Costruire una società globale di pace e coesistenza creativa
26 gennaio 2013
Nel celebrare l'anniversario della fondazione della Soka Gakkai Internazionale (SGI), vorrei esaminare le prospettive per la costruzione di una società globale di pace e coesistenza creativa in vista dell'anno 2030.
Sono passati sessantacinque anni dall'adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani. Dalla loro istituzione le Nazioni Unite, attraverso questa e altre risoluzioni dell'Assemblea generale e varie conferenze mondiali, hanno chiarito i temi centrali che dovrebbero guidare e spronare la cooperazione internazionale. Questi temi includono i seguenti concetti: lo sviluppo sostenibile come risposta alla povertà, al degrado ambientale e all'instabilità economica; una cultura di pace come risposta ai conflitti e alla violenza strutturale; e la sicurezza umana, argomento di una risoluzione adottata dall'Assemblea generale nel settembre dell'anno scorso.
Nell'insieme questi sforzi per definire dei contesti concettuali evidenziano sia le ineludibili problematiche del mondo contemporaneo, sia le aree che richiedono un'azione prioritaria.
Un esempio concreto di ciò è costituito dagli Obiettivi di sviluppo del millennio (Millennium Development Goals, MDG) definiti nell'anno 2000 dalle Nazioni Unite. L'obiettivo di dimezzare la percentuale della popolazione mondiale in condizioni di estrema miseria è stato raggiunto molto prima della data stabilita, fissata inizialmente nel 2015, ed è stato realizzato anche quello di dimezzare la percentuale di persone senza un costante accesso a una migliore qualità dell'acqua potabile; infine l'obiettivo di eliminare la discriminazione di genere nell'educazione primaria è vicino al compimento.
Allo stesso tempo, se consideriamo l'attuale ritmo di avanzamento, ci sono obiettivi la cui realizzazione entro il 2015 è seriamente in dubbio, e naturalmente anche il pieno raggiungimento degli Obiettivi del millennio lascerà troppe persone in condizioni che minacciano la dignità della vita e la loro stessa esistenza; sono chiaramente necessari ulteriori sforzi.
Questi successi tuttavia dimostrano che si può davvero cambiare il mondo quando si condivide una comune consapevolezza dei problemi immediati e quando ci si pongono scadenze chiare, dando un obiettivo e una direzione all'impegno delle persone.
In seguito alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (Rio+20), avvenuta nel giugno 2012, ci si sta ora impegnando nella definizione di una serie di Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDG), una sorta di proseguimento degli MDG, e nel dicembre del 2012 è stato istituito un gruppo di lavoro con tale incarico: la discussione di questi obiettivi dovrebbe essere l'occasione per convogliare punti di vista diversi dai quali desumere ciò che è necessario realizzare in vista del previsto traguardo temporale del 2030, e delineare così il quadro di una nuova società globale.
Obiettivi per lo sviluppo sostenibile
Uno dei principali risultati della Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (Rio+20) svoltasi nel 2012 è stato l'accordo per avviare un processo per la definizione di un insieme di Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDG) basati sugli Obiettivi di sviluppo del millennio (Millennium Development Goals, MDG) - obiettivi di sviluppo internazionali mirati a migliorare le condizioni sociali ed economiche nei paesi più poveri del mondo - che avranno termine nel 2015. I partecipanti hanno concordato che gli SDG dovrebbero applicarsi agli aspetti economici, sociali e ambientali dello sviluppo sostenibile e alle loro interrelazioni. Gli obiettivi quadro sono lo sradicamento della povertà, la sostenibilità ambientale, il consumo e la produzione sostenibili. Si è inoltre concordato che la loro definizione sarà aperta a tutti gli interessati e sarà coordinata con i processi dell'agenda di sviluppo post-2015.
Le ricerche di Faust
«Ogni cosa, caro amico, al giorno d'oggi è ultra, ogni cosa eternamente trascendente nel pensiero come nell'azione... i giovani si entusiasmano fin troppo presto, e poi vengono trascinati via nel turbine del tempo. Ricchezza e rapidità sono ciò che il mondo ammira e che tutti si impegnano a ottenere».1 Potrebbero sembrare le parole di un intellettuale contemporaneo, ma in realtà questa incisiva critica alla civiltà è di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832).
Il poeta tedesco Manfred Osten, dell'Associazione Goethe che ha sede a Weimar in Germania, con il quale sono attualmente impegnato in un dialogo sulla vita e il pensiero del grande scrittore tedesco, si concentra sul modo in cui Goethe esamina questa patologia della civiltà nel Faust, il suo capolavoro, nel quale ritrae l'umana follia che ci spinge alla ricerca incessante del "mantello magico" (il mezzo di trasporto più rapido), del "pugnale che fulmina" (le armi più veloci) e del "denaro facile" come mezzi per la realizzazione dei nostri desideri, ma che in definitiva conducono alla rovina.2
Osten definisce questi elementi, che Mefistofele fornisce a Faust in risposta alle sue richieste, come «gli strumenti della rapidità demoniaca»;3 i loro nomi e le loro forme, dice, differiscono da quelli dell'inizio del XXI secolo, ma la loro essenza è la stessa. Prosegue chiedendo se abbiamo la capacità di riconoscerci come contemporanei di Faust, e in effetti io credo che non possiamo permetterci di ignorare le similitudini tra la nostra epoca e quella descritta da Goethe. Senza appellarci all'assistenza di un qualunque Mefistofele abbiamo creato una tragica situazione in cui quello che dovrebbe essere apprezzato e considerato prezioso finisce schiacciato sotto i piedi senza quasi un pensiero: oggi la patologia svelata da Goethe sta aumentando progressivamente di intensità.
Lo vediamo nelle armi nucleari, il cui uso "difenderebbe" la nazione che le possiede al prezzo dell'estinzione umana; in una società in cui la competizione del libero mercato viene esaltata al costo di ampliare le disparità con il consapevole abbandono dei suoi membri più vulnerabili; nel tasso inarrestabile della distruzione ecologica guidato dalla priorità della crescita economica; in una crisi alimentare globale provocata dalla speculazione sui prodotti, ecc.
Gli MDG furono stabiliti allo scopo di ridurre la sofferenza del massimo grado possibile, ma se non affrontiamo direttamente gli impedimenti alla base della civiltà umana potremmo scoprire che qualunque progresso sarà caduco e vanificato dall'emergere di nuove prove. Ciò rende ancora più importante dare ascolto all'ammonizione di Goethe: «Non basta compiere passi che un giorno potrebbero condurre a un obiettivo; ogni passo deve essere in sé un obiettivo e un passo».4
In altre parole i nostri sforzi per migliorare la condizione umana devono essere ben più di semplici misure tampone; devono consentire alle persone che lottano contro terribili minacce di recuperare la speranza e la forza necessarie a condurre esistenze dignitose. Nel portare a termine tali sforzi, dobbiamo assumerci la sfida più grande di trasformare il corso della storia da distruzione a costruzione, da scontro a coesistenza, da disgregazione a solidarietà.
Abbiamo bisogno di un nuovo contesto spirituale che dia maggiore chiarezza a ciò che non possiamo permetterci di ignorare e che, nel contempo, assicuri che tutto ciò che facciamo contribuisca all'obiettivo più vasto di una società globale di pace e coesistenza creativa. Questo faciliterà anche il processo di determinazione dei nuovi Obiettivi per lo sviluppo sostenibile.
Propongo che tale nuovo contesto spirituale sia costituito dal rispetto per la dignità innata dell'esistenza.
La determinazione di condividere le gioie e le sofferenze degli altri
Se ci raffiguriamo una società globale di pace e coesistenza creativa come un edificio, gli ideali dei diritti umani e della sicurezza umana sono i pilastri principali che lo sorreggono, mentre le fondamenta su cui tali pilastri poggiano sono costituite dal rispetto per la dignità della vita. Se queste fondamenta restano una concezione astratta, l'intera struttura sarà instabile e in caso di crisi o problematiche serie potrebbe collassare.
Per assicurarsi che il rispetto della dignità della vita sia un sostegno significativo e vigoroso per l'intero edificio, gli individui in tutto il mondo devono sentirlo e sperimentarlo in modo chiaro e palpabile come proprio stile di vita. A questo scopo vorrei proporre di impegnarci ad agire secondo tre linee guida:
- La determinazione di condividere le gioie e le sofferenze degli altri.
- La fede nelle possibilità illimitate dell'esistenza.
- Il voto di difendere e celebrare la diversità.
Per quanto riguarda la prima - l'importanza di condividere le gioie e le sofferenze degli altri - mi è tornato alla mente il dialogo che ho avuto circa quarant'anni fa con lo storico inglese Arnold J. Toynbee (1889-1975) sulle prospettive dell'umanità nel XXI secolo. Nelle ultime fasi di questo dialogo abbiamo discusso sulla dignità della vita. «La dignità della vita - sottolineò Toynbee - è un criterio di valore universale e assoluto».5 È la natura unica e insostituibile di ogni essere che conferisce un peso e un valore così grandi alla dignità della vita. E continuò dicendo: «E se noi la violiamo, violiamo anche la nostra dignità».6 Porre la dignità della vita all'interno del contesto dei legami umani e della loro interrelazione è una visione chiave.
Una minaccia pressante alla dignità di troppe persone oggi nel mondo - che richiede con urgenza una risposta comune da parte della comunità internazionale - è la povertà.
Come ho notato in precedenza, alcuni dei traguardi degli MDG sono stati già raggiunti. Ma il fatto che molti di questi obiettivi siano espressi nei termini di riduzione della proporzione del numero di persone che vivono in condizioni di miseria significa che, a meno che non si acceleri il passo, alla scadenza del 2015 ci saranno ancora circa un miliardo di persone in condizioni di estrema povertà e più di seicento milioni senza accesso all'acqua potabile. Ci sono inoltre differenze regionali nell'andamento della riduzione della povertà, in miglioramento nell'Africa sub sahariana in particolare, e molto indietro in altre regioni come l'Asia meridionale o l'America latina che devono ancora dimezzare, secondo gli Obiettivi del millennio, il numero di persone che vivono in condizioni di estrema povertà.
Nel giugno di quest'anno si svolgerà a Yokohama, in Giappone, la quinta Conferenza internazionale sullo sviluppo africano (Tokyo International Conference on African Development, TICAD V), che avrà come tema basilare quello delle società inclusive e resilienti. Spero che tale evento generi una maggiore solidarietà internazionale per la creazione di un "secolo africano" che diffonda i valori della pace e della coesistenza al resto del mondo, così che tutte le persone possano vivere esistenze di dignità.
La povertà non è una questione limitata al mondo in via di sviluppo; persino le società ricche hanno problemi di povertà e di disparità sociali ed economiche.
I ricercatori britannici Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno studiato gli effetti della diseguaglianza sulle popolazioni, notando che associata a una perdita economica essa ha un effetto corrosivo sia sulle relazioni individuali che sulla società nell'insieme. Nella loro opera La misura dell'anima: perché le diseguaglianze rendono le società più infelici sottolineano che non solo le diseguaglianze economiche aggravano i problemi sanitari e sociali, ma che «con una diseguaglianza maggiore le persone sono meno altruiste l'una con l'altra, c'è una minore reciprocità nelle relazioni, le persone devono badare a se stesse e prendere quello che possono - così, inevitabilmente, c'è una minore fiducia».7 Inoltre, poiché «la diseguaglianza sembra rendere le nazioni socialmente disfunzionali in una vasta gamma di risultati»,8 nelle società più inique se la passano male non solo i poveri ma le persone di quasi tutti i livelli di reddito.
La deprivazione economica trasforma praticamente tutti gli eventi della vita quotidiana in potenziali fonti di preoccupazione. Tale situazione si aggrava quando le persone percepiscono che la loro stessa esistenza è disprezzata, si sentono alienate e private di un ruolo significativo e di un posto all'interno della società. In una persona che sta lottando per migliorare la propria esistenza in mezzo a tali condizioni difficili, reazioni fredde e insensibili - provenienti dall'ambiente più vicino o dalla società nel suo insieme - intensificano la sensazione di isolamento e di insicurezza, e feriscono profondamente la dignità.
Ecco perché negli ultimi anni, oltre alle misure economiche per affrontare il problema della povertà, si è sottolineata sempre di più l'importanza di un approccio di inclusione sociale concentrato sul ripristino del senso di connessione con gli altri e di scopo nella vita.
Il Buddismo come risposta alla sofferenza umana
Nell'antica India il Buddismo sorse in risposta al quesito universale di come affrontare le realtà della sofferenza umana e confrontarsi con le persone intrappolate in tale sofferenza.
Il fondatore del Buddismo, Gautama Budda o Shakyamuni, ebbe natali reali che gli garantivano una vita agiata; la tradizione vuole che la determinazione di abbandonare in giovane età quella condizione e riflettere sulla vita grazie alla pratica monastica fosse ispirata da "quattro incontri" con persone tormentate dai dolori della vecchiaia, della malattia e della morte.
Ma il suo proposito non fu semplicemente quello di riflettere in maniera passiva sull'evanescenza della vita e sull'inevitabilità della sofferenza; in seguito descrisse così i suoi sentimenti di quel periodo: «Nella loro stoltezza i comuni mortali - sebbene essi stessi inevitabilmente invecchieranno - quando vedono gli altri invecchiare e cadere in declino, ci riflettono, ne sono angustiati e provano vergogna e odio - sempre senza considerarlo un loro problema»;9 e notò che lo stesso accade anche nel nostro atteggiamento nei confronti della malattia e della morte.
L'interesse di Shakyamuni fu sempre rivolto all'arroganza interiore che ci fa oggettivare e isolare le persone che affrontano sofferenze come la vecchiaia e la malattia, e fu quindi incapace di chiudere gli occhi davanti a persone che soffrivano in solitudine a causa della malattia o erano interdette dal mondo a causa dell'età. Un episodio della sua vita ne è testimonianza. Si narra che un giorno Shakyamuni incontrò un monaco affetto da una malattia e gli chiese: «Perché stai soffrendo e perché sei solo?». Il monaco rispose che essendo pigro per natura e incapace di sopportare la sofferenza che comporta il fornire cure mediche agli altri, non c'era nessuno che ora si prendesse cura di lui. Al che Shakyamuni rispose: «Buon uomo, mi occuperò io di te». Portò il monaco sofferente all'esterno, gli cambiò la biancheria sporca, lo lavò e gli fece indossare vestiti nuovi. Poi lo incoraggiò con convinzione a essere sempre diligente nella sua pratica religiosa, e il monaco recuperò subito uno stato fisico e mentale di benessere e gioia.
Dal mio punto di vista non fu solo la cura devota e inaspettata di Shakyamuni a influenzare in questo modo il monaco, quanto piuttosto il fatto che Shakyamuni lo incoraggiasse con lo stesso linguaggio severo ma caloroso che usava con gli altri discepoli in buona salute, che ravvivò in lui la fiamma della dignità che era molto vicina a spegnersi.
Questa storia è basata su un racconto contenuto in The Great Tang Dynasty Record of the Western Regions,10 ma quando la confrontiamo con la versione riportata in altri sutra, viene alla luce un ulteriore aspetto delle motivazioni di Shakyamuni: dopo essersi preso cura del monaco malato, si dice che abbia riunito gli altri monaci e abbia chiesto loro cosa sapessero delle sue condizioni. Come risultò, erano consapevoli della sua malattia e della gravità della sua condizione, e tuttavia nessuno di loro aveva fatto uno sforzo per fornirgli delle cure: i discepoli del Budda si giustificarono in termini quasi identici a quelli del monaco sofferente, dicendo che egli non si era mai occupato di nessuno di loro quando erano malati.
Ciò corrisponde alla logica della responsabilità personale così come viene spesso espressa in scenari contemporanei per negare la necessità di prendersi cura degli altri. Nel monaco sofferente questo atteggiamento alimentava sentimenti di rassegnazione, e negli altri discepoli si manifestava come un'arrogante giustificazione per il loro disinteresse, una logica che atrofizzava lo spirito del monaco malato e offuscava quello degli altri.
«Chiunque si prenda cura di me, dovrebbe prendersi cura dei malati». Con queste parole Shakyamuni cercò di dissipare le illusioni che offuscavano la mente dei suoi discepoli e di stimolarli a una comprensione corretta.
In altre parole, praticare la via del Budda significa condividere attivamente le gioie e le sofferenze degli altri: mai dare le spalle a chi è turbato e in difficoltà ma sentirsi toccati dalle esperienze degli altri come se fossero le proprie. Attraverso un simile impegno, non solo chi è direttamente afflitto dalla sofferenza ma anche chi la abbraccia empaticamente recupera il proprio senso di dignità.
La dignità innata della vita non si manifesta nell'isolamento, ma è attraverso il nostro attivo confronto con gli altri che la natura unica e insostituibile di ciascuno diventa evidente; allo stesso tempo la determinazione di proteggere quella dignità contro ogni attacco adorna le nostre vite e le fa risplendere.
Sostenendo l'uguaglianza fondamentale tra sé e un monaco malato, il Budda cercò di risvegliare le persone al fatto che il valore della vita umana rimane immutato nella malattia o nella vecchiaia, rifiutando di riconoscere distinzioni e discriminazioni basate su questi aspetti. In tal senso, considerare le sofferenze degli altri dovute alla malattia o alla vecchiaia come segni di sconfitta o di fallimento esistenziale non è solo un errore di valutazione, ma mina la dignità di tutti.
La base filosofica della Soka Gakkai Internazionale è l'insegnamento di Nichiren (1222-82), che sottolineò la supremazia del Sutra del Loto come la quintessenza dell'Illuminazione di Shakyamuni. Nel Sutra del Loto una imponente torre incastonata di gioielli emerge dall'interno della terra a simboleggiare la dignità e il valore della vita. Nichiren paragonò i quattro lati della Torre preziosa ai "quattro aspetti" di nascita, vecchiaia, malattia e morte,11 sostenendo che possiamo affrontare le dure realtà della vecchiaia, della malattia e persino della morte senza farci sopraffare dalla sofferenza che le accompagna, e considerare queste esperienze - normalmente viste solo sotto una luce negativa - come stimolo per uno stile di vita molto più dignitoso e di valore.
La dignità della vita non è qualcosa di separato dalle inevitabili sofferenze dell'esistenza umana: dobbiamo dedicarci attivamente agli altri, condividendo le loro sofferenze e adoperandoci con tutte le nostre forze, se vogliamo aprire una strada verso una autentica felicità sia per noi che per gli altri. Ispirati da questi insegnamenti, i membri della SGI - spesso derisi nei primi anni in Giappone in quanto "accozzaglia di poveri e malati" - hanno proseguito con orgoglio nella tradizione di sostegno reciproco e incoraggiamento tra persone colpite da varie forme di sofferenza.
Oggi questo spirito è particolarmente importante, perché davvero tante persone in tutto il mondo si ritrovano a sperimentare un'improvvisa povertà, esemplificata dalla devastazione provocata dai disastri naturali e dalle crisi economiche, eventi che possono privare in pochi secondi le persone di tutto ciò a cui danno valore, gravandole di un intollerabile fardello di dolore; è fondamentale riuscire a far sì che non vengano lasciate sole e dimenticate.
Come si può osservare nei terremoti su vasta scala che hanno colpito Haiti (2010) e il Giappone nordorientale (2011), la ricostruzione a seguito del disastro si prolunga nel tempo e spesso rimane molto indietro rispetto alle aspettative, e gli sforzi della popolazione per ricostruire la propria esistenza e recuperare un senso di completezza interiore sono lunghi e difficili. Ecco perché è così importante non dimenticare queste persone sofferenti e che la società nel suo insieme sostenga la ricostruzione, promuovendo quel tipo di connessioni e legami reciproci che permettono alla gente di vivere nella speranza.
La determinazione di continuare a incoraggiare le persone finché il sorriso non torni sui loro volti - senza mai abbandonarle e condividendo ogni sofferenza e gioia - ci rende capaci di affrontare e superare le varie sfide dell'esistenza e ci guida attraverso le capricciose instabilità della vita.
Con l'impegno costante a difendere ciò che è insostituibile e a portare alla luce la dignità nostra e degli altri si possono colmare le diseguaglianze della società e gettare le basi incrollabili dell'inclusione sociale.
Fede nelle possibilità illimitate della vita
Vorrei ora discutere della seconda linea guida su cui basarsi per agire: avere fede nelle possibilità illimitate della vita.
Nel settembre dello scorso anno la SGI, la rete internazionale degli Associati per l'educazione ai diritti umani (Human Rights Education Associates, HREA) e l'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, OHCHR) hanno presentato il DVD A Path to Dignity: The Power of Human Rights Education (Un sentiero verso la dignità: il potere dell'educazione ai diritti umani) per promuovere presso un pubblico più ampio gli ideali e i principi della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'educazione e la formazione ai diritti umani adottata dall'Assemblea generale dell'ONU nel dicembre del 2011.
Il documentario, disponibile anche online, illustra l'educazione pratica ai diritti umani in tre diverse situazioni, che per quanto diverse nelle problematiche specifiche, insieme trasmettono il messaggio che è possibile cambiare la società e che il cambiamento ha inizio con la trasformazione interiore dei singoli esseri umani.
In qualità di Organizzazione non governativa (ONG) accreditata presso le Nazioni Unite, da lungo tempo la SGI promuove l'educazione ai diritti umani come una delle sue attività centrali; alla base di tali iniziative c'è un convincimento che affonda le sue radici nella filosofia buddista. Quando Shakyamuni affermava con insistenza: «Non chiedere del lignaggio, chiedi del comportamento», stava criticando la visione del mondo della sua epoca secondo cui le circostanze della nascita nella vita presente sono determinate dal karma accumulato nelle esistenze passate. Allo stesso tempo, attraverso l'analogia: «Da qualunque legno, in verità, nasce il fuoco...»,12 dichiarava che tutte le persone possiedono una condizione vitale innata di dignità suprema e che per questo sono fondamentalmente uguali e dotate di possibilità illimitate.
Una prospettiva fatalistica della vita priva chi discrimina gli altri di ogni opportunità per riflettere o interrogarsi sulle proprie azioni, e impedisce di farsi veramente spronare dalla voce della coscienza. Crea le condizioni per cui la società di fatto viene pervasa da un tragico disinteresse nei confronti dei diritti umani che toglie forza alle vittime della discriminazione, offuscando la consapevolezza del loro insostituibile valore e alimentando rassegnazione e senso di inutilità.
La visione secondo cui la situazione presente è irrevocabilmente determinata dalle cause passate mina il rispetto per la dignità della vita, sia per gli esecutori che per le vittime della discriminazione. Di conseguenza, Shakyamuni non poteva tralasciare questo punto: invitando a concentrarsi sul comportamento delle persone e non sulla loro nascita, voleva spiegare che la relazione tra causa ed effetto non è immutabile, ma che le nostre azioni e il nostro atteggiamento al momento presente diventano nuove cause che possono generare risultati totalmente nuovi. È per questa ragione che il vero valore di una persona si vede nelle sue azioni nell'attimo presente.
Inoltre l'insegnamento buddista dell'origine dipendente sottolinea la nostra interdipendenza, il fatto che tutte le cose esistono all'interno di una trama di reciproca influenza. Momento per momento il flusso di cause ed effetti stratificati si propaga attraverso questa rete di interdipendenza, influenzando gli altri e il nostro ambiente. Di conseguenza le nostre azioni in questo istante hanno il potere non solo di trasformarci, ma di creare una nuova cascata di reazioni e risultati positivi. È questa splendida capacità della vita - che esiste all'interno di tutte le persone a prescindere dalla loro condizione - che Shakyamuni stava cercando di comunicare con la frase: «Da qualunque legno, in verità, nasce il fuoco...».
Questo stesso principio è espresso nel Sutra del Loto attraverso una serie di parabole di abile tessitura, raccontate - vorrei sottolineare - non da Shakyamuni ma per voce dei suoi discepoli, come la parabola dell'uomo ricco e del figlio povero narrata da Subhuti, un ascoltatore della voce, e la parabola della gemma nel mantello raccontata da Kaundinya, un arhat. La prima descrive un uomo che dopo una vita di vagabondaggio e grandi sfortune fa ritorno senza saperlo alla casa del padre ricco, dove trova lavoro; nella seconda un uomo vive la propria esistenza ignorando la presenza di un gioiello di immenso valore che gli è stato cucito nell'orlo della veste da un amico.
Queste parabole sono narrate dai discepoli del Budda per esprimere l'incontenibile gioia e la determinazione ad agire che hanno percepito incontrando l'essenza degli insegnamenti di Shakyamuni, e cioè che tutte le persone possiedono la Buddità e sono quindi capaci di manifestare la profonda e infinita saggezza del Budda. Il Sutra del Loto descrive questo "spettacolo" della vita interiore con la rappresentazione della trasformazione interiore dei discepoli dal risveglio alla gioiosa determinazione, e attraverso le parabole che essi stessi utilizzano per descrivere quell'esperienza.
Il Buddismo sottolinea dunque che l'umanità può progredire, un passo alla volta, grazie ai nostri instancabili sforzi di ispirarci l'un l'altro e di comprendere che, proprio come il risveglio di Shakyamuni innescò un risveglio nei suoi discepoli, ciò che è possibile per uno è possibile per tutti. Questo è il fondamento filosofico che sta alla base dell'impegno della SGI per l'educazione ai diritti umani, che sottolinea il processo grazie al quale l'empowerment individuale si trasforma nella capacità di leadership per il bene degli altri.
Una delle storie presentate nel DVD A Path to Dignity è quella di una donna turca costretta a sposarsi contro la propria volontà e diventata poi vittima della violenza del marito. Quando decise di divorziare, si ritrovò minacciata fisicamente non solo da lui ma anche dai membri della propria famiglia d'origine. Riuscì però a trovare rifugio presso un'organizzazione di donne che le fece recuperare la consapevolezza dei propri diritti e decise così di iniziare una nuova vita, dichiarando: «Mi sento forte... davvero tanto. Se potessi aiutare altre donne, allora sarei ancora più felice, ciò che desidero è essere un esempio».
Siamo di fronte a un episodio di educazione concreta ai diritti umani di inestimabile valore. Nel sorriso di questa donna che ha riguadagnato la forza di vivere percepiamo il calore della speranza e il potere della fiducia in se stessi che derivano dalla piena consapevolezza della propria dignità.
Poche persone hanno espresso il concetto del calore della speranza con altrettanta pregnanza del filosofo americano Milton Mayeroff (1925-79), sostenitore della pratica dell'"aver cura" che, come l'empowerment, si basa su un'attenta premura verso gli altri: «Esiste la speranza che l'altro cresca grazie alla mia cura. [...] Per certi versi è simile alla speranza che accompagna l'arrivo della primavera. [...] Una simile speranza non è un'espressione dell'insoddisfazione del presente rispetto alla soddisfazione di un futuro atteso con fiducia; è piuttosto un'espressione della pienezza del presente, un presente ravvivato da una sensazione di possibilità».13 Qui la speranza non viene relegata alla condizione di una sorta di futuro "pagherò", ma è contenuta nel senso di pienezza e soddisfazione della vita nel momento presente.
Non importa com'è stata la nostra vita fino a ora: nel momento in cui ci risvegliamo al nostro valore originario e determiniamo di cambiare la realtà presente, iniziamo a risplendere della luce della speranza.
Per tutta la sua vita Nichiren provò orgoglio per il fatto di essere «nato povero e umile in una famiglia chandala»14 e rimase sempre al fianco di persone tormentate dai vari mali della società. Descrisse il meccanismo dinamico di trasformazione della vita paragonandolo al «produrre il fuoco da una pietra raccolta dal fondo di un fiume» o a «una lanterna che rischiara un luogo rimasto buio per cento, mille o diecimila anni».15
Per quanto grandiose e nobili, le visioni che possono trovare realizzazione solo nel lontano futuro non hanno alcuna funzione propulsiva per quell'incessante impegno spirituale necessario a coltivare possibilità e portarle a buon fine, né forniscono opportunità concrete affinché le persone cambino il loro ambiente grazie alla trasformazione della propria vita. Solo quando sperimentiamo la speranza su un piano quotidiano immediato, come un "arrivo della primavera", possiamo riuscire a coltivare con gioia e orgoglio i semi della possibilità. Solo allora possiamo avere un effetto positivo su chi ci circonda grazie alla nostra trasformazione interiore e lavorare in maniera duratura per migliorare la società.
Ritengo che una simile prospettiva sia preziosa non solo per la sfida di costruire una cultura dei diritti umani, ma anche per la realizzazione di una società sostenibile: dobbiamo generare quel tipo di spirale ascendente attraverso la quale migliorare la condizione presente lavorando per un futuro migliore. Questo è un punto che ho già sottolineato nella proposta presentata al Summit Rio+20 lo scorso giugno.16 Il successo dei nostri sforzi in vista dell'anno 2030 dipenderà dalla misura in cui il movimento di :IIIempowerment delle persone - e il processo della costruzione della loro capacità di leadership - attecchirà in profondità nelle comunità di tutto il mondo. Più di ogni altra cosa è essenziale che la nostra vita, in questo momento, trabocchi del calore della speranza, perché allora ogni passo che compiamo per rendere il mondo un posto migliore, come sollecitava Goethe, «diventa esso stesso un obiettivo e un passo».
Ascoltatori della voce e arhat
"Ascoltatori della voce" è il nome dato ai discepoli del Budda Shakyamuni che udivano il suo insegnamento e si sforzavano di raggiungere l'Illuminazione. Il termine fu usato anche per i monaci che sentivano la voce del Budda predicare le quattro nobili verità e cercavano di raggiungere l'emancipazione grazie allo sradicamento dei desideri terreni. Subhuti fu uno dei principali ascoltatori della voce tra i discepoli di Shakyamuni.
Arhat - che significa persona degna di rispetto - indica una persona che aveva raggiunto il livello più alto di Illuminazione a cui aspiravano gli ascoltatori della voce. Kaundinya fu uno dei cinque asceti che ascoltò il primo sermone di Shakyamuni e si convertì ai suoi insegnamenti.
Il voto di difendere e celebrare la diversità
La terza linea guida su cui impegnarsi è onorare il voto di difendere e celebrare la diversità.
Per molti anni ho intrapreso dialoghi con persone dei più diversi contesti etnici, culturali e religiosi; grazie a questa esperienza mi sono convinto ancora di più che la diversità non è semplicemente qualcosa che deve essere rispettato, ma ci offre l'opportunità di impegnarci in un'auto-riflessione che può arricchire di significato la nostra esistenza.
Oggi le duplici tendenze della globalizzazione e della crescente diffusione delle tecnologie di informazione e di comunicazione hanno allargato le possibilità di interagire e comunicare pensieri e idee in tempo reale tra persone di ambienti diversi. Allo stesso tempo, tuttavia, assistiamo a un appiattimento o omogeneizzazione, derivato principalmente dal processo economico che erode l'unicità delle culture individuali. Inoltre i crescenti flussi transnazionali delle popolazioni hanno spesso portato ad attriti culturali che rischiano di venire inaspriti dall'intenzionale istigazione all'odio e alla diffidenza. Le differenze e le caratteristiche distintive che potrebbero arricchire le nostre vite diventano invece bersaglio di attacchi o barriere di separazione tra le persone, che troppo spesso sfociano in conflitti violenti o generano altri tipi di minaccia all'esistenza e alla dignità delle persone.
La Dichiarazione di Siviglia sulla violenza, scritta da un gruppo di scienziati internazionali e adottata dall'UNESCO nel 1989, affermava: «È scientificamente errato affermare che la guerra o qualsiasi altro comportamento violento sia geneticamente programmato nella natura umana [...] [o] che la guerra sia causata dall'"istinto" o da qualsiasi altra singola motivazione».
Sono completamente d'accordo con questa affermazione. Tuttavia rimane il fatto che se vogliamo spezzare i cicli del conflitto e della violenza, gli ostacoli da superare sono numerosi; per esempio dobbiamo cominciare a chiederci cosa spinga le persone alla guerra e alla distruzione.
Shakyamuni credeva che il conflitto sorgesse dall'oscurità o illusione fondamentale che ci impedisce di riconoscere nella vita degli altri lo stesso insostituibile valore che percepiamo nella nostra. Vivendo nell'antica India, assistette spesso a violenti contrasti come i conflitti tra tribù per l'acqua o altre risorse e a lotte di potere tra Stati, e identificò quella che a suo parere era l'essenza del problema: «Ho percepito un'unica freccia invisibile trafiggere il cuore delle persone».17 Poiché il loro cuore è trapassato dalla freccia invisibile dell'illusione fondamentale, le persone non riescono a liberarsi dall'attaccamento a una visione egocentrica del mondo.
Ad esempio Shakyamuni notò come due gruppi tribali in conflitto soffrissero della stessa disperazione, «come pesci che si dibattevano nell'acqua bassa»,18 ma le loro menti erano talmente offuscate da non riconoscere che entrambi condividevano le medesime preoccupazioni per la mancanza d'acqua o la costante paura di essere attaccati e invasi.
Con lo scopo di superare questa situazione, Shakyamuni dichiarò: «Tutti tremano al pensiero della violenza; la vita è preziosa per tutti. Ponendosi nei panni di un altro, non si dovrebbe uccidere né spingere altri a farlo».19
Qui ci sono due punti chiave. Il primo è che Shakyamuni si focalizzò sempre su un processo di riflessione interiore attraverso il quale tentare di mettersi nei panni degli altri e sentire la loro angoscia come se fosse la propria, invece che sull'obbedienza a regole esterne come base per l'autocontrollo. Il secondo punto è che non considerava sufficiente astenersi dall'uccidere, ma insisteva che dovessimo anche non spingere gli altri a farlo, stimolandoci così a coltivare, attraverso un dialogo incondizionato, il buono che esiste nella vita degli altri e a unirci a loro in un reciproco voto contro la violenza e l'omicidio.
Le scritture buddiste raccontano di come la demone Kishimojin (sanscrito Hariti) fu spinta a trasformare il suo stile di vita grazie a un dialogo con Shakyamuni, che la incoraggiò a riflettere sulle sue azioni. Kishimojin aveva tantissimi figli - alcune centinaia o migliaia - e si diceva uccidesse i bambini degli altri per nutrire i propri. La gente si rivolse a Shakyamuni chiedendogli di porre fine a quelle azioni crudeli, e così lui nascose il figlio più piccolo di Kishimojin, a lei particolarmente caro. Per sette giorni la demone cercò disperata il figlio e alla fine, giunta allo stremo, chiese aiuto a Shakyamuni, avendo sentito dire che aveva la capacità di conoscere tutte le cose. Shakyamuni rispose alle sue preghiere dicendo: «Ho sentito dire che hai un numero infinito di figli. Perché dunque sei così angosciata di perderne uno solo? Molte famiglie hanno solo uno, tre o cinque figli. Tu hai tolto la vita a quei bambini».20
Udendo quelle parole, Kishimojin si rese conto di aver inflitto a un numero inimmaginabile di altri genitori lo stesso dolore che stava provando in quel momento, e dopo aver promesso a Shakyamuni di abbandonare le sue nefande abitudini, fu ricongiunta con il figlio piccolo. Da quel momento in poi Kishimojin fece della protezione di tutti i bambini la propria missione; nel Sutra del Loto promette, insieme ad altre divinità crudeli, di proteggere coloro che si adoperano per la felicità di tutte le persone.
Nichiren dichiara che, anche se negli insegnamenti precedenti al Sutra del Loto era stata un «demone malvagio», negli insegnamenti del Sutra del Loto agisce da «demone benevolo».21
L'elemento importante in questa storia è che pur mantenendo la sua figura caratteristica di demone, Kishimojin fu in grado di trasformare completamente il suo stile di vita. Spostando il centro di gravità della propria consapevolezza sulla sua identità di madre, fu in grado di mettersi nei panni di un'altra madre e per la prima volta percepì con chiarezza la sofferenza delle sue vittime. Di conseguenza decise che non avrebbe né causato né consentito loro di sperimentare il tipo di angoscia che aveva provato lei.
Dichiarazione di Siviglia sulla violenza
La Dichiarazione di Siviglia sulla violenza ha lo scopo di confutare il concetto che la violenza umana organizzata sia determinata su base biologica. Fu scritta da un gruppo internazionale di scienziati durante una riunione a Siviglia, in Spagna, nel 1986, su richiesta della Commissione nazionale spagnola per l'UNESCO, e fu adottata dall'UNESCO nel 1989. La dichiarazione rifiuta l'idea che gli esseri umani abbiano ereditato dai loro antenati la tendenza a fare la guerra, che la guerra e qualunque altro comportamento violento siano geneticamente programmati nella natura umana, che durante l'evoluzione umana sia stato scelto un comportamento aggressivo a scapito di altri comportamenti, che gli esseri umani abbiano un "cervello violento" e che la guerra sia causata dall'"istinto" o da qualunque motivazione singola.
Il Sutra del Loto e gli insegnamenti precedenti
Il Sutra del Loto è considerato una delle più importanti scritture del Buddismo. Un messaggio chiave del Sutra del Loto è che l'Illuminazione è una possibilità aperta a tutte le persone a prescindere da genere, razza, posizione sociale o istruzione. Secondo il maestro buddista cinese T'ien-t'ai (538-97), gli insegnamenti precedenti al Sutra del Loto furono esposti da Shakyamuni durante i primi quarantadue anni della sua vita di predicazione, dal momento successivo alla sua Illuminazione fino a quando iniziò a esporre il Sutra del Loto, che si dice avesse insegnato negli ultimi otto anni di vita. T'ien-t'ai considerava quelli precedenti al Sutra del Loto come insegnamenti provvisori o espedienti per condurre le persone all'insegnamento ultimo del Budda, il Sutra del Loto.
La pluralità delle nostre identità
L'economista indiano Amartya Sen è stato un importante sostenitore dell'idea che «la pluralità delle nostre identità» potesse svolgere un ruolo chiave nell'aiutare le persone a resistere alla forte spinta trascinatrice della psicologia di massa e alle istigazioni alla violenza che provocano conflitti. Nei suoi primi anni Sen vide molte persone perdere la vita (durante la guerra civile che accompagnò la fine del dominio britannico in India) semplicemente a causa del differente credo religioso. Ciò lo addolorò profondamente e lo spinse a cercare il modo di evitare simili tragedie. Egli ci avverte che: «L'insistenza, anche se solo implicita, sulla natura univoca, senza possibilità di scelta, dell'identità umana, non è soltanto riduttiva per noi tutti, ma ha anche effetti incendiari sul mondo. [...] La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede semmai nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l'una con l'altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza».22
Naturalmente i membri di qualunque gruppo etnico o tradizione religiosa non rappresentano un corpo unico nella loro identità: gli ambienti in cui sono cresciuti, le loro occupazioni e i loro interessi come singoli individui sono diversi, come lo sono le loro convinzioni e i modi di vivere. È grazie a questa diversità di identità che, pur sussistendo differenze concrete di etnia o religione, è sempre possibile trovare nello scambio umano da persona a persona punti di confluenza e risonanze reciproche. Come fa notare Sen, ciò può permetterci di superare «linee di confine invalicabili» e stabilire molteplici legami stratificati di empatia e amicizia.
Ecco perché, quando dialogo con persone di ambienti culturali e religiosi diversi, oltre a esplorare ad ampio raggio le possibili risposte ai problemi globali e le prospettive per il futuro dell'umanità, considero importante informarmi della loro famiglia, dei ricordi della giovinezza o degli eventi che le hanno motivate a perseguire il loro attuale percorso. Cerco di individuare le convinzioni e le motivazioni individuali - la ricchezza del carattere - che si possono celare dietro le etichette dell'etnia o del credo religioso. Spero sempre che l'interazione delle nostre esistenze generi armonie che possono condurre verso un mondo più autenticamente umano; nello sviluppo di tali armonie le nostre differenze diventano i temi ricorrenti che stimolano ognuno di noi a rivelare il proprio io migliore.
In linea con l'interesse di Amartya Sen per la pluralità umana, la filosofa politica tedesco-americana Hannah Arendt (1906-75) scrisse: «Per quanto siamo colpiti dalle cose del mondo, per quanto profondamente possano scuoterci e stimolarci, esse diventano umane per noi solo quando possiamo discuterne con i nostri compagni».23 La Arendt - esprimendo questo aspetto centrale del suo pensiero - prosegue chiarendo che la parola "compagni" vuole indicare una relazione di amicizia e non di fratellanza, e in particolare l'amicizia tra persone con diverse visioni della verità. È proprio grazie a simili differenze che il mondo si umanizza attraverso il dialogo, e la ricca varietà della vita umana risplende della sua magnificenza.
È questo tipo di amicizia, basata su uno scambio cuore a cuore, che previene l'ulteriore spaccatura delle società in cui la differenza troppo spesso funge da marcatore per l'esclusione. Dobbiamo impegnarci a sostenere questo tipo di amicizia, vero segno della nostra umanità, se vogliamo impedire che il senso di connessione empatica con gli altri venga spazzato via da una cultura della guerra, da un vortice di odio e di violenza.
Le Nazioni Unite, per trasformare la radicata propensione del genere umano alla guerra, hanno lavorato alla costruzione di una cultura di pace basandosi sulla Dichiarazione di Siviglia. Un esempio di ciò è stato il Decennio internazionale per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2000-10), per il cui sostegno la SGI ha organizzato varie mostre e altri programmi di promozione dell'istruzione pubblica e del dialogo, iniziative che continuano ancora oggi.
Per contribuire a radicare una cultura di pace in tutto il mondo è necessario contrastare con pazienza ogni episodio di odio e di scontro che possa verificarsi. In quanto esseri umani siamo dotati degli strumenti che servono a questo scopo: il diapason dell'autoriflessione grazie al quale immaginare il dolore degli altri come se fosse il nostro; il ponte del dialogo per arrivare a ogni persona, in ogni luogo; la vanga e la zappa dell'amicizia con cui coltivare le terre più aride e desolate.
Un'amicizia capace di sviluppare una vibrante cultura di pace ci farà provare una gioia condivisa in quanto persone che vivono insieme su questo pianeta e ci farà promettere di tutelare, a tutti i costi e nonostante qualsiasi differenza, la dignità innata in ciascuno di noi. Come disse Nichiren: «"Gioia" significa che se stessi e gli altri insieme provano gioia».24
Fin qui ho preso in considerazione tre linee guida su cui impegnarsi per la costruzione di una civiltà fondata sul rispetto per la dignità della vita, che possono essere anche intese nei termini delle tre qualità che ho indicato come elementi essenziali per la cittadinanza globale in una conferenza tenuta al Teachers College, presso la Columbia University, nel 1996:25
- la compassione di non lasciare mai solo chi soffre;
- la saggezza di percepire l'uguaglianza e le possibilità della vita;
- il coraggio di rendere le nostre differenze l'impulso per elevare la nostra umanità.
Credo che la sfida di costruire una società globale di pace e coesistenza creativa inizi con il riconoscimento del fatto che tutte le persone possiedono queste qualità innate, e che incoraggiarne la fioritura debba essere la missione sociale della religione nel XXI secolo, che porti la gente a unirsi in un'etica di profondo rispetto per la dignità e il valore della vita.
Armi nucleari, la massima negazione della dignità della vita
Ora vorrei concentrarmi e offrire proposte concrete su due particolari sfide che il mondo ha davanti a sé: la messa al bando e abolizione delle armi nucleari e la creazione di una cultura dei diritti umani.
Riguardo alla prima, le armi nucleari sono la personificazione moderna del "pugnale che fulmina" di cui parla Goethe.
Il filosofo francese Paul Virilio ha esplorato la questione della velocità in relazione ai diversi problemi della civiltà contemporanea in maniera molto simile all'indagine di Goethe sugli aspetti della psicologia umana che spingono alla ricerca del "pugnale che fulmina". In Speed and Politics Virilio scrive: «Il pericolo delle armi nucleari, e del sistema degli armamenti che implica, [...] non è tanto il fatto che esse possano esplodere, ma che esistono e stanno implodendo nelle nostre menti».26
Naturalmente la distruzione generata da un'esplosione nucleare sarebbe immensa e irreparabile, ma l'intenzione di Virilio è quella di sottolineare l'anormalità di vivere sotto la minaccia dello scontro nucleare e l'impatto spirituale che ciò provoca anche quando queste armi non vengono usate. È una prospettiva importante, senza di essa aspetti essenziali della nostra situazione finirebbero nell'ombra. Ad esempio, specifica Virilio: «In quanto proseguimento di una guerra totale con mezzi diversi, la deterrenza nucleare ha segnato la fine della distinzione tra tempo di guerra e tempo di pace».27
Più di cinquant'anni fa, quando durante la guerra fredda si stava intensificando la competizione per sviluppare armi nucleari sempre più distruttive, il mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-58), pronunciò una dichiarazione che invitava alla loro abolizione. In essa sottolineava il fatto che il possesso delle armi nucleari rappresenta una totale negazione della dignità della vita e lo dichiarò inammissibile in ogni circostanza, invitando a un radicale ripudio di simili modi di pensare: «Sebbene nel mondo stia prendendo forma un movimento per la messa al bando degli esperimenti sulle armi atomiche o nucleari, è mio desiderio andare oltre, attaccare il problema alla radice. Voglio denudare e strappare gli artigli che si celano nelle estreme profondità di simili ordigni».28
In altre parole, pur riconoscendo l'importanza degli sforzi per mettere al bando gli esperimenti nucleari, egli sottolineò che la risposta fondamentale a questo problema ci richiede di sfidare il pensiero originario che permette e giustifica il possesso delle armi di distruzione di massa.
Le armi nucleari non fanno distinzione tra combattenti e civili, distruggono intere città uccidendo grandi quantità di persone in un istante, il loro impatto sull'ambiente naturale è devastante e l'effetto dell'esposizione alle radiazioni infligge prolungate sofferenze alla popolazione. I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki hanno reso evidente la natura indescrivibilmente disumana di quelle armi: quali argomenti allora vengono addotti per giustificare il fatto che si continuano a possedere?
Si tratta, a mio parere, dello stesso atteggiamento psicologico che spinse l'umanità sull'orlo della guerra totale; nei termini dei contesti analizzati precedentemente in questa Proposta, è il modo di pensare che identifica in blocco come nemici tutti quelli che si trovano su una posizione contrapposta, a prescindere dalle differenze individuali. Ciò nega la possibilità di ogni altro modo di relazionarsi con loro, lasciando solo la scelta di una recisione violenta di tutti i legami. Non è forse questo il massimo disconoscimento della dignità della vita?
Niente qui viene mediato dall'atteggiamento che Hannah Arendt definiva «la disponibilità di condividere il mondo con altri esseri umani» contrapponendolo alla crudele freddezza del misantropo che «non considera nessuno degno di gioire insieme a lui nel mondo, nella natura e nel cosmo»,29 una condizione vitale dominata dall'impulso di rifiutare e distruggere l'esistenza altrui che il Buddismo definisce oscurità fondamentale.
È per tale ragione che la determinazione di Toda «di strappare gli artigli che si celano nelle estreme profondità di simili ordigni» e di proteggere il diritto di vivere dei popoli del mondo fu espressa in termini molto forti: «Invoco la pena di morte per coloro che dovessero decidere di utilizzare armi nucleari, che appartengano a un paese vincitore o a un paese sconfitto e a prescindere dalla loro nazionalità».30
In quanto buddista, Toda aveva spesso dichiarato la sua opposizione alla pena di morte, quindi questa sua apparente invocazione della massima punizione va interpretata come espressione della sua posizione di assoluta inaccettabilità dell'uso delle armi nucleari in qualunque circostanza. Fu inoltre un chiaro rifiuto della logica del possesso delle armi nucleari, dietro cui gli Stati perseguono i loro interessi in termini di sicurezza tenendo in realtà in ostaggio le popolazioni mondiali.
Quando Toda fece questa dichiarazione, nel 1957, il mondo era diviso nei blocchi contrapposti di Occidente e Oriente, ed entrambi polemizzavano sull'arsenale posseduto dall'avversario. Al contrario, Toda denunciò le armi nucleari come il male centrale della civiltà contemporanea e lo fece nel nome delle popolazioni mondiali, senza farsi influenzare dalle distorsioni delle ideologie e degli interessi nazionali.
Da allora il numero di nazioni che possiedono armi nucleari ha continuato a crescere e l'opera di prevenzione di una loro ulteriore proliferazione è stata naturalmente considerata un compito urgente. Tuttavia ritengo cruciale occuparsi del problema essenziale delle armi nucleari - la loro fondamentale disumanità - che il mio maestro ha esposto in maniera così netta.
Come ha sottolineato il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon: «Il possesso di armi nucleari da parte di alcuni ne incoraggia l'acquisizione da parte di altri. Questo porta alla proliferazione nucleare e alla diffusione della contagiosa dottrina della deterrenza nucleare».31
Se non affrontiamo la sorgente fondamentale di questo contagio, le azioni per prevenire la proliferazione nucleare non saranno persuasive né efficaci.
Bandire le armi nucleari perché disumane
A partire dalla Conferenza degli Stati parti per la revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (NPT) è sorto un crescente, seppure ancora embrionale, movimento per bandire le armi nucleari basato sulla premessa della loro disumanità.
Il Documento finale della Conferenza esprime una «profonda preoccupazione per le catastrofiche conseguenze umanitarie di un qualunque uso delle armi nucleari» e riafferma «la necessità che tutti gli Stati, in ogni occasione, ottemperino sempre alla legge internazionale pertinente, compresa la Legge umanitaria internazionale».32
Questa dichiarazione rivoluzionaria è stata seguita da una risoluzione da parte del Consiglio dei delegati della Croce Rossa Internazionale e del Movimento della Mezzaluna Rossa nel novembre del 2011, che si appella con forza a tutti gli Stati affinché «perseguano in buona fede e concludano con urgenza e determinazione i negoziati per la proibizione dell'uso e la completa eliminazione delle armi nucleari attraverso un accordo internazionale legalmente vincolante».33
In seguito, alla prima sessione del Comitato preparatorio per la Conferenza di revisione dell'NPT del 2015 che si è tenuta nel maggio del 2012, sedici paesi guidati dalla Norvegia e dalla Svizzera hanno pubblicato una dichiarazione congiunta sulla dimensione umanitaria del disarmo nucleare, dichiarando che «è fonte di grande preoccupazione il fatto che, persino dopo la fine della guerra fredda, la minaccia dell'annientamento nucleare rimanga parte del complesso della sicurezza internazionale del XXI secolo» e sottolineando che «è di estrema importanza che queste armi non siano mai usate di nuovo, in nessuna circostanza. [...] Tutti gli Stati devono intensificare i loro sforzi per bandire le armi nucleari e realizzare un mondo libero da tali ordigni».34 Nell'ottobre del 2012 questa dichiarazione, con lievi modifiche, fu presentata al Primo comitato dell'Assemblea generale dell'ONU da trentacinque Stati membri e osservatori.
Nel marzo di quest'anno [2013] si terrà a Oslo, in Norvegia, una conferenza internazionale sull'impatto umanitario delle armi nucleari, con l'obiettivo di esaminare da un punto di vista scientifico gli effetti immediati e a lungo termine di qualunque uso delle armi nucleari e la difficoltà degli aiuti umanitari in casi simili. A settembre, l'Assemblea generale terrà un vertice sul disarmo nucleare.
Nella mia Proposta dello scorso anno ho richiesto l'istituzione di un gruppo di azione per una Convenzione sulle armi nucleari (NWC), composto da ONG e governi lungimiranti. È mia forte speranza che, attraverso gli incontri di cui ho parlato, si sviluppi e cresca un nucleo di ONG e governi che sostengano le dichiarazioni menzionate sopra e che, possibilmente prima della fine dell'anno, diano inizio al processo di stesura di un trattato per bandire le armi nucleari sulla base della loro natura disumana.
Un fattore chiave qui sarà la posizione assunta da quelle nazioni che hanno fatto affidamento sulla "deterrenza estesa" degli Stati possessori di armi nucleari, il cosiddetto ombrello nucleare.
Dei firmatari delle dichiarazioni indicate sopra fanno parte non solo nazioni appartenenti alle Zone libere da armi nucleari (NWFZ, Nuclear Weapon Free Zones) e paesi neutrali, ma anche la Norvegia e la Danimarca che sono membri della NATO e di conseguenza si trovano sotto l'ombrello nucleare dell'Alleanza atlantica. Tuttavia queste due nazioni non solo hanno sottoscritto quelle dichiarazioni, ma hanno anche svolto un ruolo chiave nella loro stesura.
Allo stesso modo il Giappone, che usufruisce della "deterrenza estesa" del suo alleato, gli Stati Uniti d'America, dovrebbe unirsi alle altre nazioni per la messa al bando delle armi nucleari in quanto disumane e lavorare per una più rapida realizzazione di un mondo libero dalla minaccia nucleare.
Il Giappone, anziché accettare che l'esistenza cronica delle armi nucleari renda inevitabile affidarsi alla deterrenza estesa, in quanto nazione che ha vissuto l'esperienza di un attacco nucleare dovrebbe promuovere l'idea che non ci sono distinzioni tra armi nucleari "buone" e "cattive" a seconda di chi le possieda, e dovrebbe svolgere un ruolo guida nel raggiungimento di una Convenzione sulle armi nucleari.
Prima ho fatto riferimento a un'ammonizione di Shakyamuni: «Ponendosi nei panni di un altro, non si dovrebbe uccidere né spingere altri a farlo». I sopravvissuti agli attacchi nucleari su Hiroshima e Nagasaki hanno continuato a dare voce alla duplice richiesta che nessuna nazione possa essere vittima di un attacco nucleare e che nessuna nazione ne metta in atto uno. Similmente il Giappone dovrebbe porsi in prima linea nell'impegno di prevenire costantemente la tragedia causata dall'uso delle armi nucleari.
Inoltre, dopo aver chiarito la propria determinazione a orientarsi verso misure di sicurezza che non si basino sulle armi nucleari, il Giappone dovrebbe adottare quelle misure per costruire la fiducia che costituiscono un ingrediente necessario alla creazione di una NWFZ nell'Asia nordorientale. In particolare il Giappone dovrebbe contribuire efficacemente alla riduzione delle tensioni regionali e alla diminuzione del ruolo delle armi nucleari, creando le condizioni per la loro abolizione globale.
Per un summit allargato sulle armi nucleari nel 2015
Recentemente anche dagli Stati dotati di armi nucleari sono emersi segnali di un cambiamento di atteggiamento nei confronti del loro utilizzo. In un discorso alla Hankuk University di Seul, in Corea, il 26 marzo 2012, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato: «La strategia nucleare della mia amministrazione riconosce che il massiccio arsenale nucleare ereditato dalla guerra fredda è scarsamente adatto a minacce odierne come il terrorismo nucleare».35 Una dichiarazione adottata al Summit NATO del maggio del 2012 sottolinea: «Sono estremamente remote le circostanze in cui potrebbe essere preso in considerazione un qualsivoglia uso di armi nucleari».36
Entrambe le dichiarazioni ipotizzano il proseguimento di una politica di deterrenza finché esisteranno le armi nucleari, e tuttavia puntano a una loro minore centralità all'interno della sicurezza nazionale.
La logica del possesso delle armi nucleari viene messa in discussione anche da un insieme di altre valutazioni. Presso numerose nazioni del mondo sempre più voci si chiedono se sia saggio continuare a possedere armi nucleari alla luce dell'enorme fardello economico che comportano. Ad esempio nel Regno Unito, che avverte ancora gli effetti della crisi economica mondiale, il previsto aggiornamento del vecchio sistema Trident di armi nucleari lanciate da sottomarino è al centro del dibattito nel campo della politica fiscale.
Si stima che la spesa annuale globale per le armi nucleari si aggiri intorno ai centocinque miliardi di dollari,37 rendendo evidente l'enormità del carico imposto alle società semplicemente per il fatto di continuare a possedere tali armi. Se ogni paese reindirizzasse queste risorse finanziarie verso la salute, il benessere sociale e i programmi di istruzione interni, o per aiutare lo sviluppo di altre nazioni, l'impatto positivo sulla vita e la dignità delle persone sarebbe incalcolabile.
Nell'aprile del 2012, un report dal titolo "Carestia nucleare" ha annunciato una nuova importante ricerca sugli effetti della guerra nucleare sull'ambiente. Pubblicata dall'Associazione internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare (International Physicians for the Prevention of Nuclear War, IPPNW) e dai Medici per la responsabilità sociale (Physicians for Social Responsibility, PSR), questa ricerca prevede che persino uno scambio nucleare su scala relativamente piccola potrebbe causare un rilevante cambiamento climatico, e che l'impatto su nazioni molto distanti da quelle in guerra potrebbe dare luogo a una carestia che colpirebbe più di un miliardo di persone.38
Originariamente ispirata dalla dichiarazione contro le armi nucleari del 1957 di Josei Toda, la SGI per decenni ha costantemente lavorato per la proibizione e l'abolizione delle armi nucleari. Più recentemente, in collaborazione con la Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN), abbiamo predisposto una nuova mostra dal titolo Tutto ciò che ti è prezioso. Per un mondo libero dalle armi nucleari.
Le iniziative per risolvere la questione delle armi nucleari da una prospettiva politica o militare rimangono in stallo e così questa mostra, che nell'agosto scorso è stata presentata per la prima volta a Hiroshima, cerca di riesaminare la questione da molteplici prospettive, inclusa naturalmente la natura disumana delle armi nucleari, insieme alle questioni della sicurezza umana, della protezione dell'ambiente, dello sviluppo economico, dei diritti umani, dell'equità fra i generi e della responsabilità sociale della scienza. Un obiettivo della mostra è coinvolgere l'interesse dei singoli visitatori aiutandoli a fare un collegamento tra le armi nucleari e le proprie preoccupazioni personali, e in questo modo allargare ed estendere la solidarietà per un mondo libero dalle armi nucleari.
Gli sforzi della SGI nella lotta contro le armi nucleari sono basati sul riconoscimento che l'esistenza stessa di queste armi rappresenta la negazione suprema della dignità della vita. È necessario sfidare l'assoluta disumanità contenuta nell'idea che i bisogni degli Stati possano giustificare il sacrificio di un numero incalcolabile di vite umane e la distruzione dell'ecologia globale. Allo stesso tempo riteniamo che la questione delle armi nucleari possa fungere da prisma attraverso il quale individuare singolarmente temi come l'integrità ecologica, lo sviluppo economico e i diritti umani, problemi che il nostro mondo contemporaneo non può permettersi di ignorare, e nello stesso tempo ci aiuta a identificare gli elementi che disegneranno i contorni di una nuova società sostenibile in cui tutte le persone possano vivere con dignità.
A questo fine vorrei fare tre proposte concrete.
La prima: fare del disarmo un tema chiave degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. In particolare propongo che il dimezzamento delle spese militari mondiali relative ai livelli del 2010 e l'abolizione delle armi nucleari e di tutte le altre armi giudicate disumane dalla legge internazionale siano inseriti tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030. Nella proposta che ho presentato in occasione della Conferenza Rio+20 a giugno dell'anno scorso, ho insistito affinché gli obiettivi relativi all'economia verde (green economy), all'energia rinnovabile e alla prevenzione e attenuazione dei disastri venissero inclusi negli Obiettivi di sviluppo sostenibile, e credo che dovrebbero essere presi in considerazione anche gli obiettivi del disarmo. L'International Peace Bureau (IPB), l'Institute for Policy Studies (IPS) e altre organizzazioni della società civile stanno attualmente sostenendo la riduzione globale della spesa militare, e la SGI appoggia tale iniziativa con la consapevolezza che il disarmo è un'azione umanitaria.
La seconda proposta è di iniziare il processo di negoziazione per una Convenzione sulle armi nucleari con l'obiettivo di un accordo su una prima bozza entro il 2015: a questo fine dobbiamo impostare un dibattito attivo e poliedrico - centrato sulla natura disumana delle armi nucleari - per coinvolgere largamente l'opinione pubblica internazionale.
Infine la terza proposta è di organizzare un summit allargato per un mondo libero dalle armi nucleari: il Summit del G8 del 2015, nel settantesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, potrebbe essere l'occasione adatta per un summit del genere, e dovrebbe prevedere la partecipazione aggiuntiva di rappresentanti delle Nazioni Unite e degli Stati non-G8 che possiedono armi nucleari, così come di rappresentanti delle cinque Zone libere da armi nucleari (NWFZ) esistenti e di quegli Stati che hanno svolto un ruolo guida nella campagna per l'abolizione delle armi nucleari. Se possibile la Germania e il Giappone, che saranno i paesi ospiti del G8 rispettivamente nel 2015 e nel 2016, dovrebbero accettare di invertire quest'ordine permettendo che il summit avvenga a Hiroshima o Nagasaki.
Nelle precedenti Proposte di pace ho insistito affinché la Conferenza di revisione dell'NPT del 2015 si tenesse a Hiroshima e Nagasaki in modo da realizzare un summit sull'abolizione del nucleare, e spero ancora che ciò possa verificarsi. Nondimeno le questioni logistiche derivanti dalla riunione dei rappresentanti di circa centonovanta nazioni potrebbe imporre di tenere la riunione presso la sede dell'ONU a New York, come avviene di solito. In quel caso, il summit del G8 previsto alcuni mesi dopo la Conferenza di revisione dell'NPT fornirebbe un'ottima opportunità di far affrontare questa importante questione a un ampio gruppo di leader mondiali.
A tale riguardo mi incoraggiano queste parole del discorso del presidente Obama in Corea, a cui mi sono già riferito: «Ma credo che gli Stati Uniti abbiano una peculiare responsabilità di agire - anzi, abbiamo un dovere morale. Dico questo da presidente dell'unica nazione che abbia mai usato armi nucleari». Tale affermazione, naturalmente, rafforza la convinzione che aveva espresso per la prima volta nel suo discorso di Praga nell'aprile del 2009. E ha proseguito dicendo: «Lo dico soprattutto da padre che desidera che le sue due giovani figlie crescano in un mondo in cui tutto ciò che conoscono e amano possa non essere cancellato in un istante».39
Queste parole esprimono l'anelito a un mondo come dovrebbe essere, un desiderio che non può essere taciuto persino dopo che tutti gli elementi politici e i requisiti della sicurezza sono stati pienamente presi in considerazione; è la dichiarazione di un singolo essere umano che si erge sopra le differenze degli interessi nazionali o le posizioni ideologiche. Un simile modo di pensare può aiutarci a sciogliere il nodo gordiano che troppo a lungo ha legato il concetto di sicurezza nazionale al possesso di armi nucleari.
Non esistono luoghi di maggiore impatto in cui considerare il pieno significato della vita nell'era nucleare rispetto a Hiroshima e Nagasaki. Ciò si è già visto quando nel 2008 a Hiroshima si riunì il G8 dei Presidenti delle Camere. L'ampio summit che invoco erediterebbe quello spirito e rafforzerebbe lo slancio verso un mondo libero da armi nucleari, diventando il punto di partenza per un impegno più ampio volto al disarmo globale a cui miriamo entro l'anno 2030.
Promuovere una cultura dei diritti umani
E ora vorrei discutere della sfida di promuovere una cultura dei diritti umani.
Proprio come la prima risoluzione adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1946 trattava della proibizione e dell'abolizione delle armi nucleari, anche la tutela dei diritti umani è stato uno dei principali obiettivi delle Nazioni Unite sin dalla loro fondazione.
Poiché nella prima bozza della Carta delle Nazioni Unite c'erano solo pochi riferimenti ai diritti umani, molti dei partecipanti alla Conferenza ONU sull'Organizzazione internazionale tenutasi a San Francisco nel 1945, comprese le ONG, chiesero l'inserimento di provvedimenti chiari in materia. Di conseguenza, "promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti umani" fu scritto nell'articolo 1 della Carta e indicato come uno degli obiettivi principali della nuova organizzazione, unico tema per il quale all'epoca venne stabilita la creazione di una commissione specifica.
L'anno seguente (1946) fu istituita la Commissione per i diritti umani, che precedeva l'attuale Consiglio per i diritti umani, e due anni dopo, nel 1948, fu adottata la Dichiarazione universale per i diritti umani. Eleanor Roosevelt (1884-1962), la prima presidente della Commissione che ebbe un ruolo chiave nella definizione e adozione della Dichiarazione, esclamò: «Questa Dichiarazione universale dei diritti umani può diventare la Magna Charta internazionale di tutti gli esseri umani in ogni luogo».40 Come aveva previsto, in molte nazioni la Dichiarazione ha influenzato i provvedimenti interni in termini di diritti umani, è servita da base filosofica per vari trattati internazionali sui diritti umani e ha continuato a ispirare fino a oggi gli attivisti in questo campo.
Nei sessantacinque anni trascorsi dall'adozione della Dichiarazione sono stati fatti progressi nella definizione degli standard in materia di diritti umani, nello sviluppo di istituzioni che ne siano garanti e nel porre rimedio alle violazioni di questi diritti fondamentali. Oggi, sulla base di tali risultati, all'interno della comunità internazionale si evidenzia sempre di più l'importanza di favorire una cultura dei diritti umani che miri a promuovere in tutta la società un'etica in base alla quale le persone valorizzino reciprocamente la dignità umana e ogni individuo sia spinto a compiere sforzi consapevoli per rafforzare le garanzie ai diritti umani.
Ciò si accorda con i principi che ho sottolineato in questa Proposta: per creare una società che difenda la dignità della vita, deve albergare nel cuore di ciascuno di noi il senso del valore insostituibile di ogni individuo, che allo stesso tempo deve essere alla base dei legami umani che sostengono la società.
Le Nazioni Unite hanno promosso una cultura dei diritti umani attraverso il Programma mondiale per l'educazione ai diritti umani lanciato nel 2005. Per incrementare tale impegno vorrei proporre di considerare - così come ho fatto precedentemente per il tema del disarmo - la promozione dei diritti umani come un elemento centrale degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile per l'anno 2030, e a tale proposito sostengo pienamente la dichiarazione di Navanethem Pillay, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, in merito ai risultati del Summit di Rio+20: «Dobbiamo assicurarci che [...] la struttura portante degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile sia costituita dai diritti umani».41
Tenendo presenti queste parole, vorrei proporre l'inserimento di due obiettivi specifici, il primo dei quali è l'implementazione di una Piattaforma di tutela sociale (Social Protection Floor, SPF) in ogni nazione per assicurare che coloro che soffrono di estrema povertà siano in grado di riacquistare un senso di dignità.
Sebbene il diritto a un livello di vita adeguato sia contenuto nella Dichiarazione universale dei diritti umani, una percentuale insopportabilmente ampia della popolazione mondiale non ha accesso alle tutele sociali minime necessarie per vivere in maniera umana: per affrontare l'impatto della crisi economica globale sull'occupazione, il sistema sanitario e l'istruzione, le Nazioni Unite hanno lanciato nel 2009 l'Iniziativa globale per una piattaforma universale di tutela sociale (Universal Social Protection Floor, SPF-1).
Le politiche governative si sono sempre concentrate sulla fornitura di reti di sicurezza sociale, ma troppi individui scivolano tra le maglie di questi provvedimenti: perciò è emerso il concetto della creazione di una piattaforma che riesca a intercettare tutte le persone, sostenendole perché possano arrivare a condurre un'esistenza dignitosa. Fornire una Piattaforma di tutela sociale alle persone di tutto il mondo è una sfida importante. Secondo stime calcolate dalle principali agenzie dell'ONU, le nazioni a ogni livello di sviluppo economico dovrebbero poter coprire i costi necessari a una struttura di base che garantisca reddito e sussistenza minimi, e in effetti circa trenta paesi in via di sviluppo hanno già iniziato a implementare progetti di questo tipo.
Il Consiglio per i diritti umani si è assunto la responsabilità della questione dell'estrema povertà in relazione ai diritti umani, e nel settembre dell'anno scorso ha adottato una serie di principi come linee guida per la comunità internazionale, che comprendono la rappresentanza e l'autonomia, la partecipazione e l'empowerment. Il Consiglio esorta gli Stati ad «adottare una strategia complessiva nazionale per ridurre la povertà e l'esclusione sociale» e a «garantire che le politiche pubbliche assicurino la dovuta priorità alle persone che vivono in estrema povertà».42
Come disse l'economista del Bangladesh Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank: «Poiché la povertà nega alle persone qualunque parvenza di controllo sul proprio destino, è la negazione massima dei diritti umani».43 Per questo deve essere affrontata come un'assoluta priorità, in quanto mina la base dei diritti umani e della dignità.
Particolare preoccupazione suscita la situazione dei giovani. Secondo l'Organizzazione internazionale per il lavoro (International Labour Organization, ILO), il dodici per cento circa dei giovani del mondo sono disoccupati44 e, anche tra quelli occupati, oltre duecento milioni si trovano costretti a lavorare per meno di due dollari al giorno. La ILO avverte: «Se non si intraprendono azioni immediate ed energiche, la comunità globale si troverà di fronte al triste lascito di una generazione perduta».45 Una società che toglie speranza ai giovani non può aspettarsi di realizzare la sostenibilità o di creare una cultura dei diritti umani. Lo sforzo di assicurare una Piattaforma di tutela sociale dovrebbe essere intrapreso con questa consapevolezza ben chiara nella mente.
Il secondo elemento che propongo di inserire negli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile riguarda la promozione dell'educazione e della formazione ai diritti umani. Nel corso di questa Proposta ho posto l'accento sul fatto che le interazioni con gli altri e il sostegno della società nel suo insieme possono fornire un senso di connessione tra le persone, che le aiuta a recuperare speranza e dignità nonostante le difficoltà delle loro circostanze attuali.
L'impegno a risvegliare la consapevolezza tramite l'educazione e la formazione ai diritti umani potrebbe fungere da catalizzatore, insieme a sistemi legali di garanzia e risarcimento.
Il documentario A Path to Dignity, che ho menzionato prima, illustra come l'educazione ai diritti umani abbia influito sia sulle persone colpite dalla violazione dei diritti umani, sia sui potenziali artefici di tali violazioni. Uno degli episodi racconta la storia di un ragazzo che aveva sofferto di discriminazione e grazie a un programma di educazione ai diritti umani nella sua scuola aveva sviluppato il coraggio di dichiararsi contrario alle cose che sentiva sbagliate. Un giorno venne a sapere che una ragazza nel suo quartiere era stata promessa in matrimonio contro la propria volontà: i genitori sostenevano di dover organizzare il matrimonio perché erano poveri. Lui dichiarò che era sbagliato e che lei doveva avere la possibilità di ricevere un'istruzione, e in seguito alla sua decisa insistenza il matrimonio fu annullato e la ragazza poté continuare la scuola.
In Australia tutte le sezioni della Victoria Police hanno ricevuto una formazione in materia di diritti umani, e ciò ha portato a una serie di riforme nelle procedure di indagine, arresto e custodia: sono così diminuiti i reclami relativi a violazioni dei diritti umani e gli agenti di polizia sono riusciti a conquistarsi una maggiore fiducia da parte dei cittadini.
Gli esempi di questo documentario dimostrano come un risveglio personale alla dignità della vita, propria e degli altri, generi un senso palpabile dei diritti umani nella mente individuale, e di conseguenza getti le basi per una cultura più ampia di questi diritti basilari.
Alcuni anni fa ho intrattenuto un dialogo con lo storico americano Vincent Harding, che lottò insieme a Martin Luther King Jr. (1929-68) nel movimento per i diritti civili degli Stati Uniti negli anni '50 e '60: egli sottolineò che l'obiettivo della lotta di King non era semplicemente l'eliminazione dell'ingiustizia e dell'oppressione, ma la creazione di una nuova realtà.46 Credo che ciò sia un elemento essenziale anche nella creazione di una cultura dei diritti umani.
A questo scopo vorrei proporre che siano istituiti centri regionali per l'educazione e la formazione ai diritti umani sulla falsariga dei Centri regionali di eccellenza che operano in collaborazione con l'Università delle Nazioni Unite per promuovere il Decennio di educazione allo sviluppo sostenibile dell'ONU. Oggi in tutto il mondo ci sono centouno centri di questo tipo, che riuniscono università, ONG, singoli individui e gruppi di comunità locali.
Un simile sistema di educazione ai diritti umani potrebbe coinvolgere non solo comunità all'avanguardia in termini di diritti umani, ma anche quelle che si stanno impegnando per migliorare la propria situazione nonostante un passato di abusi fortemente problematico.
Solo le comunità che hanno sperimentato grandi dolori e sofferenze hanno lo specifico potenziale di trasmettere un messaggio potente che funga da fonte di speranza e incoraggiamento per altre comunità che stanno lottando con problemi del genere, e in quanto persone che sono arrivate a percepire i diritti umani come una realtà tangibile, possono facilitare la creazione di una cultura che li riconosca e li rispetti.
I diritti dell'infanzia
I bambini e le bambine di oggi svolgeranno inevitabilmente un ruolo fondamentale nell'opera di costruzione di una cultura dei diritti umani. Per proteggerli e migliorare le condizioni nelle quali vivono, è fondamentale che tutte le nazioni ratifichino la Convenzione sui diritti dell'infanzia e i suoi Protocolli facoltativi, e votino la legislazione nazionale necessaria ad adempiere agli obblighi del trattato. Adottata nel 1989 e ratificata da centonovantatré nazioni, è oggi la più universale di tutte le convenzioni sui diritti umani delle Nazioni Unite. Nel 2000 furono adottati due Protocolli facoltativi per prevenire gravi violazioni come il coinvolgimento di bambini sotto i diciotto anni nei conflitti armati, la vendita di bambini, la prostituzione e la pornografia infantile; e nel dicembre del 2011 è stato adottato un terzo Protocollo che autorizza bambini e bambine a inoltrare reclami in caso di violazioni dei loro diritti.
In realtà, tuttavia, non è insolito che i diritti specificati dalla Convenzione siano ignorati e violati a causa di una inadeguata legislazione interna, di una mancata ratificazione dei Protocolli facoltativi e di una carenza di consapevolezza pubblica.
Sono stato particolarmente colpito dalle parole di Ishmael Beah, della Sierra Leone, che dopo essere sopravvissuto all'esperienza traumatica di bambino soldato durante la guerra civile è ora un attivo sostenitore dei diritti dell'infanzia. All'età di sedici anni Beah partecipò a una conferenza delle Nazioni Unite in cui venne a conoscenza della Convenzione sui diritti dell'infanzia e descrive così questa sorprendente esperienza: «Ricordo come ciò, in particolare per quelli di noi che provenivano da nazioni dilaniate dalla guerra, riaccese il valore della nostra esistenza e della nostra umanità».47 E prosegue sottolineando: «La mia vita si è arricchita anche grazie agli articoli 12 e 13, che garantiscono ai bambini e ai giovani il diritto di esprimere il loro punto di vista nelle questioni che li riguardano, e di "cercare, ricevere e fornire informazioni importanti" di ogni genere e con ogni mezzo. Questi articoli hanno aiutato molti bambini a diventare soggetti attivi nell'individuazione di soluzioni a problemi che li riguardano».48
Insisto affinché tutti i paesi sostengano la Convenzione, dando sempre priorità all'interesse dei membri delle giovani generazioni. Per loro la Convenzione può fungere da ispirazione per risvegliare la propria dignità e come sorgente della speranza necessaria a vivere, come riassume l'esperienza di Beah.
Una generazione cresciuta in una società pervasa da questo spirito costituirà una presenza di cambiamento in quella società e sicuramente ispirerà le generazioni successive. Il Preambolo della Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo, del 1924, importante precedente storico ispiratore della Convenzione, dichiara: «L'umanità è debitrice al bambino del meglio che ha da offrire».49
Assicurare che questo nobile proposito venga tramandato di generazione in generazione renderà la cultura dei diritti umani l'asse centrale intorno a cui far ruotare l'intera società.
La Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo
La Dichiarazione dei diritti del fanciullo è un documento che riconosceva e affermava l'esistenza di diritti specifici di bambini e bambine e la responsabilità degli adulti verso di loro. Fu redatto da Eglantyne Jebb (1876-1928), fondatore di Save the Children, e adottato dall'Associazione internazionale Save the Children a Ginevra nel 1923. I bisogni fondamentali dell'infanzia furono riassunti in cinque punti, che comprendevano il benessere dei bambini e il loro diritto allo sviluppo, all'assistenza, al soccorso e alla tutela. La Lega delle Nazioni adottò la Dichiarazione nel 1924 e la intitolò Dichiarazione di Ginevra. Fu il primo documento internazionale sui diritti umani a occuparsi in particolare dei diritti dell'infanzia. L'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1959 ne adottò una versione molto articolata come propria Dichiarazione dei diritti dell'infanzia, ma questa non era giuridicamente vincolante. La Convenzione sui diritti dell'infanzia fu adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1989 ed entrò in vigore nel 1990.
Un'amicizia duratura tra Cina e Giappone
Infine vorrei condividere, da una prospettiva a breve e a lungo termine, alcuni pensieri su come migliorare le relazioni tra Cina e Giappone, attualmente tese, spinto dalla convinzione che ciò sia indispensabile per costruire una società globale di pace e coesistenza.
L'anno scorso ha segnato la significativa ricorrenza del quarantesimo anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche sino-giapponesi ma purtroppo, a causa delle crescenti tensioni, numerosi eventi e programmi di scambio che si sarebbero dovuti svolgere per celebrarla sono stati annullati o rimandati. Le relazioni tra i due paesi hanno toccato il minimo storico dal periodo postbellico, e anche i rapporti economici si sono significativamente raffreddati. Tuttavia non sono del tutto pessimista sul futuro di tali relazioni, secondo l'antico adagio cinese che dice: "la goccia scava la roccia". È così che dalla fine del conflitto mondiale è stata alimentata l'amicizia fra il Giappone e la Cina, attraverso gli sforzi di pionieri che anche prima della normalizzazione delle relazioni diplomatiche hanno lavorato tenacemente per abbattere gli ostacoli fra i due paesi. Questi legami di amicizia, coltivati con costanza e rafforzati attraverso innumerevoli scambi nel corso degli anni, non si spezzeranno facilmente.
Quando nel settembre del 1968 auspicai la normalizzazione delle relazioni diplomatiche sino-giapponesi, nel mio paese era quasi inconcepibile anche solo menzionare la possibilità di un'amicizia con la Cina. In un certo senso la situazione era ancora più grave di oggi, ma ero convinto che il Giappone non avrebbe avuto futuro senza relazioni amichevoli con i suoi vicini, e che per l'Asia e per il mondo intero fossero essenziali dei legami stabili e armoniosi con la Cina per proseguire su un cammino di pace.
Nel 1972 le relazioni diplomatiche finalmente si normalizzarono. Sei anni dopo quel mio primo monito, nel dicembre del 1974, ebbi l'opportunità di visitare Pechino e di incontrare il premier cinese Zhou Enlai e il vice premier Deng Xiaoping. Dai nostri colloqui compresi che essi consideravano i popoli di entrambi i paesi ugualmente vittime del regime militarista giapponese, e ciò rafforzò la mia determinazione a sviluppare un'indistruttibile amicizia fra Cina e Giappone affinché non si verificassero mai più guerre tra le due nazioni.
Da allora mi sono impegnato a promuovere scambi di amicizia soprattutto tra i giovani, e nel 1975 ho fatto da garante personale quando la Soka University ha accolto in Giappone i primi sei studenti dalla Repubblica Popolare Cinese nell'ambito di un programma di scambio finanziato dal governo. Ora, a quasi quarant'anni di distanza, circa centomila studenti cinesi studiano in Giappone e quindicimila giovani giapponesi svolgono i loro studi in Cina.
Nel corso degli anni Cina e Giappone hanno costruito una storia di scambi culturali, educativi e in molti altri campi, come ad esempio trecentoquarantanove gemellaggi fra città dei due paesi. Abbiamo anche sviluppato una tradizione di sostegno reciproco nei momenti di difficoltà, come in occasione del terremoto del 2008 nella regione del Sichuan e del terremoto e tsunami del 2011 nel Tohoku. Nonostante occasionali periodi di tensione, nel corso degli anni l'amicizia fra i due paesi si è costantemente rafforzata attraverso innumerevoli interazioni e scambi individuali, ciascuno dei quali ha rappresentato un piccolo ma inestimabile contributo. È per questo che non si interromperà facilmente, indipendentemente dagli ostacoli e dalle prove che dovrà affrontare: dobbiamo garantire che ciò non accada.
In una conferenza che ho tenuto all'Università di Pechino nel maggio del 1990 ho sottolineato: «A dispetto delle questioni che possano sorgere tra noi, simili legami non devono mai essere intaccati».50 Ora più che mai dobbiamo riaffermare questa convinzione.
Gli scenari politici ed economici sono sempre influenzati dalle correnti dei tempi, e indubbiamente i periodi di serenità sono più un'eccezione che la regola; ecco perché, di fronte a una crisi, è importante mantenere saldi i due impegni centrali del Trattato di pace e amicizia fra Giappone e Repubblica Popolare Cinese (1978): astenersi dall'uso o dalla minaccia della forza, e non perseguire l'egemonia regionale. Finché manterremo saldi questi due principi, troveremo sempre un modo per superare le crisi che si presentano; proprio i momenti di avversità, più che i periodi tranquilli, rappresentano un'occasione per approfondire la comprensione e rafforzare i legami. Invito caldamente il Giappone e la Cina a riconfermare il proprio impegno a mantenere i due principi del Trattato di pace e amicizia e a istituire il prima possibile un forum di alto profilo per il dialogo allo scopo di prevenire un ulteriore deterioramento delle relazioni.
La prima attività all'ordine del giorno per un forum di questo tipo dovrebbe essere l'istituzione di una moratoria di tutte le azioni che potrebbero essere interpretate come provocatorie. A essa dovrebbe seguire un'analisi scrupolosa dei passi da cui è originato lo scontro: come sono state percepite le azioni e quali reazioni avevano provocato. Questo faciliterebbe lo sviluppo di linee guida per risposte più efficaci a crisi future. Indubbiamente sorgerebbero alcune forti divergenze di opinione, ma se non siamo preparati a confrontarci in questi termini, continueranno a sfuggirci le speranze di una ripresa di relazioni amichevoli tra i due paesi, necessarie a una maggiore stabilità in Asia e a un mondo pacifico.
Subito dopo la fine della guerra fredda, nel luglio del 1990, incontrai per la prima volta l'allora presidente sovietico Michail Gorbaciov e iniziai la nostra conversazione dicendo: «Sono venuto per discutere con lei. Facciamo scintille e parliamo di tutto con onestà e sincerità, per il bene dell'umanità e per il bene delle relazioni tra Giappone e Unione Sovietica». Mi espressi così per comunicare le mie speranze di avere una discussione vera e sincera invece di un incontro puramente formale, in un periodo in cui le prospettive sulle relazioni nippo-sovietiche erano incerte.
Più la situazione appare difficile, più è importante instaurare un dialogo volto alla pace e alla coesistenza creativa. Un dibattito onesto - e perfino acceso - può rivelare le paure, le preoccupazioni e le aspirazioni alla base delle posizioni e delle dichiarazioni di entrambe le parti. In questo contesto, propongo che la Cina e il Giappone istituiscano la pratica di tenere regolari incontri al vertice.
Questo mese cade il cinquantesimo anniversario della firma del Trattato dell'Eliseo tra Francia e Germania, che aiutò i due paesi a superare la loro storia di guerre e massacri, e a stringere relazioni più forti grazie alla clausola che fissava incontri regolari tra capi di Stato e di governo almeno due volte all'anno e incontri tra ministri degli Affari esteri, della Difesa e dell'Istruzione almeno ogni tre mesi. Credo che l'attuale crisi tra Cina e Giappone presenti un'opportunità unica di creare una struttura simile, favorendo un contesto che permetta ai leader dei due paesi di intrattenere dialoghi a tu per tu in ogni circostanza.
Suggerisco inoltre che Cina e Giappone costruiscano insieme un'organizzazione per la cooperazione sull'ambiente in Asia Orientale. Tale obiettivo potrebbe essere raggiunto entro il 2015 e porrebbe le basi per una nuova partnership incentrata sulla pace, sulla coesistenza creativa e sull'azione congiunta per il bene dell'umanità.
Un miglioramento delle condizioni dell'ambiente sarebbe un beneficio per entrambe le nazioni. Questa nuova organizzazione darebbe l'opportunità ai giovani di Cina e Giappone di lavorare insieme per uno scopo comune e rappresenterebbe un modello di collaborazione per la pace e la stabilità dell'Asia Orientale e la creazione di una società globale sostenibile.
Nel settembre del 1968 esortavo i giovani di entrambi i paesi a unirsi in amicizia per costruire un mondo migliore: le basi per raggiungere questo obiettivo sono state gettate con calma e senza clamore attraverso gli scambi e le interazioni che si sono susseguiti finora. Ora credo che ci si debba concentrare su qualcosa di più visibile e duraturo; è giunto il momento di assumere una prospettiva a medio-lungo termine e di sviluppare modelli più concreti di cooperazione in una serie di nuovi ambiti. Sono certo che, grazie a un impegno costante e determinato, i legami di amicizia fra Cina e Giappone si trasformeranno in qualcosa di indistruttibile che si tramanderà con orgoglio di generazione in generazione.
Trattato di pace e amicizia tra Cina e Giappone (1978)
Il Trattato di pace e amicizia tra Giappone e Repubblica Popolare Cinese venne ratificato il 12 agosto del 1978, più di trent'anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ed ebbe origine dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Giappone e Cina nel 1972. Il trattato stabilisce che i due paesi sviluppino relazioni di pace e amicizia perpetua, risolvano tutte le dispute con mezzi pacifici ed evitino di usare o minacciare di usare la forza. Stabilisce anche che nessuno dei due paesi ricerchi l'egemonia nella regione asiatica del Pacifico o in qualunque altra regione, e che entrambi si impegnino a sviluppare relazioni economiche e politiche e a promuovere scambi.
Una forte solidarietà
In questa proposta ho condiviso la mia visione e ho avanzato ipotesi di azioni che considero vitali per la costruzione di una società globale di pace e coesistenza negli anni che ci separano dal 2030. La chiave per realizzare questi obiettivi si trova in definitiva nella solidarietà dei cittadini comuni.
Nel Sistema educativo per la creazione di valore il primo presidente della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944), formulò la seguente osservazione sul perché, con rare eccezioni, gli sforzi delle persone che agiscono per correggere i mali sociali finiscono per fallire: «Nel corso della storia, persone di buona volontà subiscono gravi persecuzioni e altre, di buon cuore, possono in segreto provare solidarietà per la loro condizione, ma non avendo la capacità di fare qualcosa al riguardo rimangono spettatrici mentre le prime soccombono alla sconfitta. Ciò accade a causa del loro istinto di autoconservazione che le rende meri elementi costitutivi della società privi di una capacità di coesione e incapaci di evitare la disintegrazione».51
Makiguchi fondò la Soka Gakkai insieme al mio maestro, Josei Toda, per infrangere questo tragico modello della storia umana. Trascendendo l'istinto di autoconservazione, si batterono per creare una forte solidarietà tra persone che agiscono per tutelare la dignità della vita di tutti gli esseri umani. Oggi, questa solidarietà si è diffusa in centonovantadue aree e nazioni del mondo.
L'anno 2030 sarà un'importante pietra miliare nell'impegno di promozione della cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile, e allo stesso tempo segnerà il centesimo anniversario della fondazione della Soka Gakkai. Puntando a quella data significativa continueremo a rafforzare e ad approfondire la solidarietà tra i popoli del mondo, lavorando con tutti coloro che condividono la visione di una società globale di pace e coesistenza creativa.
(Traduzione di Cristina Proto)
Note
1) Johann Wolfgang von Goethe e Carl Friedrich Zelter, Goethe's Letters to Zelter: With Extracts from Those of Zelter to Goethe (Lettere di Goethe a Zelter: con estratti di quelle di Zelter a Goethe), trad. da Arthur Duke Coleridge, George Bell and Sons, London, p. 246.
2) Cfr. Manfred Osten, Kasoku suru jikan aruiwa ningen no jikohakai (Accelerazione del tempo o autodistruzione dell'essere umano), Trad. di Tatsuya Yamazaki, Conferenza pubblica al IOP European Centre, The Journal of Oriental Studies, 44, n. 1, The Institute of Oriental Philosophy, Tokyo, 2005, p. 165.
3) Manfred Osten, "Alles veloziferisch" oder Goethes Entdeckung der Langsamkeit ("Alles veloziferisch" o la scoperta di Goethe della lentezza), Insel, Francoforte, 2004, p. 31.
4) Goethe, Conversations with Eckermann: Being Appreciations and Criticisms on Many Subjects (Conversazioni con Eckermann: apprezzamenti e critiche su molti argomenti), trad. inglese di John Oxenford, M. W. Dunne, Washington and London, p. 18.
5) Daisaku Ikeda e Arnold Toynbee, Dialoghi, Bompiani, 1988, p. 357.
6) Ibidem.
7) Richard G. Wilkinson e Kate Pickett, The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better, Allen Lane, London, 2009, p. 56, trad. it. La misura dell'anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli 2009.
8) Ibidem, p. 174.
9) Hajime Nakamura, Budda no kotoba (Parole del Budda), Iwanami Shoten, Tokyo, 1984, 1, p. 156.
10) Cfr. Xuanzang, The Great Tang Dynasty Record of the Western Regions (Cronaca della grande dinastia Tang delle regioni occidentali), trad. di Li Rongxi, Numata Center for Buddhist Translation and Research, Berkley, 1996.
11) Cfr. Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 114, 45.
12) Friedrich Max Müller, The Sutta-nipata, in The Sacred Books of the East (I libri sacri dell'Oriente), Elibron, Massachusetts, 2005, vol. 10, parte 2, 4:9:462.
13) Milton Mayeroff, On Caring (Sulla cura), Barnes & Noble Books, New York, 1974, pp. 18-19.
14) Lettera da Sado, RSND, 1, 268.
15) L'unica frase essenziale, RSND, 1, 821.
16) Cfr. Daisaku Ikeda, "Per una società globale sostenibile. Ogni persona è protagonista del cambiamento", Proposta per l'ambiente 2012, BS, 154.
17) Nakamura, Budda no kotoba, p. 203.
18) Hammalava Saddhatissa, The Sutta-nipata, Curzon Press, Richmond, 1994, 4:2:936.
19) Acharya Buddharakkhita, The Dhammapada: The Buddha's Path of Wisdom (Il Dhammapada: il sentiero di saggezza del Budda), Buddhist Publication Society, Kandy, 1996, 10:130:2.
20) Shinyu Iwano, Zohosokyo in Kokuyaku issaikyo Indo senjutsubu (La traduzione giapponese delle scritture buddiste: opere composte in India), 155 voll., Daito Shuppansha, Tokyo, 1930-65, 29/30:162.
21) Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 123, 47.
22) Amartya Sen, Identity and Violence: The Illusion of Destiny, Penguin Books, London, 2007, p. 16, trad. it. Identità e violenza, Laterza, Bari, 2006, pp. 18-19.
23) Hannah Arendt, Men in Dark Times (Uomini in epoche oscure), Houghton Mifflin Harcourt, New York, 1970, pp. 24-25.
24) Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 118, 50.
25) cfr. Daisaku Ikeda, L'educazione Soka, Esperia, Milano, 2003, pp. 79-80.
26) Paul Virilio, Ground Zero, trad. di Chris Turner, Verso, London and New York, 2002, p. 52.
27) Virilio, Speed and Politics: An Essay on Dromology (Velocità e politica: un saggio di dromologia), trad. di Mark Polizzotti, Semiotext(e), Los Angeles, 2006, p. 166.
28) Josei Toda, "Dichiarazione per l'abolizione delle armi nucleari", Toda Josei zenshu (Opere complete di Josei Toda), Seikyo Shimbunsha, Tokyo, vol. 4, p. 565; cfr. La rivoluzione umana, Esperia, vol. 12, p. 95.
29) Arendt, op. cit., p. 25.
30) Toda, "Dichiarazione per l'abolizione delle armi nucleari", op. cit.
31) Ban Ki-moon, Remarks at Dialogue with Waseda University Students (Note al dialogo con gli studenti dell'Università Waseda), Tokyo, 4 agosto 2010, http://www.un.org/apps/news/infocus/sgspeeches/statments_full.asp?statID=899#.URPut47veXI, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
32) ONU, Assemblea generale, 2010 Review Conference of the Parties to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons: Final Document (Conferenza di revisione 2010 degli Stati parti al Trattato di non proliferazione nucleare. Documento finale), New York, NPT/CONF.2010/50, Vol. I, p. 19, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=NPT/CONF.2010/50 (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
33) ICRC (International Red Cross and Red Crescent), Council of Delegates 2011: Resolution 1, http://www.icrc.org/eng/resources/documents/resolution/council-delegates-resolution-1-2011.htm, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
34) UNODA (United Nations Office for Disarmament Affairs), Joint Statement on the Humanitarian Dimension of Nuclear Disarmament (Dichiarazione congiunta sulla dimensione umanitaria del disarmo nucleare), 2012, http://www.un.org/disarmament/WMD/Nuclear/NPT2015/PrepCom2012/statements/20120502/SwitzerlandOnBehalfOf.pdf, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
35) Barack Obama, Remarks by President Obama at Hankuk University (Osservazioni del Presidente Obama all'Hankuk University), 2012, http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2012/03/26/remarks-president-obama-hankuk-university, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
36) NATO (North Atlantic Treaty Organization), Deterrence and Defence Posture Review (Revisione della situazione di difesa e deterrenza), Comunicato stampa emanato il 20 maggio 2012, http://www.nato.int/cps/en/natolive/official_texts_87597.htm?mode=pressrelease, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
37) Haider Rizvi, Govts Boost Nukes While Cutting Aid, Social Services (I governi promuovono lo sviluppo delle armi nucleari e tagliano gli aiuti e i servizi sociali), Inter Press Service, luglio 2012, p. 27.
38) IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War), Nuclear Famine: A Billion People at Risk - Global Impact of Limited Nuclear War on Agriculture, Food Supplies, and Human Nutrition (Carestia nucleare: un miliardo di persone a rischio - Impatto globale di una guerra nucleare circoscritta su agricoltura, risorse alimentari e nutrizione umana), 2012, http://www.ippnw.org/pdf/nuclear-famine-ippnw-0412.pdf, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
39) Obama, op. cit.
40) Eleanor Roosevelt, Address to the United Nations General Assembly (Discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite), 1948, http://www.erooseveltudhr.org/index.php?option=com_content&task=view&id=22&Itemid=79, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
41) UN OHCHR (Office of the High Commissioner for Human Rights), Rio+20 Outcome: Human Rights Emerge as New Pillar of Sustainable Development (Risultati di Rio+20: i diritti umani emergono come nuovo pilastro dello sviluppo sostenibile), 2012, http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=12278&La, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
42) ONU, Assemblea Generale, Final Draft of the Guiding Principles on Extreme Poverty and Human Rights, Submitted by the Special Rapporteur on Extreme Poverty and Human Rights, Magdalena Sepúlveda Carmona (Bozza finale dei Principi guida sulla povertà estrema e i diritti umani. Presentata dal relatore speciale sulla povertà estrema e i diritti umani Magdalena Sepúlveda Carmona) A/HRC/21/39, 18 luglio 2012, p. 10, http://www.ohchr.org/Documents/Issues/Poverty/A-HRC-21-39_en.pdf, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
43) Muhammad Yunus, Creating a World Without Poverty: Social Business and the Future, PublicAffairs, New York, 2007, p. 104, trad it. Un mondo senza povertà, Feltrinelli, 2008.
44) ILO, (International Labour Organization), Global Employment Trends for Youth 2012 (Tendenze globali dell'occupazione per i giovani 2012), p. 43, http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/--dcomm/documents/publication/wcms_180976.pdf, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
45) ILO, The Youth Employment Crisis, A Call for Action (La crisi dell'occupazione giovanile. Invito all'azione), 2012, p. 3, http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_norm/---relconf/documents/meetingdocument/wcms_185950.pdf, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
46) Daisaku Ikeda e Vincent Harding, Kibo no kyoiku, heiwa no koshin (Far progredire la pace attraverso un'educazione di speranza), Daisanbunmei-sha, Tokyo, 2013, p. 172.
47) UNICEF (United Nations Children's Fund), The State of the World's Children: Celebrating 20 Years of the Convention on the Rights of the Child (La condizione dei bambini nel mondo: celebrazione dei 20 anni della Convenzione sui diritti del fanciullo), 2009, p. 46, http://www.unicef.org/rightsite/sowc/pdfs/SOWC_Spec%20Ed_CRC_Main%20Report_EN_090409.pdf, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
48) Ibidem, p. 47.
49) ONU, Geneva Declaration of the Rights of the Child. Declaration adopted by League of Nations (Dichiarazione dei diritti del fanciullo di Ginevra. Dichiarazione adottata dalla Lega delle Nazioni), 26 settembre 1924, http://www.un-documents.net/gdrc1924.htm, (ultimo accesso 26 gennaio 2013).
50) Daisaku Ikeda, Un nuovo umanesimo, Esperia, Milano, 2004, p. 28.
51) Makiguchi Tsunesaburo Zenshu (Opere complete di Tsunesaburo Makiguchi), 10 voll., Daisanbunmei-sha, Tokyo, 1981-97, vol. 6, p. 68.