Omaggio a Maria Immacolata Macioti
Sociologa
Un incontro cruciale. Le sue ricerche hanno presentato la nostra organizzazione all'ambiente accademico e alla società italiana con precisione, rispetto, delicatezza e vicinanza. Anche nei momenti più difficili
Primi anni novanta. Girovagando tra i canali televisivi, una sera sento parlare di Nichiren e della Soka Gakkai... blocco quel canale e ascolto: era una di quelle trasmissioni nelle quali un paio di persone litigano e un giudice alla fine emette la sentenza a favore di una delle due. In quel caso mi sembra che il diverbio fosse legato alla pratica buddista di una signora che creava problemi al marito.
Era la fiera delle imprecisioni e della superficialità sull’insegnamento di Nichiren Daishonin e sulla comunità Soka italiana. In quel periodo, poi, la Soka Gakkai era considerata nel migliore dei casi un “nuovo movimento religioso”.
Passata la prima fase di “improperi” tra i due litiganti, la conduttrice introduce una studiosa di religioni della Sapienza di Roma. Era lei: Maria Immacolata Macioti. Con gentilezza Minette (tutti i suoi amici la chiamavano così) chiarisce la figura di Daishonin, spiega che bisogna fare molta attenzione quando si parla di religione e mette in guardia dal definire “setta” una comunità buddista della quale, comunque, neanche lei aveva conoscenza approfondita.
Rimango colpito dalla qualità del suo intervento. Il presidente Toda aveva sempre detto che era necessario trovare accademici che studiassero la Soka Gakkai e noi, in Italia, stavamo cominciando a cercare contatti con le università. All’epoca già mi occupavo delle relazioni esterne Soka e mi ero reso conto che quella professoressa era il tipo di persona che l’Istituto cercava. Andammo a trovarla a casa: ci accolse con un grande sorriso, come se si aspettasse una visita ufficiale. In realtà lei era già entrata in contatto con la Soka Gakkai attraverso due studentesse che avevano chiesto di svolgere una tesi sul Buddismo di Nichiren Daishonin. Dopo alcuni incontri, accolse la nostra richiesta di intraprendere uno studio ufficiale: «Stando ai seguaci di Nichiren – scrive nella prefazione di Il Buddha che è in noi – il mio incontro con loro, con questo particolare tipo di Buddhismo, deve essere stato nel mio karma. Parlandone una volta a Firenze, nel centro culturale sito in una bella villa di epoca medicea, in via di Bellagio, so di aver usato la parola caso. Per caso avevo conosciuto dei praticanti. Per caso avevano parlato di me con alcuni responsabili dell’organizzazione italiana che mi erano venuti a trovare, mi avevano portato delle pubblicazioni del loro presidente Daisaku Ikeda. E dopo qualche incontro si erano detti interessati a una mia eventuale ricerca in merito, disponibili ad aprire le porte dei loro luoghi di riunione a me e a una eventuale équipe di ricerca che a me facesse, in qualche modo, riferimento. Altri avrebbero forse chiamato in causa il destino» (Il Buddha che è in noi. Germogli del Sutra del Loto, SEAM ed., Roma, 1996).
Karma, caso o destino, da quel momento lei ci apre le porte dell’accademia. Parte lo studio con un piccolo gruppo di ricercatrici che analizzano le nostre pubblicazioni. Armata del suo registratore e di un’infinita pazienza e compassione, inizia a partecipare agli zadankai di Roma. All’inizio delle riunioni chiede sempre se può registrare e, molto spesso, quando le esperienze sono piene di fatti personali e dolorosi spegne il registratore. Nel corso del tempo si accumulano le ore di Daimoku cui lei partecipa in silenzio. Nel frattempo la accompagno a Milano e Firenze dove spiega ai responsabili di quelle zone il senso della ricerca. L’allora direttore generale Mitsuhiro Kaneda, che aveva avuto con lei un lungo dialogo, acconsente in pieno alla somministrazione di alcuni questionari e la invita a partecipare, nel 1993, a un corso estivo a Montecatini.
In quel periodo la Soka Gakkai italiana era molto naif e i membri che la incontravano cercavano, malgrado i suggerimenti, di convertirla: «Cerco di rispondere anche a un’altra obiezione, – scrive – cui mi sono del resto, con il tempo, abituata: come posso parlare della recitazione, senza recitare? Dell’efficacia del Gohonzon, senza sperimentarla? Dovranno farmi shakubuku! Cerco di dissuaderli. Mi dispiacerebbe – ma questo è un motivo che non esplicito – che avessero delusioni dal Gohonzon proprio con riguardo alla mia persona. E soprattutto mi richiamo all’insegnamento di Max Weber, che si dichiarava non religioso, fatto questo che non gli ha impedito di scrivere studi di enorme importanza sulle religioni» (Ibidem, pp. 29-30).
Nel febbraio 1994, presso la facoltà di Sociologia della Sapienza a Roma, nel corso di un seminario di tre giorni dal titolo "Oggi il risveglio" viene dedicata un’intera sessione al Sutra del Loto e alla Soka Gakkai. Tutti i più importanti studiosi di religione italiani ascoltano gli approfondimenti di Richard Causton, Amalia Miglionico e altri dirigenti della Soka Gakkai. Ne parlano anche i giornali: un evento! Da quel momento il Buddismo di Nichiren Daishonin entra ufficialmente nella cultura accademica italiana: in punta di piedi, ma a testa alta. In una lunga intervista rilasciata a DuemilaUno (la riportiamo integralmente) la professoressa afferma: «Dalla dizione “setta” si escluderebbe per esempio la Soka Gakkai, fra l’altro in questo caso è più corretto parlare di “scuola” perché rimanda a un contesto culturale diverso. Nella realtà quotidiana la parola “setta” viene usata in modo spregiativo per indicare un piccolo gruppo, un piccolo movimento da cui si vuol prendere le distanze. Secondo me è un termine che nega dignità al gruppo in questione» (n. 29, p. 43).
In tutto il decennio degli anni novanta, ogni volta che uno studioso di religioni passava per Roma lei organizzava sempre una cena a casa sua per farcelo conoscere, e far conoscere a lui la nostra comunità.
L’ho sentita recentemente, nel giugno scorso, quando mi ha mandato il testo finale del suo ultimo lavoro su Religione e Covid: per telefono ho avvertito la sua soddisfazione di fronte alla cura che l’Istituto aveva posto nell’evitare il rischio di contagio causato da un rito o da una riunione in presenza. Il 10 luglio, all’improvviso, è scomparsa. Lasciando un grande vuoto, come studiosa e, soprattutto, come amica e gentile consigliera.
Roberto Minganti
Sociologa
Un incontro cruciale. Le sue ricerche hanno presentato la nostra organizzazione all'ambiente accademico e alla società italiana con precisione, rispetto, delicatezza e vicinanza. Anche nei momenti più difficili
Primi anni novanta. Girovagando tra i canali televisivi, una sera sento parlare di Nichiren e della Soka Gakkai... blocco quel canale e ascolto: era una di quelle trasmissioni nelle quali un paio di persone litigano e un giudice alla fine emette la sentenza a favore di una delle due. In quel caso mi sembra che il diverbio fosse legato alla pratica buddista di una signora che creava problemi al marito.
Era la fiera delle imprecisioni e della superficialità sull’insegnamento di Nichiren Daishonin e sulla comunità Soka italiana. In quel periodo, poi, la Soka Gakkai era considerata nel migliore dei casi un “nuovo movimento religioso”.
Passata la prima fase di “improperi” tra i due litiganti, la conduttrice introduce una studiosa di religioni della Sapienza di Roma. Era lei: Maria Immacolata Macioti. Con gentilezza Minette (tutti i suoi amici la chiamavano così) chiarisce la figura di Daishonin, spiega che bisogna fare molta attenzione quando si parla di religione e mette in guardia dal definire “setta” una comunità buddista della quale, comunque, neanche lei aveva conoscenza approfondita.
Rimango colpito dalla qualità del suo intervento. Il presidente Toda aveva sempre detto che era necessario trovare accademici che studiassero la Soka Gakkai e noi, in Italia, stavamo cominciando a cercare contatti con le università. All’epoca già mi occupavo delle relazioni esterne Soka e mi ero reso conto che quella professoressa era il tipo di persona che l’Istituto cercava. Andammo a trovarla a casa: ci accolse con un grande sorriso, come se si aspettasse una visita ufficiale. In realtà lei era già entrata in contatto con la Soka Gakkai attraverso due studentesse che avevano chiesto di svolgere una tesi sul Buddismo di Nichiren Daishonin. Dopo alcuni incontri, accolse la nostra richiesta di intraprendere uno studio ufficiale: «Stando ai seguaci di Nichiren – scrive nella prefazione di Il Buddha che è in noi – il mio incontro con loro, con questo particolare tipo di Buddhismo, deve essere stato nel mio karma. Parlandone una volta a Firenze, nel centro culturale sito in una bella villa di epoca medicea, in via di Bellagio, so di aver usato la parola caso. Per caso avevo conosciuto dei praticanti. Per caso avevano parlato di me con alcuni responsabili dell’organizzazione italiana che mi erano venuti a trovare, mi avevano portato delle pubblicazioni del loro presidente Daisaku Ikeda. E dopo qualche incontro si erano detti interessati a una mia eventuale ricerca in merito, disponibili ad aprire le porte dei loro luoghi di riunione a me e a una eventuale équipe di ricerca che a me facesse, in qualche modo, riferimento. Altri avrebbero forse chiamato in causa il destino» (Il Buddha che è in noi. Germogli del Sutra del Loto, SEAM ed., Roma, 1996).
Karma, caso o destino, da quel momento lei ci apre le porte dell’accademia. Parte lo studio con un piccolo gruppo di ricercatrici che analizzano le nostre pubblicazioni. Armata del suo registratore e di un’infinita pazienza e compassione, inizia a partecipare agli zadankai di Roma. All’inizio delle riunioni chiede sempre se può registrare e, molto spesso, quando le esperienze sono piene di fatti personali e dolorosi spegne il registratore. Nel corso del tempo si accumulano le ore di Daimoku cui lei partecipa in silenzio. Nel frattempo la accompagno a Milano e Firenze dove spiega ai responsabili di quelle zone il senso della ricerca. L’allora direttore generale Mitsuhiro Kaneda, che aveva avuto con lei un lungo dialogo, acconsente in pieno alla somministrazione di alcuni questionari e la invita a partecipare, nel 1993, a un corso estivo a Montecatini.
In quel periodo la Soka Gakkai italiana era molto naif e i membri che la incontravano cercavano, malgrado i suggerimenti, di convertirla: «Cerco di rispondere anche a un’altra obiezione, – scrive – cui mi sono del resto, con il tempo, abituata: come posso parlare della recitazione, senza recitare? Dell’efficacia del Gohonzon, senza sperimentarla? Dovranno farmi shakubuku! Cerco di dissuaderli. Mi dispiacerebbe – ma questo è un motivo che non esplicito – che avessero delusioni dal Gohonzon proprio con riguardo alla mia persona. E soprattutto mi richiamo all’insegnamento di Max Weber, che si dichiarava non religioso, fatto questo che non gli ha impedito di scrivere studi di enorme importanza sulle religioni» (Ibidem, pp. 29-30).
Nel febbraio 1994, presso la facoltà di Sociologia della Sapienza a Roma, nel corso di un seminario di tre giorni dal titolo "Oggi il risveglio" viene dedicata un’intera sessione al Sutra del Loto e alla Soka Gakkai. Tutti i più importanti studiosi di religione italiani ascoltano gli approfondimenti di Richard Causton, Amalia Miglionico e altri dirigenti della Soka Gakkai. Ne parlano anche i giornali: un evento! Da quel momento il Buddismo di Nichiren Daishonin entra ufficialmente nella cultura accademica italiana: in punta di piedi, ma a testa alta. In una lunga intervista rilasciata a DuemilaUno (la riportiamo integralmente) la professoressa afferma: «Dalla dizione “setta” si escluderebbe per esempio la Soka Gakkai, fra l’altro in questo caso è più corretto parlare di “scuola” perché rimanda a un contesto culturale diverso. Nella realtà quotidiana la parola “setta” viene usata in modo spregiativo per indicare un piccolo gruppo, un piccolo movimento da cui si vuol prendere le distanze. Secondo me è un termine che nega dignità al gruppo in questione» (n. 29, p. 43).
In tutto il decennio degli anni novanta, ogni volta che uno studioso di religioni passava per Roma lei organizzava sempre una cena a casa sua per farcelo conoscere, e far conoscere a lui la nostra comunità.
L’ho sentita recentemente, nel giugno scorso, quando mi ha mandato il testo finale del suo ultimo lavoro su Religione e Covid: per telefono ho avvertito la sua soddisfazione di fronte alla cura che l’Istituto aveva posto nell’evitare il rischio di contagio causato da un rito o da una riunione in presenza. Il 10 luglio, all’improvviso, è scomparsa. Lasciando un grande vuoto, come studiosa e, soprattutto, come amica e gentile consigliera.
Roberto Minganti
Maria Immacolata Macioti (8 dicembre 1942 - 10 luglio 2021) è stata ordinaria di Processi culturali presso l’Università di Roma La Sapienza, dove ha insegnato per oltre trent’anni soprattutto Sociologia della religione e Istituzioni di sociologia. I suoi studi del fenomeno religioso contemporaneo hanno abbracciato tanto la Chiesa cattolica quanto altri credi, istituzionalizzati o meno. Si è interessata di processi migratori, di rifugiati e richiedenti asilo, di periferie urbane e di esclusione sociale, di memoria e di sociologia qualitativa. Negli anni 2009 e 2010 è stata vicepresidente dell'Ateneo federato di Scienze Umane, Arti e Ambienti. Ha fatto parte dell’International Sociological Association e della Società Internazionale di Sociologia delle Religioni.
Oltre ad aver collaborato con il trimestrale La critica sociologica, è stata responsabile dell’Osservatorio Permanente Rifugiati Vittime di Guerra dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia. Dal 2018 al 2020 è stata professoressa straordinaria di Sociologia presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università telematica internazionale Uninettuno.
Estesissima la sua produzione editoriale, di cui riportiamo solo alcuni titoli: il suo primo libro Religione, chiesa e strutture sociali (Liguori) è uscito nel 1974. A questo ha fatto seguito, con Franco Ferrarotti e altri, Forme del sacro in un'epoca di crisi (Liguori, 1978) e nel 1980 Teoria e tecnica della pace interiore. Saggio sulla Meditazione trascendentale (Liguori). Del 1991 due libri che affrontano il tema della multirazzialità: Gli immigrati in Italia (Laterza, con Enrico Pugliese) e Per una società multiculturale (Liguori).
Oltre ad aver collaborato con il trimestrale La critica sociologica, è stata responsabile dell’Osservatorio Permanente Rifugiati Vittime di Guerra dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia. Dal 2018 al 2020 è stata professoressa straordinaria di Sociologia presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università telematica internazionale Uninettuno.
Estesissima la sua produzione editoriale, di cui riportiamo solo alcuni titoli: il suo primo libro Religione, chiesa e strutture sociali (Liguori) è uscito nel 1974. A questo ha fatto seguito, con Franco Ferrarotti e altri, Forme del sacro in un'epoca di crisi (Liguori, 1978) e nel 1980 Teoria e tecnica della pace interiore. Saggio sulla Meditazione trascendentale (Liguori). Del 1991 due libri che affrontano il tema della multirazzialità: Gli immigrati in Italia (Laterza, con Enrico Pugliese) e Per una società multiculturale (Liguori).