Accogliente come la gentilezza

Rileggendo "Elogio della mitezza" di Norberto Bobbio

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La «suprema potenza di lasciare essere l’altro quello che è». Norberto Bobbio, nel delineare da varie angolazioni quella che lui chiama “virtù sociale” – perché «la mitezza è una disposizione d’animo che rifulge solo alla presenza dell’altro» – prende a prestito la definizione che ne dà il filosofo torinese Carlo Mazzantini.
Penso che lasciar essere una persona quella che è senza necessariamente definirla, inserirla in categorie o volere che si definisca, sia un'accoglienza dell’altro/a ancora più "rispettosa" del rispetto. Centrale nel tema attuale del riconoscimento della diversità, per esempio nel linguaggio.
«Il mite – scrive Bobbio – non chiede, non pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata».
Direi anche che la mitezza è una pratica che necessita di forza d’animo, di solidità interiore (la “potenza” di cui sopra). La persona mite è indipendente, ha un atteggiamento che potremmo definire interessato e curioso, con tranquillità aspetta che l’altro emerga come desidera essere.
In un’intervista di qualche anno fa (BS, 186) Tamotsu Nakajima paragonò Sensei a un laghetto calmo, senza increspature, in cui l’altra persona può rispecchiarsi.
Recenti riflessioni sul tema della diversità parlano di “convivenza” delle differenze, un’espressione più rispettosa di “integrazione” e meno paternalista di “inclusione”. Si suggerisce di aggiungere, di ampliare, laddove si svelino nuove identità, e non di trovare necessariamente categorie già esistenti che le inquadrino. La convivenza è quindi una scommessa non facile, un processo di accoglienza reciproca a molte variabili di cui, direbbero i matematici, non si ha una soluzione “analitica” ma solo sperimentale.
In una tale convivenza, secondo me, la persona mite si sente a suo agio perché, come dice Bobbio, «il mite non entra in rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere e alla fine di vincere. […] L’unico mondo in cui vorrebbe vivere è quello in cui […] non ci sono gare per il primato, né lotte per il potere, né competizioni per la ricchezza, e mancano insomma le condizioni stesse che consentano di dividere gli uomini in vincitori e vinti».
La persona mite, aggiunge, non teorizza città ideali ma prefigura il mondo che desidera nella sua azione quotidiana «esercitando appunto la virtù della mitezza». È un’anticipatrice di un futuro migliore, di una società «in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale».
La persona mite è «ìlare», conclude il filosofo. Forse perché lei per prima riesce a essere quella che è.
(Maria Lucia De Luca)

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