Artefici del nostro bene
Non arrivano per caso, i benefici li costruiamo noi. Con fatica, disciplina, coraggio. Come una casa. Possiamo scegliere ogni giorno se aggiungere un mattone, una piastrella, e renderla salda, visibile, potente, o se rifugiarci nella stanchezza, nella sfiducia. Siamo gli unici responsabili di questa costruzione. E di per sé è una cosa meravigliosa, pensare che possiamo essere artefici del nostro bene, di quello degli altri, delle altre. Che possiamo, in quanto esseri umani, creare la nostra felicità.
Ci sono molti scritti di Nichiren Daishonin, del presidente Ikeda, interi capitoli del Sutra del Loto che parlano degli incommensurabili benefici che gli esseri umani possono sperimentare abbracciando la Legge, cospicui e incospicui, visibili e invisibili. Perché allora non siamo tutti e sempre felici? Perché a volte ci danniamo e deprimiamo per il fatto di non riuscire a realizzare scopi e obiettivi, pur recitando Nam-myoho-renge-kyo? Come possiamo imparare a realizzare le nostre vite?
È importante non mettere i dubbi sotto un tappeto e far finta che non ci siano, perché parliamo della prova concreta, del modo in cui attraverso la fede possiamo trasformare questa esistenza e usarla per mostrare la Legge ai nostri cari, agli amici, agli altri. Il problema è che spesso, forse a furia di parlare e concentrarci su scopi e obiettivi, dimentichiamo che i benefici, come ci insegnano i nostri maestri, sono il risultato visibile di qualcosa che accade molto profondamente e quasi impercettibilmente dentro di noi. E invece di cercare con tutta la forza, la costanza, la fede possibile questo cambiamento interiore, ci mettiamo a inseguirli, a desiderare i benefici come fossero chimere. Li pretendiamo quasi (non si sa da chi o da cosa) senza essere disposti a trasformare radicalmente la nostra visione del mondo, le nostre abitudini, i nostri pensieri, le nostre opinioni errate.
«Non dobbiamo essere codardi, piagnucolare o lamentarci della nostra condizione. Se la nostra fede è pura e vigorosa, l’illimitato potere benefico della Legge mistica fluirà nella nostra vita» (SSDL, 3, 17). Daisaku Ikeda ci incoraggia a praticare con forza fino a ottenere un effetto, e mi colpisce sempre notare come l’accento non è sul risultato, ma sul continuare, sul mantenere la certezza, sulla lotta interiore che possiamo intraprendere nei confronti di dubbi, paure, preoccupazioni. «Io ho continuato sempre a diffondere gli insegnamenti del Daishonin – continua – e a proteggere la Soka Gakkai sopportando ogni sorta di persecuzioni e superando ogni ostacolo. Come effetto ho ricevuto immensi benefici» (Ibidem). Sì, perché un altro punto essenziale è che i grandi benefici appaiono quando ci preoccupiamo non solo del nostro bene, ma curiamo anche il bene di tutti, per davvero, senza scoraggiarci e con sincerità.
Il nostro comportamento, la nostra vera intenzione sono la base, il terreno da cui ogni beneficio può o meno emergere e manifestarsi. E non è possibile barare, far finta di essere buoni, mascherare quello che proviamo verso gli altri, verso noi stessi, verso la realtà.
Il Daishonin consigliava con cura i suoi discepoli su come vivere in accordo agli insegnamenti buddisti. In Virtù invisibile e ricompensa visibile per esempio scrive a Shijo Kingo, il samurai che era pronto a morire con lui durante la persecuzione di Tatsunokuchi, per aiutarlo a trovare la chiave necessaria a superare un momento difficile. Dopo che i suoi fratelli lo avevano tradito, gli consiglia di non essere lui stesso sleale con loro, ma di accogliere e provvedere al sostentamento delle loro compagne. «Non importa quali difetti possano avere le mogli dei tuoi fratelli, tu non badarci. Se in questa situazione ti comporterai come ti ho detto, penso che otterrai un feudo ancor più grande e riguadagnerai la stima degli altri. Come ho già affermato varie volte, si dice che dove c’è una virtù invisibile ci sarà una ricompensa visibile. I tuoi colleghi samurai hanno parlato male di te al tuo signore ed egli ha anche dubitato che dicessero il vero, ma, poiché per molti anni hai nutrito il forte e sincero desiderio di salvare il tuo signore nella prossima vita, hai ottenuto questo beneficio». Inoltre si raccomanda: «La cosa importante è mantenere buoni rapporti con coloro che credono in questo insegnamento, non è vedere, sentire o dire ciò che può dispiacerti. Continua con calma a offrire preghiere». (RSND, 1, 806).
Il beneficio più grande
«In sostanza una buona azione – scrive Daisaku Ikeda ne La saggezza del Sutra del Loto – contiene già in sé il beneficio, ha il potere di recare fortuna. Nichiren Daishonin affermò: “La parola “beneficio (kudoku) significa la ricompensa rappresentata dalla purificazione dei sei organi di senso […] Perciò la parola kudoku significa conseguire la Buddità nella propria forma presente. Significa anche la purificazione dei sei organi di senso”. Purificare i sei sensi – vista, udito, olfatto, gusto, tatto e pensiero – equivale a purificare la propria vita e trasformare il destino» (SSDL, 3, 2).
È il beneficio più grande, supremo, quello che chiamiamo “rivoluzione umana”, e dal quale derivano tutte le piccole o grandi vittorie, fortune, soddisfazioni, cambiamenti concreti e spesso inaspettati che possiamo sperimentare ogni giorno. È la nostra Buddità a richiamarli, a manifestarsi in essi, è la nostra vita che, purificandosi attraverso la fede e la recitazione del Daimoku, si accorda con il resto, con tutto il resto, producendo ogni sorta di benefico effetto.
«I sei organi di senso sono le porte che collegano il piccolo universo della nostra vita al grande universo. Purificarli significa armonizzare la propria vita con il ritmo dell’universo. Tramite la pratica ci sintonizziamo sulla lunghezza d’onda della Legge mistica. Allora saremo dotati del potere di avanzare senza alcun impedimento» (Ibidem, 54). Così «il beneficio dell’occhio è la capacità di distinguere il sentiero della felicità, per se stessi e per gli altri» (Ibidem, 50). È la capacità di intuire ciò di cui gli altri hanno bisogno e cosa possiamo fare per aiutarli, di discernere con chiarezza quale è la direzione giusta in cui procedere, la strada migliore per non sbagliare.
Saper ascoltare, capire dal tono della voce come stanno le persone, riuscire a “sentire” i loro stati vitali e le tendenze del nostro tempo, del nostro paese, del nostro quartiere, è essenziale per poter agire con saggezza, ed è un piccolo esempio dei benefici che arrivano dalla purificazione dell’udito.
L’olfatto è la possibilità che abbiamo di percepire la fragranza della vita delle persone, la loro tendenza: «Chi studia, si sforza e cerca di migliorarsi possiede la fragranza della tenacia […] Ma chi è indolente e apatico sembra emettere uno spiacevole odore di putrefazione. La differenza è impressionante» (Ibidem, 61).
I benefici del gusto purificato, o della lingua, saranno quelli di riuscire ad apprezzare in ogni cibo un sapore meraviglioso, e credo che valga sia letteralmente per le cose che mangiamo, sia per il gusto di vivere. La lingua è inoltre legata alla parola, al saper dire le cose giuste, essenziali, utili in quel momento, è la capacità che possiamo sviluppare di arrivare al cuore degli altri e trasmettere correttamente gli insegnamenti buddisti.
I benefici del corpo, o del tatto, sono quelli di poter manifestare attraverso la nostra forma, così come siamo, la luce dell’Illuminazione.
E purificare la mente significa riuscire a comprendere innumerevoli cose e princìpi che regolano la vita e il mondo ascoltando e seguendo anche una sola frase, un solo insegnamento.
Non si tratta di poteri sovrannaturali, ma di capacità che possediamo, sepolte, impolverate dall’oscurità che in egual modo ci appartiene. Si tratta di continuare a nutrirle, a risvegliare questo potenziale immenso, recitando Nam-myoho-renge-kyo e sforzandoci per gli altri, per aiutarli a fare lo stesso. Non a caso «Toda descriveva lo stato vitale di Buddità come felicità assoluta e come possente stato vitale» (Ibidem, 288). È la gioia dell’Illuminazione, senza la quale ben poco è possibile. È il beneficio invisibile che possiamo costruire giorno dopo giorno. Ci permette di affrontare ogni cosa: di vivere, invecchiare, morire, in maniera bella insieme agli altri. E bene.
(Manuela Vigorita)
L'impossibile che diventa possibile
Costruire benefici, per noi, è innanzitutto trasformare il karma.
Quella dimensione intima e impalpabile che condiziona pensieri, parole e azioni.
Se lo dimentichiamo possiamo ritrovarci a desiderare, anche praticando, benefici solo esteriori. Per nulla rivoluzionari, parenti molto lontani della felicità assoluta. Recitare per parare i danni, per stare un po’ meglio, per farcela a tenere la barca a galla è davvero poco e produce poco. I desideri piccoli portano cambiamenti piccoli. Dovremmo vigilare continuamente sulla tendenza tutta umana a usare la fede per accontentarsi di non soffrire e per evitare le sfide.
Alzare l’orizzonte: siamo nati e nate per essere felici. Di una felicità soddisfatta e fertile, capace di andare oltre il cuore che si accontenta. «Chi non riesce a credere che sia possibile il cambiamento personale recita Daimoku in modo rassegnato pensando: “Anche se lotto non ce la farò”. Ciò rispecchia un atteggiamento di non voler risolvere fino in fondo, e la recitazione del Daimoku diventa così un rifugio. Il fatto di credere nella Legge mistica ha il potere di cambiare in modo sbalorditivo e radicale la nostra vita; […] quando lottiamo per disperdere la nuvola nera dell’oscurità, naturalmente si manifesta il mondo della Buddità che esiste dentro di noi» (Katsuji Saito, BS, 143, 14).
Cambiamento sbalorditivo e radicale.
La vita può essere sbalorditiva in ogni istante. Quando compiamo qualcosa che è nelle nostre ragionevoli capacità siamo semplicemente in grado di realizzare qualcosa che è nelle nostre ragionevoli possibilità. Ma l’autentica vittoria, nella strada di kosen-rufu come nella nostra rivoluzione umana, non ha a che fare con il possibile. Mette in gioco una dimensione mistica, l’impossibile.
Il beneficio dei benefici è vivere la vita al massimo livello.
Che non si misura in termini di grandezza di risultati, ma di intensità della fede.
Una decisione che parte dal cuore
Nel pensiero comune si dice che le esperienze vissute ci cambiano. Accadono, ci piovono addosso. Quelle negative, i dolori, inaspriscono. Quelle positive, le gioie, aumentano la nostra sicurezza.
Per noi, invece, le esperienze si costruiscono per non permettere alle circostanze della vita di coprire, camuffandola, la nostra natura profonda. Che è saggia e illuminata. Per manifestare la nostra nona coscienza, la Buddità, che è libera dal karma, che non ha nessuno dei dolori che ci hanno formato, che non si limita a reagire come in una partita a scacchi. Nona coscienza limpida e capace, che esiste sempre e a dispetto di ogni nostra nebbia o temporale.
Io ho un maestro. Che significa che quando voglio comprendere qualcosa della meraviglia del Buddismo devo rivolgermi, come primo passo, alla sua esperienza.
Non c’è scritto nel quale lui non ci incoraggi a vincere sulla nostra natura oscura. Collerica, lamentosa, abbandonica, prepotente. Proprio quando sembra impossibile, quando ci viene tutto addosso, è lì che si produce il cambiamento. Quel “lì” è un luogo prezioso, il fango del fiore di loto, per noi il terreno più fertile.
«Nel pieno dei suoi dolorosi e faticosi sforzi per la ricerca di una soluzione si sentiva come in agonia. Avrebbe voluto mettersi a urlare. Poi, uno dopo l’altro, come nuvole nel cielo, cominciarono ad apparire nella sua mente alcuni passi del Gosho, passi che mettevano chiaramente in evidenza come si potesse trasformare ciò che era apparentemente impossibile in una cosa possibile». È Daisaku Ikeda che parla, mentre racconta il cambiamento di prospettiva durante la campagna del Kansai (La rivoluzione umana, vol. 10, cap. 1, pp. 9-10).
Parla dell’intensità della preghiera: «Se in un singolo istante di vita esauriamo le sofferenze e gli sforzi di milioni di kalpa, allora istante dopo istante sorgeranno in noi i tre corpi del Budda di cui siamo eternamente dotati. Nam-myoho-renge-kyo è proprio una tale pratica diligente» (Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 124, 56).
Si parte da qui, dal prendere la decisione nel proprio cuore.
Proviamo a immaginare la nostra esperienza più grande. La caratteristica era certamente che non fosse ragionevole neppure immaginarla. Il beneficio è fatto di sorpresa tenuta sempre accesa. Di determinazione limpida e profonda. Di preghiera non orientata in maniera esclusiva alla realizzazione, ma anche a tutto quello che è intorno.
Spesso, quando desideriamo ardentemente, sembra che il resto perda consistenza. Invece conta, ogni gesto compiuto influisce sul resto. E il gesto più potente è dare coraggio a ogni singola persona che incontriamo, anche quando sembra che non ne abbiamo neanche per noi.
L'impossibile sta nell'affrontare i dolori, riempirli di luce, e far uscire da lì un io forte e indistruttibile. Sta nello spazio oltre me, spazio cui accedo attraverso la preghiera determinata e profonda e in relazione al mio maestro.
La ragione tende al possibile. La felicità all’impossibile.
La ragione fa i conti con il karma, angusto e ripetitivo; la natura illuminata con l’universo.
Ripensare all’impossibile. Coltivarlo dentro. Onorarlo come fosse un dono. E riempire la distanza tra lì e la realtà a piccoli e grandi passi.
L'impossibile è fatto anche di pazienza e allegria.
(Gianna Mazzini)
Una cosa naturale
Pregare è una cosa naturale. Di fronte alla paura, allo smarrimento, alla disperazione gli esseri umani di tutte le epoche e di ogni cultura hanno pregato. E proprio intorno a questa semplice pulsione a cercare risposte e sostegno altrove, quando le facoltà a portata di mano non bastano più, sono nate le religioni.
Un fatto che può piacere o meno, ma che non è difficile da comprendere.
Più difficile è comprendere in che modo le nostre preghiere possano ottenere una risposta quando si esclude l’esistenza di entità sovrannaturali in ascolto. O accettare la preghiera come un’opzione possibile anche quando nella vita vogliamo cavarcela solo con i “nostri” mezzi, senza abdicare alle nostre facoltà umane.
Noi che pratichiamo il Buddismo di Nichiren crediamo nella Legge mistica, «la legge della vita, la segreta arte che permette ai meccanismi del microcosmo dell’io di integrarsi perfettamente in quelli del macrocosmo» (SSDL, 3, 306). E pregando, con tutti i nostri limiti e le nostre finitezze, entriamo in sintonia con questa Legge eterna e illimitata, e percepiamo in noi il respiro vasto della vita universale e tutta la sua potenza.
Il presidente Ikeda definisce la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo come la pratica per risvegliare la verità insita nella vita. «Non è un semplice intonare il nome di una “verità esterna”, ma è una pratica per “tirar fuori” concretamente la “verità interna” che pervade l’universo e il nostro stesso io, e vivere in accordo con essa» (Lezioni su “Il conseguimento della Buddità in questa esistenza”, BS, 119, 25).
La preghiera insomma, facendo sfumare i contorni del nostro io finito, ci fa riconoscere in noi dimensioni illimitate. E questo produce gioia, allenta le tensioni, apre orizzonti.
E, incredibilmente, arriva a trasformare la nostra realtà concreta.
«La vera religione è quella che ci permette di migliorare realmente la nostra vita» dice il presidente Ikeda, ciò che Tsunesaburo Makiguchi definiva “creare valore” convinto che, in quanto esseri umani, abbiamo accesso anche alla sfera mistica, alle meraviglie che la scienza non spiega. Per questo possiamo creare valore e ottenere la vittoria in qualunque situazione: «Una religione che non crea valore nella vita in risposta a una preghiera è inutile» (cfr. SSDL, 3, 312).
Josei Toda ha descritto lo stesso concetto, quasi un dialogo che si apre tra noi e l’illimitata potenza della vita quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo di fronte al Gohnozon, postulando l’azione di “quattro poteri”: il potere della fede e della pratica, propri dell’essere umano, le variabili che sta a noi attivare al massimo, e il potere della Legge e del Budda, assoluti, che appartengono al Gohonzon. Poiché c’è una relazione diretta tra le due sponde, se la nostra fede e la nostra pratica sono deboli non potremo sperimentare i benefici del Gohonzon (cfr. BS 112, 16-7).
Una consapevolezza che, riportando su di noi la piena responsabilità, ci dà la carica per riprendere la nostra pratica con fede rinnovata!
Non dobbiamo dolerci di non essere migliori di quanto ci vediamo né sforzarci di interpretare una parte che non ci si addice. La preghiera più efficace è quella che parte dalla nostra verità, esattamente dal punto in cui ci troviamo.
A partire dalla nostra verità
Non ci sono regole che stabiliscono come dobbiamo pregare, Ikeda è molto chiaro al riguardo. La cosa importante è andare davanti al Gohonzon così come siamo.
«Se assumiamo un atteggiamento artificioso per simulare sentimenti elevati stiamo mostrando un falso io, e il Gohonzon non risponde alle bugie. Quando recitiamo Daimoku per le nostre grandi preoccupazioni e per i nostri desideri, il nostro stato vitale si apre naturalmente e gradatamente sviluppiamo il desiderio di pregare non solo per noi stessi ma anche per la felicità dei nostri amici e per kosen-rufu» (SSDL, 310-6).
Altre volte capita di recitare schivando i pensieri, le preoccupazioni, le ansie come fossero mosche fastidiose che si frappongono tra noi e la nostra attenzione, che ci sforziamo di inseguire. Con il risultato di sentirci alla fine esausti e ancora più confusi. In realtà, scrive ancora Ikeda, «non c’è nulla di sbagliato nel fatto che mentre recitiamo la nostra mente sia attiva. Questi pensieri sono frutto delle nostre preoccupazioni: invece di considerarli inappropriati dovremmo pregare sinceramente per ciascuno di essi, quali che siano. Pregare non soltanto per le grandi questioni ma per qualunque problema, risolverlo e rafforzare così la nostra fede» (cfr. Ibidem, 309-10).
Nichiren assicura che «non c’è vera felicità per gli esseri umani al di fuori del recitare Nam-myoho-renge-kyo» (Felicità in questo mondo, RSND, 1, 607). Farlo a partire dalla propria verità è il modo più diretto per sperimentarla.
(Marina Marrazzi)