Biologo, geografo, fisiologo e ornitologo statunitense, Jared Diamond, combinando antropologia, linguistica, genetica e storia, si oppone con forza a qualsiasi tipo di argomentazione scientifica che giustifichi ogni divario di ricchezza o di sviluppo sociale tra popolazioni umane dovuto a presunte differenze cognitive o di attitudine.
È noto al grande pubblico soprattutto per due libri sulla storia e la geografia dell’intera umanità: Guns, Germs, and Steel: the Fates of Human Societies (1997; trad. it. Armi, acciaio e malattie: breve storia degli ultimi tredicimila anni, Einaudi, 1997), con il quale ha vinto il premio Pulitzer per la saggistica nel 1998, e Collapse: How Societies Choose to Fail or Survive (2004; trad. it. Collasso: come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, 2005). Il primo libro pone una domanda fondamentale: come è accaduto che in alcune parti del mondo le culture umane abbiano raggiunto livelli di sviluppo molto maggiori rispetto ad altre? Negando rilevanza scientifica alle spiegazioni razziste, Diamond indaga sulle influenze che l’ambiente naturale e la posizione geografica hanno avuto sulle civiltà, sottolineando che fin dall’antichità le popolazioni dell’Eurasia si sono giovate di infiniti scambi (piante coltivabili, animali domesticabili, invenzioni, culture) in un’area climaticamente coerente da est a ovest. Il secondo libro presenta esempi di società le cui scelte hanno condotto alla loro rovina, evidenziando alcuni elementi costanti, come la scarsa elasticità sociale (resistenza al cambiamento), l’avidità, la miopia dei governi, l’emarginazione delle minoranze, l’isolamento e la chiusura di una civiltà entro se stessa (cfr. Enciclopedia Treccani, Lessico del XXI secolo).
Gli ultimi suoi libri usciti in Italia sono Da te solo a tutto il mondo. Un ornitologo osserva le società umane (Einaudi, 2014) e Crisi (Einaudi, 2019).
Alla fine del 2020, riflettendo sulla situazione attuale Diamond affermava: «Ma il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse e le disuguaglianze rappresentano minacce molto più gravi per la nostra sopravvivenza e qualità della vita rispetto all’attuale pandemia. […] Perché, allora, non siamo stati fortemente spinti ad agire contro il cambiamento climatico e quelle altre minacce globali, laddove ciò è successo a causa della minaccia più lieve di Covid-19? La risposta è ovvia: Covid-19 attira la nostra attenzione, facendo ammalare o uccidendo le sue vittime rapidamente (entro pochi giorni o settimane) e in modo inequivocabile. Al contrario, il cambiamento climatico ci rovina lentamente e molto meno chiaramente, attraverso conseguenze indirette come la riduzione della produzione alimentare, la fame, gli eventi meteorologici estremi e la diffusione di malattie tropicali nelle zone temperate. Quindi, siamo stati lenti a riconoscere il cambiamento climatico come una minaccia globale che richiede una risposta globale. Ecco perché la pandemia da Covid-19 mi dà speranza, anche se piango la perdita dei cari amici che ha ucciso. Per la prima volta nella storia del mondo, le persone del pianeta sono costrette a riconoscere che stiamo affrontando minacce condivise che nessun paese può superare da solo. Se i popoli del mondo si uniscono, sotto costrizione, per sconfiggere Covid-19, potrebbero imparare una lezione. Possono trovare la motivazione per unirsi, sotto costrizione, a combattere il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse e le disuguaglianze. In quel caso, Covid-19 avrà portato non solo la tragedia ma anche la salvezza, mettendo finalmente i popoli del mondo su un percorso sostenibile» (https://www.project-syndicate.org/onpoint/covid19-impact-on-combating-global-problems-by-jared-diamond-2020-12/italian).
Presentiamo qui, per sua gentile concessione, un estratto della sua intervista più recente, realizzata online (da cui la foto a p. 23) da Francesca Corrao per il Festival dell’economia civile 2021, che si è tenuto dal 24 al 26 settembre a Firenze. L'incontro si è svolto in italiano, la tredicesima lingua che Diamond ha imparato e che ama esercitare.
In base alla sua impressionante ricerca sui casi di collasso e successo di una civiltà, quali sono i fattori cruciali che determinano il declino di una società? Quali lezioni si possono trarre dal passato?
Ci sono vari fattori che influenzano la sopravvivenza o il collasso di una civiltà.
Il primo, il più semplice e ovvio, sono i nemici. Ad esempio nel giugno 1940 il governo francese è crollato perché la Francia è stata invasa dalla Germania ed è stata sconfitta. Molto prima, anche il crollo dell’impero romano d’occidente è stato influenzato dagli attacchi dei barbari. Dunque, i nemici hanno una grande influenza.
Il secondo, anche questo semplice e ovvio, è il fattore degli alleati, dell’aiuto o della mancanza di aiuto da parte loro. Prendiamo la storia recente: negli anni ‘70 ci fu quasi un crollo economico dell’occidente, negli Stati Uniti e anche in Europa, perché i paesi del Golfo Persico avevano smesso di fornire petrolio. Un colpo severo per l’economia occidentale. Nel passato, un esempio interessante della mancanza di aiuto da parte degli alleati è quello dei vichinghi della Groenlandia, emigrati dalla Norvegia e dall’Islanda intorno al 1000 dopo Cristo. Poiché la Groenlandia non ha materie prime come legno e ferro, questa popolazione dipendeva dalle importazioni dalla Norvegia, che a sua volta ripagava con la sua sostanza più pregiata: l’avorio del tricheco, molto apprezzato dai norvegesi. Poi, con le Crociate, si è aperto il commercio tra l’Europa e l’Asia e tra l’Europa e l’Africa, ed è stato importato l’avorio degli elefanti. Dunque l’Europa non aveva più bisogno dell’avorio del tricheco. I norvegesi hanno smesso di commerciare con la Groenlandia, che non riceveva più ferro e legno, e ciò ha contribuito al crollo della società dei vichinghi.
Il terzo fattore, un po’ meno ovvio, è costituito dai cambiamenti climatici, che stiamo sperimentando drammaticamente in questo periodo. Ma ci sono esempi anche nel passato. Prima dell’arrivo degli europei, la popolazione americana più avanzata era quella degli Anasazi, che viveva nella parte sud occidentale degli odierni Stati Uniti tra il Nuovo Messico e l’Arizona, una zona desertica dove l’agricoltura dipendeva fortemente dall’irrigazione. Questa popolazione di pellerossa aveva addirittura eretto palazzi di sei piani, i grattacieli più alti dell’America settentrionale fino al 1880, quando fu inventato il cemento armato. Pur essendo una civiltà molto evoluta, crollò dopo l’anno 1118 a causa dei cambiamenti climatici: una siccità molto forte impedì l’irrigazione dei campi e gli Anasazi abbandonarono le loro città e i loro grattacieli.
Il quarto fattore sono i danni ambientali. Un esempio è ciò che avvenne sull’Isola di Pasqua nell’Oceano Pacifico. Gli abitanti dipendevano dal legno degli alberi, con cui costruivano canoe per andare a pescare in mare aperto. Il pesce era il loro principale alimento. Ma abbatterono tutti gli alberi dell’isola. Non potendo più costruire canoe per rifornirsi di pesce, cominciarono a mangiare carne umana, si dedicarono al cannibalismo.
Quali sono i fattori di resilienza cruciali per evitare il collasso di una società e avere successo?
Oggi come nel passato c’è una concorrenza tra egoismo e cooperazione. L’egoismo può creare le condizioni per il collasso, la cooperazione può creare le condizioni per la sopravvivenza. Ecco alcuni esempi. Egoismo vuol dire sfruttare le risorse subito e solo per sé. Se ci sono risorse che non appartengono soltanto a una società ma sono in comune, c’è il rischio che un gruppo le voglia sfruttare prima degli altri, con il risultato che le risorse si esauriscono. Un esempio attuale è la pesca in mare aperto. Il mare aperto non appartiene a nessuno, le flotte di pescatori di tutto mondo si fanno concorrenza, con il risultato che le fonti di pesce diminuiscono. Quando ero bambino, il pesce spada atlantico era un cibo molto comune. Oggi non lo mangiamo più perché si è estinto a causa della concorrenza tra le flotte dei pescatori dei paesi che si affacciano sull’Oceano Atlantico. Ecco un esempio di egoismo.
L’opposto dell’egoismo è il mantenimento, la salvaguardia delle risorse. Si basa sulla fiducia che le risorse apparterranno o a noi o ai nostri eredi, e dunque abbiamo un motivo per conservarle. Ecco un esempio di cooperazione: in India, lungo i fiumi, un gruppo pesca alla foce, un altro nella parte centrale, un altro ancora su un ruscello. Un gruppo usa le reti, un altro gli ami. Ogni gruppo ha il diritto esclusivo di una parte del fiume e di un metodo di pesca. Dunque ha la certezza, la fiducia, che questa risorsa gli appartiene e che sarà ereditata dalle generazioni successive, e quindi è motivato a preservarla. Le società che nel passato hanno mantenuto le loro risorse (come l’Islanda e alcune zone della Nuova Guinea) sono quelle che ne avevano il possesso esclusivo.
Oggi ci sono tante risorse, come il pesce del mare aperto, le foreste, il petrolio, dove c’è concorrenza e non c’è motivazione a conservare. Questo dualismo tra egoismo e fiducia del possesso contribuisce a spiegare la resilienza o la sua mancanza nelle società attuali e del passato.
Un proverbio orientale recita: “Uno è la madre di diecimila”, nel senso che la presa di coscienza di una persona può attivare una risposta positiva di molte altre, come è successo con Greta Thunberg, la cui azione ha coinvolto tanti ragazzi e tante ragazze sulle tematiche ambientali. Cosa pensa dell’attuale impegno dei giovani per il clima?
È una domanda interessante, che mi tocca personalmente. Perché i bambini erediteranno il mondo, i giovani hanno il legame con il futuro. I miei figli gemelli, che ora hanno 34 anni, quando erano piccoli con la loro classe andarono a manifestare a Los Angeles contro la distruzione delle foreste tropicali. Già all’età di 6 anni.
È molto interessante che recentemente i giovani in varie parti del mondo abbiano intentato processi ai governi e in alcuni casi hanno vinto. In Olanda giovani tra i 20 e i 30 anni hanno avviato un processo contro una grande azienda olandese, chiedendo che il governo intervenisse affinché dimezzasse le emissioni, e hanno vinto. Una sentenza storica. Negli ultimi anni anche negli Stati Uniti gruppi di giovani hanno fatto azioni simili. E pure se finora hanno perso, la cosa importante è che abbiano cominciato, e che ce ne siano sempre di più di questi processi. Per assicurare il loro futuro, che noi delle nostre generazioni stiamo distruggendo. Per me è un segno di speranza.
Quale approccio dovremmo adottare per combattere il razzismo dilagante?
Ora devo diventare egoista (ride). Per combattere il razzismo raccomando di leggere il mio libro Armi, acciaio e malattie. Quando sono andato per la prima volta in Nuova Guinea, nel 1974, gli abitanti erano considerati un popolo primitivo perché avevano una tecnologia semplice, non avevano utensili di metallo ma di legno e di pietra. Perché erano così “primitivi”?
Pensavo, secondo il punto di vista comune, che quando un popolo ha una tecnologia semplice è perché ha un cervello semplice, mentre chi è più avanzato è più intelligente. Una visione razzista. Abbiamo questa visione perché gli storici non ci hanno spiegato i motivi per cui la tecnologia è rimasta indietro ad esempio in Nuova Guinea mentre invece è avanzata nella Mezzaluna fertile e in Europa. Nel mio libro riporto i risultati di un’indagine: ho analizzato il perché si sono sviluppati divari nella tecnologia, nel governo e nelle società tra le varie regioni del mondo. E ho scoperto che non ha niente a che fare con il cervello, con l’intelligenza, ma dipende dalle risorse ambientali, soprattutto dalle specie di animali e piante disponibili per la domesticazione nelle diverse zone del pianeta. In Australia e Nuova Guinea ce ne sono poche o nessuna. Nella Mezzaluna fertile, in Cina, in Messico ce n'erano tante. Le specie domesticabili forniscono cibo sufficiente per consentire un’espansione demografica, permettono di nutrire non solo chi produce risorse alimentari ma anche governanti, eserciti, artigiani. Tale disponibilità è stata fondamentale per lo sviluppo avanzato nella Mezzaluna fertile, che si è poi diffuso in Europa. Non è dipeso da una superiorità intellettuale dei popoli dell’Iran, dell’Iraq e della Siria, ma ha che fare con i gatti selvatici, le pecore selvatiche, il frumento selvatico.
È noto al grande pubblico soprattutto per due libri sulla storia e la geografia dell’intera umanità: Guns, Germs, and Steel: the Fates of Human Societies (1997; trad. it. Armi, acciaio e malattie: breve storia degli ultimi tredicimila anni, Einaudi, 1997), con il quale ha vinto il premio Pulitzer per la saggistica nel 1998, e Collapse: How Societies Choose to Fail or Survive (2004; trad. it. Collasso: come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, 2005). Il primo libro pone una domanda fondamentale: come è accaduto che in alcune parti del mondo le culture umane abbiano raggiunto livelli di sviluppo molto maggiori rispetto ad altre? Negando rilevanza scientifica alle spiegazioni razziste, Diamond indaga sulle influenze che l’ambiente naturale e la posizione geografica hanno avuto sulle civiltà, sottolineando che fin dall’antichità le popolazioni dell’Eurasia si sono giovate di infiniti scambi (piante coltivabili, animali domesticabili, invenzioni, culture) in un’area climaticamente coerente da est a ovest. Il secondo libro presenta esempi di società le cui scelte hanno condotto alla loro rovina, evidenziando alcuni elementi costanti, come la scarsa elasticità sociale (resistenza al cambiamento), l’avidità, la miopia dei governi, l’emarginazione delle minoranze, l’isolamento e la chiusura di una civiltà entro se stessa (cfr. Enciclopedia Treccani, Lessico del XXI secolo).
Gli ultimi suoi libri usciti in Italia sono Da te solo a tutto il mondo. Un ornitologo osserva le società umane (Einaudi, 2014) e Crisi (Einaudi, 2019).
Alla fine del 2020, riflettendo sulla situazione attuale Diamond affermava: «Ma il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse e le disuguaglianze rappresentano minacce molto più gravi per la nostra sopravvivenza e qualità della vita rispetto all’attuale pandemia. […] Perché, allora, non siamo stati fortemente spinti ad agire contro il cambiamento climatico e quelle altre minacce globali, laddove ciò è successo a causa della minaccia più lieve di Covid-19? La risposta è ovvia: Covid-19 attira la nostra attenzione, facendo ammalare o uccidendo le sue vittime rapidamente (entro pochi giorni o settimane) e in modo inequivocabile. Al contrario, il cambiamento climatico ci rovina lentamente e molto meno chiaramente, attraverso conseguenze indirette come la riduzione della produzione alimentare, la fame, gli eventi meteorologici estremi e la diffusione di malattie tropicali nelle zone temperate. Quindi, siamo stati lenti a riconoscere il cambiamento climatico come una minaccia globale che richiede una risposta globale. Ecco perché la pandemia da Covid-19 mi dà speranza, anche se piango la perdita dei cari amici che ha ucciso. Per la prima volta nella storia del mondo, le persone del pianeta sono costrette a riconoscere che stiamo affrontando minacce condivise che nessun paese può superare da solo. Se i popoli del mondo si uniscono, sotto costrizione, per sconfiggere Covid-19, potrebbero imparare una lezione. Possono trovare la motivazione per unirsi, sotto costrizione, a combattere il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse e le disuguaglianze. In quel caso, Covid-19 avrà portato non solo la tragedia ma anche la salvezza, mettendo finalmente i popoli del mondo su un percorso sostenibile» (https://www.project-syndicate.org/onpoint/covid19-impact-on-combating-global-problems-by-jared-diamond-2020-12/italian).
Presentiamo qui, per sua gentile concessione, un estratto della sua intervista più recente, realizzata online (da cui la foto a p. 23) da Francesca Corrao per il Festival dell’economia civile 2021, che si è tenuto dal 24 al 26 settembre a Firenze. L'incontro si è svolto in italiano, la tredicesima lingua che Diamond ha imparato e che ama esercitare.
In base alla sua impressionante ricerca sui casi di collasso e successo di una civiltà, quali sono i fattori cruciali che determinano il declino di una società? Quali lezioni si possono trarre dal passato?
Ci sono vari fattori che influenzano la sopravvivenza o il collasso di una civiltà.
Il primo, il più semplice e ovvio, sono i nemici. Ad esempio nel giugno 1940 il governo francese è crollato perché la Francia è stata invasa dalla Germania ed è stata sconfitta. Molto prima, anche il crollo dell’impero romano d’occidente è stato influenzato dagli attacchi dei barbari. Dunque, i nemici hanno una grande influenza.
Il secondo, anche questo semplice e ovvio, è il fattore degli alleati, dell’aiuto o della mancanza di aiuto da parte loro. Prendiamo la storia recente: negli anni ‘70 ci fu quasi un crollo economico dell’occidente, negli Stati Uniti e anche in Europa, perché i paesi del Golfo Persico avevano smesso di fornire petrolio. Un colpo severo per l’economia occidentale. Nel passato, un esempio interessante della mancanza di aiuto da parte degli alleati è quello dei vichinghi della Groenlandia, emigrati dalla Norvegia e dall’Islanda intorno al 1000 dopo Cristo. Poiché la Groenlandia non ha materie prime come legno e ferro, questa popolazione dipendeva dalle importazioni dalla Norvegia, che a sua volta ripagava con la sua sostanza più pregiata: l’avorio del tricheco, molto apprezzato dai norvegesi. Poi, con le Crociate, si è aperto il commercio tra l’Europa e l’Asia e tra l’Europa e l’Africa, ed è stato importato l’avorio degli elefanti. Dunque l’Europa non aveva più bisogno dell’avorio del tricheco. I norvegesi hanno smesso di commerciare con la Groenlandia, che non riceveva più ferro e legno, e ciò ha contribuito al crollo della società dei vichinghi.
Il terzo fattore, un po’ meno ovvio, è costituito dai cambiamenti climatici, che stiamo sperimentando drammaticamente in questo periodo. Ma ci sono esempi anche nel passato. Prima dell’arrivo degli europei, la popolazione americana più avanzata era quella degli Anasazi, che viveva nella parte sud occidentale degli odierni Stati Uniti tra il Nuovo Messico e l’Arizona, una zona desertica dove l’agricoltura dipendeva fortemente dall’irrigazione. Questa popolazione di pellerossa aveva addirittura eretto palazzi di sei piani, i grattacieli più alti dell’America settentrionale fino al 1880, quando fu inventato il cemento armato. Pur essendo una civiltà molto evoluta, crollò dopo l’anno 1118 a causa dei cambiamenti climatici: una siccità molto forte impedì l’irrigazione dei campi e gli Anasazi abbandonarono le loro città e i loro grattacieli.
Il quarto fattore sono i danni ambientali. Un esempio è ciò che avvenne sull’Isola di Pasqua nell’Oceano Pacifico. Gli abitanti dipendevano dal legno degli alberi, con cui costruivano canoe per andare a pescare in mare aperto. Il pesce era il loro principale alimento. Ma abbatterono tutti gli alberi dell’isola. Non potendo più costruire canoe per rifornirsi di pesce, cominciarono a mangiare carne umana, si dedicarono al cannibalismo.
Quali sono i fattori di resilienza cruciali per evitare il collasso di una società e avere successo?
Oggi come nel passato c’è una concorrenza tra egoismo e cooperazione. L’egoismo può creare le condizioni per il collasso, la cooperazione può creare le condizioni per la sopravvivenza. Ecco alcuni esempi. Egoismo vuol dire sfruttare le risorse subito e solo per sé. Se ci sono risorse che non appartengono soltanto a una società ma sono in comune, c’è il rischio che un gruppo le voglia sfruttare prima degli altri, con il risultato che le risorse si esauriscono. Un esempio attuale è la pesca in mare aperto. Il mare aperto non appartiene a nessuno, le flotte di pescatori di tutto mondo si fanno concorrenza, con il risultato che le fonti di pesce diminuiscono. Quando ero bambino, il pesce spada atlantico era un cibo molto comune. Oggi non lo mangiamo più perché si è estinto a causa della concorrenza tra le flotte dei pescatori dei paesi che si affacciano sull’Oceano Atlantico. Ecco un esempio di egoismo.
L’opposto dell’egoismo è il mantenimento, la salvaguardia delle risorse. Si basa sulla fiducia che le risorse apparterranno o a noi o ai nostri eredi, e dunque abbiamo un motivo per conservarle. Ecco un esempio di cooperazione: in India, lungo i fiumi, un gruppo pesca alla foce, un altro nella parte centrale, un altro ancora su un ruscello. Un gruppo usa le reti, un altro gli ami. Ogni gruppo ha il diritto esclusivo di una parte del fiume e di un metodo di pesca. Dunque ha la certezza, la fiducia, che questa risorsa gli appartiene e che sarà ereditata dalle generazioni successive, e quindi è motivato a preservarla. Le società che nel passato hanno mantenuto le loro risorse (come l’Islanda e alcune zone della Nuova Guinea) sono quelle che ne avevano il possesso esclusivo.
Oggi ci sono tante risorse, come il pesce del mare aperto, le foreste, il petrolio, dove c’è concorrenza e non c’è motivazione a conservare. Questo dualismo tra egoismo e fiducia del possesso contribuisce a spiegare la resilienza o la sua mancanza nelle società attuali e del passato.
Un proverbio orientale recita: “Uno è la madre di diecimila”, nel senso che la presa di coscienza di una persona può attivare una risposta positiva di molte altre, come è successo con Greta Thunberg, la cui azione ha coinvolto tanti ragazzi e tante ragazze sulle tematiche ambientali. Cosa pensa dell’attuale impegno dei giovani per il clima?
È una domanda interessante, che mi tocca personalmente. Perché i bambini erediteranno il mondo, i giovani hanno il legame con il futuro. I miei figli gemelli, che ora hanno 34 anni, quando erano piccoli con la loro classe andarono a manifestare a Los Angeles contro la distruzione delle foreste tropicali. Già all’età di 6 anni.
È molto interessante che recentemente i giovani in varie parti del mondo abbiano intentato processi ai governi e in alcuni casi hanno vinto. In Olanda giovani tra i 20 e i 30 anni hanno avviato un processo contro una grande azienda olandese, chiedendo che il governo intervenisse affinché dimezzasse le emissioni, e hanno vinto. Una sentenza storica. Negli ultimi anni anche negli Stati Uniti gruppi di giovani hanno fatto azioni simili. E pure se finora hanno perso, la cosa importante è che abbiano cominciato, e che ce ne siano sempre di più di questi processi. Per assicurare il loro futuro, che noi delle nostre generazioni stiamo distruggendo. Per me è un segno di speranza.
Quale approccio dovremmo adottare per combattere il razzismo dilagante?
Ora devo diventare egoista (ride). Per combattere il razzismo raccomando di leggere il mio libro Armi, acciaio e malattie. Quando sono andato per la prima volta in Nuova Guinea, nel 1974, gli abitanti erano considerati un popolo primitivo perché avevano una tecnologia semplice, non avevano utensili di metallo ma di legno e di pietra. Perché erano così “primitivi”?
Pensavo, secondo il punto di vista comune, che quando un popolo ha una tecnologia semplice è perché ha un cervello semplice, mentre chi è più avanzato è più intelligente. Una visione razzista. Abbiamo questa visione perché gli storici non ci hanno spiegato i motivi per cui la tecnologia è rimasta indietro ad esempio in Nuova Guinea mentre invece è avanzata nella Mezzaluna fertile e in Europa. Nel mio libro riporto i risultati di un’indagine: ho analizzato il perché si sono sviluppati divari nella tecnologia, nel governo e nelle società tra le varie regioni del mondo. E ho scoperto che non ha niente a che fare con il cervello, con l’intelligenza, ma dipende dalle risorse ambientali, soprattutto dalle specie di animali e piante disponibili per la domesticazione nelle diverse zone del pianeta. In Australia e Nuova Guinea ce ne sono poche o nessuna. Nella Mezzaluna fertile, in Cina, in Messico ce n'erano tante. Le specie domesticabili forniscono cibo sufficiente per consentire un’espansione demografica, permettono di nutrire non solo chi produce risorse alimentari ma anche governanti, eserciti, artigiani. Tale disponibilità è stata fondamentale per lo sviluppo avanzato nella Mezzaluna fertile, che si è poi diffuso in Europa. Non è dipeso da una superiorità intellettuale dei popoli dell’Iran, dell’Iraq e della Siria, ma ha che fare con i gatti selvatici, le pecore selvatiche, il frumento selvatico.
Jared Diamond, nato a Boston nel 1937, è professore di Geografia presso l'Università della California a Los Angeles e ha insegnato Geografia politica alla Luiss di Roma. Ha iniziato la sua carriera scientifica occupandosi di fisiologia per poi ampliare i suoi interessi verso la biologia evolutiva e la biogeografia. È membro della National Academy of Sciences, dell'American Academy of Arts and Sciences e dell'American Philosophical Society. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e pubblicato oltre 600 tra libri e articoli.