Nelson Mandela. Sotto il sole della libertà

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Quando lo incontrai a Tokyo, in un pomeriggio del luglio del 1995, sprizzava convinzione e fiducia. Ci vedevamo per la seconda volta, a poco più di un anno dalla sua elezione a presidente del Sudafrica. Nelson Mandela, il “pericoloso criminale” incarcerato 27 anni per alto tradimento, era uscito di prigione e diventato presidente del suo paese. Finalmente la giustizia, messa da parte per così tanti decenni, cominciava a regnare di nuovo. Come egli stesso ebbe a dire: «Le prigioni del Sudafrica miravano a tagliarci le gambe affinché non avessimo mai più la forza e il coraggio di perseguire i nostri ideali».

L’Università Mandela
In carcere i prigionieri venivano svegliati prima dell’alba per iniziare una lunga giornata di lavori forzati. Per tredici anni Mandela rimase in catene in una cava di calcare, costretto a estrarre calce dalle pareti rocciose sotto il sole cocente.
Ma anche in quelle condizioni infernali riuscì a studiare, incoraggiando gli altri prigionieri a condividere le proprie conoscenze e a discutere delle loro idee. Le lezioni si svolgevano in segretezza e la prigione giunse a essere chiamata “Università Mandela”. Si impegnava costantemente a trasformare visioni distorte e a creare alleanze tra chi lo circondava e alla fine, con il suo spirito indomito, si conquistò il rispetto persino delle guardie carcerarie.
Il suo più grande tormento era di non poter aiutare i suoi familiari e proteggerli dalle persecuzioni delle autorità. La sua casa fu attaccata e bruciata, sua moglie molestata ripetutamente, arrestata e interrogata. Mandela era in prigione quando apprese che sua madre era stata stroncata da un infarto e si addolorò immensamente al pensiero che fosse morta ancora preoccupata per la sua incolumità, come era stato in quei lunghi anni di lotta per la libertà e la dignità. Poco dopo gli fu comunicato che suo figlio maggiore era stato ucciso in un “incidente” d’auto molto sospetto.

Una riunione di famiglia con “Speranza”
Eppure, nonostante tutto, Mandela si rifiutò di perdere la speranza. Nel 1978, dopo sedici anni di prigionia, gli fu concesso di incontrare la figlia Zeni, che portò con sé la sua bambina appena nata. L’ultima volta che aveva potuto abbracciare sua figlia, lei era piccola come la neonata che l’accompagnava quel giorno. Durante la visita tenne la nipotina tra le braccia e in seguito scrisse: «Tenere una neonata così morbida e vulnerabile tra le mie mani ruvide, che per troppo tempo avevano impugnato solo pale e picconi, mi diede una gioia profonda. Non penso che ci sia stato mai uomo più felice di tenere in braccio un bambino di quanto lo fossi io quel giorno».
Zeni gli chiese di dare un nome alla bambina. Guardando la nipote egli pensò al futuro e a quando, una volta cresciuta, l’apartheid sarebbe stato un lontano ricordo. Pensò a lei e agli altri della sua generazione camminare fieri e senza paura sotto il sole della libertà, immaginando un paese in cui tutte le persone avrebbero vissuto in uguaglianza e armonia. E con questi pensieri che gli turbinavano nella mente chiamò la piccola bambina Zaziwe, che significa “speranza”.

Umanità invisibile
Quando il presidente Mandela e io ci incontrammo per la prima volta, nel 1990, suggerii di organizzare una serie di iniziative per informare il pubblico giapponese della realtà dell’apartheid e per promuovere l’istruzione in Sudafrica. Lui accettò le mie proposte con sincera gioia. Il suo segretario, Ismail Meer, disse che quella offerta di scambi culturali rappresentava un riconoscimento molto apprezzato degli africani in quanto esseri umani, che era loro negato in Sudafrica dove venivano classificati semplicemente come “neri”.
La tendenza a etichettare le persone non è prerogativa esclusiva del Sudafrica. Ovunque, gli atteggiamenti basati sul pregiudizio sono alla base delle violazioni dei diritti umani. Suddividendo le persone in categorie smettiamo di riconoscerle come individui, come esseri umani nostri simili; non siamo più in grado di metterci nei loro panni. Sono lì davanti a noi, ma non li vediamo.

Dividere il continente
La riluttanza a riconoscere l’umanità dei popoli africani è letteralmente iscritta sulla mappa dell’Africa moderna; i suoi confini arbitrari e divisivi sono stati decisi dalle potenze coloniali.
L’Africa non è un “continente nero”, l’oscurità è stata portata dall’esterno. Né l’Africa è un continente povero; è stata impoverita da uno sfruttamento rapace. Durante la guerra fredda l’Africa divenne il palcoscenico delle guerre per procura dei blocchi orientale e occidentale, arricchendo così i trafficanti d’armi delle grandi potenze. E cosa aveva da dire il resto del mondo al popolo africano che aveva sopportato tutto questo? Chiamava l’Africa un “fallimento”, con indescrivibile arroganza!

Uguaglianza per tutti
“La lotta è la mia vita”. Fedele a questa convinzione, nel 1962 Mandela trasformò persino l’aula del tribunale in cui veniva processato in un campo di battaglia di ideali articolati con coraggio ed eloquenti appelli per la giustizia. In piedi davanti al giudice chiese che il diritto di voto fosse esteso a tutti gli africani e dichiarò: «Non mi considero né legalmente né moralmente obbligato a obbedire a leggi emanate da un parlamento nel quale io non ho rappresentanza». Dall’interno della sua cella continuò a ispirare i sudafricani. Pur non potendo comunicare con loro, la sua stessa esistenza era fonte di speranza.
Il mondo espresse la sua riprovazione per l’apartheid e sostenne coloro che vi si opponevano attraverso sanzioni economiche e boicottaggi culturali e sportivi. Sentendo tali pressioni il governo sudafricano in numerose occasioni si offrì di scarcerare anticipatamente Mandela. Ma egli rifiutò sempre queste offerte, che avrebbero compromesso l’integrità del movimento antiapartheid. Si rifiutò di prendere in considerazione la sua libertà prima che l’intero paese l’avesse conquistata. Ai suoi occhi, l’intero Sudafrica era una prigione.

La nazione arcobaleno
Finalmente arrivò il giorno della liberazione. Era l’11 febbraio 1990 e Mandela tenne un discorso in un comizio a Città del Capo: «Sono qui davanti a voi non come un profeta ma come un vostro umile servo, un servo del popolo. I vostri eroici e instancabili sacrifici mi hanno permesso di essere qui oggi. Pertanto metto gli anni che mi restano da vivere nelle vostre mani».
Mandela sognava una terra che non fosse governata dai neri o dai bianchi, ma una “nazione arcobaleno” in cui tutte le persone potessero essere trattate allo stesso modo. «È un ideale per il quale spero di vivere e che intendo realizzare – disse a tale proposito – ma per il quale sono pronto a morire, se sarà necessario».

Loro sono con me
Le prime elezioni libere del Sudafrica, aperte a tutti i cittadini, si svolsero nell’aprile del 1994. Mentre Mandela si dirigeva verso il seggio elettorale gli apparvero nella mente i volti di coloro che erano morti nel viaggio che aveva condotto a quel momento, uomini, donne e bambini che avevano dato la vita affinché lui e tutti i sudafricani potessero trovarsi dov’erano quel giorno.
Le filosofie più profonde nascono da coloro che hanno sopportato l’oppressione più dura. «Fu durante quei lunghi e solitari anni – disse Mandela – che la fame di libertà per il mio popolo si trasformò in fame di libertà per tutti, bianchi e neri. Sapevo fin troppo bene che gli oppressori devono essere liberati proprio come gli oppressi. Un uomo che toglie la libertà a un altro uomo è prigioniero dell’odio; è rinchiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. […] Oppressi e oppressori sono derubati entrambi della loro umanità».
Nessuno può insegnarci il significato più profondo della libertà meglio di quest’uomo, che trascorse metà della sua vita adulta in carcere.
L’essenza della libertà risiede in una convinzione incrollabile. Solo le persone che vivono fedeli alle proprie convinzioni, la cui fede interiore permette loro di elevarsi al di sopra delle proprie catene in qualsiasi situazione, sono veramente libere.
Come disse il presidente Mandela: «Essere liberi non significa semplicemente liberarsi delle proprie catene, ma vivere in una maniera che rispetti e valorizzi la libertà degli altri».
La sua lotta per porre fine all’apartheid è in realtà una lotta per la vera essenza della dignità umana. Credo che Mandela si sia lanciato in questa impresa come rappresentante dell’intera umanità.

NELSON MANDELA (1918-2013) è stato un politico e attivista sudafricano, uomo simbolo dell’uguaglianza e dell’antirazzismo. Rivoluzionario e successivamente promotore di una politica di riconciliazione e pacificazione, fu a lungo uno dei leader del movimento anti-apartheid ed ebbe un ruolo determinante nella caduta di tale regime, pur passando in carcere gran parte degli anni (27) dell’attivismo anti-segregazionista. Mandela fu il primo non bianco a ricoprire la carica di presidente del Sudafrica, dal 1994 al 1999, e insieme al predecessore Frederik de Klerk, anche lui antagonista dell’apartheid, fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1993.
Ha incontrato Daisaku Ikeda nel 1994 e nel 1995. Ikeda parla della sua figura e del suo operato, nonché della loro amicizia, in molti saggi e Proposte di pace (vedi in particolare quella del 2018 su BS, 188) e ne scrive anche nella serie Arcobaleni di speranza (vedi “Il trionfo della speranza”, BS, 179). Su Buddismo e società gli è stato dedicato anche l’articolo “La stella di Madiba”, pubblicato in occasione della sua scomparsa (BS, 163).
Ne La nuova rivoluzione umana i loro incontri sono raccontati nel volume 30 da p. 656 in poi.
Per approfondire suggeriamo il film Mandela: Long way to Freedom, di Justin Chadwick, tratto dal libro omonimo, Lungo cammino verso la libertà: autobiografia, Feltrinelli, Milano, 1995.


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