Contagiosa come la gentilezza

L'incontenibile potere che trasforma il nemico in amico

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Mi fermo. Mi osservo. Ho l’affanno anche se non ho corso, eppure mi sembra di vivere una continua maratona contro il tempo, ma non una qualsiasi, la maratona di New York, perché se le cose vanno fatte, devono essere fatte solo al meglio! Devo essere competitiva, brava, utile per questa società. Una società in cui non c’è spazio per quelle che sono definite le soft skills, le abilità morbide, quelle che releghiamo in un angolino del Curriculum Vitae perché "non sono veramente importanti". Apparentemente sfuggono al criterio dell’utile e quindi vengono chiamate “morbide”, ma considerate troppo spesso “deboli”. Prima della lista: la gentilezza. Un termine che è raramente, o forse mai, attribuibile alla società moderna.
Ma perché è così difficile invertire questa rotta? Riuscire anche a camminare, invece che correre costantemente, in una società che sia gentile?
Platone già nel IV secolo a.C., descrivendo nella Repubblica le caratteristiche della città giusta, metteva a confronto i termini agathon e kakon, che rispettivamente in greco antico significano “buono, ben fatto e quindi utile” e “cattivo, nocivo, e dunque inutile”. Basandoci su questi significati, “fare del male” equivarrebbe a “rendere peggiori”. Questa spiegazione mi ha molto colpita, perché sottolinea come "peggiorare qualcuno" non potrà in alcun modo portare un effetto utile e positivo alla collettività.
Sosteneva quindi che per avere una società giusta, e quindi veramente utile per le persone, non bisogna “nuocere ai nemici” ma “renderli amici”, affinché la collettività sia regolata dalla collaborazione invece che dalla competitività.
Riflettendo su questo aspetto mi sono resa conto quanto nella modernità la gentilezza sia fraintesa. Perché, se sincera, è in grado di manifestare un potere costruttivo enorme. Un pensiero, una parola o un gesto gentile è il mezzo per trasformare un nemico in amico, in un istante. Perché una, anche semplice, scelta gentile può determinare delle conseguenze rivoluzionarie, collaborative invece che aggressive.
In questo la natura è una grande maestra. Come spiega il neurobiologo Stefano Mancuso, un antico bosco naturale è composto da una vera e propria comunità gentile di esseri che vivono sostenendosi gli uni con gli altri e cooperando insieme, lasciando sempre l’ambiente che ha sostenuto la loro vita in condizioni migliori di come l’hanno trovato.
Lo stesso Tsunesaburo Makiguchi nei suoi scritti incoraggiava un modo di vivere che egli definiva “contributivo” ovvero basato sull’insegnamento buddista secondo il quale «se si accende un fuoco per gli altri, si illuminerà anche la propria strada» (Sulle tre virtù del cibo, RSND, 2, 996).
Per fare questo è fondamentale scegliere di prenderci cura dell’altro dai grandi ai piccoli gesti, dall’amica più cara allo sconosciuto. In ogni occasione mancata si crea un vuoto di umanità.
Ma come fare a rallentare? A spannare la vista dall’ego e guardare gli altri con attenzione?
Tramite un ascolto sincero, attivo e privo di giudizio. Daisaku Ikeda scrive: «Il dialogo, affinché riesca, deve essere uno scambio tra pari che si fonda sul riconoscimento dell'umanità condivisa» (Qualunque fiore tu sia sboccerai, Piemme, p. 140).
Essere abitati dalla gentilezza è la decisione di fare ogni giorno una personale rivoluzione, che diventa immediatamente anche collettiva quando si concretizza nel nostro ambiente, creando piccole azioni inaspettate e, il più delle volte, estremamente contagiose!
Così rara e preziosa, la gentilezza diventa, in questo impegno individuale e collettivo, una vera e propria causa di pace.
(Rossella Maci)

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