una nuova era. Il presidente Mandela, che era uscito di prigione nel febbraio di quell'anno, credeva che il nuovo Sud Africa si sarebbe dovuto costruire proprio sull'educazione. Io espressi un forte consenso in merito, notando che l'educazione è una spinta essenziale per lo sviluppo nazionale, e il suo impatto positivo si protrae per secoli. Ritengo che attraverso quello scambio entrambi abbiamo approfondito la nostra convinzione secondo cui l'educazione è la fonte della luce che permette alla dignità delle persone di risplendere.
Nell'educazione risiede la chiave del futuro non di una singola nazione bensì di tutta l'umanità. Il presidente Mandela riuscì a sopportare più di ventisette anni di prigionia perché continuò a istruirsi, alimentando il grande sogno di sanare il conflitto per realizzare una società in cui regnassero pace e coesistenza per tutti. Dalla prigione scrisse: «Queste strette mura rinchiudono solo il mio corpo. Nella mia prospettiva rimango comunque cosmopolita; nei miei pensieri sono libero come un falco. L'àncora di tutti i miei sogni è la saggezza collettiva dell'umanità nel suo insieme».40
In carcere lesse le tragedie greche per trovare l'ispirazione e la forza interiore necessarie ad avanzare nelle avversità, e trasformando la prigione di Robben Island in una "università", insieme ai compagni si impegnò costantemente per sviluppare la capacità di tradurre in realtà i propri ideali.
Il mondo di oggi ha bisogno di un sistema educativo sostenuto da una speranza indomabile e dallo spirito di apprendere dalla saggezza collettiva dell'umanità, un tipo di educazione che riesca a sviluppare la capacità di creare valore. Ciò vale soprattutto per le vittime di minacce di varia natura, per coloro che si impegnano a rendere il mondo un luogo migliore e per gli appartenenti alla generazione più giovane, da cui dipende il futuro.
L'anno scorso a settembre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha organizzato un evento speciale rivolto al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG), presentando un piano per le azioni di sviluppo post-2015. A settembre di quest'anno avrà inizio un processo di negoziazioni intergovernative, e un summit programmato per settembre 2015 adotterà una nuova serie di obiettivi di sviluppo globale, definiti Obiettivi per uno sviluppo sostenibile (SDG).
Nelle ultime Proposte ho suggerito che vengano inseriti negli SDG anche obiettivi legati alla transizione verso una società "a spreco zero", alla prevenzione e attenuazione dei disastri, ai diritti umani, alla sicurezza umana e al disarmo. Ora insisto affinché tra quegli obiettivi vengano compresi quelli legati all'educazione: nello specifico, garantire l'accesso universale all'istruzione primaria e secondaria, eliminare la discriminazione di genere a tutti i livelli e promuovere l'educazione alla cittadinanza globale.
Per avviare l'azione legata al terzo di questi obiettivi vorrei sollecitare il lancio di un nuovo programma di educazione alla cittadinanza globale frutto di una collaborazione tra le Nazioni Unite e la società civile, che prolungherebbe la funzione svolta fin qui dal Decennio di educazione allo sviluppo sostenibile (DESD) che si conclude quest'anno.
Ho costantemente sottolineato l'importanza dell'educazione alla cittadinanza globale nei dialoghi che ho portato avanti con leader ed esperti di tutto il mondo, a cominciare dalle mie conversazioni con Arnold Toynbee più di quarant'anni fa. Similmente, nella mia Proposta di pace del 1987 ho invitato all'impegno per la promozione dell'educazione alla cittadinanza globale incentrata sui valori universali, con un accento sulle quattro aree chiave di ambiente, sviluppo, pace e diritti umani. Questa proposta era basata sulla convinzione che l'apprendimento è indispensabile nella ricerca di soluzioni ai problemi globali.
Questa convinzione profondamente sentita è alla base degli sforzi compiuti dalla SGI per far crescere la consapevolezza delle persone: esempio di tale impegno è la mostra Armi nucleari: una minaccia al nostro mondo, tenutasi per la prima volta nella sede delle Nazioni Unite nel 1982 e in seguito in varie città del mondo a sostegno della Campagna mondiale per il disarmo. Come organizzazione della società civile, la SGI ha continuato a impegnarsi nell'educazione pubblica a livello di base grazie a mostre come Guerra e pace (1989), Verso un secolo di umanità: diritti umani nel mondo contemporaneo (1993) e Costruire una cultura di pace per i bambini del mondo (2003), esposte in varie città del mondo a sostegno del Decennio delle Nazioni Unite per l'educazione ai diritti umani (1995-2004) e dell'impegno delle Nazioni Unite nella promozione di una cultura di pace iniziato nel 2000.
Operando con altre organizzazioni non governative, la SGI è stata una delle prime sostenitrici del DESD e ha insistito affinché si portasse a compimento una struttura internazionale per l'educazione ai diritti umani continuando a lavorare per promuovere il DESD e il Programma mondiale per l'educazione ai diritti umani sin dal loro lancio nel 2005. Inoltre, la SGI ha fornito supporto al processo di stesura della Carta della Terra, un documento che chiarisce i principi e i valori per un futuro sostenibile, e per molti anni ha lavorato per contribuire a trasmetterne lo spirito nei cuori e nelle menti della popolazione mondiale.
Nel giugno del 2012 la SGI e alcune ONG con cui ha sviluppato relazioni di collaborazione negli ultimi trent'anni hanno co-sponsorizzato la tavola rotonda interdisciplinare "Il futuro che creiamo", un evento ufficiale collaterale alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (Rio+20) che si è svolta a Rio de Janeiro, in Brasile. Una successiva tavola rotonda è prevista il mese prossimo [febbraio 2014] a New York sul tema della cittadinanza globale e del futuro delle Nazioni Unite.
Grazie alla tavola rotonda di Rio è risultata chiara l'importanza di un processo educativo che non si concluda soltanto con una comprensione dei problemi, ma che funga da catalizzatore per mettere in grado gli individui di percepire il proprio potenziale illimitato e di esercitare una leadership per il cambiamento. Sulla base dell'esperienza e dei successi conseguiti all'interno del sistema delle Nazioni Unite, il prossimo passo deve essere l'analisi di un nuovo modello educativo il cui centro d'attenzione si allarghi dall'empowerment individuale a uno sforzo collettivo di creazione di valore.
Desidero suggerire tre elementi chiave come base per un programma educativo alla cittadinanza globale. Tale educazione dovrebbe:
- approfondire la comprensione delle sfide che l'umanità si trova ad affrontare, mettere le persone in grado di esplorarne le cause e infondere la speranza e la fiducia condivisa che tali problemi, avendo origine umana, possono trovare soluzioni umane;
- identificare nei fenomeni locali i primi segnali di problemi globali incombenti, sviluppare la sensibilità a segnali di questo tipo e mettere le persone in grado di intraprendere un'azione concertata;
- sviluppare un'immaginazione empatica e un'acuta consapevolezza del fatto che le azioni che portano profitto a un paese potrebbero comportare un impatto negativo o essere percepite come minaccia da altri paesi, trasformando tale consapevolezza nella promessa comune di non cercare la propria felicità e la propria prosperità a spese di altri.
Questa educazione onnicomprensiva alla cittadinanza globale dovrebbe essere integrata nei programmi di istruzione superiore e universitaria in ogni contesto nazionale, e anche la società civile dovrebbe promuoverla in quanto aspetto integrante dell'apprendimento permanente.
Nel 2012 il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha lanciato la Prima iniziativa di educazione globale identificando nello sviluppo della cittadinanza globale una delle tre aree prioritarie. Sono profondamente incoraggiato dall'impegno delle Nazioni Unite su questo problema.
Il contributo che l'educazione allo sviluppo sostenibile (ESD) può fornire all'educazione alla cittadinanza globale sarà parte degli argomenti centrali della Conferenza mondiale sull'ESD prevista per novembre a Nagoya, in Giappone, dove si discuteranno anche le azioni future legate a questa impresa. I risultati e i problemi identificati attraverso questi processi dovrebbero essere presi in considerazione nello sviluppo di un nuovo programma di educazione alla cittadinanza globale.
L'empowerment dei giovani verso un futuro sostenibile
Insieme all'educazione, un'altra area che a mio parere dovrebbe avere un ruolo centrale negli SDG è l'empowerment dei giovani.
I giovani costituiscono un quarto della popolazione mondiale.41 Sono la generazione che verrà maggiormente influenzata dagli SDG e allo stesso tempo quella che profonderà il maggiore impegno nel raggiungerli. I nuovi obiettivi dovrebbero quindi comprendere azioni tese a mettere i giovani in grado di intraprendere attività di creazione di valore per lo sviluppo di una società migliore.
Nello specifico, suggerisco che nella definizione degli SDG vengano presi in considerazione i seguenti obiettivi:
- che gli Stati si impegnino ad assicurare un lavoro decoroso per tutti;
- che i giovani siano in grado di partecipare attivamente alla risoluzione dei problemi che la società e il mondo si trovano ad affrontare;
- che si sviluppino scambi tra i giovani per alimentare legami di amicizia e solidarietà che oltrepassino i confini nazionali.
Secondo alcune stime, oggi nel mondo duecentodue milioni di persone sono disoccupate, mentre circa novecento milioni vivono sotto la soglia di povertà di due dollari al giorno.42 La situazione in cui versano i giovani è particolarmente grave: sono spesso esclusi dal lavoro per lunghi periodi di tempo e anche quando sono impiegati si trovano di fronte a stipendi bassi, condizioni di lavoro mediocri, contratti precari e discriminazioni di genere. Il perdurare di simili condizioni danneggerebbe seriamente la dignità di molti di loro, privandoli della speranza nel futuro e intaccando la loro volontà di vivere.
Per affrontare questa situazione l'Organizzazione internazionale del lavoro (International Labour Organization, ILO) sta incoraggiando i governi a promuovere azioni tese ad assicurare un lavoro dignitoso per tutti. Includendo questo obiettivo negli SDG si rafforzerebbe la spinta in questa direzione.
La partecipazione dei giovani al processo di risoluzione dei problemi che il mondo ha di fronte è assolutamente essenziale. Nella dichiarazione adottata al Summit giovanile globale che si è tenuto in Costarica nel settembre dell'anno scorso si è affermato che tale presa di coscienza è condivisa dai giovani di tutto il mondo.
Nella mia proposta alle Nazioni Unite del 2006 ho invitato all'impegno attivo dei giovani nella risoluzione dei problemi. Accolgo quindi positivamente la Piattaforma online delle Nazioni Unite per i giovani lanciata nell'agosto dell'anno scorso e ulteriori sviluppi di simili strumenti che diano eco alle voci dei giovani del mondo.
A oggi i programmi di scambio giovanile sono focalizzati principalmente sugli studenti; gli SDG dovrebbero comprendere un loro ampliamento, quale espressione dell'impegno della società internazionale ad assicurare un coinvolgimento più ampio delle giovani generazioni. Il significato degli scambi giovanili va al di là persino dell'approfondimento della comprensione reciproca; l'amicizia e i legami alimentati dagli scambi fungono da baluardo contro i tentativi di istigare psicologie collettive di odio e pregiudizio.
Accrescere il numero di persone, in particolare giovani, che sviluppino una consapevolezza in termini di cittadinanza globale e rifiutino così di cercare la felicità e la prosperità della propria nazione a spese di altre, contrasterà la dipendenza dal potere militare e la politica dell'esclusione. Tali individui possono svolgere un ruolo essenziale nella costruzione di una società pacifica e umana. L'amicizia coltivata trascorrendo del tempo insieme, faccia a faccia, è un tesoro ineguagliabile per l'umanità perché può far sorgere nel cuore delle giovani generazioni di ogni nazione un voto solenne contro la guerra, portando alla collaborazione per la risoluzione dei problemi globali.
Quest'anno in Giappone la Soka Gakkai ha lanciato la Soka Global Action, una campagna per stimolare un'azione condivisa dei giovani nell'affrontare i problemi della società attuale. Collaborando con altre ONG ed enti della società civile siamo determinati a dar vita a un ampio movimento che metta i giovani in grado di assumere la guida nell'affrontare i problemi urgenti che assillano il nostro mondo.
Il Summit giovanile globale
Il Summit giovanile globale BYND 2015, che ha avuto luogo a San José in Costarica dal 9 all'11 settembre 2013 organizzato dall'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni delle Nazioni Unite, ha fornito una piattaforma attraverso la quale i giovani di tutto il mondo hanno potuto raccogliere le segnalazioni da sottoporre alla discussione sulle azioni per lo sviluppo globale post-2015 delle Nazioni Unite. BYND sta per Broadband and Youth Networking Dialogues (Dialoghi in rete su giovani e banda larga), ma è anche l'abbreviazione della parola beyond (al di là).
In particolare i giovani hanno discusso sulla possibilità della tecnologia di guidare lo sviluppo socioeconomico e contribuire a costruire le tappe dello sviluppo sostenibile nell'era post-2015. Oltre ai settecento partecipanti, più di tremila giovani di tutto il mondo si sono connessi per contribuire via internet con le loro idee, usando una piattaforma esclusiva di crowdsourcing e altri canali legati ai social media.
La campagna Soka Global Action
Nel 2014 è stata lanciata la campagna denominata Soka Global Action, partita dai giovani della Soka Gakkai in Giappone. Comprende tre sfere di azione:
- l'impegno a creare una cultura di pace e a lavorare insieme ai giovani della SGI nel mondo per l'abolizione delle armi nucleari con un'attenzione particolare all'anno 2015, che segna il settantesimo anniversario del lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki;
- la promozione di sentimenti di benevolenza all'interno dell'Asia grazie a scambi culturali tra i giovani della Soka Gakkai e i giovani della Corea del Sud e della Cina;
- la collaborazione alla ricostruzione in seguito al terremoto del Tohoku del marzo 2011, con l'impegno a indirizzare l'energia dei giovani verso il sostegno delle persone colpite dal disastro.
COOPERAZIONE REGIONALE PER LA RESILIENZA
La seconda area chiave di cui desidero parlare riguarda la cooperazione internazionale per limitare i danni causati da fenomeni meteorologici estremi e da altri disastri. Secondo un rapporto dell'Organizzazione meteorologica mondiale pubblicato nel luglio dell'anno scorso, durante il primo decennio del XXI secolo più di trecentosettantamila persone sono morte in seguito a fenomeni climatici e meteorologici estremi tra cui l'uragano Katrina, le inondazioni in Pakistan e la siccità nel bacino del Rio delle Amazzoni.43 E anche in questo decennio si sono susseguiti ininterrottamente eventi meteorologici particolarmente critici: solo nel 2013 il tifone Haiyan ha causato gravi danni nelle Filippine e nel Vietnam, piogge torrenziali hanno provocato inondazioni nell'Europa centrale e in India, e buona parte dell'emisfero settentrionale ha sperimentato picchi record di temperatura a seguito di ondate di calore. Oltre a produrre danni diretti, il cambiamento climatico comporta gravi conseguenze per l'agricoltura, l'industria ittica e la silvicoltura, settori vitali per il sostentamento di innumerevoli persone in tutto il mondo. L'impatto economico mondiale dei danni di origine meteorologica è stimato intorno ai duecento miliardi di dollari l'anno.44
La Conferenza delle parti sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) ha iniziato a occuparsi delle perdite e dei danni associati al cambiamento climatico, considerandoli come un problema separato da quello della riduzione delle emissioni di gas-serra. La diciannovesima sessione, che ha avuto luogo nel novembre dell'anno scorso a Varsavia, in Polonia, ha stilato l'accordo definito Meccanismo internazionale di Varsavia per le perdite e i danni climatici. In base a tale accordo, alle nazioni industrializzate verrà chiesto di fornire assistenza economica ai paesi in via di sviluppo colpiti dai cambiamenti climatici. Il Meccanismo è tuttavia privo di forza vincolante e non sarà possibile riesaminarlo prima del 2016, quindi la sua reale efficacia resta dubbia.
Sempre nel novembre dell'anno scorso l'Istituto universitario delle Nazioni Unite per l'ambiente e la sicurezza umana ha pubblicato una relazione in cui avvertiva che «gli attuali livelli di impegno in termini di adattamento e riduzione non sono sufficienti a evitare impatti negativi causati da fattori di stress climatico».45 È chiaro che stabilire un nuovo approccio più efficace costituisce una priorità impellente.
A tale proposito desidero proporre l'adozione di procedure di cooperazione regionale per ridurre il danno causato da disastri ed eventi climatici estremi rafforzando la resilienza in regioni geografiche come l'Asia e l'Africa. Tali procedure verrebbero applicate insieme alle misure globali sviluppate sotto l'egida della UNFCCC.
Nel processo di reazione agli eventi meteorologici estremi e ad altri disastri occorre valutare tre aspetti: la preparazione al disastro, le procedure di soccorso e la ripresa successiva al disastro. Non è insolito che le procedure di soccorso siano fornite da altre nazioni, ma la cooperazione internazionale nelle altre due aree tende ancora a essere un fatto eccezionale. Anche quando si verifica una grande partecipazione alle procedure di soccorso di emergenza nel periodo immediatamente successivo a un disastro, resta estremamente difficile per un paese riprendersi e rafforzare la propria preparazione a disastri futuri facendo affidamento solo sulle risorse nazionali. Adottare una procedura di assistenza reciproca basata su quanto si è imparato da esperienze condivise costituisce quindi una priorità urgente.
Attualmente le Nazioni Unite sono impegnate in un processo integrato che comprende la prevenzione del conflitto, la sua risoluzione, il ristabilimento della pace e la ripresa successiva al conflitto, il tutto sotto l'egida della Commissione di Peacebuilding. Allo stesso modo anche la preparazione al disastro, le procedure di soccorso e la ripresa successiva al disastro devono essere considerate fasi di un processo integrato. A questo fine propongo che i paesi confinanti approntino sistemi di cooperazione per far fronte ai fenomeni meteorologici estremi e ad altri disastri. Tali sistemi dovrebbero essere costruiti su relazioni tra nazioni limitrofe perché, diversamente dagli sforzi di soccorso immediatamente dopo il disastro, la preparazione e la ripresa richiedono una cooperazione prolungata che può essere facilitata dalla vicinanza geografica così come dalla condivisione di esperienze e conoscenza tra paesi esposti a minacce di natura simile. Già così tale collaborazione sarebbe significativa, ma una volta che la cooperazione tra nazioni confinanti in tema di fenomeni meteorologici estremi e disastri iniziasse a funzionare a pieno regime diventerebbe una ricchezza incalcolabile per un'intera ragione; garantirebbe cioè la possibilità di trasformare la concezione e l'approccio delle nazioni in termini di sicurezza.
Una relazione pubblicata in occasione della Conferenza internazionale sulla sicurezza climatica nella regione asiatico-pacifica, svoltasi a Seul, in Corea, nel marzo del 2013, ha riportato che almeno centodieci paesi nel mondo ritengono che gli effetti del cambiamento climatico rappresentino un «grave problema di sicurezza nazionale».46 Si tratta di un'importante novità rispetto al passato, quando molti governi consideravano il cambiamento climatico alla stregua di un qualsiasi altro problema ambientale, riconoscendogli una bassa priorità. Negli ultimi anni questo atteggiamento è cambiato, e un numero sempre maggiore di governi ora avverte la necessità di trattarlo come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Qui è degno di nota il fatto che le misure per rafforzare la sicurezza assunte in accordo con questa nuova percezione non conducono a quello che è stato definito il "dilemma della sicurezza", un circolo vizioso in cui i passi che uno Stato intraprende per alzare il proprio livello di sicurezza sono percepiti da altri Stati come un aumento della minaccia, cosa che li spinge a rispondere con misure simili, provocando solamente un aumento della diffidenza e della tensione.
E soprattutto la natura imprevedibile dei fenomeni meteorologici estremi e dei disastri naturali, e il senso di vulnerabilità che essi generano, aprono la porta all'empatia e alla solidarietà al di là dei confini nazionali. Numerose nazioni lo hanno dimostrato con la propria disponibilità ad aiutare chi si trova in difficoltà, inviando squadre di soccorso e offrendo assistenza al paese colpito subito dopo il disastro.
Questo è un punto di cui ho parlato nel dialogo che sto conducendo con il professor Kevin P. Clements, noto studioso della pace. Nel 2011 i nostri due paesi sono stati colpiti da terremoti più o meno nello stesso periodo: la Nuova Zelanda dal sisma di Christchurch e il Giappone da quello del Tohoku. Il professor Clements, descrivendo la cooperazione internazionale su vasta scala a cui ha assistito in quell'occasione, ha notato che «mette in evidenza ciò che tutti sappiamo nel profondo del cuore: una comune umanità ci unisce tutti a prescindere dalle differenze culturali, linguistiche o nazionali. È un peccato che spesso si comprenda tale comune umanità solo nei periodi di crisi. È quindi importante mantenere questo "spirito del disastro" anche in periodi di normalità».47
In effetti, quando nazioni confinanti compiono sforzi prolungati di cooperazione per il rafforzamento della resilienza e della ripresa, lo spirito di aiuto e sostegno reciproco può diventare cultura condivisa della regione.
La cooperazione favorisce a tal punto lo sviluppo di conoscenza, tecnologia e know-how in queste aree che il loro valore aumenta, grazie alla condivisione, anche per ciascuna delle parti coinvolte. Ciò è in contrasto con la segretezza che solitamente circonda le tecnologie e l'informazione in campo militare. Più le nazioni condividono informazioni e tecnologie in settori legati alla resilienza, maggiore sarà l'opportunità di ridurre il danno, che a sua volta riduce il rischio di disastro e aumenta la sicurezza in tutta la regione.
Questo è in linea con il concetto di «conoscenza come bene pubblico globale»48 formulato dall'economista Joseph E. Stiglitz, che lo spiega attraverso le parole di Thomas Jefferson (1743-1826), terzo presidente degli Stati Uniti: «Colui che riceve da me un'idea, riceve egli stesso istruzioni senza diminuire per questo le mie; così come colui che accende la sua candela alla mia, riceve luce senza per questo oscurare me».49
La resilienza al disastro è costituita da quattro elementi: robustezza (la capacità dei sistemi di resistere alle sollecitazioni senza perdite in termini di funzionalità); ridondanza (la capacità dei sistemi di permettere la sostituzione); intraprendenza (la capacità di mobilitare le risorse fisiche e intellettuali della società); e rapidità (la capacità di identificare le priorità per evitare ulteriori problemi e accelerare il processo di ripresa).
Come illustra l'analogia di Jefferson, in merito a questi elementi possiamo ricevere idee dagli altri senza in alcun modo diminuire la loro capacità.
Insisto affinché l'iniziativa pionieristica per una cooperazione regionale di questo tipo sia intrapresa in Asia, una regione profondamente colpita da disastri. Un esempio riuscito in quell'area sarà di ispirazione per la realizzazione di una collaborazione in altre regioni. Una base per questo tipo di cooperazione esiste già nel Forum Regionale dell'ASEAN (Associazione delle nazioni del Sudest asiatico), o ARF, i cui membri comprendono oltre alle nazioni dell'ASEAN anche la Cina, il Giappone, la Corea del Nord e la Corea del Sud. Avendo fatto del soccorso al disastro una delle sue priorità per la sicurezza, l'ARF ha all'attivo una piattaforma di discussione regolare per il miglioramento della cooperazione. A oggi, l'ARF ha condotto tre esercitazioni di soccorso al disastro, costituite da addestramenti civili-militari coordinati che coinvolgono gruppi per il soccorso medico, sanitario e per la fornitura idrica provenienti da varie nazioni.
Nel suo libro Jinsei chirigaku (La geografia della vita umana) del 1903, Tsunesaburo Makiguchi invitò a passare dalla competizione militare "a somma-zero" alla "competizione umanitaria". Le esercitazioni condotte dall'ARF potrebbero prefigurare una simile transizione.
In un'epoca dominata dall'imperialismo e dal colonialismo, Makiguchi assistette a un'evoluzione dalla competizione militare a quella politica e infine economica tra gli Stati. Egli esortò ad abbandonare queste modalità, che cercano di salvaguardare la propria prosperità a spese di altri, invitando invece a dirigere gli sforzi verso il raggiungimento di obiettivi di competizione umanitaria. Makiguchi esaminò la possibilità di una trasformazione qualitativa della competizione militare, politica ed economica, di un passaggio a un «impegno consapevole nella vita collettiva» scegliendo di «compiere cose per il bene degli altri, poiché recando beneficio agli altri, noi stessi ricaviamo un beneficio».
Makiguchi descrisse in questo modo la sua prospettiva umanitaria: « È importante mettere da parte le motivazioni egoistiche, impegnandosi per proteggere e migliorare non solo la propria vita ma anche quella degli altri».50
A più di un secolo di distanza da questo suo appello, le esercitazioni di soccorso al disastro condotte dall'ARF si possono considerare come un'opportunità per gli Stati di realizzare una trasformazione qualitativa della natura della competizione militare.
Nel lavorare insieme per rafforzare la cooperazione in termini di soccorso al disastro, superando diffidenza e sentimenti negativi reciproci, le nazioni possono sviluppare rapporti di collaborazione abbastanza solidi da essere allargati alle operazioni di ripresa successive al disastro. Come strumento per promuovere questa azione desidero proporre la definizione di un accordo asiatico di resilienza e ripresa, una bozza di piattaforma quadro delineata sulla base dell'esperienza dell'ARF.
Una via importante per promuovere la preparazione al disastro, che costituisce un aspetto integrante della resilienza, sono gli scambi faccia-a-faccia e la cooperazione tra le istituzioni dei governi locali grazie a gemellaggi tra le città. Invito il Giappone, la Cina e la Corea del Sud a prendere iniziative per rafforzare reciprocamente la resilienza attraverso tali rapporti di gemellaggio.
Attualmente esistono trecentocinquantaquattro città gemellate tra Giappone e Cina, centocinquantuno tra Giappone e Corea del Sud e centoquarantanove tra Cina e Corea del Sud. Inoltre, a partire dal 1999 si è tenuta annualmente la Conferenza trilaterale dei governi locali di Giappone, Cina e Corea del Sud per continuare a promuovere questo tipo di interazione.
Legami di amicizia e fiducia costruiti a partire da questa base potrebbero essere rinsaldati anche da azioni condivise per la prevenzione e l'attenuazione del disastro volte al rafforzamento della resilienza: i membri della generazione più giovane dovrebbero assumere la guida di tali operazioni. I gemellaggi e la cooperazione potrebbero così dare luogo a un'azione collettiva in grado di collegare le città al di là dei confini nazionali, realizzando spazi di coesistenza pacifica in tutta la regione.
Se siamo incapaci di compiere sforzi sinceri per coltivare rapporti amichevoli con i nostri vicini, come possiamo parlare del nostro contributo alla pace globale? Lo spirito di aiuto reciproco dimostrato nei periodi di disastro dovrebbe essere la base delle relazioni quotidiane tra nazioni confinanti.
Desidero qui sollecitare con urgenza l'istituzione di un summit tra Giappone, Cina e Corea del Sud per dare inizio a un dialogo che conduca a questo tipo di collaborazione, che dovrebbe comprendere anche la cooperazione sui problemi ambientali secondo le linee che ho proposto l'anno scorso. La terza Conferenza mondiale sulla riduzione del rischio di disastro prevista a Sendai, in Giappone, nel marzo del 2015 potrebbe servire da stimolo per successivi incontri che esaminino le modalità secondo cui concretizzare una cooperazione di questo tipo. Accettando questa sfida abbiamo l'opportunità di generare nuove ondate di creazione di valore non solo in Asia ma in tutto il mondo.
Il Forum Regionale dell'ASEAN
Il Forum Regionale dell'ASEAN (ARF) fu costituito a seguito di accordi sottoscritti nel corso della riunione dei ventisei ministri dell'ASEAN e della Conferenza post-ministeriale, che si svolsero a Singapore il 23-25 luglio 1993. La riunione inaugurale dell'ARF ebbe luogo a Bangkok il 25 luglio 1999. Gli obiettivi del Forum sono: sviluppare un dialogo costruttivo e promuovere consultazioni su questioni politiche e per la sicurezza di comune interesse e preoccupazione, e contribuire in maniera significativa agli sforzi per una diplomazia preventiva e volta ad alimentare la fiducia nella regione asiatico-pacifica. Attualmente partecipano all'ARF: Australia, Bangladesh, Brunei, Cambogia, Canada, Cina, Unione Europea, India, Indonesia, Giappone, Laos, Malesia, Mongolia, Myanmar, Nuova Zelanda, Corea del Nord, Pakistan, Papua Nuova Guinea, Filippine, Russia, Singapore, Corea del Sud, Sri Lanka, Tailandia, Timor Est, Stati Uniti e Vietnam.
PER UN MONDO LIBERO DALLE ARMI NUCLEARI
La terza area che desidero esaminare riguarda le proposte per il divieto dell'uso e per l'abolizione delle armi nucleari. Se nel caso di disastri naturali come terremoti e tsunami è possibile attutire il loro impatto ma è impossibile evitare che si manifestino, la minaccia delle armi nucleari è caratterizzata da una situazione diametralmente opposta: il loro uso provocherebbe una devastazione su scala più grande di quella dei disastri naturali, ma può essere evitato e persino eliminato grazie a un chiaro esercizio di volontà politica da parte dei governi del mondo.
Nell'agosto dello scorso anno in Siria sono state usate armi chimiche che hanno causato la morte di molti civili. Questo atto è stato condannato con forza dalla comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione evidenziando che «nessuna fazione in Siria dovrebbe usare, sviluppare, produrre, acquisire, accumulare, conservare o trasferire armi chimiche»,51 e ha ordinato l'immediata distruzione di qualunque ordigno del genere nel paese.
Quanto accaduto ha rinnovato la consapevolezza della natura inumana delle armi di distruzione di massa, e il Consiglio di Sicurezza ha affermato con severità il principio secondo cui a nessuno è permesso possedere o usare armi chimiche.
È incomprensibile che questo stesso principio non sia stato ancora applicato alle armi nucleari.
Nel suo Parere consultivo del 1996 sulla legalità della minaccia o dell'uso delle armi nucleari, la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato: «Il potere distruttivo delle armi nucleari non può essere limitato in termini di spazio né di tempo. Esse hanno il potenziale per distruggere la civiltà nel suo insieme e l'intero ecosistema del pianeta».52
Come si evince da tale espressione, le conseguenze umanitarie dell'uso delle armi nucleari sarebbero incredibilmente più catastrofiche persino di quelle delle armi chimiche.
Per molti anni la logica del predominio della sicurezza nazionale nell'ambito delle politiche internazionali ha indebolito la volontà di affrontare e dibattere delle conseguenze umanitarie delle armi nucleari. Il Documento finale della Conferenza di revisione del Trattato di non-proliferazione nucleare (NPT) del 2010, che ha espresso «profonda preoccupazione per le conseguenze umanitarie catastrofiche di un qualunque uso di armi nucleari»,53 ha innescato un cambiamento nei termini della discussione.
Nel marzo dell'anno scorso ha avuto luogo a Oslo, in Norvegia, la Conferenza sull'impatto umanitario delle armi nucleari: è stata la prima volta in quasi settant'anni dall'inizio dell'era nucleare in cui la comunità internazionale ha cercato di riesaminare queste armi da una prospettiva umanitaria. Uno degli obiettivi chiave della conferenza consisteva nella valutazione scientifica dell'impatto, e la riaffermazione del fatto che «è improbabile che uno Stato o un'istituzione internazionale possa affrontare in maniera adeguata l'immediata emergenza umanitaria causata dalla detonazione di un'arma nucleare e fornire assistenza sufficiente alle persone colpite» ha rappresentato uno dei risultati più importanti.54
Queste conclusioni hanno contribuito ad accelerare l'impegno di un numero crescente di governi che insistono affinché all'impatto umanitario delle armi nucleari sia dato un posto centrale in tutte le discussioni sul disarmo e la non proliferazione nucleare. A partire dal maggio 2012 questi governi hanno più volte emesso dichiarazioni congiunte su tale argomento, e la quarta in ordine di tempo, rilasciata nell'ottobre del 2013, è stata firmata dai governi di centoventicinque Stati, tra cui il Giappone e numerosi altri Stati protetti dall'ombrello nucleare di Stati nucleari alleati.
Il movimento che si occupa dell'impatto umanitario dell'uso delle armi nucleari è cresciuto all'interno di un impegno diffuso da parte della società civile mondiale, tra cui spiccano i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki che hanno per lungo tempo levato le voci affinché nessuno dovesse più sperimentare l'orrore della guerra nucleare. Ha un significato profondo il fatto che due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite abbiano confermato che: «È nell'interesse della pura sopravvivenza dell'umanità che le armi nucleari non vengano mai più usate, in alcuna circostanza. Gli effetti catastrofici della detonazione di un'arma nucleare, che avvenga per incidente, errore di valutazione o disegno, non possono essere adeguatamente affrontati».55
Similmente, al Summit di Reykjavik del 1986 il segretario generale sovietico Michail Gorbaciov e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan (1911-2004) discussero con franchezza nel tentativo di raggiungere un accordo per la completa eliminazione delle armi nucleari, e ciò fu possibile grazie alla comune preoccupazione per le conseguenze catastrofiche di un loro impiego. Riflettendo su tale evento, Gorbaciov in seguito ricordò: «Senza Chernobyl, Reykjavik non avrebbe mai avuto luogo. Senza Reykjavik, gli sforzi per il disarmo nucleare non sarebbero proseguiti. Se siamo stati incapaci di gestire le radiazioni emesse da un singolo reattore nucleare, come potremmo gestire la contaminazione radioattiva rilasciata da detonazioni nucleari in tutta l'Unione Sovietica, gli Stati Uniti e il Giappone? Sarebbe la fine».56
Anche se poi si dimostrò impossibile conciliare le posizioni differenti sull'Iniziativa di difesa strategica (SDI) e i negoziati si interruppero senza il raggiungimento di un accordo sull'eliminazione completa delle armi nucleari, Reagan già prima di questo incontro aveva adottato la visione di un mondo libero dalle armi nucleari dichiarando: «Nutro il sogno di un mondo senza armi nucleari. Voglio che i nostri figli, e in particolare i nostri nipoti, siano liberi da queste armi».57
L'anno seguente (1987) fu firmato il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF), il primo accordo bilaterale tra Stati Uniti e Unione Sovietica che eliminava un'intera categoria di armi nucleari.
Nel discorso pronunciato nel giugno 2013 a Berlino, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha tratto acute conclusioni sulla situazione attuale: «Non possiamo più vivere nella paura di un annientamento globale, e finché esistono le armi nucleari non siamo veramente al sicuro».58
La possibilità di un incidente che coinvolga armi nucleari, un attacco sferrato sulla base di informazioni errate, o persino il terrorismo nucleare sono preoccupazioni costanti, perché causerebbero conseguenze umanitarie catastrofiche. Questi pericoli sono aggravati dal crescente numero di paesi che possiedono armi nucleari.
Un attento esame delle differenze e delle similitudini tra la situazione attuale e la guerra fredda può generare nuove idee nel percorso verso un mondo libero dalle armi nucleari. Forse la differenza più rilevante consiste nel fatto che è diventato sempre più difficile immaginare quello scambio nucleare su vasta scala che si temeva all'epoca della guerra fredda. E allo stesso tempo cresce la consapevolezza della scarsa utilità militare delle armi nucleari in risposta a minacce del nostro tempo come ad esempio il terrorismo.
In altre parole si è passati da un'epoca in cui il pericolo proveniva dall'esistenza del conflitto a un'epoca resa pericolosa dalla persistente esistenza delle armi nucleari. Lo scontro intenso della guerra fredda provocò una sensazione di crisi che diede origine a una posizione di mutua deterrenza in cui le due parti si minacciavano a vicenda con arsenali nucleari dalla inimmaginabile capacità distruttiva. Al contrario, oggi è l'esistenza costante di armi nucleari in se stessa a generare insicurezza perché spinge nuovi Stati ad acquisirle e rafforza la convinzione dell'impossibilità di abbandonarle negli Stati che ne sono già dotati.
La crisi economica globale iniziata sei anni fa ha eroso la posizione finanziaria di praticamente tutti i governi nazionali, ma il costo globale per mantenere queste armi sempre più inutili raggiunge ancora l'incredibile cifra di cento miliardi di dollari all'anno.59 Un numero sempre maggiore di persone sta arrivando a considerare le armi nucleari come un fardello che pesa sulle finanze nazionali e non come un bene che rafforza il prestigio del paese. Alla luce di tutti questi fattori, dovrebbe accrescersi la motivazione degli Stati dotati di armi nucleari ad agire per ridurre la minaccia posta dall'esistenza persistente di tali ordigni.
In termini di caratteristiche comuni o di continuità tra la guerra fredda e il presente, c'è da sottolineare che nei sessantotto anni dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki a oggi nessun capo di Stato ha ordinato un attacco nucleare. A questo proposito è utile ricordare le parole del presidente statunitense Harry S. Truman (1884-1972) pronunciate nel 1948, circa tre anni dopo aver preso la decisione di usare le armi nucleari contro le due città giapponesi: «Dovete capire che non si tratta di un'arma militare. [...] È usata per spazzare via donne e bambini e persone disarmate, e non è pensata per usi militari. Dobbiamo trattarla diversamente dai fucili, dai cannoni e da armi comuni di questo genere».60
Nel pronunciare questa dichiarazione, Truman stava insistendo sui vincoli relativi all'uso di tali ordigni e riconosceva la particolare responsabilità dell'America come nazione dotata di armi nucleari. L'anno successivo l'Unione Sovietica effettuò con successo la sua prima esplosione nucleare sperimentale. Da allora il mondo ha vissuto all'ombra della dottrina della deterrenza nucleare, e il trovarsi in possesso del "bottone nucleare", che avrebbe potuto dare il via a un attacco devastante, ha impresso in diverse generazioni di capi di Stato, in misura graduale e impercettibile, l'evidenza che le armi nucleari non sono come le altre, non sono armi militari. Ciò a sua volta ha agito da efficace freno al loro uso.
L'anno scorso, sulla base di una precedente risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fu istituito un gruppo di lavoro aperto con il compito di sviluppare proposte per negoziazioni multilaterali volte al raggiungimento e al mantenimento di un mondo libero da armi nucleari. Nel corso di una riunione tenutasi in giugno il governo austriaco, che aveva svolto un ruolo determinante nell'assicurare l'approvazione della risoluzione, sottomise un documento operativo che poneva la seguente domanda: «Tutti gli Stati sono uniti nell'obiettivo universale di ottenere e mantenere un mondo libero dalle armi nucleari. Tuttavia permangono percezioni diverse riguardo alla strada che potrebbe condurre con maggiore efficacia a ottenere l'eliminazione irreversibile delle armi nucleari. Come si può colmare questo divario percettivo?».61
Secondo la mia opinione esiste un sentimento semplice che può colmare le differenze tra la posizione dei firmatari delle dichiarazioni congiunte sulle conseguenze umanitarie dell'uso delle armi nucleari e quella di capi di Stato che, come in precedenza il presidente Truman, si sentono ancora costretti ad affidarsi alle armi nucleari per raggiungere gli obiettivi di sicurezza nazionale, pur percependole radicalmente diverse dalle altre armi. E quel sentimento semplice è il desiderio di non testimoniare né sperimentare mai i catastrofici effetti umanitari delle armi nucleari.
Nel settembre del 1957, mentre la corsa agli armamenti nucleari stava accelerando, il mio maestro Josei Toda rilasciò una dichiarazione che esortava all'abolizione delle armi nucleari stigmatizzandole come una minaccia inammissibile al diritto di vivere della popolazione mondiale. Introducendo quella dichiarazione, il primo gennaio dello stesso anno aveva dichiarato: «Mi auguro di non vedere più usata la parola "infelicità" per descrivere il mondo, una nazione, una persona».62
Potrebbe accadere che per alcuni leader politici la frase «in alcuna circostanza» - come appare nella Dichiarazione congiunta (vedi p. 32) - generi preoccupazione per le restrizioni sulle opzioni militari necessarie a raggiungere gli obiettivi di sicurezza. Riformulare tale espressione chiarendo che le conseguenze umanitarie catastrofiche delle armi nucleari non dovrebbero essere inflitte "ad alcun essere umano" - riportando così l'attenzione sulle singole vittime - potrà ridurre la spinta a individuare eccezioni che possano giustificare l'uso di queste armi.
Gli ordigni nucleari, la cui funzione centrale è cancellare popolazioni inermi, costituiscono un limite estremo che non deve essere mai superato. Come chiarì l'energica denuncia di Toda, non è ammissibile infliggere ad "alcun essere umano" le loro catastrofiche conseguenze. Credo che questo riconoscimento contenga la chiave per il superamento dell'idea che tali armi possano essere usate per realizzare obiettivi di sicurezza nazionale.
Ho più volte chiesto la convocazione di un summit per l'abolizione delle armi nucleari da tenersi a Hiroshima e Nagasaki l'anno prossimo, il 2015, nel settantesimo anniversario del bombardamento atomico di quelle città. Dovrebbe essere un incontro della popolazione mondiale al di là delle nazionalità o delle cariche politiche, nel corso del quale si sottoscriva l'impegno comune a compiere azioni che conducano a un mondo libero da armi nucleari.
In particolare spero che i rappresentanti delle nazioni che hanno firmato la Dichiarazione congiunta, insieme con i rappresentanti della società civile mondiale e, soprattutto, con i giovani cittadini di tutto il mondo - inclusi gli Stati dotati di armi nucleari - si riuniscano in un summit giovanile globale che adotti una dichiarazione nella quale si affermi il loro impegno a porre fine all'era delle armi nucleari. Il più grande significato di tale evento sarà la spinta che potrà imprimere alle azioni future.
Un accordo per il non-uso delle armi nucleari
In concomitanza con quanto detto sopra, desidero avanzare due proposte concrete.
La prima riguarda un accordo per il non-uso delle armi nucleari come conseguenza naturale dell'aver posto al centro delle deliberazioni per la Conferenza di revisione del NPT del 2015 i catastrofici effetti a livello umanitario dell'uso di tali armi, che costituirebbe un mezzo per procedere all'implementazione dell'articolo VI del NPT, in base al quale gli Stati nucleari si sono impegnati in buona fede a perseguire il disarmo nucleare.
A partire dalla decisione del 1995 di estendere indefinitamente il Trattato di non-proliferazione (NPT), è stata sottolineata la necessità di uno strumento legalmente vincolante che fornisca agli Stati non dotati di armi nucleari le cosiddette negative security assurances [gli impegni delle potenze atomiche a non usare ordigni nucleari contro Stati non nucleari che fanno parte del Trattato, n.d.r.]. Un accordo per il non-uso di armi atomiche in cui gli Stati nucleari si impegnino, come obbligo radicato nello spirito essenziale del NPT, a non usare armi nucleari contro gli Stati partecipanti al Trattato potrebbe costituire un mezzo per rispondere a questa necessità. Un simile accordo avrebbe l'effetto di ridurre drasticamente l'instabilità prodotta dall'esistenza di armi nucleari in differenti regioni, e rappresenterebbe anche un passo significativo verso la riduzione del ruolo delle armi nucleari nei sistemi di sicurezza nazionale.
Il Documento finale della Conferenza di revisione del NPT del 2010, dopo aver elencato le misure che gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero adottare, li invita a relazionare sul loro progresso in tal senso alla riunione del Comitato preparatorio del 2014, e sottolinea che la Conferenza di revisione del NPT del 2015 «farà il punto della situazione e rifletterà sui passi successivi per la piena implementazione dell'Articolo VI».63 Tra le altre misure, il documento invita gli Stati dotati di armi nucleari a ridurre il ruolo di tali ordigni nei loro sistemi di sicurezza. Un accordo per il non-uso delle armi nucleari che includa i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU rappresenterebbe una mossa sostanziale in quella direzione.
Nel 2016 dovrebbe aver luogo in Giappone il Summit del G8. In concomitanza con tale evento potrebbe svolgersi un summit allargato dedicato alla realizzazione di un mondo senza armi nucleari, che costituirebbe la sede opportuna per assumere pubblicamente l'impegno a sottoscrivere al più presto un accordo in tal senso.
Al Summit della NATO tenutosi due anni fa, i leader degli Stati partecipanti hanno espresso l'opinione condivisa secondo cui «le circostanze in cui potrebbe essere contemplato un qualunque uso di armi nucleari sono estremamente remote».64 Questa è la dimostrazione che la percezione dell'inutilità delle armi nucleari continua ad aumentare.
Ora è il momento che gli Stati dotati di armi nucleari raccolgano la volontà politica di realizzare i loro obblighi secondo il programma del NPT e di dar loro forma con un accordo per il non-uso.
Alla fine degli anni '60 il Segretario di Stato inglese per la Difesa Denis Healey fece un'analisi della deterrenza nucleare estesa durante la guerra fredda: bastava solo il 5% di plausibilità di una ritorsione americana per scoraggiare un attacco nucleare sovietico, mentre era necessario il 95% di quella stessa plausibilità per rassicurare gli Stati europei.65 Da ciò si evince che le politiche delle nazioni che si sono affidate all'ombrello nucleare dei loro alleati hanno rappresentato uno dei fattori principali per il mantenimento dell'attuale eccessivo livello di armamento nucleare.
La stipula di un accordo per il non-uso rafforzerebbe il senso di sicurezza fisica e psicologica di tali Stati, aprendo la via ad accordi per la sicurezza non dipendenti dalle armi nucleari, e determinerebbe le condizioni necessarie per un ruolo ridotto di tali armi. Regioni come l'Asia nordorientale e il Medio Oriente, che attualmente non sono incluse in zone libere da armi nucleari, potrebbero trarre vantaggio da un accordo per il non-uso e dichiararsi "zone di non-uso di armi nucleari", passo preliminare per diventare poi "zone libere da armi nucleari".
Malgrado rimanga sotto l'ombrello nucleare degli Stati Uniti, il Giappone ha recentemente firmato la Dichiarazione congiunta sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari. È mia profonda speranza che questo paese riscopra la sua motivazione originaria di nazione che ha sofferto la tragedia dell'attacco atomico e si unisca ad altri paesi nella guida verso la definizione di un accordo per il non-uso, arrivando alla fine alla creazione di zone di non-uso.
Strategie per il divieto delle armi nucleari
La mia seconda proposta consiste nell'utilizzare il processo che si sta sviluppando intorno alle dichiarazioni congiunte sull'impatto umanitario dell'uso delle armi nucleari per coinvolgere l'opinione pubblica internazionale e attivare negoziazioni per una loro proibizione completa. È inutile dire che queste iniziative dovrebbero essere parallele e complementari agli sforzi realizzati all'interno del NPT.
Nella mia proposta di due anni fa ho esplorato la possibilità di un approccio in due fasi verso il divieto e l'abolizione delle armi nucleari: potrebbe assumere la forma di un trattato che esprime l'impegno, assunto alla luce delle conseguenze umanitarie dell'uso delle armi nucleari, per una futura rinuncia a fare affidamento su tali armi come mezzo per raggiungere la sicurezza, accompagnato da protocolli separati contenenti condizioni rigorose per la loro entrata in vigore e requisiti che definiscano la messa al bando in forma concreta e stabiliscano le regole per una sua verifica. Un simile trattato, avevo dichiarato, esprimerebbe la chiara volontà della comunità internazionale che le armi nucleari non trovino posto nel nostro mondo, pur se l'entrata in vigore dei protocolli separati richiedesse tempo. Una dichiarazione del genere, secondo la mia opinione, avrebbe finalmente aperto la strada alla fine dell'era delle armi nucleari.
In questo contesto desidero proporre che la formula adottata nel caso del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT), che entrerà in vigore solo quando saranno soddisfatte una serie di rigide condizioni, sia considerata come un possibile modello per i protocolli di un trattato di divieto delle armi nucleari. Ciò sarebbe significativo perché lo scopo di un simile trattato non è sanzionare o punire l'uso delle armi nucleari, ma stabilire e rendere universale la norma per la loro messa al bando.
Oltre ai centoventicinque paesi che hanno firmato la Dichiarazione congiunta, credo che un certo numero di governi condividano questa preoccupazione ma, per varie ragioni legate alla sicurezza, trovino difficile accettare un divieto del loro uso. Per tali nazioni l'inclusione, all'interno della struttura di base del trattato, di garanzie istituzionali come quelle di cui ho parlato, potrebbe servire ad alleviare quelle preoccupazioni, consentendo ad altri paesi di firmare e ratificare un trattato di messa al bando. Senza considerare le specifiche dell'approccio usato, è importante ricordare che persino un accordo per il non uso è solo una testa di ponte verso il nostro obiettivo ultimo: la messa al bando e l'abolizione delle armi nucleari. Questo obiettivo sarà raggiunto solo grazie a un'accelerazione dell'impegno in tal senso, spinta dalle voci unite della società civile globale.
A tale proposito svolgerà una funzione particolarmente importante l'arco di tempo che va dal febbraio 2014, in cui si terrà in Messico la Seconda conferenza sull'impatto umanitario delle armi nucleari, al settantesimo anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, nell'agosto del 2015. Durante questo periodo cruciale la SGI continuerà a collaborare con la Campagna per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN) e altri gruppi simili per radunare e amplificare le voci dei cittadini del mondo - dei giovani in particolare - che chiedono un mondo libero dalle armi nucleari.
Nell'aprile dell'anno scorso i giovani della SGI hanno condotto un sondaggio di pubblica opinione tra i giovani in nove nazioni riguardo alle armi nucleari e alle loro conseguenze umanitarie. I risultati, che sono stati consegnati a Cornel Feruta, presidente del Comitato preparatorio della Conferenza di revisione del NPT, hanno mostrato che il novanta per cento degli intervistati considerava le armi nucleari inumane e l'ottanta per cento circa chiedeva un trattato che le bandisse.66
L'opera di realizzazione di un mondo senza ordigni nucleari ha un significato più ampio della semplice eliminazione di queste orribili armi: è un processo attraverso cui le persone, grazie ai loro sforzi, accettano la sfida di realizzare una nuova era di pace e coesistenza creativa. Questa è la premessa necessaria per una società globale sostenibile, un mondo in cui tutte le persone - soprattutto i membri delle generazioni future - possano vivere nel pieno godimento della loro dignità innata di esseri umani.
Se consideriamo tale impresa come l'opera della creazione di valore realizzata dall'impegno comune degli abitanti della Terra del XXI secolo, diventa chiaro che il ruolo chiave deve essere rivestito dai giovani. Quando i giovani, che porteranno sulle spalle le speranze e le responsabilità dell'era a venire, si uniranno nella determinazione secondo cui umanità e armi nucleari non possono coesistere, e che gli orrori delle armi nucleari non devono più colpire nessuno, non vi sarà ostacolo che non potrà essere superato.
I membri della SGI sono determinati a proseguire gli sforzi per eliminare le armi nucleari e tutte le altre cause di infelicità sulla Terra e a profondere il proprio impegno per la creazione di valore, lavorando con i giovani del mondo e con tutti coloro che si dedicano a una visione del futuro piena di speranza.
L'Iniziativa di difesa strategica
Nel 1983 il presidente americano Ronald Reagan avviò lo sviluppo dell'Iniziativa di difesa strategica (SDI), chiamata anche "Guerre stellari", come mezzo per contrastare la minaccia nucleare sovietica. L'idea alla base della SDI consisteva nella realizzazione di una tecnologia di difesa in grado di proteggere gli Stati Uniti dai missili balistici in arrivo, distruggendoli in volo prima che raggiungessero i loro obiettivi. Anche se la SDI non fu mai implementata, provocò una pressione economica sull'Unione Sovietica per lo sviluppo di contromisure.
Mentre Reagan considerava la SDI essenzialmente di natura difensiva e si offrì persino di condividerne la tecnologia, il segretario generale Michail Gorbaciov e l'Unione Sovietica la valutarono destabilizzante per il cosiddetto equilibrio della deterrenza e quindi minacciosa. Il mancato consenso sulle modalità di sperimentazione della SDI, da autorizzarsi con un ulteriore accordo, contribuì all'interruzione dei negoziati sull'accordo iniziale per l'eliminazione totale delle armi nucleari.
Note
1) Associated Press, "Toll of Syria's devastation: The war, in numbers" (Il bilancio della devastazione della Siria: la guerra in cifre), The Washington Post, 25 gennaio 2014, http://bigstory.ap.org/article/toll-syrias-devastation-war-numbers (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
2) NDRRMC (Consiglio Nazionale per la Gestione e la Riduzione del rischio di disastro, Repubblica delle Filippine), "NDRRMC Update: SitRep No. 92 Effects of Typhoon "Yolanda" (Haiyan)" (Gli effetti del tifone Yolanda), 14 gennaio 2014, http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resource /NDRRMC%20Update%20re%20Sit%20Rep%2092%20Effects%20of%20%20TY%20%20YOLANDA.pdf (ultimo accesso 18 febbraio 2014), p. 1.
3) Andrew Zolli e Ann Marie Healy, Resilience (Resilienza), Headline Publishing Group, London, 2012, pp. 19-20.
4) Arnold J. Toynbee, Civilization on Trial and The World and the West (Civilt alla prova e il mondo e l'Occidente), The World Publishing Company, Cleveland and New York, 1958, p. 45.
5) UN (United Nations), Dipartimento dell'Informazione Pubblica, Special Event on Global Education, DEV/3009, Meetings Coverage, New York, 12 luglio 2013, http://www.un.org/News/Press/docs/2013/dev3009.doc.htm (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
6) Cfr. Viktor E. Frankl, Kuno suru ningen (Umanit sofferente), a cura di Kunyo Yamada e Mika Matsuda, Shunjusha, Tokyo, 2004, p. 137.
7) Cfr. Viktor E. Frankl, On the Theory and Therapy of Mental Disorders: An Introduction to Logotherapy and Existential Analysis, Taylor & Francis Books, New York and Hove, 2004, p. 10 (trad. it. Teoria e terapia delle nevrosi, Morcelliana, Brescia 2001).
8) Cfr. Makiguchi, Makiguchi Tsunesaburo zenshu (Opere complete di Tsunesaburo Makiguchi), 10 volumi, Seikyo Shimbunsha, Tokyo, vol. 5, p. 373.
9) Nelson Mandela, Conversations with Myself, Farrar, Straus and Giroux, New York, 2010, p. 177 (trad. it. Io, Nelson Mandela. Conversazioni con me stesso, S&K, 2013).
10) Nelson Mandela, Long Walk to Freedom: The Autobiography of Nelson Mandela, Little, Brown and Company, Boston, New York, Toronto and London, 1994, p. 431 (trad. it. Lungo cammino verso la libert. Autobiografia, Feltrinelli, 2012).
11) Ibidem, pp. 539-40.
12) La scelta del tempo, RSND, 1, 520.
13) La grande battaglia, RSND, 2, 438.
14) La conferma del Sutra del Loto, RSND, 1, 1108.
15) Il conseguimento della Buddit in questa esistenza, RSND, 1, 4.
16) SDL, 383.
17) GZ, 773, cfr. Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 121, 56.
18) Nelson Mandela, Long Walk to Freedom, p. 288.
19) Wangari Maathai, Nobel Lecture (Discorso per il Nobel), 10 dicembre 2004, http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2004/maathailecture-text.html (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
20) Daisaku Ikeda, Kokuren o jiku ni tairitsu kara taiwa e (Dal conflitto al dialogo incentrato sulle Nazioni Unite), Seikyo Shimbun, 6 dicembre 1989, p. 1.
21) GZ,1086.
22) Andrew Zolli e Ann Marie Healy, Resilience (Resilienza), Headline Publishing Group, London, 2012, p. 20.
23) Cfr. Serge Latouche, Pour sortir de la societe de consommation. Voix et voies de la decroissance, Les Liens Qui Liberent, Brignon, 2010, pp. 74-76 (trad. it. Come si esce dalla societ dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita, Bollati Boringhieri, 2011).
24) Nichiren Daishonin, Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 118, 50.
25) Martin Luther King, The Trumpet of Conscience (La tromba della coscienza), Harper & Row, New York, 1967, p. 69.
26) Rebecca Solnit, A Paradise Built in Hell: The Extraordinary Communities That Arise in Disasters, Viking, New York, 2009, p. 10 (trad. it. Un paradiso all'inferno, Fandango 2009).
27) Rebecca Solnit, "Saigai to bunmei" (Disastro e civilt), intervista, Seikyo Shimbun, 24 aprile 2012, p. 7.
28) Cit. in Per Lind e Bengt Thelin, "Nature and Culture: Two Necessities of Life" (Natura e cultura: due necessit della vita), in Sten Ask e Anna Mark-Jungkvist (a cura di), The Adventure of Peace: Dag Hammarskjld and the Future of the UN (L'avventura della pace: Dag Hammarskjld e il futuro delle Nazioni Unite), Palgrave Macmillan, New York, 2005, p. 99.
29) Sulle tre virt del cibo, RSND, 2, 996.
30) Helen Clark, "Volunteering Changes Our World for the Better" (Il volontariato rende il mondo migliore), 2 dicembre 2011, http://www.undp.org/content/undp/en/home/ourperspective/ourperspectivearticles/2011/12/02/volunteering-changes-our-world-for-the-better-helen-clark.html (ultimo accesso 18 febbraio, 2014).
31) Cfr. Quincy Wright, A Study of War (Uno studio della guerra), The University of Chicago Press, Chicago and London, 1965, pp. 1541-43.
32) Stephen Spender, "Stephen Spender", in Richard Crossman (a cura di), The God That Failed (Il dio che ha fallito), Harper & Brothers, New York, 1949, pp. 253-54.
33) Sissela Bok, A Strategy for Peace: Human Values and the Threat of War (Una strategia per la pace: valori umani e la minaccia della guerra), Pantheon Books, New York, 1989, p. 9.
34) Mandela, Long Walk to Freedom, op. cit., p. 541.
35) La Porta del Drago, RSND, 1, 891.
36) Daisaku Ikeda e Neelakanta Radhakrishnan, Jindo no seiki e-Ganji to Indo no tetsugaku o kataru (Verso un secolo di umanit: esplorare Gandhi e i filosofi dell'India), Daisanbunmei-sha, Tokyo, 2009, p. 184.
37) Mahatma Gandhi, The Collected Works of Mahatma Gandhi (Opere complete di Mahatma Gandhi), 100 volumi, Publications Division, Ministry of Information and Broadcasting, Government of India, New Delhi, 1959-98, vol. 76, p. 312.
38) Cfr. Mahatma Gandhi, From Yeravda Mandir, Navajivan Publishing House, Ahmedabad, 1945, p. 6.
39) Martin Luther King, Why We Can't Wait (Perché non possiamo aspettare), Signet Classic, New York, 2000, pp. 73-75.
40) Nelson Mandela, Conversations with Myself, op. cit., p. 182.
41) UNFPA (United Nations Population Fund), "Additional Investments in Youth Needed as World Population Tops 7 Billion, States UNFPA Report" (Necessari altri investimenti per i giovani mentre la popolazione mondiale supera i sette miliardi), Comunicato stampa, 26 ottobre 2011, http://unfpa.org/public/home/news/pid/8709 (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
42) ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), "Growth and Employment, Key to the Post-2015 Development Agenda" (Sviluppo e impiego, centrali nelle azioni di sviluppo post-2015), Comunicato stampa, 2 ottobre 2013, http://www.ilo.org/global/about-the-ilo/media-centre/press-releases/WCMS_222713/lang--en/index.htm (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
43) WMO (Organizzazione Meteorologica Mondiale), "2001-2010, A Decade of Climate Extremes", Comunicato stampa, 3 luglio 2013, http://www.wmo.int/pages/mediacentre/press_releases/ pr_976_en. html (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
44) IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti per il Cambiamento Climatico), Managing the Risks of Extreme Events and Disasters to Advance Climate Change Adaptation. A Special Report of Working Groups I and II of the Intergovernmental Panel on Climate Change (Gestire i rischi di eventi climatici estremi e disastri per migliorare l'adattamento al cambiamento climatico. Un rapporto speciale dei gruppi di lavoro I e II del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico), a cura di C.B. Field, V. Barros, T.F. Stocker, D. Qin, D.J. Dokken, K.L. Ebi, M.D. Mastrandrea, K.J. Mach, G.K. Plattner, S.K.Allen, M. Tignor and P.M. Midgley, Cambridge University Press, Cambridge and New York, 2012, p. 269.
45) UNU (United Nations University), "Loss and Damage from Climate Change Is Already Happening: UNU Report" (Perdite e danni per il cambiamento climatico stanno gi avvenendo: rapporto dell'UNU), News, 13 novembre 2013, http://unu.edu/news/news/loss-and-damage-from-climate-change-already-happening.html#info (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
46) Andrew Holland e Xander Vagg, "The Global Security Defense Index on Climate Change: National Security Perspectives on Climate Change from Around the World" (Indice di difesa e sicurezza globale sul cambiamento climatico: prospettive di sicurezza nazionale sul cambiamento climatico in tutto il mondo), risultati preliminari, 21 marzo 2013, http://americansecurityproject.org/ASP%20Reports/Ref%200121%20-%20Global%20Security%20Defense%20Index%20PResults.pdf (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
47) Daisaku Ikeda e Kevin P. Clements, corrispondenza privata.
48) Joseph E. Stiglitz, Knowledge as a Global Public Good (Conoscenza come bene pubblico globale), in Inge Kaul, Isabelle Grunberg e Marc A. Stern, a cura di, Global Public Goods: International Cooperation in the 21st Century (Bene pubblico globale: cooperazione internazionale nel 21 secolo), Oxford University Press, New York, 1999, p. 308.
49) Thomas Jefferson, The Writings of Thomas Jefferson (Opere di Thomas Jefferson), a cura di Henry Augustine Washington, 9 volumi, H.W.Derby, New York, 1861, vol. 6, p. 180.
50) Makiguchi Tsunesaburo Zenshu, vol. 2, p. 399.
51) ONU, Consiglio di Sicurezza, "Resolution 2118 (2013)", S/RES/2118 (2013) adottata dal Consiglio di Sicurezza nell'ambito della sua 7038 riunione, 27 settembre 2013, http://www.securitycouncilreport.org/atf/cf/%7B65BFCF9B-6D27-4E9C-8CD3-CF6E4FF96FF9%7D/s_res_2118.pdf (ultimo accesso 18 febbraio 2014), p. 2.
52) ICJ (Corte internazionale di giustizia), Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, Advisory Opinion, ICJ Reports (Legalit della minaccia o uso delle armi nucleari, Parere consultivo, Rapporti dell'ICJ), 1996, http://www.icj-cij.org/docket/files/95/7495.pdf (ultimo accesso 18 febbraio 2014), p. 243.
53) Assemblea Generale delle Nazioni Unite, "2010 Review Conference of the Parties to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons: Final Document" (Conferenza di Revisione delle parti sul Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari del 2010: Documento finale), NPT/CONF.2010/50, New York, 2010, vol. 1, p. 19.
54) Ministero degli Affari Esteri norvegese, "Conference: Humanitarian Impact of Nuclear Weapons" (Conferenza: impatto umanitario delle armi nucleari), 2013, http://www.regjeringen.no/en/dep/ud/selected-topics/humanitarian-efforts/humimpact_2013.html?id=708603 (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
55) ONU, Assemblea Generale, "Joint Statement on the Humanitarian Consequences of Nuclear Weapons" (Dichiarazione congiunta sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari), 21 ottobre 2013,
http://www.un.org/disarmament/special/meetings/firstcommittee/68/pdfs/TD_21-Oct_CL-1_New_Zealand-(Joint_St) (ultimo accesso 18 febbraio 2014), p. 2.
56) Fumihiko Yoshida, Kaku no Amerika (Gli Stati Uniti delle armi nucleari), Iwanami shoten, Tokyo, 2009, p. 145.
57) Citato in Melvyn P. Leffler, For the Soul of Mankind: The United States, the Soviet Union, and the Cold War (Per l'anima dell'umanit: gli Stati Uniti, l'Unione Sovietica, e la guerra fredda), Hill and Wang, New York, 2007, p. 388.
58) Barack Obama, "Remarks by President Obama at the Brandenburg Gate, Berlin, Germany" (Osservazioni del presidente Obama alla Porta di Brandeburgo di Berlino, Germania), 19 giugno 2013,
http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/06/19/remarks-president-obama-brandenburg-gate-berlin-germany (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
59) Ramesh Jaura, "Challenges Remain But Good News for Nuclear Disarmament" (Le sfide rimangono, nonostante le buone notizie per il disarmo nucleare), IDN-InDepthNews, 28 ottobre 2013,
http://www.indepthnews.info/index.php/global-issues/1860-challenges-remain-but-good-news-for-nuclear-disarmament (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
60) Citato in David E. Lilienthal, The Journals of David E. Lilienthal (I diari di David E. Lilienthal), a cura di Helen M. Lilienthal, 7 volumi, Harper & Row, New York, 1964-83, vol. 2, p. 391.
61) ONU, Assemblea Generale, "An Exploration of Some Contributions That Also Non-nuclear Weapon States Could Engage in to Take Multilateral Nuclear Disarmament Forward" (Analisi di alcuni contributi che anche gli Stati non dotati di armi nucleari potrebbero fornire per far progredire il disarmo nucleare multilaterale), Working Paper, A/AC.281/WP.5, Ginevra, 28 giugno 2013, http://www.unog.ch/80256EDD006B8954/(httpAssets)/49A1EF0911CBF2DCC1257BAC00391485/$file/A_AC.281_WP.5+A.pdf (ultimo accesso 18 febbraio 2014), p. 1.
62) Josei Toda, Toda Josei Zenshu (Opere complete di Josei Toda), 9 volumi, Seikyo Shimbunsha, Tokyo, 1981, vol. 3, p. 290.
63) Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Conferenza di revisione del 2010, op. cit., p. 21.
64) NATO (North Atlantic Treaty Organization), "Deterrence and Defence Posture Review" (Revisione della posizione su deterrenza e difesa), comunicato stampa 2012 063, 20 maggio 2012, http://www.nato.int/cps/en/natolive/official_texts_87597.htm?mode=pressrelease (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
65) Denis Healey, The Time of My Life (L'epoca della mia vita), Michael Joseph, London, 1989, p. 243.
66) SGI (Soka Gakkai International), "Survey: International Survey by SGI Youth Shows 91% Consider Nuclear Weapons Inhumane" (Sondaggio internazionale dei giovani della SGI mostra che il 91% considera inumane le armi nucleari), 6 dicembre 2013, http://www.peoplesdecade.org/decade/survey/2013/130424.html (ultimo accesso 18 febbraio 2014).
(Traduzione di Cristina Proto)