EDUCARE CON GENTILEZZA È EDUCARE ALLA PACE
Nel mio lavoro di insegnante è facile dimenticarsi della gentilezza, o confonderla con una certa disponibilità a “farsi mettere i piedi in testa”. Se sei gentile non ti ascoltano. Non fanno i compiti, e così via.
Quando penso alla gentilezza, penso al rispetto che il bodhisattva Fukyo nutre nei confronti di ogni creatura vivente, penso alle parole conclusive di Gongyo: Mai ji sa zen en – il mio pensiero costante.
Qual è il mio pensiero costante, nei confronti delle vite adolescenti che mi trovo in classe?
Ecco da dove parte la mia pratica della gentilezza: dal profondo desiderio che la loro vita possa splendere.
Faccio un esempio: sono giorni, questi, di compiti e interrogazioni che si susseguono, inoltre l’esame di maturità è alle porte. Presi dalla frenesia, i ragazzi e le ragazze dimenticano ogni gioia e partono come se fosse per una guerra, una guerra fatta di frustrazioni, recriminazioni e noia. Che senso ha venire a scuola se dobbiamo solo studiare per il voto?, mi dicono, rabbiosi.
Mi domando: come posso fare affinché vedano altro, oltre questa rabbia? Se non rispondo a questa domanda, è inutile per me fare lezione, sarebbe come non esserci.
E allora, guidata da questo sentire, non pretendo la ricompensa alle mie aspettative ma mi metto in ascolto e cerco di ampliare un po’ quell'orizzonte che si chiude. Come faccio? Non sempre ci riesco: se il mio stato vitale traballa, se sono io stessa nel giudizio, allora avrò ripetuto la lezione senza aggiungere niente, entrerò in guerra pure io e la mia gentilezza sarà solo una posa. Ma se mi sento discepola, se non vado da sola, il mio desiderio è come quello di Fukyo: vedo la loro bellezza e parlo a lei.
Nella classe, ora, c’è pace. E domani si ricomincia. (Giulietta Stirati)